Messaggi che si autodistruggono su WhatsApp

La versione on line del quotidiano “La Stampa” riferisce che fonti bene accreditate riferiscano a loro volta (uso solo fonti di prima mano, come vedete :-)) che dalla prossima versione di WhatsApp (per ora sarebbe in circolazione soltanto la “Beta”) saranno implementate nuove funzionalità tra cui quella dell’autodistruzione dei messaggi spediti dopo un certo periodo di tempo che può variare da un minimo di cinque secondi a un massimo di un’ora. Riferisce ancora “La Stampa” però, che per il momento la funzionalità “potrebbe essere dedicata solo alle conversazioni con più partecipanti e non a quelle tra singoli utenti”. In breve, l’autodistruzione dei messaggi si può programmare soltanto per quelle comunicazioni che avvengono attraverso i “gruppi” e non in comunicazioni tradizionalmente intese da utente a utente. Ora, uno che cosa lo manda a fare un messaggio se tanto dopo pochi minuti deve essere autodistrutto? Capisco gli amanti che debbeno tenere segreta la loro relazione clandestina e che abbiano interesse a cancellare tutte le tracce delle loro losche e pericolose malefatte, o che si vogliano scambiare contenuti di carattere intimo senza per questo essere sgamati da nessuno, ma chi è che immette contenuti multimediali compromettenti (o tali da avere bisogno di essere cancellati) in un gruppo, in modo che possano vederli (sia pure per un periodo di tempo estremamente limitato) in più persone?? E poi un metodo per arginare la estrema volatilità di questo tipo di comunicazioni c’è: fare un immediato screenshot del messaggio destinato all’autodistruzione. A meno che il mittente non abbia impostato 5 secondi di tempo per la cancellazione automatica (nel qual caso uno non avrebbe nemmeno il tempo materiale per leggerlo), dovrebbe essercene tutto il tempo. Così, in caso di offese, diffamazioni e quant’altro (nei gruppi sono particolarmente frequenti) siete tutelati. E anche se volete farla pagare al vostro (ormai ex) amante.

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Disse “marocchino di merda” e “cinese di merda” a due suoi alunni. Prosciolto dall’accusa di abuso di mezzi di correzione e razzismo.

Un insegnante di scuola media del torinese, Salvatore A., è stato assolto dal tribunale di Torino dalle accuse di abuso di mezzi di correzione con sfondo razzista, per aver pronunciato le frasi “marocchino di merda” e “cinese di merda” nei confronti di due suoi allievi. Secondo il giudice mancano i presupposti per sostenere il «pericolo di danno al corpo o alla mente» dei giovanissimi alunni. Non si tratterebbe, dunque, delle ipotesi di reato succitate, ma solo di una “semplicissima” ingiuria, reato che è stato, come è noto, depenalizzato di recente e che prevede solo la sanzione dell’obbligazione civile. Su La Stampa il docente ha sempre respinto al mittente le accuse: “Ma quale razzismo? Mi è scappato e ho chiesto scusa. Guardi che non sono mica razzista, ho amici di colore, non ho frequentazioni di estrema destra […] A scuola ho sempre insegnato a non discriminare, a non fare differenze tra italiani e stranieri. Figuriamoci se ho istigato all’odio razziale…”  . Il docente ha dichiarato di volersi rivalere civilmente sul Provveditorato agli Studi e sul Ministero dell’Istruzione per i danni morali e materiali subiti, anche in virtù del fatto che per le espressioni di cui si parla era stato sospeso dal servizio per tre giorni.

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140 caratteri saranno più che sufficienti per ciascuno di noi

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La montagna ha partorito un topolino. Twitter ha annunciato l’implementazione, per le lingue europee più importanti (tranquilli, l’italiano sarà incluso), di una nuova piattaforma che permetterà di postare i singoli messaggi (i cosiddetti “tweet”) in 280 caratteri anziché gli attuali 140. Erano anni che il problema del limite troppo angusto delle comunicazioni del gigante del microblogging si faceva presente mediante le lamentele dei propri iscritti, ma è la prima volta che ci si mette una pezza: lo spazio raddoppia e, così, la possibilità di scrivere stupidaggini.

Funzionerà così: saranno visualizzati ancora solo i primi 140 caratteri del messaggio: per scorrerlo, o per leggere il resto, bisognerà cliccare su un link apposito. Almeno ci saranno la decenza e la prudenza di chiedere il consenso. Eppure 140 caratteri non erano un limite, ma la ricchezza di Twitter. In meno di un SMS dovevi trovare le parole giuste per dire quello che avevi in testa e attirare l’attenzione dei tuoi lettori. Se ci riuscivi, bene, altrimenti vaffanculo, il tuo tweet spariva nel dimenticatoio, come una sfoglia di carta igienica buttata nel cesso poco prima di tirare lo sciacquone (immagine volgaruccia ma efficace).

Come giustamente dice Gianluca Nicoletti in un suo (video)intervento su “ObliquaMente”, la sua rubrica per la versione on line de “La Stampa”,

“L’opulenza di spazio espressivo non favorisce l’intensità del concetto espresso. La forza di Twitter era l’allenamento che imponeva ai suoi utenti a cercare le parole più efficaci per lasciare tracce di sé, in un fiume di punti di vista di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza.”.

Perché bisognava saper scrivere per creare un testo efficace. Bisognava conoscere l’italiano, trovare la parola giusta e breve per farsi ascoltare, come diceva De André, il tweet era una forma d’arte obbligata in uno spazio ristretto, come l’haiku. Naturalmente, il fatto che si trattasse di una forma d’arte non significa affatto che tutti i twitter fossero degli artisti: su un foglio bianco si può fare un bel ritratto o un pessimo scarabocchio. Oddio, non è che raddoppiando il numero di caratteri a disposizione si sia allargato poi così tanto lo spazio a disposizione, si tratta pur sempre di cinque righe striminzite, ma “più caratteri per tutti” non significa necessariamente messaggi di qualità o maggiore libertà di potersi esprimere: una stronzata resterà pur sempre una stronzata, ed è di questo che è fatto il web dei social network, di stronzate. Perché dovresti avere bisogno di 280 caratteri per accompagnare la foto di un gattino, l’immagine di un cuoricino, quella di un mazzo di fiori che non interesseranno a nessuno?? E se hai qualcosa di importante ed interessante da dire, non ti pare che 140 caratteri colpiranno di più l’attenzione di chi legge di una sbrodolatura da 280.

Anni fa (ma molti anno fa) Bill Gates disse che

“256 Kb. di RAM saranno sufficienti per ciascuno di noi”

poi i quantitativi vennero allargati a dismisura e oggi se hai 1 Gb di RAM fai ridere i polli. Cos’è questo cannibalismo informatico? In 140 caratteri non sei capace di esprimere un concetto?? Allora forse non sei in grado di utilizzare Twitter. Tutto lì.

Non lo userò il tweet extra-large. E così spero di voi.

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L’educazione digitale spetta alle famiglie

 

Sul sito de “La Stampa” è apparso un commento di Gianluca Nicoletti, giornalista, conduttore radiofonico, scrittore e polemista, sulla necessità di intervenire a livello scolastico sulla mancanza di educazione digitale dei nostri giovani (espresssione che reputo orrenda, ma la uso tanto per capirci).

Il tutto, dopo che tremila persone hanno ridiffuso un filmato hard di una sedicenne di Torino che faceva sesso nel bagno di una discoteca e che a Sestri Levante un’altra minorenne è stata ripresa e “condivisa” sui social network dai coetanei mentre pestava una dodicenne.

Nicoletti afferma che

“Non si potrà veramente parlare di «buona scuola» in Italia fino a quando, per legge, non si formeranno insegnanti specifici di «Educazione alle relazioni digitali».”

e propone di

“introdurre il «social networking» come materia obbligatoria sin dalle classi elementari.”

La scuola come rimedio di ogni male, come pronto soccorso emergenziale quando le emergenze sono già dilagate in tutta la loro gravità, è una concezione senza dubbio comoda, ma che non guarda ai problemi nella loro interezza. Del resto, fateci caso, la scuola dovrebbe occuparsi, si veda il caso, di educazione alla legalità, di educazione alla lotta alla mafia, di educazione alla diversità, di contrasto del bullismo, di sensibilizzazione a una sessualità responsabile, di individuare i casi più problematici e se ne potrebbero aggiungere ancora tante.

In breve, bisognerebbe -secondo Nicoletti- far sì che i “nostri ragazzi” di cui sopra imparassero che riprendere una ragazza che massacra di cazzotti una compagna più piccola di lei e poi far circolare il video è una cosa sbagliata. Ma lo sanno già. Ed è per questo che lo fanno. Perché è sbagliato, perché è proibito, perché non si può, perché non si fa.

E il filmino della sedicenne di Torino è stato “amplificato” da tremila persone, non una. Ora, che queste tremila persone siano state TUTTE dei ragazzi e delle ragazze in età scolare non ci credo. Vuoi che non ci sia stato qualche maggiorenne a farlo circolare su Facebook o su Twitter?? Ma mi ci gioco tranquillamente la testa e spero solo che la polizia postale li abbia individuati e che ora si stiano grattando il capo a ripensare a quel che è successo, e che non è vero che sui social network puoi fare tutto quel che ti pare, no, non puoi.

E’ evidente che questi comportamenti sono dei calchi di modelli familiari, dove, bene che vada, questi ragazzi hanno dei genitori che hanno a loro volta il loro bravo profilo Facebook e lo riempono di emerite stronzate, per un gusto esibizionistico e una pruderie ormai consolidati. Mi si dirà che rimbalzare una clip di sesso in discoteca è brutto, è sbagliato, è male. Ma perché, mettere le foto dei propri figli minorenni (quando non addirittura infanti) sui social, a far vedere al mondo intero che Pierino è sul vasino, che mangia, che sorride, che è imbronciato, che piange, tutto questo invece va bene, sì?

E poi ci dovrebbe rimettere mano la scuola, quando a sei anni i bambini sono abituati ad essere delle vere e proprie star delle reti sociali, protagonisti di scatti e di selfies a profusione (perché anche tu, genitore, non ce lo vuoi far giocare tuo figlio col tuo iPhone del piffero, che ti sei indebitato per trenta mesi per averlo e che se ti compravi uno smartphone ci facevi le stesse cose e risparmiavi pure?) e di commenti al limite del neurodelirio tipo “Bello!!” “Amoreeeeeeee…” “Ma quanto è caro/a!” e diluvi di “Mi piace”, imparando da subito che più sei cliccato più hai visibilità più sei figo.

Eppure per qualcuno non resta che la scuola. Che dovrebbe anche, peraltro, essere un posto dove si insegnano italiano, storia, geografia, matematica, scienze, religione…

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Grida “Erdogan è un ladro!” Viene condannata a undici mesi di carcere

Elifhan Kose, docente universitaria turca, ha gridato, durante una manifestazione, lo slogan “Erdogan ladro”. Per questo è stata condannata a undici mesi di reclusione.

In Italia vari quotidiani, tra cui La Stampa di Torino, si sono profondamente indignati per questa sproporzione tra il fatto commesso e la pena comminata. Dimenticando che in Italia lo stesso fatto avrebbe potuto essere punito ben più gravemente: chiunque nel territorio dello Stato offende l’onore o il prestigio del Capo di uno Stato estero è punito con la reclusione da uno a tre anni (art. 297 c.p.). Voi mi direte: “Ma è stato abrogato nel 1999!” Vero. Però per diffamazione si rischia lo stesso un massimo di tre anni di reclusione,  sicché c’è poco da scaldarsi, la Turchia è un paese molto più libero e tollerante del nostro.

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Parole da odiare: “selfie”

Siamo buffi noi italiani quando ci innamoriamo delle parole straniere.

Ora va tanto di moda “selfie“. Che, bisogna dirlo, è una parola che fa schifo di pietà, ma che è riuscita a insinuarsi nel linguaggio del web (ma non solo) e incancrenirsi, nell’uso, anche nel lessico dei giornalisti più accreditati (come vedete, su Twitter c’è cascata anche Anna Masera de “La Stampa”).

Cosa voglia dire codesto “selfie” è fin troppo chiaro. Viene dall’inglese “self”, cioè “da solo”, “autonomamente” (si vedano espressioni come “self-service”, “self-made-man”), solo che c’è quell’odiosissimo suffisso -ie che in inglese indica una sorta di diminutivo-vezzeggiativo. Si riferisce in genere a una foto (o, più raramente, a un filmato) scattata col cellulare e che ritrae lo stesso autore da solo o insieme a altre persone.

Ma noi una parola per dire tutto questo ce l’avevamo, era “autoscatto“. Evviva, le parole esistono, rilassatevi!!

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Per cui la quale, citare, citare, citare…

- Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported”]It’s still the same old story. Stavolta a essere pescato con le dita nella marmellata è  stato Massimo Gramellini. Oh, non da me, per carità, tutto quello che vi offro è roba  “precotta” (se volete “mangiare” meglio cucinatevi da soli!).

I fatti (molto semplici, in verità). Una ragazza (de)scrive una esperienza vissuta sul suo  account Facebook. Alcuni giorni dopo invia lo scritto a “Lo Specchio” de La Stampa.

Gramellini lo legge, gli piace, e riscrive la storia a modo suo, traendone un “Buongiorno”  (il nome della rubrica quotidiana che tiene sul giornale torinese).

Sembrerebbe non esserci niente di strano, e apparentemente è proprio così.

(Cliccare sull'immagine per ottenerne l'ingrandimento)

Siamo abituati a “prendere ispirazione”, a “integrare”, a “trarre spunto”, a “manipolare”, a  “riassumere”, a “citare” le cose altri che ci siamo dimenticati come si fa.

La maestra Laura Quaglierini, della Scuola Elementare “Angiolo Silvio Novaro” di Vada che ho  frequentato, ci diceva sempre che le citazioni vanno messe fra virgolette, e che bisognava  indicare tra parentesi l’autore e il titolo dell’opera da cui si citava.
Erano indicazioni da scuola elementare, appunto, d’accordo, ma funzionano anche oggi.
E poi la Quaglierini ci diceva, soprattutto, che “non si copia!”

Una volta scrissi un articolo su questo blog a proposito di Fabrizio De André che aveva  composto (composto??) la musica de “La canzone dell’amore perduto” su un Concerto per Tromba  e orchestra di Telemann.
Apriti cielo! Mi arrivarono commenti e insulti (alcuni biecamente censurati) perché non si  doveva dire che quella musica era palesemente copiata. Bisognava dire che De André era un  poeta (e allora perché ha scritto una canzone? Non poteva limitarsi a scrivere i versi?), che  comunque la canzone era bella (e chi lo ha messo in dubbio?), che si fa sempre così, che va  bene Telemann ma De André è De André. Come se l’elaborazione fosse migliore dell’originale.

Ora, che cosa sarebbe costato a Gramellini dire “Questa storia me l’ha raccontata una  lettrice e io ve la racconto a mia volta con parole mie”?
Oltretutto è incorso in un involontario ma malaugurato errore, cercando di condire la  narrazione con riferimenti temporali precisi (fa svolgere i fatti il 21/10 scorso, mentre la  ragazza ne parlava già su Facebook il 3/10).

E’ così difficile avere rispetto per le nostre fonti? Forse no, ma non ci si riesce ancora.

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Il privilegio di studiare in una scuola più sexy

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dichiarato: «All’inizio dell’anno scolastico capita di affrontare la scuola con riluttanza, perfino come un pesante dovere, ma la scuola, il poter studiare è soprattutto un privilegio». Che strano, io pensavo che fosse un sacrosanto diritto riservato a quanti volessero dare voce e realizzazione alle proprie ispirazioni individuali. Ma forse mi sbaglio.

Il Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, a sua volta, ha affermato: “Dobbiamo rilanciare una scuola che sia più attraente… più sexy. Sarebbe necessario lanciare la Costituente dell’istruzione”. Una scuola sexy?? Com’è una scuola sexy??? Cosa si deve fare in una istituzione degna dell’aggettivo “sexy”? Si deve sculettare? Si deve ballare sulla colonna sonora di “9 settimane e mezzo” sulla cattedra? Si programmeranno corsi intensivi di seduzione per gli insegnanti come aggiornamento??

E i ragazzi? Un articolo di Flavia Amabile su “La Stampa” chiarisce che, seguendo una ricerca dell’Università Milano Bicocca, “più sono connessi [si intende alla rete] meno studiano”. Ah sì?? Davvero??? E io che pensavo che a stare su Facebook tutto il giorno a scambiarsi micini e bacini si diventasse dei profondi conoscitori dei “Paralipòmeni della Batracomiomachia” di Leopardi, o anche in grado di dissertare con una certa disinvoltura sul bosone di Higgs o sulle tendenze dell’economia sociale di mercato. E invece NON studiano o studiano di meno o studiano pochissimo. Ma questo lascia stupiti. Non ce lo saremmo proprio mai aspettato. Anzi, in genere usano il web per accedere a siti di interesse spiccato ed evidente (generalmente a luci rosse), strano che non imparino qualcosa.

Beh, certo. Con una scuola sexy…

[Questo è l’ultimo articolo sulla scuola che scrivo per un bel po’ di tempo]

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Monòpoli di Stato

Che uno si sveglia la mattina e pensa “Chissà che cos’avrà fatto il PD ieri? Beh, senz’altro avrà equilibrato la linea del partito con quella della giunta per le elezioni sulla decadenza di Berlusconi dal Senato.”

Macché. Sette parlamentari dl PD (nella fattispecie Michele Anzaldi, Marina Berlinghieri, Matteo Biffoni, Luigi Bobba, Lorenza Bonaccorsi, Federico Gelli ed Ernesto Magorno) si sono occupati, in nome e per conto di TUTTI gli elettori cui devono rendere conto (non solo quelli che hanno votato il loro partito) e di coloro che, pagando regolarmente le tasse (al contrario di quello che ha fatto il loro alleato di governo più prezioso) contibuiscono alla loro lauta retribuzione, si sono indignati per la nuova versione del Monopoli direttamente con l’ambasciatore USA.

Non si andrà più in prigione senza passare dal via, perché la casella della prigione sarà abolita. Non lo so, magari se ti arrestano in Parco della Vittoria tiri i dadi e se ti esce un numero dispari, o se becchi una probabilità o un imprevisto, ti dànno i domiciliari o l’affidamento in prova ai servizi sociali.

E poi saranno sostituite “le tradizionali proprietà immobiliari con pacchetti azionari di grandi multinazionali” (sarà dunque pieno di pre-adolescenti che si comprano la Apple in Vicolo Stretto!). Inoltre, “si passa dall’acquisto di immobili alla speculazione in Borsa“ eh no, non si può mica, il Monte dei Paschi di Siena e l’Unipol possono comprarli solo loro.

La nuova versione del gioco, in breve, sarebbe altamente diseducativa, perché arriva “ad esaltare la turboeconomia che ha aperto la crisi finanziaria del 2008, con il messaggio diseducativo che, in caso di violazione delle regole, non si viene neanche puniti”. Che è esattamente quello che accade ai politici italiani da sempre. E’ quello che accade a Lusi, già guardaconti dell’ex Margherita, partito confluito nel PD da quando il Giudice per le Indagini Preliminari di Roma Simonetta D’Alessandro, ne ha concesso gli arresti domiciliari presso il Santuario della Madonna dei Bisognosi vicino Carsoli in provincia de L’Aquila.

I sette estensori sarebbero, secondo quanto riportato da “La Stampa” di Torino, gli stessi che avrebbero scritto anche a Francesco De Gregori dopo la sua intervista rilasciata, ingravescentem aetatem, per annunciare la propria delusione da parte della sinistra. Anche qui lo hanno pregato di ripensarci. Adesso mando loro una mail. Chissà, magari scrivono anche a me.

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Nato ai bordi di Wikipedia

Il 13 giugno 2012, sulla versione web de “La Stampa” di Torino appare un interessante articolo di Giuseppe Bottero.

Il titolo è La carica dei ‘bugiardi digitali’: la nuvola umana che falsa la Rete.
Ha molto poco, o quasi nulla a che vedere con Wikipedia, ma costituisce comunque un eccellente “specchio” (trattandosi de “La Stampa”) di come l’enciclopedia collettiva più consultata al mondo venga vista e recepita a livello di stampa specialistica. E di come questa ricezione (questa “vulgata”, per dirla in termini di letteratura) attecchisca nell’opinione pubblica.

L’articolo, dunque, si occupa della cosiddetta “fabbrica delle bugie” in rete. Di tutto quel movimento di forum, sondaggi, commenti sui Social Network, e-mail, raccolte di opinioni, che finisce per falsare un dato.
Qualcuno svolge un sondaggio tra i suoi lettori? Bene, si paga la gente perché faccia clic su una opzione del sondaggio in modo che appaia che il pubblico ha votato proprio in quel modo (e con percentuali molto alte).

Dopo una breve ma accurata disanima dei siti web che offrono questo tipo di “lavoro” a un gruppo di cyber-micro-lavoratori evidentemente disposti a tutto pur di guadagnare qualche soldo, nell’analisi di Bottero, vòlta a cercare di smascherare l’industria della bugia in rete in un inciso, si legge:

“Mentre migliaia di ragazzi costruiscono gratuitamente Wikipedia, un manipolo di cyber-precari (parecchio numerosi, in realtà) demoliscono la credibilità del web a colpi di menzogne. Pagate pochissimo, ma in questi mesi non si butta via nulla (…)”

Si tratta di una modalità di vedere Wikipedia molto diffusa. Cerchiamo di analizzarla in modo più dettagliato.

“Migliaia di ragazzi” ricorda l’immagine di un esercito, di una grande quantità di persone. Il fatto, poi, che si tratti di “ragazzi” dà un’immagine di giovinezza molto incoraggiante.
Ma è, appunto, un’immagine, un’astrazione, che non ha quasi nulla a che vedere con la realtà. Le persone che hanno maggiore dimestichezza con la rete sono quelle che se non l’hanno vista nascere, l’hanno almeno seguita nella sua evoluzione di diffusione “domestica”, praticamente dalla fine degli anni ’90 ad oggi. Sono persone che hanno dai 40 ai 50 anni.
Jimbo Wales, il fondatore dell’opera, è nato nel 1966. Chi ha visto internet dopo se l’è praticamente ritrovato già fatto. Un “giocattolino”, quello della rete, che permette a chiunque di divertirsi ma senza sapere che cosa c’è dentro.
Molti “ragazzi” usano la posta elettronica, ma non sanno, ad esempio, che cos’è un indirizzo SMTP, o che esiste un campo POP3, in software di gestione che si chiamavano, si veda il caso, “Eudora” (per la verità non credo che qualcuno continui ad usare Eudora) perché da quando esiste l’ADSL la mail si controlla direttamente via web, o, possibilmente, non la si controlla affatto, perché il suo uso, con l’avvento dei social network e la diffusione degli SMS, è diminuito in maniera netta.
E’ come se in Wikipedia, per immagine stereotipata, esistesse solo il giovane, magari dalle belle speranze e possibilmente disoccupato, che contribuisce al sapere collettivo e universale.
Non esiste l’idea che il grosso dei contributi a Wikipedia, dal punto di vista dei contenuti (ma anche da quello del software di gestione) possa avere un po’ di pancia e un filino di colesterolo. Perché sostituire l’immagine delle “migliaia di ragazzi” con quella di una fiera armata che ha già passato gli -anta non rende l’idea. Si sa, come dice il Poeta, che nella fantasia “gli eroi son tutti giovani e belli”. O, se si preferiscono altri modelli che consiglio un po’ meno, la giovinezza è “primavera di bellezza” per eccellenza. Ma il prodotto non cambia.

“Costruiscono gratuitamente” fornisce a sua volta due idee distinte: il “costruire” è il contrario esatto del distruggere, ha in sé qualcosa di positivo. Anche se, indubbiamente, dal punto di vista strettamente edilizio si può costruire un cosiddetto “ecomostro”. Dunque non è detto che questa valenza positiva sia comune a tutte le accezioni del verbo.
Ma quello dei giovani che “costruiscono” è, a sua volta, un tipo di suggestione che ricorda molto l’iconografia del socialismo reale. Giovani pieni di speranza che vanno a costruire il loro avvenire. Col sorriso sulle labbra, ma, soprattutto “gratuitamente”, ovvero, senza nemmeno essere pagati, al contrario di quelli che vanno a d alimentare il sistema delle bugie in rete, che parrebbero lucrare, oltre che sulla loro personale miseria, anche sulla fiducia che saremmo portati a riporre nei giovani wikipediani (perché la fiducia nei giovani è sacra).

Quindi, da una parte abbiamo i buoni che sono buoni non in quanto tali, ma perché sono giovani, volontari, disinteressati e, soprattutto, “costruiscono” una cosa altrettanto buona come Wikipedia.
Se ci fate caso, quasi chiunque compia un gesto di bontà diventa buono. A meno che si tratti di Bernardo Provenzano o di Totò Riina, il fare qualcosa di buono per gli altri ha sempre una valenza di redenzione.
Dall’altra parte ci sono i cattivi, che vendono per denaro un clic, le loro idee o la loro dignità, e si prestano alla diffusione di notizie falsate o verità che non corrispondono ai fatti.

Per cui, se i cattivi fabbricano menzogne, Wikipedia fabbrica per forza cose vere.
Ma Wikipedia è anche caratterizzata da una forte presenza del cosiddetto “vandalismo”. Notizie false, voci su personaggi inesistenti, incursioni nelle voci per diffamare ora questo ora quell’altro personaggio, litigi in sede di discussione, singole informazioni non rispondenti alla verità, link esterni inseriti per puro spirito pubblicitario. E’ logico che sia così, in una risorsa “enciclopedica” liberamente modificabile da chiunque. Se qualcuno modifica la voce del Tale scrivendo che è un “pirla” è molto probabile che quella modifica resti in linea poco tempo. Ma è possibile che molte persone la vedano, prima che qualcuno si prenda la briga di correggere nuovamente il testo.

“Bravi ragazzi” che stupiscono il mondo. Gli alti sono nati ai bordi di Wikipedia.

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Flavia Amabile, la giornalista che si è finta undicenne su Facebook

Flavia Amabile, giornalista de “La Stampa” ha avuto un’idea:  si è finta undicenne, si è iscritta a Facebook, ha guardato un po’ il mondo dei pre-adolescenti di oggi dal buco della serratura e ne ha fatto un articolo giornalistico, apparso oggi nella rubrica “Tecnologia” a cura di Anna Masera (quella che annunciò con una certa soddisfazione “Mistero risolto: non è stato il ministro Fornero a chiudere il sito della Dpl di Modena”, senza tuttavia dire ai lettori CHI stesse veramente dietro alla firma che aveva  disposto la chiusura di quella risorsa).

La tendenza squisitamente giornalistica a voler vedere di nascosto l’effetto che fa non è nuova. In fondo, Flavia Amabile ha fatto quello che fanno tanti genitori oggi, senza necessariamente passare per la strillozzeria giornalistica: hanno semplicemente desiderio, motivo e legittimità di vedere che cosa comunicano i propri figli agli altri. Perché abbiamo paura di questi “social network” che rapiscono i nostri figli che scrivono e fanno, attraverso di loro, quello che vogliono, mentre noi restiamo al palo perché la conoscenza tecnologica ci appare incolmabile.

E quando ammettiamo che i nostri figli hanno una maggiore conoscenza rispetto a noi abbiamo già sbagliato il nostro approccio educativo. Facebook, dunque, chissà cos’avrà mai di così speciale questo Facebook da stregarci tutti, e chissà quali segreti nasconde. O, meglio, chissà quali torbidi segreti potranno mai nascondere i nostri adolescenti. Come scriveva Joni Mitchell in una delle sue liriche più belle: “Everybody’s saying that hell’s the hippest way to go / Well I don’t think so / But I’m gonna take a look around it though.”

Dice la Amabile “Le regole prevedono che si debba avere almeno 13 anni. Le regole prevedono anche altro: autorizzazione se si pubblicano foto di altri, richiesta ai genitori se si tratta di minori, nessun dato sensibile di altri sui propri profili. Ma chi le rispetta?”. Giusto, è un’ottima riflessione, a cui fa seguire una opportuna considerazione sui genitori che fungono da spinta propulsiva all’ingresso nella bolgia del web 2.0 da parte degli infanti.

Non è la risposta ad essere sbagliata, è la premessa che mi risulta poco utile: le regole sono quelle, sì, ma il problema non è quello che prevedono (che nessuno mette in dubbio) ma chi e in quali modi dovrebbe farle rispettare.

Facebook non dovrebbe entrarci niente. Non lo so, non mi sono mai iscritto a Facebook utilizzando un account fasullo (o forse sì, una volta, ma me lo hanno tranciato di brutto), ma sono perfettamente convinto che se Facebook dice che l’età minima per iscriversi sono 13 anni compiuti, e se dall’inserimento della data di nascita questo limite non risulta ancora compiuto, automaticamente non accetta l’iscrizione. La soluzione, dunque, è barare sull’età in modo da “ingannare” il sistema. Ma questa è colpa dell’utente e/o dei genitori, non di Facebook. Immagino che anche la giornalista, pur spacciandosi per undicenne abbia dovuto inserire una data di nascita che la facessse apparire come una ragazzina di tredici anni.

Insomma, se si agisce per volersi fare “tana” su Facebook per vedere chi gioca sporco bisogna giocare sporco un po’ anche noi. Se no che gioco è?

Qualcuno, come è naturale, “abbocca” al “fake” (ovvero al “falso” personaggio). Tra questi un’altra adolescente:

“È una ragazza del foggiano, la chiameremo Luana. A un certo punto mi chiede senza troppi giri di parole: «Chi sei?». Me lo scrive sulla bacheca, e quindi è visibile da tutti. Rispondo semplicemente: «Vivo a Roma, sono in prima media. E tu?». Scompare. La inseguo io stavolta, le spiego la stranezza del mio profilo senza foto: a scuola ci hanno detto che non si debbono pubblicare immagini proprie per evitare problemi, qualcuno potrebbe rubarle e usarle per scopi suoi. Replica con un «vabè», piuttosto disgustato. E quando le chiedo spiegazioni conclude la discussione con un «Chissene». Più chiaro di così.”

E certo che è chiaro. “Luana” ha fiutato l’imbroglio (le ha chiesto chi è, e poi li chiamiamo stupidi e ingenui i pre-adolescenti!) e ha dato poca corda alla sua nuova “amica” che non aveva nemmeno messo una sua foto sul profilo, liquidandola con un “Chissene”. Il “Chissene” non era rivolto alle regole, ma alla mania giustificazionista e moralista della giornalista. A “Luana” non importa niente se i suoi dati vengono usati da qualcun altro. E non vuole dare spiegazioni. E’ la giornalista a essersi posta in modo anomalo: ma chi è l’undicenne che va su Facebook a dire ai coetanei che non si devono mettere le proprie fotografie sul social network? Come minimo viene vista come una rompiscatole ad oltranza e abbandonata al suo destino. Che è esattamente quello che “Luana” fa.

In cinque giorni, prosegue la giornalista, i suoi contatti sono diventati una cinquantina. Beh, neanche poi tanti. Il numero di amici su Facebook è considerato un valore dagli adolescenti, più ne hai più la gente ti vede, ergo, più sei “figo”. Cinquanta contatti sono una miseria, una goccia nel mare per chi, complice la frequentazione delle scuole medie, in poco tempo racimola centinaia, se non un migliaio di “amici”.

Non è chiaro perché questa giornalista, anziché fingere, non abbia fatto un giro di interviste tra i genitori, e, soprattutto, tra gli insegnanti, che spesso si ritrovano involontari protagonisti di fotografie catturate con l’I-Phone e spedite alla velocità della luce su Facebook per il pubblico ludibrio degli amici (come facciano ad avere un I-Phone? Chiedetelo ai genitori!). Avrebbe scoperto veramente l’inferno dell’impotenza, della non capacità a gestire, della resa davanti a pre-adolescenti in costume da bagno che si mostrano come fossero dive conclamate, ragazzini che hanno il filmato porno sullo Smartphone, ricatti, bullismo, violenze (sì, anche quelle!) baby-gang a piovere e una bella granellata di cattivo gusto e menefreghismo a ricoprire il tutto.

Senza contare che Flavia Amabile, quella vera, su Facebook c’è davvero. Oggi ha 1269 “Amici” (immagino li conosca personalmente uno per uno). Lei sì che ha avuto più successo della sua pre-adolescente immaginaria!!

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“Alla sbarra!” La macchina del fango contro Beppe Grillo

Premetto che questo post del blog è a totale difesa di Beppe Grillo.

Non della sua figura politica (cosiderato che Beppe Grillo non è un politico, non mi risulta sia mai stato canditato né sia mai risultato eletto in nessuna competizione elettorale), ma della sua persona che, come quella di chiunque altro, può e deve essere difesa dalla macchina del fango messa in atto da un giornalismo ormai vendicativo (anche se non si sa nei confronti di che cosa, probabilmente + vendicativo perché Grillo esiste ed esprime le sue opinioni -che potrebbero essere, peraltro, ribattute-).

Questa mattina si è aperto a Torino il processo a carico di Grillo (che compare davanti al Giudice Monocratico con l’accusa di violazione di sigilli giudiziari) e di altri 21 imputati.

I titoli sulle Home Page dei principali quotidiani italiani sono agghiaccianti. Quelli di “La Stampa”, “Corriere” e “il Giornale” si assomigliano. Tutti ricalcano l’odiosissima espressione “Grillo alla sbarra”.

Ora, che mi risulti, il cittadino Grillo Giuseppe, si trova davanti a una prima udienza di primo grado in cui è imputato (e non mi risulta che lo stato di “imputato” coincida con quello di “condannato in via definitiva” o “detenuto”, certamente non nel suo caso). E’ in stato di libertà quindi non è “alla sbarra”. E’ un libero cittadino.

E’ in una fase processuale in cui la sua presenza in aula, doverosa ma non strettamente obbligatoria (nel senso che il procedimento sarebbe andato avanti anche in caso di contumacia, e la contumacia non è un reato) equivale a zero. Zero interesse mediatico perché non si decide di una sentenza definitiva che deve passare in giudicato, e perché il dibattimento non si è ancora aperto.

Ma se non si è aperto il dibattimento giudiziario, che è l’unico che deve fare luce sui fatti, si è aperto il dibattiemento mediatico, quello fatto a colpi di flash delle macchine e parole taglienti come spade.

Quindi, cominciamo con “la Stampa”. Anziché lo screenshot ho preferito proporvi un piccolo filmato perché la modalità in cui la notizia è stata diffusa ha veramente dell’incredibile:

Il titolo è: “Alla sbarra Grillo coi No-TAV” e, come si vede, cliccando sul link della notizia, questa mattina non  si si collegava a una pagina con gli approfondimenti del caso giudiziario, ma si veniva reinstradati (sia pure dopo un messaggio pubblicitario) alla sezione “Esteri” del giornale, e alla notizia di una richiesta di riscatto per la liberazione della Urru.
Due tragedie collegate da un link casuale e frettoloso.

Tanto frettoloso che, dopo l’udienza (aggiornata al 18 luglio prossimo), “la Stampa” ha completamente cambiato titolo. Da “Alla sbarra Grillo coi No-TAV” si è passati a un più innocuo “Beppe Grillo e 21 No-TAV a processo per la baita abusiva in Val Susa”.

Come mai “la Stampa” ha cambiato linguaggio e modo di dare la notizia, riconducendo Beppe Grillo “a processo” dopo averlo mandato “alla sbarra”? Non lo sapremo mai, probabilmente, quel che resta è un maldestro “pastiche” che non giova a nessuno.

Passiamo ora al “Corriere della Sera”: oltre ad aver intitolato anche lui “NO-TAV: Beppe Grillo alla sbarra”  come nello screenshot seguente:

ecco che arriva la diretta video del processo. Sì, perché il sito del “Corriere” ha trasmesso in diretta l’udienza che era disponibile in streaming per chi volesse vederla. E io ho voluto vederla. Ma, soprattutto, ho voluto vedere quale fosse la tecnica di messa a testo (o di messa in onda) di questo procedimento: telecamera quasi sempre fissa sul Giudice Monocratico. Il sottotitolo recita “Grillo è accusato di violazione di sigilli giudiziari”, e in alto “Violazioni NO-TAV: Processo a Beppe Grillo”. Da cui non si evince la pena edittale prevista per il reato (ve la dico io, si va da sei mesi a tre anni, congiuntamente con la multa), e non si capisce che questo tipo di reato è punito in maniera assai più dura del realto di occultamento di cadavere per cui la reclusione è fino a tre anni (senza stabilire un minimo). Ma, soprattutto, non si capisce che il processo è contro 21 persone, non contro il solo Grillo.

La telecamera stacca quasi soltanto per riprendere Beppe Grillo che risponde alle domande del Giudice sulla sua identità, stato e condizione. Niente altro. Immagino sia di fondamentale importanza per lo scibile umano sapere chi sia Grillo Giuseppe, dove sia residente, quando sia nato, se sia sposato, se abbia figli e quale professione svolga.

A questo punto la domanda appare perfino scontata: come mai il Corriere della Sera trasmette in diretta l’udienza preliminare del processo contro Beppe Grillo, e non ha trasmesso neanche uno straccio di diretta sul processi di primo e secondo grado a Marcello Dell’Utri, sulla sentenza d’appello per la Strage di Brescia che ha mandato tutti assolti, perché non pubblica gli atti pubblici (e, quindi, pubblicabili) che riguardano il processo all’ex Presidente del Consiglio (lì non è possibile effettuare riprese, d’accordo, ma dei documenti pubblici ci sono, perché gli atti sono a completa disposizione delle parti)?

Neanche Radio Radicale, che, pure, nel corso degli ultimi decenni ha seguito integralmente i processi All Iberian e All Iberian bis, alla colonna napoletana delle Brigate Rosse, a Barbara Balzerani per l’omicidio Tarantelli, il Processo Cusani, il processo Mangano, il procedimento d’appello per la strage di Bologna, per non parlare del troncone contro la Nuova Camorra Organizzata che vedeva imputato Enzo Tortora, avrebbe dedicato una attenzione così certosina nei confronti di un personaggio che appartiene più allo spettacolo che alla politica attiva. E, comunque, lo avrebbe fatto per dovere di informazione e di servizio pubblico, non certo per mettere alla gogna un imputato.

E’ una sovraesposizione mediatica ingiusta e ingiustificata.

Si dirà che il processo a carico di Grillo è pubblico, a porte aperte, e che non ci sono ragioni per tutelare la riservatezza del comico. Vero. Ma non ci sono, ugualmente, ragioni per amplificarne la pubblicità. Qualcuno risponderà, allora, che sono scelte editoriali. Anche questo è vero. Ma anche le scelte editoriali possono essere criticate, soprattutto quando si tiene in considerazione che il Corriere della Sera percepisce uno dei finanziamenti pubblici (cioè denaro dei contribuenti) più alti tra la stampa quotidiana italiana non di partito.
In breve, se il Corriere della Sera usa anche soldi miei per trasmettere il processo a Grillo, voglio sapere perché non li spende per trasmetterne di altri e di più importanti per il Paese.

De “il Giornale” basti solo lo screenshot:

Anche lì Beppe Grillo è stato messo preventivamente “alla sbarra”. Forse da chi vorrebbe vederlo, prima ancora di un giudizio di merito, dietro le sbarre.

Atteggiamenti deprecabili e fin troppo chiari. Come fin troppo chiaro è il gorgo in cui sta precipitando la Giustizia italiana che si rivela meticolosamente attenta al privato cittadino accusato di reati minori e eccessivamente carente nella risposta alle istanze di giustizia avanzata dalle parti offese.

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Renato Schifani indagato, verso la richiesta di archiviazione, col nome di “Schioperatu”

Il presidente del Senato Schifani è stato indagato.

La pagina on line de “La Stampa” (ultimamente assai lacunosa nel dare le notizie -e me ne dispiace perché Gramellini, quando non si piange addosso mi è simpatico, ma non si può assolvere un modo di fare giornalismo solo perché un giornalista è simpatico-) riporta semplicemente un laconico e secco “Mafia.” che non vuol dire nulla (esistono varie fattispecie di reato di indole mafiosa, qual è quella contestata a Schifani??).

La Procura della Repubblica di Palermo si sta apprestando a chiedere (se non l’ha già chiesta nel frattempo) l’archiviazione per i fatti contestati. Si aspetterà il parere del GUP.

Quello che fa un po’ sorridere è che Schifani non è stato indagato in quanto “Schifani, Renato Maria Giuseppe”, ovvero con il suo nome da privato cittadino, ancorché ricoprente la seconda carica dello Stato. No, è stato indagato come un certo signor “Schioperatu”. Ovvero con un nome falso. Di facciata. Una sorta di pseudonimo in codice. Si sa chi è l’indagato ma lo si chiama con un altro nome.

Per proteggere la riservatezza dell’indagine, probabilmente. O anche quella dell’indagato, forse.

Ma un normale cittadino verrebbe indagato con tanto di nome e cognome, e, alla vigilia della richiesta dell’archiviazione, riceverebbe il bell’avviso di garanzia (o, meglio, di chiusura delle indagini) e sarebbe sputtanato per tutta la vita. Anche se l’archiviazione dovesse essere effettivamente confermata nell’udienza preliminare. Non ci sarebbe nessuna possibiloità per il signor “Mario Rossi” di vedersi, occasionalmente, trasformato in “Mario Schioperatu”. Perché, si sa come la pensa la gente, “sarai stato anche archiviato, non dico di no, ma se ti hanno indagato segno che non sei stato tanto a sgranare il rosario, anche tu…”.

Dunque, quell’avviso di garanzia che serve da scudo al cittadino, diventa una doppia garanzia quando il cittadino ricopre un’alta carica pubblica.

Ripeto, aspetteremo il parere del Giudice per l’Udienza Preliminare.

Renato Schifani è stato autore del lodo che porta il suo nome che sospendeva i processi in corso contro le «cinque più alte cariche dello Stato», giudicato incostituzionale nel gennaio 2004.

Renato Schifani ha citato Antonio Tabucchi, ora defunto, per 1.300.000 euro di danni.

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Anna Masera sul caso DPL Modena: “Non è stata la Fornero a chiudere il sito! – E ALLORA?

Giorni fa vi diedi conto della inspiegabile chiusura, ordinata con una nota del Ministero del Lavoro, del sito ufficiale della Direzione Provinciale di Modena. Vi rimando a quell’articolo per le considerazioni in merito alle “censure”, vere o presunte che siano, applicate con questa decisione.

Ieri, sul sito web del quotidiano “La Stampa” è apparso un articolo a firma di Anna Masera intitolato “Mistero risolto: non è stato il ministro Fornero a chiudere il sito della Dpl di Modena”, in cui la giornalista ci riporta ampi stralci delle dichiarazioni rilasciate dal Ministro del Lavoro riguardo l’oscura faccenda.

La domanda da rivolgere a Anna Masera, e ci si scusi l’ardire, tanto per cambiare è una sola: E ALLORA??

Prendiamo serenamente atto che NON E’ STATA il Ministro Fornero a ordinare la chiusura di quel sito (che, tra l’altro, nel momento in cui vi scrivo, è ancora oscurato), circostanza che, almeno io, su qusto blog, non avevo considerato neanche a livello di ipotesi, limitandomi a riferire che la nota che ordinava la chiusura veniva dal Ministero (e non è detto, in astratto, che tutto quel che viene dal Ministero sia approvato, in principio e in contenuto, dal Ministro).

Ma adesso che sappiamo che non è stata la Fornero a chiudere quella risorsa web, cosa abbiamo concluso?
Sembra un po’ la vecchia storia del paziente in analisi che dopo dieci anni di cure trova la causa di tutti i suoi disagi: è caduto dal seggiolone da piccolo. Bene, adesso che sappiamo che siamo tutti caduti dal seggiolone e che questo ci ha arrecato un trauma COSA SI FA?? Perché bisognerà pur fare qualcosa per stare meglio, o vogliamo stare ancora a guardarci crescere le unghie dei piedi compiaciuti del fenomeno naturale che si espande lento ma inesorabile sotto i nostri occhi?

Perché il fatto che non sia stata la Fornero a dare quell’ordine non cancella un altro fatto gravissimo, anzi, due: che quell’ordine è stato dato (da qualcun altro, va bene) e che il sito è stato oscurato e che risulta ancora oscurato.

Cosa vuol dire, allora, “Mistero risolto”??

Non è stato risolto un bel nulla, perché non si sa quali fossero, in astratto, ma soprattutto in concreto, i contenuti non in linea con le direttive generali del Ministero, e per i quali è stato chiesto l’oscuramento di TUTTO il sito (è come aver chiesto il sequestro di un intero appartamente perché la moglie picchia il marito con il manico della scopa, invece di provvedere al sequestro del manico di scopa, appunto), e poco importa se l’oscuramento non sia stato completato per imperizia o volontà.

Non è stato risolto un bel nulla, perché resta indelebile ed evidente la circostanza per cui non è la magistratura a chiudere un sito, dichiarando implicitamente che certi materiali in esso contenuti sono illegali o potenzialmente offensivi per qualcuno, ma che è una persona di potere che dispone dei contenuti di un sito.

Ci fa piacere che la Masera abbia intervistato il Ministro Fornero al ritorno dei due giorni delle vacanze pasquali, facendo così un piccolo “scoop” sul caso. Ma è solo un decoro giornalistico, dal punto di vista strettamente fattuale non è cambiato niente, e il “Mistero risolto” non ci incita certo a occuparci di altre cose.

Tutt’al più ci sospinge a fidarci di quel che vediamo e, viceversa, di NON fidarci delle rassicurazioni di ministri, ministeri e giornalisti.

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Caso Parolisi: per “La Stampa” sono i nonni i tutori della “bomba”

E allora continuiamo a parlare di notizie vecchie che, ogni tanto, torno a tirar fuori.

La notizia, in realtà è una non-notizia, nel senso che il punto non è quello che scrisse, a suo tempo, il quotidiano on line “La Stampa” sugli incontri tra Salvatore Parolisi e la figlia permessi o non permessi dagli organi competenti e preposti.

Non voglio nemmeno entrare nel merito, perché quando ci sono di mezzo bambini che non hanno nessuna colpa (né della morte della madre, né della detenzione del padre, evidentemente) mi incazzo e quando mi incazzo o esplodo o implodo, e in questo caso implodo.

No, quello che mi interessa, in questo momento, è il COME viene presentata la notizia, o, meglio, la fretta che si ha di bruciare le tappe e arrivare prima degli altri, e che ti fa fare svarioni grossi come una casa.

Perché scrivere che i nonni materni sono i “tutori della bomba” (era “della bimba”, evidentemente) può solo voler dire che qualcuno è lì pagato per battere sulla tastiera più veloce degli altri perché in rete, sui numeri dei visitatori delle pagine web di un quotidiano, la notizia è questione di frazione di secondi.

Poi c’è qualcuno che si fa lo screenshot e ci fa una risatina su un blog. Ma loro continuano, continuano, continuano…

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