Travaglio ha ragione!

Travaglio ha ragione. Può magari risultare antipatico a qualcuno (e va beh…); a me, per esempio, non piace il fatto che affibbi nomignoli ai politicanti e ai politichesi italiani. Quel ricorso giornalistico per cui, sempre per esempio, Angelino Alfano diventa Angelino Joli. Lo trovo un insulto al suo indiscutibile talento. Non mi piace nemmeno che sul suo giornale Berlusconi venga indicato come “B.”. Ma “B.” de che?? Ci vuole tanto a scrivere un cognome per esteso? Mica devi mandare un SMS che se sfori i 160 caratteri il gestore ti tassa del doppio. E non sei nemmeno su Twitter, che cazzo.

Ma a parte queste piccolezze Travaglio ha ragione. Quando distingue i fatti dalle opinioni e quando i fatti li documenta. E’ questo che fa incazzare i suoi interlocutori: quello che dice è vero.

E ieri sera in TV era perfettamente vero quello che diceva alla presenza del Presidente della Regione Liguria Burlando che gli ha chiesto se lui devierebbe il Fereggiano: “Non sono mica un ingegnere idraulico, la paghiamo profumatamente per decidere. (…)”. E’ come dire “Ognuno si tenga i propri ruoli”. Che è la prima cosa che dovrebbe avvenire in un confronto (o scontro) normale. Ma non c’è stato nulla di normale in quella sede. Santoro ha cercato di troncare lì la polemica con un “Marco, questo è un luogo di discussione, non si insultano le persone, basta”. Chissà che insulto c’è nel ricordare a un Presidente di Regione che ha la responsabilità dei suoi atti, siano essi compiuti o mancati! E allora Travaglio ha deciso di andarsene. Devo riconoscere che lo ha fatto a larghe falcate mostrando una tensione e un nervosismo notevoli, ma nessuno è obbligato a stare calmo e a mostrare imperturbabilità in una situazione del genere.

Santoro ha scambiato l’assunzione di responsabilità per atto antidemocratico e la critica (feroce, sì) per una azione antidemocratica, e questo è grave. Spero che dalla prossima puntata, sia che Travaglio resti che se ne vada, qualcuno pensi a un titolo diverso da quello di “Servizio Pubblico”.

40 Views

Quello che non ho digerito di Fazio e Saviano

Che magari la gente si chiede anche “Chissà come mai il Di Stefano non ha ancora commentato la nuova trasmissione del duo Fazio-Saviano”…

Vi dirò, non l’ho neanche vista, ne ho ascoltati e visionati qua e là alcuni estratti da YouTube dove non paiono essere particolarmente seguiti. Ma questa è solo una mia impressione (per qualcun altro i clic sui singoli video, moltiplicatisi all’infinito e presenti su YouTube possono essere un numero esorbitante).

E potrei dire molte, molte cose.

Per esempio potrei parlare del nuovo look di Fazio, che si è tolto la cravattina della sera della domenica della Cresima e si mostra in TV un po’ più sbrindellato, al limite dell’easy-going, con un paio di occhialini uguali uguali a quelli di Benigni, segnale, oltre che della presbiopia che prima o poi tutti ci colpisce per via dell’età (non ditelo a me, che sto sempre ad avvicinare e allontanare gli occhiali alla punta del naso!), del fatto che c’è un modo di fare TV che si omologa anche nell’aspetto, ma allora mi chiedo proprio perché la montatura alla Benigni e mi rispondo che è perché fa buonismo, poi me ne pento, perché mi sembra di essere cattivo, e quindi alla fine smetto di pentirmene.

Potrei parlare del titolo della trasmissione. Ancora una volta una canzone, e ancora una volta De André. Certamente non una delle sue migliori, bisogna riconoscerlo. Preferivo “Vieni via con me”, almeno era la canzone di una persona viva.

Potrei parlare, a proposito di De André, di quando Fazio ha salutato Dori Ghezzi e ha detto: “quando io sento Fabrizio mi mette subito gioia e allegria, parole che tu mi ispiri immediatamente”, e chissà che cosa avrà voluto dire!

Potrei parlare, sempre a proposito di De André, di come Fazio abbia abbondantemente retoricheggiato sulla sua musica affermando che “ha il potere di guarire e di fare andare avanti” e di come la tentazione di santificare un cantautore e attribuirgli poteri addirittura taumaturgici sia dietro l’angolo.

Potrei dirvi di quanto sia trita e ritrita la logica dei duelli, per cui “Politica e antipolitica sono parole che in alcuni momenti, e questo è uno di quelli, si fronteggiano più aspramente.” E di come sia una desolazione dell’anima vedere che nello scontro tra politica e anti-politica figurino due giornalisti. E della delusione (l’ennesima) che Marco Travaglio si sia prestato a questi trabocchetti da giocatori di un due tre stella.

Potrei dirvi di quanto poco abbia detto lo stesso Fazio introducendo la Littizzetto quando ha affermato che “Ci sono momenti in cui una parola diventa insostituibile: va detta proprio quella li.” Erano anni che alla RAI cercava di dire una parolaccia e non c’è mai riuscito. E ieri sera, per la prima volta, ha pronunciato la parola “stronzo”. Io l’ho detta a scuola a sette anni.

Potrei parlarvi della Littizzetto che  “Ci sono cose nella vita che si risolvono solo con un vaffanculo!”, e allora uno pensa che tra queste cose ci sia anche la sua ormai consueta ripetitività.

Potrei parlarvi di un Guccini ormai troppo frequentemente in televisione e troppo più frequentemente pubblicato da Mondadori, che più che un cantautore sembra un cantastorie d’antan, e un nonno che racconta ai nipotini le favole del buon tempo che fu, solo che noi non siamo i suoi nipotini e lui non è lo Zio Paperone che cercava l’oro nel Klondike.

Potrei anche dirvi di Saviano che continua a fissare il vuoto, disorientato, come spiritato, si tocca il naso, incrocia le braccia e dondola, dondola e parla, fa pause, e racconta delle mamme di Bezlan, e non fa altro che effettuare un’operazione così frequente da essere prevedibile, raccontare di mamme e di bambini, dell’estremo sacrificio, non più come dramma individuale e collettivo di chi l’ha vissuto, ma come rappresentazione narrativa, una sorta di misto tra il racconto gotico e la cronaca nera, la stessa cosa che fanno “Chi l’ha visto?” o “Quarto Grado”, quando se a sparire è una vecchietta con disturbi mentali le si dedica una scheda, mentre se a sparire o ad essere uccisa è una mamma ci si ricama su un bel senza fine, una neverending story che neanche Michael Ende. Una donna è solo una donna. Ma una mamma fa gola di più, in un programma appiccicoso di caucciù, e il Poeta è servito.

Dicevo che potrei parlarvi di tutto questo. Ma non lo faccio.

Preferisco riporre l’attenzione sul fatto che Saviano, Fazio, Littizzetto, De André, Ghezzi, Guccini, fanno ormai parte di un minestrone che ha sempre lo stesso sapore, come quello del Manuale di Nonna Papera. E, peggio ancora, che non va minimamente messo in discussione. Sono quelle cose che vanno accettate così come sono e applaudite, belle per forza perché spirito di un radical-chic non so quanto di sinistra, belle perché perbeniste, non criticabili perché fatte con buone intenzioni, buoni sentimenti e senso della misura. E infatti nessuno le critica. Nessuno. Tutti le accettano in maniera supina, quasi devozionale.

Ecco il primo commento su YouTube dopo l’immissione del Saviano-Bezlan:

E vogliamo dimenticarci della Littizzetto?

O magari di Guccini…

Ecco come siamo fatti. Diamo il carisma a una storia. Consideriamo grande una che disquisisce sulla parola “stronzo” che va beh, fa anche ridere, mica dico di no, ma alla lunga stufa e neanche poco. Troviamo “assolutamente straordinari” personaggi che trasformano la realtà in narrazione e poi in monologo.

Dovremmo essere solo un po’ disgustati da tutto questo. Ci farebbe bene.

56 Views