“Ho scritto gia’ una lettera al Governatore della Libia”

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Qualcuno ha deciso che l’Italia non si limiterà a fornire le basi logistiche per permettere a Francia e Inghilterra di andare a giocare ai soldatini in Libia. Anzi, il nostro Paese offrirà anche uomini e mezzi.

Napolitano che è a Torino a vedere "I Vespri Siciliani" di Verdi (un curiosissimo allestimento in cui l’invasore è vestito da nazista, in cui appaiono giornaliste in minigonna e microfono, e in cui si ricorda il dolore della vedova Schifani ai funerali del marito e della scorta di Giovanni Falcone) e si limita a dire "Ci aspettano decisioni difficili".

Non c’è stato un dibattito parlamentare, naturalmente. Il Parlamento è la sede naturale del confronto, e il confronto è democrazia. Solitamente la guerra ha ben poco a vedere con la democrazia. Se la sono giocata in commissione Esteri e Difesa del Senato. La Russa ha dichiarato, tra l’altro: "L’Italia ha una forte capacità di neutralizzare i radar di ipotetici avversari". Non si è ancora capito, con questa storia degli avversari ipotetici, se lui pensi che si tratti di un gioco di ruolo o chissà cos’altro.

Ci ha messo becco anche il PD, naturalmente, con D’Alema che ha colto l’occasione di esprimersi in maniera trasversale e allineata con la maggioranza. Del resto ha chiosato: "che si attivi un dispositivo di protezione della Nato, una rete di sicurezza indispensabile, perchè va bene la coalizione dei ‘willings’, ma la Nato è la Nato" (il massimo del constatazionismo!)

E siccome la Nato è la Nato, Gheddafi è Gheddafi, la Libia è la Libia e l’Italia è l’Italia, indirizziamo pure i nostri aeroplanini verso il paese di un signore un po’ boriosetto cui, fino a pochissimi mesi fa, abbiamo baciato l’anello, e che abbiamo invitato a calpestare la terra della gente d’Abruzzo che aveva in comune con lui solo le tende.

E allora spariamo a qualcuno, che ci prudono tanto le mani. La "Garibaldi" è già partita da Taranto. Ma anche questo è un particolare. Lo faremo passare per un revival della campagna di Libia, un sentimento misto tra nostalgico e post-moderno.

"E perché il sol dell’avvenire splenda ancora sulla terra/facciamo un po’ di largo con un’altra guerra!"

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Allenati per la vita! Segui i corsi di tiro e sopravvivenza organizzati da Scuola ed Esercito.

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Dài, tu…

Sì, proprio tu che non vuoi farti mancare nulla.

Tu che sei un giovane studente, potrai, grazie all’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia, d’intesa con il Comando Militare Esercito, partecipare a una serie di emozionanti incontri in cui potrai approfondore le tue conoscenze delle seguenti materie:

a) Diritto Costituzionale (max. 1 ora e mezza ad incontro, così impari di più e studi di meno…)
b) Cultura Militare
c) Mezzi dell’Esercito
d) Topografia ed orientamento
e) Difesa nucleare, batteriologica e chimica
f) Trasmissioni
g) Armi e tiro (con armi ad aria compressa)
h) BLS e primo soccorso
i) Superamento Ostacoli
l) Sopravvivenza in ambienti ostili

Pensa che bagaglio culturale potrai mettere da parte come credito formativo! Basta con le certificazioni linguistiche, lo studio della matematica, delle poesie a memoria e delle discipline noiose!

Vieni con noi nell’esercito, ti divertirai e potrai far sentire ancora di più che il bullismo nelle scuole è cosa malvagia, ma se impari a tirare con le armi direttamente dall’Esercito, allora sì che sei un ganzo.

E il bello è che questa non è una pubblicità progresso di quelle tipiche di valeriodistefano.com, no, è roba vera.

Scàrica il modulo di partecipazione in PDF. Come ci sei rimasto??

Rocco Carlomagno finto e Ignazio La Russa vero

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Sulla vocazione di buttafuori del Ministro La Russa ha scritto anche il quotidiano spagnolo "El País", con un occhiello dell’impareggiabile Miguel Mora (erede naturale di Juan Arias), corrispondente da Roma.

Mette l’accento sul fatto che il "giornalista" Rocco Carlomagno è falso.

Ma come, solo perché Carlomagno è falso c’era bisogno di metterlo tra le mani di La Russa, quello vero?

Ignazio La Russa accompagna gentilmente alla porta il giornalista freelance Rocco Carlomagno (noblesse oblige!)

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Rocco Carlomagno è un giornalista freelance, va bene, magari un po’ rompicoglioni, come è d’uopo essere quando si gestiscono iniziative "autoprodotte", ma stamattina era presente alla conferenza stampa di Berlusconi e ha avuto l’ardire di rivolgere una domanda non concordata al Presidente del Consiglio, già piuttosto nervoso di suo.

La Russa lo ha preso per il bavero e lo ha fatto cacciare dalla sede romana di, potenza degli ossimori, via dell’Umiltà.


Il problema davvero spinoso del governo e delle istituzioni che oggi ci rappresentano, dunque, non è tanto il voler far partecipare a tutti i costi la lista del PDL alle elezioni del Lazio con la Polverini di turno, ma quello di tacitare ogni voce di dissenso, ogni iniziativa che vada in direzione contraria, sia pure in maniera non ostinata.

Ci stanno riuscendo cercando di instillare nell’opinione pubblica, anche nella più libertaria, il veleno del seme della prepotenza, quello che non passa attraverso il confronto delle idee libero e aperto, ma che pretende di tappare la bocca all’interlocutore solo perché dice la verità.

E non mi si dica che non è già successo.

Morti sei italiani nella missione di guerra in Afghanistan

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Non provo più nessuna pietà umana per chi sceglie deliberatamente di partecipare a una missione di guerra come quella che coinvolge l’esercito italiano in Afghanistan.

Ho pietà per i bambini, gli uomini, le donne afghani costretti a vivere senza la possibilità di avere mezzi di sussistenza che, certamente, nessun blindato o nessun battaglione armato potrà mai portare loro.

Non mi interessa che questi militari vadano in una missione cosiddetta “di pace” perché altrimenti non saprei come definire la Croce Rossa, Emergency, Medecins sans Frontières che non vanno in giro con le armi ma portano ospedali, cibo, aiuto e assistenza.

Non ho voglia di vedere sfuilare in prima serata il dolore dei familiari delle vittime. Tra poco i telegiornali si appelleranno al pietismo e andranno a scavare nell’intimità di queste persone, di chi lascia una moglie, dei bambini (già, e chi lascia una madre? Un padre? Un fratello? E chi non lascia nessuno? Quelli non fanno notizia…) di chi magari doveva aspettare ancora pochissimi giorni prima di tornare in Italia.

Ci diranno che è stato un disegno del destino, e invece no, sono i disegni della guerra, la pace è un’altra cosa.

Non provo nessun senso di patriottica compartecipazione con La Russa che parla di “vigliacchi!” riferendosi agli attentatori, perché la vigliaccheria è quella dello stato italiano che manda i suoi soldati allo sbaraglio e con il miraggio di uno stipendio con migliaia di euro, perché finché arrivano i soldi la guerra non fa schifo a nessuno.

Non me ne importa dei minuti di raccoglimento alla Camera, perché a nessuno importa della popolazione civile afghana che muore o viene ferita quotidianamente.

Non me ne importa niente dei “Solenni funerali di Stato”, preferisco una ordinaria vita comune.

Chi se ne frega dei mezzi blindati distrutti, fossero state ambulanze sarebbe stato molto peggio.

Sono indifferente al senso di “sbigottimento” dei nostri parlamentari, per quale motivo sono sbigottiti? Non lo sanno che in guerra si muore? O forse sono sbigottiti perché lo sanno fin troppo bene…

La conferenza stampa del Ministro La Russa dopo l’attentato ai nostri soldati a Kabul from Valerio Di Stefano on Vimeo.

La guerra e’ uno sporco lavoro ma qualcuno dovra’ pure farla

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Si definiva "troppo di destra", nel suo account Facebook, Alessandro Di Lisio, e non vedo perché, adesso che non c’è più, non dovremmo credergli.

Ma il guaio è che è morto per nome e per conto di chi era, molto probabilmente, troppo più a destra di lui.



E’ morto perché chi va in Afghanistan viene pagato oltre 10.000 euro al mese dalle tasse dei cittadini italiani per andare in giro in scatolette della morte che continuano a definire "blindati".

Qualcuno dirà che è morto perché amava la pace e voleva la pace per i popoli dell’Afghanistan, e probabilmente dice il vero.

Personalmente penso che sia morto perché, semplicemente, non aveva ancora capito che la guerra, semplicemente, uccide. E che la cultura della morte non ha nulla a che vedere con quella della pace.

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