Paura di volare

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Per carità, io non è che abbia niente contro il successo del trio “Il Volo” a Sanremo. Ognuno -diceva Andy Warhol– ha pur diritto al suo sacrosanto quarto d’ora di celebrità. E poi noi italiani abbiamo così tanto bisogno di rifugiarci nel “bel canto” che, detta così, è un’espressione che vuol dire tutto e non vuol dire nulla. Abbiamo un bisogno atavico di tuffarci negli stilemi e negli stereotipi della mamma (la mamma è uno sola o la mamma è una sòla? Fatto sta che solo per lei la nostra canzone vola) della pizza, di Napule, d”o sole (che sta sempre in fronte a te), d”o mare e d”o mandolino, di Maria (quanto suonno aggio perso pe’ ‘tte!!) e dell’ammore (un amore così grande, un amore così, appunto. Dunque che male c’è se a soddisfare questo nostro bisogno sono tre giovani tenori (sia pure con qualche accenno di note da baritono) di diciassette anni allevati nella culla del salotto ugualmente nazional popolare della Clerici? Nessuno, naturalmente, purché si sappia (e lo si sappia bene) che il nostro claudiovillismo non ci porterà da nessuna parte. Il mondo cambia e noi siamo sempre lì a baloccarci con le mattinate di Leoncavallo, quasi dovessimo indossarla noi quella veste bianca e schiuder l’uscio al candor e a tutte le rime in cuor, amor, ardor e via trocheggiando. E i ragazzi del volo cantano. Oltretutto, voglio dire, guadagnano anche dei bei soldini che schifo non hanno mai fatto a nessuno, girano il mondo, firmano autografi, la gente li riconosce per strada, hanno fatto delle sessioni con musicisti di livello indubbiamente più alto del loro. Il modello è quello dei tre tenori classici: Domingo, Carreras e Pavarotti. Lo dimostra il repertorio: si va da Maria (I’ll never stop saying Maria) a Granada (Manola cantada en coplas preciosas), dalla già citata “‘O sole mio” a “Torna a Surriento” fino a quella “No puede ser”, tratta da una zarzuela spagnola che si chiamava “La tabernera del Puerto” (a volte una laurea in spagnolo fa la sua sporca figura) musicata da Pablo Sorozábal (zanzàn!) che nessuno avrebbe mai ricordato se non fosse stato Plácido Domingo a riproporla assieme ai suoi due compagni di ventura. Fin qui, voglio dire, nulla di male, ognuno è libero di ascoltarli, non ascoltarli, comprare i loro dischi oppure lasciarli lì dove sono. Però mi viene da pensare ai loro studi interrotti per andare in tournée (ne fecero cenno loro stessi in uno special televisivo trasmesso alcuni lunedì or sono da RaiDue) per studiare canto (spero almeno che abbiano una specializzazione conseguita al Conservatorio), per tutto questo gorgheggiare, per avere una pagina su Wikipedia (eh, volete mettere, quelle son soddisfazioni, ma non è colpa loro!), per fare quello che loro chiamano “pop lirico”. Sarà anche vero che con quel genere si trastullò prima di loro Andrea Bocelli, ma è vero altrettanto che la storia di Sanremo è piena di meteore che arrivarono ad incidere il brano del momento, a restarvi aggrappate finché reggeva e a scomparire subito dopo. I Jalisse, per esempio, ma anche Tiziana Rivale, Mino Vergnaghi, Gilda Giuliani, giusto per citarne qualcuno solo tra chi ha vinto. Boh, facciano un po’ quel che gli pare, ma io non voglio più correre il rischio di accendere la radio e sentir cantare “Binarioooooooo“. Ecco, sono come Erica Jong: ho paura di volare.

Luca era gay. E Sanremo era bello

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Una volta Sanremo era proprio bello.

Il primo che io ricordi fu quello del 1968, vinto da Sergio Endrigo con una strepitosa "Canzone per te", che, da bambino, non so perché, ero convinto si intitolasse "La mia mano" (che razza di titolo è "La mia mano"?) probabilmente perché c’è un punto della canzone che fa "chissà se finirà/se un nuovo sogno la mia mano prenderà…", e mi rimase impressa così. Ancora oggi è una delle canzoni italiane che preferisco.

Me le ricordo ancora le canzoni dei Sanremo di una volta, rivedo ancora la povera Marisa Sannia che cantava "Casa bianca" di Don Backy, mi sembra ieri che José Feliciano commuoveva l’Italia degli anni ’70 con un paese sulla collina paragonato a un vecchio addormentato.

L’anno in cui sono nato vinse "Non ho l’età", e Mike Bongiorno che presentava si congratulò con "la signorina Gigliola Cinquetti".

Ieri hanno fatto vincere un pirlotto di Mediaset che per l’occasione è stato premiato da Maria De Filippi (e chi se no?), il marito di Costanzo, così tanto per far vedere che il berlusconismo impera anche in RAI.

Sanremo è stato fazioso ma non ingiusto. Il secondo posto, giustamente, è andato a Povia che ha cantato "Luca era gay", canzone indubbiamente di squisita fattura, ottimo gusto, realizzata con singolare capacità argomentativa, metricamente ineccepibile, cantata insieme a una signorina composta e soprattutto senza offendere nessuno. Chiaro che una canzone del genere non poteva che prendersi il Premio della Critica e i battimani dell’intellettualismo italiano.

Ridateci i Jalisse!