Dalla Turchia con livore

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A seguito del mio articolo sull’oscuramento di Twitter in Turchia, mi sono arrivati commenti pubblici e mail private di un signore italiano che vive lì. E che ha cercato notizie su Kati Hirschem. Lo rassicuro, è un personaggio letterario.

Definisce il mio articolo “ridicolo e superficiale“. E fin qui è un suo diritto, non è certo questa la sede adatta per discuterne.

Mi segnala, inoltre, di non vedere “in esso nessuna analisi o conoscenza dei reali accadimenti qui in Turchia” e mi fa notare che mentre io me ne sto al calduccio nella placida democrazia italiana che mi permette qualunque libertà di espressione, in Turchia alcuni giornalisti languono nelle galere del Paese senza neanche un processo sommario (l’espressione che ha usato è, letteralmente, “senza processo“, quindi si intende “senza NESSUN tipo di processo” neanche quello sommario alla Ceausescu, per intenderci).

Partiamo da una premessa necessaria e indispensabile: Twitter, Facebook, YouTube e anche Wikipedia NON sono risorse democratiche della rete.
Appartengono a dei gruppi di interesse che vi versano fior di quattrini (o, in altri casi, li fanno versare dai donatori) e, quindi, il loro contenuto può essere censurato, elaborato, oscurato o mantenuto secondo i parametri che questi gruppi di interesse stabiliscono volta per volta per il loro esclusivo e personale tornaconto.
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La Turchia oscura Twitter. E chi se ne frega?

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La non-notizia, stavolta, è il blocco notturno di Twitter da parte della Turchia.

E’ un’operazione pienamente legittima. Quindi, non dovrebbe costituire un tema di discussione, nè occupare i primi posti dei siti on line dei quotidiani italiani e stranieri.

Ho detto che è un’operazione legittima, non un’operazione condivisibile nel contenuto. Ma se uno Stato sovrano (e la Turchia lo è!) decide che in quello stato Twitter non entra, Twitter non entra. Punto. E’ finito il discorso.

E’ un “colpo di mano”? Forse. E’ una limitazione alla libertà di espressione dei cittadini? Certamente, almeno dal punto di vista formale (non mi sembra siano state oscurate le piattaforme blog, la possibilità di scambiarsi e-mail, i siti di informazione principali).
Ma lo possono fare. Esattamente come in Italia la magistratura oscura quotidianamente siti o parti di siti per diffamazione, pornografia, violazione del diritto d’autore. Che sono, per certi versi, forme di libera espressione. Che nel nostro ordinamento ricadono nella fattispecie di “reato” ma sempre espressione sono.
Oppure diciamo pure tranquillamente che la “libera espressione” è ciò che ci piace.

L’URSS ha “bannato” per decenni le trasmissioni radio dall’Ovest e ci lamentiamo di una mezza nottata di Twitter in Turchia.

Erdogan ha detto: “Estirperemo i social”. Frase forte? E sia pure. E chissà che non sia un male. Twitter è pur sempre pieno di persone che litigano, che se ne dicono di tutti i colori, assieme a Facebook è la terra di nessuno della diffamazione, del litigio, di incompetenti arrivisti o arrivisti incompetenti e anche di una generosa manciata di zoccole. Se loro non lo vogliono amen.
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