Matteo Camiciottoli e Roberto Calderoli (Lega) condannati per diffamazione

Nei giorni scorsi sono arrivati a sentenza di primo grado due processi per diffamazione di cui ho parlato altrove nel blog, quello a Matteo Camiciottoli, condannato a 20.000 euro di multa (pena sospesa a patto di risarcire 20.000 euro alla Boldrini, più cento euro per ciascuna delle associazioni costituitesi in giudizio entro un mese) per aver commentato sui social gli stupri avvenuti in spiaggia a Rimini nell’estate 2017 (aveva scritto che gli arrestati «dovevano essere mandati ai domiciliari a casa della Boldrini, magari le mettono il sorriso»). Oltre a questo è stato condannato a pagare le spese legali delle parti costituitesi civilmente (3.500 euro per la Boldrini, 1.980 euro per ognuna delle cinque associazioni) . Il Tribunale di Bergamo, inoltre, ha condannato a un anno e sei mesi Roberto Calderoli, per aver dato dell'”orango” al ministro Kyenge ( “Amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango” ). I fatti sono del luglio 2013, e Calderoli è stato indagato poco dopo. La sua condotta fu stigmatizzata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del Presidente del Consiglio Enrico Letta, dei Presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso, dell’ONU, del Vaticano e perfino di Famiglia Cristiana, che ormai è diventato il primo giornale dell’opposizione.
 Il 6 novembre 2013 la Procura della Repubblica di Bergamo ha chiesto il giudizio immediato nei confronti di Calderoli, «giustificata l’evidenza della prova». Nel 2015, la giunta per le immunità del Senato ha bocciato la relazione del senatore Crimì, dichiarando che l’espressione rivolta all’allora ministro per l’integrazione era l’espressione di un libero pensiero tutelata dal primo comma dell’articolo 68 della Costituzione. Successivamente la Corte Costituzionale ha accolto il ricorso del tribunale di Bergamo e dichiarato nulla la delibera di insindacabilità del Senato. Il processo è andato avanti ed è arrivato, dunque, alla condanna di due giorni fa.

Ora, come sempre, per carità, si tratta di condanne in primo grado e, finché non c’è una sentenza definitiva passata in giudicato Calderoli e Camiciottoli sono innocenti. Però intanto 2-0 e palla al centro.

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Berlusconi: l’ultimo grado di giudizio non c’è

E’ il giorno in cui la Giunta per le Elezioni comincia il suo lavoro per la inevitabile decadenza di Berlusconi dalla carica di Senatur.

L’esito è scontato, i tempi lo sono molto meno. C’è l’esigenza di dilazionare il più possibile la scansione temporale che separa Berlusconi dal distacco del contatto chiappa-scranno.

Nel frattempo si traccheggia. E il condannato in via definitivo ha proposto ricorso alla Corte Europea per i diritti dell’Uomo.

Che, sia detto per inciso, non è un ulteriore grado di giudizio. La sentenza è definitiva, quindi eseguibile. Non si tratta di vedere se la condanna sia ulteriormente rivedibile (non lo è più) ma se Berlusconi abbia diritto a qualche risarcimento da parte dello Stato Italiano per l’eventuale mancato rispetto della legge (che la Corte dovrà, appunto, valutare). Punto e basta. La Corte non può e non potrà mai dire se Berlusconi sia innocente e, nel caso, scagionarlo da ogni accusa. La gente si metta l’animo in pace.

Ilvo Diamanti de “la Repubblica” scrive un articolo sul tema. Lo sa benissimo che l’ultimo grado di giudizio non è la Giunta, notaia di se stessa e di una legge che deve solo applicare. Ma non possono essere nemmeno le elezioni. Dove Berlusconi arriverebbe non solo decaduto, ma addirittura ineleggibile. O per effetto delle decisioni della Giunta o per la definizione dell’interdizione dai pubblici uffici.

Nella Giunta siede anche Serenella Fucksia del Movimento 5 Stelle. Quella che difese il vice presidente del Senato Calderoli (“Ma cos’ha detto di così negativo? Io proprio non lo capisco”) quando disse che il Ministro Kyenge somigliava a un orango.

Qui si fa l’Italia e si muore.

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“Per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza” Gianluigi Piras si dimette dal PD

Il profilo Facebook di Gianluigi Piras

«Isinbayeva, per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza. Poi magari ci ripenso. Magari mi fraintendono».

Così Gianluigi Piras , presidente  del forum sardo del Partito Democratico sui diritti umani e consigliere comunale di Jerzu, in un intervento sul suo account Facebook riferito alle prese di posizione dell’atleta russa Isinbayeva che ha difeso le leggi russe contro l’ostentazione della propaganda gay, salvo poi prendere diversa posizione correggendo leggermente il tiro in una successiva conferenza stampa.

Non lo so che cavolo prende ai politici quando sono su Facebook e Twitter. Forse pensano di trovarsi in una sorta di zona franca, di non essere visti, di un ambiente telematico di libertà totale di auspicio allo stupro.

Fatto sta che dopo le frasi rivolte su Facebook dalla leghista Dolores Valandro al Ministro Cécile Kyenge che le sono costate, altre all’espulsione dal suo adorato partito, anche un anno di reclusione e tre anni di interdizione dai pubblici uffici, è il Partito Democratico a dover fare i conti con l’intemperanza verbale di un suo esponente che, a giudicare dalle premesse, non mi risulta possa avere una lunga vita politica.

Ha provato a chiarire («chiarirò quello che è evidentemente un grosso equivoco. E farò dovute comunicazioni. Per ora mi scuso per una frase che, a prescindere dalle mie motivazioni e dagli opportuni chiarimenti, prendo atto sia stata evidentemente recepita come violenta e inaudita», non si riesce a vedere che razza di equivoco possa essere contenuto nella frase “per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza”) e poche ore dopo si è dimesso («quando si sbaglia, in politica come nella vita, c’è sempre un prezzo da pagare.  A tal proposito e irrevocabilmente rassegno le dimissioni dai miei incarichi: la presidenza del forum regionale sui Diritti civili del Partito democratico della Sardegna, il Consiglio comunale di Jerzu, il coordinamento regionale di Anci giovane, il coordinamento provinciale di Prossima Italia, associazione che in questa fase sta sostenendo la candidatura di Giuseppe Civati alla segreteria del Pd»).

Alcune ore fa ha aggiunto “In questo momento e prima di tacere definitivamente e per parecchio tempo, oltre alla nota diramata, posso solo integrare che, dimissioni a parte, accetterò qualsiasi provvedimento di espulsione da parte del mio partito. Inoltre, qualora la nota non fosse sufficiente a recuperare il grave danno da me involontariamente inferto ai danni di tutte quelle donne che abbiano subito violenze e che, a leggere le mie parole, siano state toccate da ennesima violenza, intendo accettare qualsiasi iniziativa legale nei miei confronti al fine di pagare il giusto prezzo, se necessario, anche di fronte alla legge. E se proprio devo continuare a ricevere infiniti e giustificati insulti, chiedo solo che siano sinceri e sentiti e non provengano da altre motivazioni. Chiedo ancora scusa.”

Ora, se parla di “danno involontariamente inferto” la cosa è triplamente grave perché oltre a usare delle parole pesantissime non c’è neanche la consapevolezza della gravità e della degradazione dello stupro per una donna, che avrà anche espresso opinioni poco condivisibili, e io non le condivido per niente, ma che hanno visto Piras carnefice quando avrebbe potuto e dovuto sentirsi vittima assieme a tutto gli omosessuali che la nuova legge russa sull’omofobia mette al margine della società.
Intende “accettare qualsiasi iniziativa legale” nei suoi confronti. Benissimo, ma non è una cosa che gli fa onore, è il minimo, beninteso.
Vuole pagare il giusto prezzo “se necessario anche di fronte alla legge”. E certo, dove vuole pagarlo, se no? A me? Al suo Partito? Alla fruttivendola??

Non manca chi lo difende a spada tratta: “Piena solidarietà a Gianluigi Piras, la cui provocazione non è stata capita da molti e deliberatamente non voluta capire dai più. Capisco anche quella mentecatta della Isimbayeva, il cui sangue è tutto concentrato nella sua potente muscolatura e nulla nel suo piccolo cervellino…”

Insulti su insulti. Ironia della sorte, la foto dello sfondo dell’account Facebook di Piras è quella della Kyenge. 

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La Repubblica delle Banane

E’ troppo facile, e financo scontato essere solidali con il ministro Kyenge per l’atto di denigrazione sfociato nel lancio di banane sul palco su cui era invitata. Si sfondano delle porte aperte, è come scaldare l’acqua bollente.

Quello che non è scontato è pensare al perché il responsabile di questo gesto non sia stato individuato. Ma mica per essere arrestato o chissà cos’altro. Per essere identificato (nome e cognome) e perché l’opinione pubblica e le autorità sapessero chio è.

E come mai non è stato identificato? Perché in un incontro organizzato da un partito che si autodefinisce “democratico” non c’è stato nemmeno un poliziotto o un addetto alla sicurezza che sia stato in grado di individuare e fermare questo tipetto? Hai lanciato due banane su un palco, benissimo, hai offeso il ministro, adesso vediamo se il ministro intende sporgere querela, però INTANTO SAPPIAMO CHI SEI.

La solidarietà, quando si tratta di stato di diritto, a volte non basta.

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La senatrice Serenella Fucksia difende Calderoli

Scheda della Senatrice S. Fucksia (da www.senato.it)

Il caso degli oranghi non si ferma più. Tutti lo dànno per chiuso con le scuse formulate da Calderoli alla Kyenge.
Della serie “tutto si può dire, al limite si chiede scusa e finisce lì”.
Com’è semplice la vita per Lorsignori!

Invece non è chiuso. Ci si è messa anche la Senatrice Serenella Fucksia del Movimento 5 Stelle a difendere Calderoli.

“Ma cos’ha detto di così negativo? Io proprio non lo capisco” (mah, veda un po’ Lei, Senatrice. Evidentemente siamo arrivati a un punto talmente basso e degradato della percezione dell’offesa da non distinguere più la denigrazione dalla critica, anche pungente, pronunciata in un contesto politico);

“sono solo strumentalizzazioni”, “ci sono pregiudizi diffusi” (sarebbero? Considerare negativo il paragone di una ministro a un orango è un pregiudizio?? Una strumentalizzazione?? Potrebbe, il vicepresidente Calderoli, allora, non esporsi, evitando quello che la Senatrice Fucksia definisce strumentalizzazione e pregiudizio, e anche una figura meschina delle istituzioni italiane all’estero);

“Io credo che se qualcuno avesse definito Calderoli un maiale nessuno gli avrebbe dato del razzista” (ma forse qualche querela sarebbe partita perché la logica del colpirne uno per educarne cento la conoscono tutti, soprattutto negli ambienti di certa sinistra-bene);

“il miglior vice-presidente del Senato che ci sia. Quando è lui a presiederla, l’Aula funziona benissimo. I leghisti sono dei gran lavoratori” (Non è da mettere in dubbio che Calderoli come vice-presidente possa anche essere bravo. E’ da mettere in dubbio che una persona che pronuncia quelle parole possa continuare la sua funzione di garanzia istituzionale).

Non è questo il Movimento 5 Stelle che volevo. Spero che vengano presi dei seri provvedimenti. Se no la prossima volta non li voto.

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La terra degli oranghi

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Sul caso Calderoli-Kyenge sta succedendo l’inverosimile. E l’inverosimile è che nessuno chiama più le cose con il loro nome, limitandosi a un constatazionismo da paura.

L’ha paragonata a un orango. E poi ha detto: “Il mio è un giudizio estetico e non politico”. Cazzo, ma è un’aggravante, non un’attenuante. Vuol dire che non si è messo sul piano delle idee a criticare una persona nel merito di quello che dice ma ha fatto un paragone inqualificabile volendo dare un “giudizio estetico”. Ma paragonare estericamente una persona a un orango NON è un giudizio estetico, è un’offesa bella e buona.

Calderoli, del resto, aveva già detto che in fondo quella “battuta” (anche qui si noti il linguaggio fine e delicato) l’aveva fatta in un comizio. E quindi? Vuol dire forse che in un comizio una offesa cessa di essere offesa e diventa automaticamente battuta per il fatto di essere contemplata nell’alterco politico? Non mi pare proprio.

Letta, d’altra parte a pregato Maroni di intervenire, pena il caos. Ma non ho capito, perché Maroni? Letta non è forse il Presidente del Consiglio dei Ministri? Glielo dica lui a Calderoli, che oltretutto è anche vicepresidente del Senato. Ha proprio paura di chiederne le dimissioni, che deve far portare il suo pensiero al destinatario da qualcun altro?

Salvini, dal canto suo dice a Napolitano di tacere (che è meglio), perché lui si INDIGNA con la maiuscola con chi si indigna con la minuscola. Un ricorso stilistico niente mali per far vedere che c’è una indignazione di serie A (la sua) e una di serie B (quella del Presidente della Repubblica). Indignazione mangia indignazione e anche per Salvini quella di Calderoli è una battuta, eh, beh, ci mancherebbe altro.

Cappi di Forza Nuova a Pescara e l’assessore veneto Stival che dice che quello offeso è stato l’orango, completano la disgustosa e melmosa kermesse di rimpalli di responsabilità, precisazioni, scuse, atti formali e dispettucci vari. Del resto in Italia nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Ma nessuno ha mai pensato di dire che quelle parole non si cancellano con delle scuse formali, arrampicandosi sui rami di un ragionamento per affermare quello che non si può affermare, perché a pronunciarle, oltre che a un membro di un partito è anche ma SOPRATTUTTO il vicepresidente del Senato. C’è da chiedersi, al di là di ogni retorica spicciola e di ogni falsa solidarietà alla Kyenge (sui social network ne è apparsa molta, e sinceramente disgustosa almeno quanto le parole che hanno generato tutto questo cancan) se Calderoli non sia indegno di proseguire il suo mandato istituzionale non tanto e non solo perché ha paragonato un ministro della repubblica a un orango, ma anche e in particolare perché non può più fornire quella serenità e quell’affidabilità necessarie, assieme all’equilibrio indispensabili per presiedere una seduta. Pensate solo un attimo se la Kyenge dovesse riferire al Senato e fosse proprio Calderoli a presiedere.

Inutile, non lo vediamo. E stai a vedere che gli oranghi siamo noi!

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L’astrofica di Libero

Non mi preme tornare sulla morte di Margherita Hack, perché è una tragedia troppo grande da sopportare per le fragili gambine della cultura italiana, ma su come questo evento abbia dato il via a una serie di ripercussioni a livello di divulgazione della notizia da far veramente temere per l’informazione italiana.

Il quotidiano Libero, nella sua versione on line (e ormai lo sa tutto il web, ma pazienza, non è mia intenzione arrivare primo), ha intitolato “Scienziati: è morta Margherita Hack, icona dell’astrofica mondiale”. “Astrofica” e non “astrofisica”, dunque. Un refuso che ha creato una ilarità involontaria di effetto contrastivo rispetto alla notizia. Pazienza, la frittata era fatta.

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La spiegazione del quotidiano è stata piuttosto lacunosa, in verità. Quell’ultim’ora sarebbe stata ripresa dai Feed RSS dell’agenzia di stampa ADN Kronos, che avrebbe, a dire di Libero, commesso originariamente l’errore. Logico che se A scrive una cosa, anche B che copia da A riproduca integralmente l’errore.
A parte il fatto che qualsiasi documento che provenga da un Feed RSS può essere editato, ossia scritto, corretto, emendato, salvato e modificato, a parte questo, dicevo, la giustificazione di Libero sembra un po’ come quella di Pierino che si si vede affibbiare un 4 perché ha copiato il compito da Gigetto ed è stato Gigetto quello che ha sbagliato, lui ha copiato solo, quindi a Gigetto spetta il 4 mentre Pierino prende 8 perché l’errore non era suo. Già, però ha fatto l’errore di copiare senza guardare quello che copiava. Ancora oggi la pagina è in linea immodificata.

Un rimando alla notizia riporta “Muore Margherita Hack, la lady delle stelle”, con tag che riportano al refuso e ad altri argomenti correlati. Meno male, “l’astrofica delle stelle” sarebbe stato un po’ indelicato.

Ma c’è di più. Sulla notizia riguardante la morte della Hack c’era un sondaggio che riguardava lo stato d’animo dei lettori. Una trentina di clic erano di lettori che si autodichiaravano “allegri”.

Essere “allegri” per la morte di un personaggio della levatura della Hack è come essere felici per la morte di Nelson Mandela! Ma, si sa, la persona di colore fa paura, e il ministro Kyenge, colpevole, agli occhi di Libero, di voler eliminare il reato di clandestinità, non fa eccezione. Già, ma perché non se ne va via?

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