La vittoria dell’Italia ai Campionati Europei 2020: un sogno che morirà all’alba

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Non so se voi ve ne siete accorti ma pare, dice, si mormora, che la Nazionale italiana di Mancini abbia vinto il campionato europeo di calcio.

E’ una cosa di cui si sta parlando molto in giro, ma non capisco ancora se possa essere una fake news. Ma pare proprio che “abbiamo vinto”, sì, perché quando si tratta di salire sul carro dei vincitori non sono LORO a vincere, ma TUTTI gli italiani. Anche quelli che non hanno fatto un cazzo di nulla e che se ne sono stati in panciolle sul divano a ingozzarsi di una familiare di Peroni gelata, come Fantozzi, a tifare in modo scomposto e indiavolato, in canottiera e mutande, grattandosi le palle tutta la sera.

Perché siamo bravi, noi italiani, a fare delle facile retorica di quart’ordine. Ci godiamo come dei maiali nel fango a dire che “abbiamo” vinto nonostante il tifo avverso, nonostante ci abbiano freddati con un gol al secondo minuto, nonostante ci abbiano fischiato l’inno nazionale (sacrilegio!) e nonostante la partita sia andata a finire alla lotteria dei rigori perché le due squadre ai tempi supplementari hanno dato una prestazione non proprio degna del calcio europeo.

I nostri “eroi”, tanto per dirne una, si sono assicurati, in qualità di vincitori, senza se e senza ma, un premio extra stipendio di ben 250.000 euro, per aver portato a termine il campionato. Tutti, nessuno escluso. Da Donnarumma che ha fatto il miracolo ma non si era nemmeno accorto di avere vinto, a Jorginho che si è fatto parare un rigore che anche mia figlia che ha 5 anni avrebbe saputo intercettare, fino ad arrivare alla panchina, dove c’era gente che in tutto l’europeo non ha toccato palla nemmeno per un minuto e non ha fatto nemmeno un esercizio di riscaldamento.

Ma noi italiani siamo fatti così, ci piace vincere facile, con la logica roboante del sacrificio, dell’ardore, dello spirito di squadra, della purezza d’animo dello sport (facile essere dei “puri” con la prospettiva di 250.000 euro in tasca!), con lo spirito di gruppo, con l’uno per tutti tutti per uno, e sempre, sempre con questa lungagnata del “siamo i più forti”. Siamo i più pirla, perché i festeggiamenti per la vittoria hanno portato a assembramenti pazzeschi, in piena recrudescenza di un virus, che con la sua variante Delta ci farà vedere i sorci verdi, ecco cosa siamo. Ci siamo illusi (povere anime candide!) che fosse più importante parlare del fatto che i giocatori dell’Inghilterra si siano sfilati la medaglia di secondi classificati (ingrati!) piuttosto che del fatto che migliaia di coglioni senza mascherina, mezzi ‘mbriaghi, si sono riversati per le strade delle città italiane e inglesi, aumentando esponenzialmente il rischio di contagio. Lo dice l’OMS, non lo dico io. Ma sì, tanto il Covid 19 è un ricordo puro e semplice, no? Tanto siamo campioni d’Europa, cosa vuoi che ce ne freghi a noi se tra 15 giorni aumentano i contagi, le terapie intensive, i morti. L’essenziale è aver inseguito un gol sotto il cielo di una estate italiana, aver battuto la perfida Albione, aver assistito alla sfilata dei campioni per le vie di Roma, col pullman scoperto e la gente che lo tempestava di pedate come se non ci fosse un domani (perché siamo italiani e bisogna sempre farsi riconoscere).

L’incubo non c’è più, è stato sostituito dal sogno. Ma all’alba ci risveglieremo, e allora mihi videtur cazza cacanda esse!

Paola Regeni in sciopero della fame tra l’indifferenza generale

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E’ assolutamente scandaloso che l’iniziativa di Paola Regeni, la madre di Giulio, il ricercatore friulano barbaramente trucidato in Egitto, di entrare in sciopero della fame per protestare contro l’arresto di Amal Fathy, sia caduta nella più bieca indifferenza generale.

Dopo che era stata annunciata, e dopo che aveva raccolto un generale plauso, le agenzie di stampa e i siti web dei quotidiani nazionali hanno smesso di occuparsene, preferendo, evidentemente, i curricula vitae un po’ gonfiatini del Presidente del Consiglio incaricato Conte, che sembravano costituire la notizia del giorno in quel preciso momento in cui tutta l’informazione sembrava virata sugli stessi argomenti.

Uno sciopero della fame è una cosa seria e grave. E’ una delle pochissime forme di protesta veramente efficaci che io conosca. Pacifica, nonviolenta, ma nello stesso tempo ferma e determinata. Il soggetto che lo mette in atto è senziente, vivente e nello stesso tempo morente un po’ per giorno davanti all’ingiustizia.

E’ c’è bisogno di donne così in Italia. E proprio perché c’è bisogno di donne così che non ne parla nessuno. Ha avuto più risalto sui giornali la notizia dell’esclusione di Eleonora Brigliadori da Pechino Express per le esternazioni sul cancro della Toffa che questo sciopero della fame per la solidarietà e la verità che, da quello che ho sentito, si può fare a staffetta e potrebbe coinvolgere, quindi, più di una coscienza civile.

Con la morte della madre di Ilaria Alpi, che se n’è andata senza la verità sull’omicidio della figlia, l’unica madre coraggio rimasta ancora a lottare (e chissà quanta verità le verrà ancora negata!) è la mamma di Giulio Regeni.

Per favore, facciamo qualcosa affinché la sua protesta e il valore della sua lotta quotidiani non vadano sprecati.

Maurizio Santangelo sottosegretario del cambiamento

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Maurizio Santangelo, senatore del Movimento 5 Stelle, nel dicembre 2015 ebbe a scrivere (e poi a rimuovere) su Twitter, che con “un po” (testuale, senza apostrofo) di impegno in più, l’Etna risolverebbe tanti problemi dell’Italia.

Oggi il senatore Santangelo è stato indicato tra i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio con delega ai rapporti con il Parlamento (alcune fonti su Internet riferiscono che la delega sia all’editoria, io mi baso su quanto dichiarato dall’interessato).

E’ il cambiamento che avanza, bellezze…

Michela Murgia scambia un verbo per una congiunzione

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Michela “Kelledda” Murgia è una scrittrice eccellente e teologa raffinata. Confesso di essermi letteralmente scompisciato dalle risate leggendo “Il mondo deve sapere” (per le edizioni ISBN che fanno libri molto belli, dàtemi retta, se lo trovate su Amazon compratelo!) e di avere amato moltissimo il suo superbo “Accabadora”. Ho affrontato con dedizione il suo “Ave Mary” di cui confesso di non aver capito un accidente. La seguo su Twitter e mi piace leggere i suoi articoli sulla stampa nazionale. Insomma, la Murgia è una di quelle persone di cui l’Italia dovrebbe andare orgogliosa se avesse più a cuore i suoi artisti.

Però anche lei è caduta nelle maglie dell’errore banale ma sostanziale, iniziando questo tweet con una “e” maiuscola accentata al posto della “e” maiuscola semplice, sostituendo una congiunzione (anche se non si dovrebbero iniziare i discorsi con “e…”, mi diceva la mia maestra delle elementari, la Quaglierini, Dio l’abbia in gloria) con un verbo. Probabilmente si tratta di un errore generato dall’uso un po’ troppo disinvolto della tastiera dello smartphone, considerato che la “e” maiuscola è accentata e che il carattere corrispondente è facilmente raggiungibile in quell’ambiente di scrittura, mentre non è direttamente digitabile sulla tastiera del PC domestico. E’ un errore che probabilmente dipende dal sostrato della lingua sarda, di cui la Murgia è figlia giustamente orgogliosa, che non distingue le vocali aperte da quelle chiuse.

Nulla di che, dunque. Solo che è bello correggere Michela Murgia su queste piccole cose.

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Checkpoint Charlie

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Comunque sia, l’autorizzazione a staccare la spina al piccolo Charlie è arrivata.

Istintivamente mi viene da rifiutare la logica perversa di una ragione di Stato (o di Stati) che stabilisce con una sentenza la morte di una persona che non può difendersi. Ed è uno di quei casi in cui l’istinto, l’animalità, la rabbia vincono sulla ragione, e qualsiasi cosa la ragione dica o affermi, restano lì a dimostrarti che loro ci sono, che tu ci sei, e che questa cosa proprio no, non ti va giù.

In Europa chi vuol morire per mettere fine coscientemente alle proprie irreversibili e indicibili sofferenze deve emigrare in Svizzera (cioè fuori dall’Unione), e chi vuole che il proprio figlio minore continui a vivere, sia pure attaccato a delle macchine, si vede sbattere la porta in faccia.

E, probabilmente, in Italia una cosa del genere non sarebbe mai accaduta. E non solo perché siamo (ed è vero) una nazione di bigotti, molto affezionata alla presenza del Papa sul proprio territorio, per cui affiliamo tutti quanti il nostro Facebook per scrivere commossi, nel momento in cui Charlie morirà (perché morirà, quasto è certo) per scrivere “Addio, eri un angelo, proteggici da lassù” (fa tanto nazional-popopolar-chic una cosa del genere!), no, non sarebbe mai successa perché abbiamo un diritto che continua a garantire alla volontà dei genitori di un minore un valore superiore, in mancanza di chiare leggi sul tema. Perché, se non ve lo siete ancora dimenticati, nel caso di un minore sono i genitori che decidono. Sempre. O che dovrebbero sempre decidere (stiamo anche noi andando alla deriva con uno stato che impone dodici vaccinazioni obbligatorie e una Costituzione che continua a stabilire che siamo padroni di accettare o rifiutare qualsiasi tipo di terapia). Punto. E se i genitori di Charlie se la sentono di accudire il bambino, tenerlo con loro vita natural durante (sottolineo “natural”, quella vita legata alle condizioni normali di vita, garantite magari anche da macchinari), se pensano che quella vita è vita e vale la pena comunque di essere vissuta, non si vede perché non debbano veder riconosciuta la loro volontà, che è quella di genitori di un minore che per età e per condizioni non può determinarsi autonomamente.

Di più: Charlie è un “checkpoint”, un punto di controllo per le nostre coscienze, chiamate a uscire dallo stato sonnacchioso e quasi comatoso della quotidianità, e a dare una risposta a una Unione Europea che non accetta stati che abbiano in vigore la pena di morte ma poi stabilisce il dovere di morire e non il diritto alla vita. Che esiste, è vero, autentico, e disponibile per tutti.

Aspetto cordialmente i vostri sputi. Sian benedetti.

Grida “Erdogan è un ladro!” Viene condannata a undici mesi di carcere

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Elifhan Kose, docente universitaria turca, ha gridato, durante una manifestazione, lo slogan “Erdogan ladro”. Per questo è stata condannata a undici mesi di reclusione.

In Italia vari quotidiani, tra cui La Stampa di Torino, si sono profondamente indignati per questa sproporzione tra il fatto commesso e la pena comminata. Dimenticando che in Italia lo stesso fatto avrebbe potuto essere punito ben più gravemente: chiunque nel territorio dello Stato offende l’onore o il prestigio del Capo di uno Stato estero è punito con la reclusione da uno a tre anni (art. 297 c.p.). Voi mi direte: “Ma è stato abrogato nel 1999!” Vero. Però per diffamazione si rischia lo stesso un massimo di tre anni di reclusione,  sicché c’è poco da scaldarsi, la Turchia è un paese molto più libero e tollerante del nostro.

Ebola Day

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E’ tutto pronto, non manca proprio nulla. Qualche poveraccio morto in condizioni igieniche e sanitarie precarie, un morbo per cui non si conosce vaccino, telecamere, giornalisti quanto basta.

E’ lo spettacolo del terrore che inizia, basta accendere la TV. Era già successo con l’AIDS negli anni 80, la malattia dell’edonismo reaganiano, ed è continuato con l’influenza aviaria, per cui tutti a guardare le anatre che migravano in cielo, con la speranza che non ci cagassero proprio sugli occhi.

Ogni dieci anni qualcuno si ricorda che c’è da smaltire quella fornitura di farmaci antivirali stoccati da qualche parte. Oppure che la gente ha una paura fottuta di morire, ça dépend. E facendo leva su questa paura da una parte, e sull’ignoranza dall’altra si realizza ogni giorno un film dell’orrore, di quelli dozzinali, che avevano titolo tipo “L’ultima notte nella tredicesima casa”, “I morti viventi vincono ancora” o “Non bussate alla mia finestra”. Quelli in cui lo vedevi lontano un miglio che c’era il trucco, e anche fatto male.

L’ebola non è altro che questo. In Spagna, dove una infermiera sta morendo, non si parla d’altro. Siti web e quotidiani sono letteralmente pieni dell’argomento “ebola”. La gente non sa più che fare o che dire. Hanno anche assassinato il suo cane per la psicosi che fosse portatore di malattia, bastardi. Rajoy ha già dichiarato che più di questo non si è in grado di fare (dopo il cane potrebbe provare a sparare a un rinoceronte per vedere di nascosto l’effetto che fa, soprattutto se lo prendi di striscio) ed è subito caos mentale.

Noi in Italia ci salviamo perché nessun contagiato ha (ancora) toccato il nostro suolo. E’ accaduto in Spagna, dunque è una cosa che riguarda loro. Siamo talmente imbecilli da credere che un virus, nel propagarsi, osservi strettamente i confini della cartina geografica, senza pensare che viviamo in un’Europa in cui c’è libera circolazione di persone e merci, dunque anche dei virus.

Ma durerà poco. Soprattutto se i giornali non avranno altri argomenti da proporre ai lettori.

2-1 = 40,8%

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Particolare da una foto di repubblica.it

Che, voglio dire, se avessimo tanti attenzione e amore per la Nazione quanti ne abbiamo per la Nazionale ci renderemmo conto tutti perfettamente di un paio di errorini tattici che quell’omino che ci governa ha commesso nel vano tentativo di farci credere di essere in vantaggio sugli avversari.

Il primo è il pensare o, peggio, il crederci sul serio, che la sua adorabile persona è legittimata a governare dal 40,8% dei voti. Il che è vero, ma solo per quello che riguarda i voti espressi, cioè ammesso che si faccia miracolosamente sparire la percentuale di persone che, per motivi i più disparati, non è andata a votare (tra cui io). Perché bisogna/bisognerebbe fare in modo di non far credere che il 40,8% dei voti validi corrispondano al 40,8% del paese. Perché questa è una plateale menzogna. Così come è una menzogna pensare che siccome abbiamo battuto l’Inghilterra 2-1 arriveremo in finale con il Brasile, sarà dura ma ce la possiamo fare e allora la notte magica del Maracanà sarà nostra e potremo andarcene in giro a strombazzare i clacson delle auto per rompere i coglioni a chi vuol dormire.

Ma torniamo al 40,8% dei voti. E’ vero, il PD li ha presi (il partito, dunque, non il suo capo personalmente di persona), ma li ha presi alle elezioni europee. E, fino a prova contraria, per quanto riguarda gli affari interni all’Italia (cioè quelli di cui il governo da Egli presieduto si occupa) si continua a fare riferimento sulla maggioranza presente nel Parlamento Italiano. Che NON vede il PD al 40,8 e partita chiusa.

Ci salverà Super Mario. Che era un giochino elettronico per il Commodore 64 che andava di moda tanti anni fa, e chi ha il registratore a cassetta invece del drive aspetterà un po’ di più per essere della partita e smanettare col joystick. Poi qualcuno spegnerà pietosamente la luce.

PS: Il titolo del post è tratto da un’idea di Rosa Polacco via Twitter.

L’Instituto Cervantes censura la presentazione di un libro sulla mafia

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Íñigo Domínguez è un giornalista e scrittore che lavora al quotidiano “El Correo” come corrispondente da Roma.

L’Instituto Cervantes è l’organismo di diffusione di lingua e cultura spagnola più accreditato nel mondo.

Íñigo Domínguez ha pubblicato un bel libro intitolato “Crónicas de la mafia” che ripercorre storicamente tutte le tappe del fenomeno mafioso dall’ottocento ai giorni nostri. E’ un libro scritto con attenzione, scrupolo e verità. E’ stato presentato a Madrid, Barcellona, Oviedo e Santander e ha venduto oltre 5000 copie.

L’ultimo capitolo è dedicato a Berlusconi e ai suoi rapporti con Marcello Dell’Utri e Cosa Nostra.

E’ stata organizzata una presentazione del libro a beneficio degli spagnoli che vivono a Roma, ma l’Instituto Cervantes fa un passo indietro. La presentazione non si fa più. Il saggio di Íñigo Domínguez è scomodo, rischia di compromettere i rapporti con l’Italia (la verità compromette i rapporti?). L’ambasciata spagnola a Roma dichiara che  “L’Istituto Cervantes deve fare promozione culturale. Un libro sulla mafia è controverso, scomodo e il Cervantes non deve entrare in certi argomenti. E’ come se l’Alliance Française (Istituto di cultura francese ndr) presentasse a Madrid un libro sull’Eta scritto in francese da un giornalista francese” (fonte: il Fatto Quotidiano).

L’Instituto Cervantes che applica la censura nei confronti di un’opera più che dignitosa non può portare nella sua denominazione il cognome dell’autore del Chisciotte, faro di letteratura universale. La censura non è e non può essere patrimonio comune e universale da associare all’opera del Sommo. E anche gli spagnoli hanno il diritto di sapere che cos’è la mafia.

La Corte Costituzionale boccia la Porchetta

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Se ne devono andare tutti, subito.
Sì, compresi quelli del Movimento 5 Stelle.

Il Porcellum è incostituzionale. Quindi i parlamentari che siedono in Parlamento sono delegittimati perché il premio di maggioranza e l’impossibilità di esprimere la preferenza li sfiducia incontrovertibilmente.

La nuova legge elettorale non può essere stesa, discussa e approvata da una manica di nominati incostituzionali.

Per il resto lasciatemi sognare.

Gratias agimus tibi

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Dunque, si parla ancora di grazia.

La nota che il Quirinale ha diffuso ieri, contenete la presa di posizione di Napolitano di fronte a un possibile provvedimento di clemenza nei confronti della sentenza passata in giudicato per Silvio Berlusconi, pur redatta in forma ineccepibile, si presta a una serie di interpretazioni possibili.

I punti sono:

a) Per concedere la grazia o la commutazione della pena c’è bisogno di una domanda. Il Presidente può concederla anche di sua iniziativa, ma prassi e giurisprudenza gli impongono prudenza (“E negli ultimi anni, nel considerare, accogliere o lasciar cadere sollecitazioni per provvedimenti di grazia, si è sempre ritenuta essenziale la presentazione di una domanda quale prevista dal già citato articolo del c.p.p.”). Quindi, quanto meno che Berlusconi firmi una domandina in cui riconosce la sentenza e la pena inflittagli;

b) Il Governo Letta non si tocca (“Fatale sarebbe invece una crisi del governo faticosamente formatosi da poco più di 100 giorni; il ricadere del paese nell’instabilità e nell’incertezza ci impedirebbe di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa economica finalmente delineatesi, peraltro in un contesto nazionale ed europeo tuttora critico e complesso. Ho perciò apprezzato vivamente la riaffermazione – da parte di tutte le forze di maggioranza – del sostegno al governo Letta e al suo programma, al di là di polemiche politiche a volte sterili e dannose, e di divergenze specifiche peraltro superabili.”)

c) Berlusconi può continuare ad essere leader di una formazione politica (“toccherà a Silvio Berlusconi e al suo partito decidere circa l’ulteriore svolgimento – nei modi che risulteranno legittimamente possibili – della funzione di guida finora a lui attribuita, preminente per tutti dovrà essere la considerazione della prospettiva di cui l’Italia ha bisogno”).

d) Niente elezioni anticipate (“Non mi nascondo, naturalmente, i rischi che possono nascere dalle tensioni politiche insorte a seguito della sentenza definitiva di condanna pronunciata dalla Corte di Cassazione nei confronti di Silvio Berlusconi. Mi riferisco, in particolare, alla tendenza ad agitare, in contrapposizione a quella sentenza, ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle Camere.“)

In fondo non è nulla di così inaccettabile, su. Che, poi, la grazia potrebbe venire richiesta o eventualmente concessa anche in assenza di esecuzione della pena è un’anomalia del tutto italiana. E probabilmente un’altra puntata della serie. Stay tuned.

Ridateci Miss Italia. Subito.

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(cliccare sull'immagine per ingrandirla)

Dunque è deciso, la RAI non trasmetterà l’edizione di quest’anno di Miss Italia.

Oh, poco male, voglio dire, credo proprio che riusciremo a sopravvivere. Il punto è che questa scelta (ammesso che propriamente di scelta si sia trattato, e non di una necessità di ordine economico come io sono più propenso a credere) viene fatta passare come una mossa per la moralizzazione del Paese e per il ripristino della dignità della donna, finalmente liberata dal modello televisivo degradante che la riduce a semplice oggetto di desiderio, mentre invece le nostre ragazze hanno ben altre doti che meritano di essere valorizzate in altro modo. Oh!

Dunque, il movimento femminista, la cultura femminile (diffidare da quelli che dicono “al femminile”, come “al pistacchio” o “alla stracciatella”), decenni e decenni di lotte, io sono mia, l’utero è mio, l’aborto, l’autodeterminazione della donna, tutto questo ha prodotto il grandissimo risultato che il concorso di Miss Italia si svolgerà regolarmente, solo che la RAI non lo trasmetterà (eh sì, dobbiamo gradatamente disabituarci a guardare Frizzi, mettetevelo in testa!)

Coloro che cercano la loro dose quotidiana di velinismo con seni e gambe più o meno svestiti stiano comunque tranquilli, la RAI continuerà a trasmettere tonnellate di paccottiglia in cui appariranno ragazze belle e ben fornite di tutti gli accessori che sono disposte a mettere in prima serata pur di far parte del mondo dell’immagine e dell’immaginario. Vallette, soubrettine, letterine, ballerine contorneranno quiz e spettacoli, qualche casalinga madre di famiglia disposta anche lei ad avere il suo quarto d’ora di popolarità garantito da Andy Warhol e rischiare di guadagnare una cifra favolosa, così i suoi a casa la guardano non mancherà di sicuro.

E saluto la mia mamma che mi segue, ciao mamma, complimenti per la trasmissione.

No, rivogliamo decisamente Miss Italia.

Lo vedi ecco Marini

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Sembra proprio che Franco Marini abbia la strada spianata verso il colle.
Non ho nulla contro Marini Presidente della Repubblica. Ma non ho neanche qualcosa a suo favore.
È/sarebbe l’espressione della casta, quella stessa che si mette d’accordo su un nome per fare lo sgambetto a Rodotà. Non in quanto Rodotà ma in quanto espressione di una forza politica avversa e frutto di un gradimento dal basso.
Pare che sia sgradito a Renzi. Poco male per Marini perché Renzi non è un grande elettore.
Così, lentamente ma inesorabilmente, ci trascineremo dietro la vecchia politica, instancabili nel non voler vedere il bene del Paese.

Laura Boldrini: “Non immaginavo questa povertà in Italia”

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Questa Signora dall’aria mite e dai modi edulcorati, per volere del neo-eletto Parlamento, e in particolare del PD, Presidente della Camera dei Deputati, durante una conferenza stampa a Civitanova Marche, in occasione dei funerali delle tre vittime della strage di stato, suicide non per la crisi economica che ha strangolato i loro conti in banca, ma per la politica che ha strangolato le loro esistenze più intime, ha detto:

“Non immaginavo questa povertà in Italia”.

No? Decine di viaggi in tutto il mondo per occuparsi degli ultimi, dei più poveri e degli emarginati ed è stato necessario che tre persone si togliessero la vita a pochi chilometri dalle sue radici (l’attuale Presidente della Camera è nata a Macerata) per rendersi conto che la gente è alla canna del gas.

Questa legislatura non durerà. E’ troppo lontata dalla gente e dai bisogni del Paese. Invitare Papa Francesco o auspicarne la visita alla Camera mentre la gente muore di paralisi dello Stato più che un sintomo è un segno del dove stiamo andando: verso nuove elezioni, in cui il M5S avrà un calo dei voti considerevole, e in cui il partito di maggioranza relativa sarà quello di Berlusconi.

Il Premio Nobel per la Pace all’Unione Europea. Ma noi non ci saremo.

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Come cittadino dell’inesistente “Unione Europea” penso di respingere al mittente il Premio Nobel per la Pace testé attribuito.

Perché dare il Premio Nobel all'”Unione Europea” è un po’ come darlo al Sistema Solare, ad Atlantide, alle Colonne d’Ercole, e, più in generale, a tutti quei luoghi-non luoghi che costituiscono una forzatura dell’uomo (non credo che Plutone sappia di far parte del Sistema Solare, né che la Rocca di Gibilterra sia al corrente di far parte del Finis Terrae).

L'”Unione Europea” è una entità squisitamente economica e trovo un po’ stridente attribuire un Premio Nobel per la Pace a un elemento che si fonda, essenzialmente, sul denaro. Ma il Premio Nobel per l’Economia lo hanno abolito? No. Solo che sarebbe imbarazzante attribuirlo all’Unione Europea. Se non altro perché l’economia della cosiddetta “UE” sta andando a carte quarantotto e lo sappiamo tutti.

Siamo tutti Premi Nobel per la Pace, dunque. Noi che ce la prendiamo coi romeni accusandoli di portare tanta delinquenza a casa nostra dimenticando che anche loro sono a casa loro.

No, mi dispiace, non ci sto. Provo un sussulto di rabbia, impotenza e inutilità.

Cos’ha fatto l’Unione Europea per portare la pace nell’umanità? Ha raggiunto il massimo periodo di non belligeranza mai registrato al mondo. E che diamine, dopo due guerre mondiali in un secolo vorrei anche vedere. E forse pensiamo ancora che le guerre si compattano con le armi. Ma non è vero. Le guerre si combattono con i soldi.

Quindi spiacente. Come cittadino italiano non mi presenterò a ritirare la mia parte di premio. E scommetto che se ne accorgeranno tutti.

Registrazione .it: da domani la corsa ai domini accentati

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Screenshot dal sito di RaiNews24

A partire da domani sarà possibile registrare domini internet con estensione .it contenenti accenti nel nome.

Sarà un macello. L’apocalisse. Orde di cyber-squatter a registrarsi soluzioni impossibili tipo www.gòògle.it, che potrebbe avere qualche variante in gòogle.it, goògle.it, e ciascuno di loro sarà un dominio indipendente.

Se prima registravi un nome inflazionato ti dovevi accontentare di qualche estensione un po’ sfigata, tipo .biz o .eu. Adesso puoi registrare quello che vuoi, e wikipedia.it (esiste!) sarà diverso da wikipedìa.it, che a sua volta sarà diverso da wikipèdia.it.
I nomi a dominio finiscono, d’accordo, ma non mi pare una buona ragione per estendere la possibilità di registrarsi un Far-West.

Ci sentiremo dire “Il mio sito web è ‘gastronomìa.it’, ma con l’accento, eh, perché l’altro è già preso…”

Come se fosse una cosa importante.

Ah, dimenticavo: naturalmente si dovrà scrivere “gastronom’ia.it”, “wikipedi’a.it”, “go’o’gle.it”…  Che tristezza!

Dov’è la vittoria? – Il bis

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Il commento sulla Merkel tratto dalla pagina Facebook dell'Onorevole Luca D'Alessandro

 

Abbiamo battuto la Germania per 2-1 e ce ne siamo già dimenticati.

Siamo un popolo, oltre che dalla dura cervice, come la Bibbia insegna, anche dalla memoria corta. Ci bastano due gol di Balotelli (a cui fino a qualche settimana prima qualcuno diceva di voler dare le banane) e ci resettiamo. Ci formattiamo il cervello, insomma, per poi riempirlo di altre cose che vanno a cancellare e sovrascrivere sinapticamente le precedenti. Siamo disperati, per farla breve.

Comunque ce l’abbiamo fatta. Abbiamo battuto i crucchi, i mangiapatate, i mangiacrauti, i mangiawuerstel (“Wuerstel” è un termine che non ha un corrispettivo in tedesco), ammazza quanto magnano, i nazisti (perché il passato non si cancella, nemmeno quando le generazioni non hanno più nulla a che vedere con chi li ha preceduti), i protestanti, i luterani, e, perché no, come scrive l’Onorevole Luca D’Alessandro sulla sua pagina Facebook, l’abbiamo fatto prendere “in quel posto” alla “culona inchiavabile” (termine berlusconiano di orrendo e sprezzante conio). Continua la lettura di “Dov’è la vittoria? – Il bis”

Il potere ipnotico del biscotto

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Jersera eravamo in altre faccende affaccendati. Dovevamo tifare per la Nazionale Italiana che stava affrontando il difficilissimo e delicato impegno contro la omologa della Repubblica d’Irlanda che, guarda caso, era anche l’ultima del girone, non ha mai segnato un gol ed era già eliminata matematicamente.

Insomma, una fatica di Sìsifo. Poi dovevamo stare attenti che Spagna e Croazia non ci facessero il biscotto (termine odioso e imbecille), mettendosi d’accordo nell’impattare sul 2-2 il risultato di una partita, pensando che siccome da noi le partite si truccano, allora TUTTI devono PER FORZA fare come noi. E magari, sicuro di vincere, qualche italiano avrà scommesso una decina di euro secchi sul risultato della partita degli spagnoli.

E’ stata dura, ma, dicono, “ci abbiamo messo il cuore”, e allora va tutto bene.

Anche l’essersi dimenticati, o non aver letto proprio per niente, che proprio ieri il Pubblico Ministero, al termine della sua requisitoria al processo contro Berlusconi sui diritti TV ha chiesto tre anni e otto mesi per l’ex presidente del Consiglio. Che, per carità, è solo la conclusione di una delle parti in causa, ci sarà la difesa che trarrà le sue conclusioni, e anche in caso di condanna si tratta solo di una sentenza di primo grado.

Però è una notizietta importantina, no? Voglio dire, se ne può parlare. La narcosi del biscotto, che si è dissolta quando ci siamo resi conto che i giocatori di Spagna e Croazia NON sono corrotti o corruttibili (no, loro no…), ci ha obnubilato la visone d’insieme della realtà. Che appare in posizione gravemente penalizzata rispetto al “circenses” calcistico che ha conquistato le prime pagine.

E’ inutile, siamo un popolo dalla memoria corta. Berlusconi ce lo siamo già abbondantemente dimenticato. A dire il vero anche la vittoria sull’Irlanda…

Prandelli e l’estremo tentativo di evitare brutte figure all’Italia

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Prandelli, bisogna riconoscerglielo, ci ha provato.

Ha provato, sia pure in extremis, a non farci coprire di ridicolo ai prossimi europei. Ha detto che se non è il caso di andare si può anche restare in Italia e non partecipare. E’ una cosa sensata, vista la bufera giudiziaria che si è abbattuta sul nostro calcio e Buffon che va dal suo tabaccaio di fiducia e dice che sarà ben padrone lui di decidere come spenderli i suoi soldi.

Prandelli non ha fatto altro che dire quello che si doveva dire in un momento in cui nessuno aveva voglia di dirlo per primo.

Naturalmente hanno fatto cadere la dichiarazione nel vuoto. Un po’ di imbarazzo iniziale ma poi ha prevalso l’inveterata tecnica del “Non rispondiamo alle provocazioni”, e la Nazionale è partita per la Polonia, dopo aver perso per tre a zero un’amichevole contro la Russia.

Oggi il Corriere della Sera ha scritto che la Nazionale “alloggerà nell’hotel Turowka, a Wieliczka: 14 chilometri dal centro della città, periferia grigia, donne anziane che osservano da dietro le finestre delle casette, un benzinaio che dorme su una sedia con la bottiglia di birra in mano, un supermercato, una tabaccheria.”

Beh, almeno il tabaccaio c’è.

Prosegue l’articolista: “l’albergo sorge in uno dei luoghi più malinconici che fosse immaginabile scegliere in Polonia. Uno di quei posti dove se hai perso, ti convinci che sia stato giusto. E se vinci, pensi di non averlo meritato.”

Il che non è neanche detto debba essere per forza un male.

Beppe Grillo e la depenalizzazione del reato di vilipendio al Capo dello Stato

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Sì, Beppe Grillo avrà anche messo della pubblicità da blogger scalcinato sulle sue pagine web, ma stavolta, come direbbe Camilleri, c’insertò.

Il reato di vilipendio al Capo dello Stato dovrebbe essere quanto meno depenalizzato perché, ponendosi tra il reato di opinione e quello contro la dignità della persona, crea una sorta di effetto-cerniera che, di fatto, limita il diritto di critica dei cittadini.

E’ chiaro che la persona di Giorgio Napolitano non può e non deve essere offesa o denigrata, come quella di qualunque altro cittadino. Ed è altrettanto chiara che non può essere offesa e denigrata la funzione di garante supremo della Costituzione che risiede, prima ancora che nel cittadino Giorgio Napolitano, nelle prerogatice proprie e reali del Capo dello Stato.

Ma che il Capo dello Stato, per il solo fatto di essere tale, non possa essere criticato nei suoi discorsi, nelle sue azione e nelle sue pubbliche esternazioni senza che chi lo critica (chi lo critica, si badi bene, non chi lo offende) debba rischiare di essere incriminato per un reato che viene punito con una pena edittale che fa da un minimo di uno a un massimo di cinque anni è semplicemente fuori da qualsiasi dettato costituzionale.

E la critica, nonché il suo diritto all’esercizio, è un bene che appartiene ad ogni cittadino (quindi, certamente anche al Capo dello Stato) ma che non tutti i cittadini possono esercitare.

Se, per esempio, un giornalista dovesse criticare nel merito un atto del Presidente della Repubblica, non ci sono dubbi, eserciterebbe il suo sacrosanto diritto a dissentire rispetto a quello che una persona fa e dice. MA se un giornalista, ad esempio, dovesse, come spesso succede, parlare del Capo dello Stato usando nomignoli, cercare di affermare che chi ricopre quella carica fa parte di una logica politica vecchia e magari anche un po’ logora in cui i cittadini non si sentono più rappresentati, quello è vilipendio? E la satira? La satira che, per definizione stessa, non ha neanche bisogno del principio di verità fattuale per potersi esprimere, com’è considerata, vilipendio o libera espressione del pensiero?

Il rischio da correre è quello, come spesso accade, di dover sottostare non alla prova provata in un giudizio, che quelle espressioni rappresentino vilipendio, ma al personale sentire del giudice, che dovrà sì motivarlo (si motiva il sentire??) ma che rischierà di creare precedenti imbarazzanti e contraddittori, se la gente dovesse andare in galera solo per colpa del personale sentire di una persona.

La rete e il ritorno di Arnaldo Forlani

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Sulla rete c’è stato un rigurgito di neo-forlanesimo assai imbarazzante, che, come molte cose della rete, vivono solo un giorno, come le rose, ma pungono ugualmente e fanno dànno.

Sempre sulla scia della proposta di abolire la parata del due giugno a favore delle popolazioni terremotate dell’Emilia, qualcuno è arrivato a ricordare e perfino sottolineare l’esempio di Arnaldo Forlani che, da Ministro della Difesa, nel 1976, dopo il terremoto del Friuli, aveva, appunto, sospeso lo svolgimento della Festa della Repubblica.

Forlani per 29 voti non divenne Presidente della Repubblica. Fu poi condannato definitivamente per illecito finanziamento ai partiti. Ora, per carità ha espiato completamente la sua pena e per quello che riguarda me (e anche per quello che riguarda la società intera) è pienamente riabilitato, reinserito e può fare quel che vuole.

Ma rimpiangerlo addirittura e farne un vessillo mi sembra decisamente fuori luogo.

La rete a volte impazzisce, scusàtela!

Wikipedia pubblica la notizia della morte di Giulio Andreotti

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A Wikipedia è bastata la notizia del ricovero d’urgenza del Senatore a vita Giulio Andreotti presso il Policlinico Gemelli di Roma, per darlo per morto.

Ecco lo screenshot (cliccate sull’immagine per ingrandirla):

Andreotti pare che non stia proprio bene, ma non correrebbe, almeno per il momento, pericolo di vita. E’ l’ennesima gaffe del decimo sito più visitato del mondo, e forziere-colabrodo del sapere umano. Nessun controllo, nessuna certezza. Andreotti è morto perché lo ha detto Wikipedia.

E invece pare che scherzi con le infermiere dell’ospedale.

Wikipedia ha già cominciato a pubblicare l’appello a destinare il 5 per mille dell’IRPEF a Wikimedia Italia. C’è scritto “Libera la cultura”.  [Si vede che la cultura è quella di dover morire quando qualche collaboratore lo decide…]


Ma l’enciclopedia dei misteri dell’Italia è ancora viva.

 

Ludopatia

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Nella sempiterna e stucchevole voglia di fregarci con le parole, di rovesciare il mondo a propria immagine e somiglianza, di cercare di convincerci del contrario di ciò che rivela la realtà, da oggi (l’articolo è di qualche giorno fa, pubblicato sul “Corriere della Sera) possiamo dire di poter contare su una patologia in più, la ludopatia.

Il che significa, in parole povere ma ricche, che se uno non fa altro che stare davanti a slot machines, macchinette del videopocker, o a grattare come un ossesso su un cartoncino ricoperto di polverina dorata a ricercare tre simboli uguali, se uno affida al Win for Life, o al Superenalotto, o alla schedina del Totocalcio (ma esisterà ancora??) o se scommette on line o al bar, se uno frequenta le corse dei cavalli e ci si rovina, se punta sul primo gol di una squadra o dell’altra, o anche sul risultato finale di una partita, nonché se il primo che passa abbia la maglietta rossa o bianca, non è un soggetto con un comportamento compulsivo che rischia di mandare in rovina lui, i suoi affetti, la sua famiglia, i figli e, last but not least, il suo conto in banca, no, è malato. E’ malato e va recuperato alla società.

Oh, che bella cosa sapere che si è malati. Perché se si è solo dei pirla che ritirano lo stipendio e vanno a delapidarselo in sala corse non c’è gusto, mentre se siamo MALATI, possiamo curarci. E infatti lo Stato, che è il principale artefice e destinatario degli introiti derivanti da gioco legalizzato, ha già deciso che la ludopatia può essere curata. Ci sono già dei farmaci contro le ossessioni compulsive (internet, gioco, shopping), sono degli antidepressivi potentissimi che, ovviamente, saranno somministrati a chi farà bagno di umiltà, si recherà presso un servizio per le tossicodipendenze o presso un gruppo di auto e/o mutuo aiuto che abbia un servizio medico convenzionato (le comunità di recupero sono già lì pronte per assicurarsi una buona fetta di questi nuovi “pazienti”). Insomma, come per il tabacco e per l’alcol, una parte dei guadagni viene reinvestita per dare una mano a chi soffre davvero. Che saranno sempre pochissimi rispetyto a quanti, più sommessamente e sommersamente, continueranno a pigiare sui tasti di una macchinetta mangiasoldi con la pallida speranza di poter diventare un giorno milionari, o magari subito. Possibilmente senza lavorare, perché, si sa, fare soldi è facile, e lavorano solo i fessi, uno pensa di togliersi dal nòvero degli imbecilli che si svegliano tutte le sante mattine e vanno a farsi un mazzo tanto, per andare a finire in quello di chi perde al gioco. E perde tanto.

E’ una spirale senza via d’uscita che adesso vede lo Stato impegnarsi in prima linea mentre, di contro, la pubblicità al Superenalotto, sulle note di Toto Cutugno invita l’italiano medio a essere lasciato in pace, reclama il diritto di sognare. “Se vinco io che bello, mi compro anche un castello!” oppure “Se faccio sei, realizzo i sogni miei…”. Rime baciate del piffero che non servono a nulla, se non ad adescare nuovi adepti. E via che la spirale si allarga e le tragedie che si consumano nelle famiglie son solo piccole fiammelle di qualcosa di infinitamente più grande e triste. Col bollino dei “Monopòli di Stato”.

Il caso dei due marò: riflessioni sollecitate

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Questo post è dedicato a Patrizia P. che mi ha sollecitato a riflettere in proposito.

A dire il vero non solo lei, ma anche altri, sia pure alla spicciolata, mi hanno chiesto che cosa ne pensi io della vicenda dei due “marò” prigionieri in India perché sospettati di aver ucciso due pescatori, due persone, non si sa bene se in acque internazionali o meno, cittadine indiane, dopo averli scambiati per pirati.

Ora io già ho fatto fatica a capire che cosa fosse un “marò”, pensavo fosse una invocazione alla Santa Vergine in napoletano.

E ho fatto fatica anche a capire quello che è successo. E, soprattutto, il perché di tanta incondizionata -e, oserei dire, acritica- solidarietà nei confronti dei nostri militari.

Allora, questi due nostri soldati avrebbero ucciso (secondo le accuse) due persone di nazionalità indiana. Quindi avrebbero commesso un omicidio.
Ora, potrebbero averlo commesso con tutte le attenuanti del caso. Che sono, appunto, attenuanti.
Potrebbero dire di aver agito per legittima difesa, perché si sono trovati attaccati in acque internazionali e non potevano fare altro che uccidere per salvaguardare la propria incolumità. Ma, appunto, bisogna vedere se la reazione è o no proporzionale al pericolo. Dubito che una imbarcazione di pirati abbia lo stesso armamentario di una nave militare. Questi “assalitori” non potevano essere neutralizzati in modi meno definitivi? I nostri militari dovrebbero difendere un ordine precostituito, non creare ulteriori azioni per fomentare il “disordine”. Sono addestrati e pagati per questo.

Può darsi benissimo che, trattandosi di un delitto commesso in acque internazionali, sia competente il tribunale del paese di origine dei militari. Non mi intendo di trattati internazionali, ma prendiamolo per buono. Resta comunque il fatto che l’azione è stata commessa in danno di due cittadini di uno stato sovrano, guarda caso uno dei più vicini alle acque internazionali al momento del fatto. Cosa penavano che avrebbe fatto, l’India, applaudito??
Comunque, se esiste una violazione del diritto internazionale si muovano (e bene! e in fretta!) i canali diplomatici affinché quella che è l’attuale presunta ingiusta carcerazione preventiva posta in essere in uno stato straniero diventi la GIUSTA e LEGITTIMA misura (preventiva o meno) nello stato di appartenenza.

E’ inutile che si dica “liberateli!”, che si organizzino manifestazioni a favore del loro ritorno in libertà perché ci sono degli omicidi di mezzo. Uno può dire: “ma hanno ammazzato dei delinquenti!” Ammesso che sia così, E ALLORA?? Forse che all’assassino di Lee Harvey Oswald (che, a sua volta, aveva ucciso il Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy) è stato risparmiato l’arresto?

Stiamo perdendo il senso delle cose. Sarebbe stato commesso un delitto, IN OGNI CASO ci sono persone che sono morte. Deve essere permesso ai “marò”, accusati di questo delitto, di difendersi davanti al loro giudice naturale e secondo le leggi che caratterizzano la giurisdizione in tema di reati commessi in acque internazionali. Ma per l’articolo 4 del codice penale indiano vige l’extraterritorialità, perché le vittime sono indiane, e anche il peschereccio centrato dalle raffiche.

E’ per questo che si è sollevato il conflitto di giurisdizione. Non è che sono stati “trascinati” nelle carceri indiane a caso. Sono stati loro a sparare? Non sono stati loro?? Ce lo diranno le perizie balistiche. Sono colpevoli? Non sono colpevoli?? Ce lo diranno i dati giudiziari indiani e/o italiani. MA NON E’ CHE QUEI DUE PESCATORI SONO MORTI DA SOLI.

Stanno ciurlando nel manico. Tutti. Non è possibile assolvere aprioristicamente chiunque agisca perché (legittimamente) attaccato alla bandiera e allo Stato. Come non è possibile condannarlo (e infatti non stanno subendo la condanna di nessuno). Ma di certo qualcuno il comando di abbandonare le acque internazionali per entrare in un porto indiano deve per forza averlo dato. Il comandante? L’armatore?? Com’è che una nave può godere della giurisdizione italiana e va dritta dritta in bocca a quella indiana??

E siccome questo errore madornale è stato commesso, non resta che attenderne le conseguenze. Ovvero che sia un giudice INDIANO a decidere sulla questione di giurisdizione. E che, se mai venisse dichiarata la giurisdizione italiana, le famiglie delle vittime (che dubito riescano a costituirsi parte lesa in un giudizio del genere) possano vedere qualche spicciolo in più del risarcimento stabilito dallo stato indiano (fino ad ora 7000 euro circa).

L’Aulin/Nimesulide NON è stato ritirato dal commercio in Italia. Ma per qualcuno su Facebook è così.

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A volte ritornano.

Facebook è un formidabile amplificatore di notizie farlocche o, comunque, destituite di fondamento, che se relegate alla fonte originaria (magari ugualmente reperibile in rete) avrebbero una diffusione minima, ma se rimbalzate su Facebook creano ora il panico, ora il cordoglio, ora il plauso, ora la riprovazione. Mai l’indifferenza. Mai il gusto per la verità.

Su una pagina Facebook di cui ho oscurato l’autore, e messo in linea da venerdì scorso, si legge che l’Aulin (nome commerciale di farmaci antiinfiammatori e antidolorifici a base di Nimesulide) sarebbe stato ritirato dal commercio “in Italia”, “in Irlanda” e “in Europa”.

Intanto eccovene uno screenshot:

Già il linguaggio fa leggermente dubitare: “In Italia, in Irlanda, in Europa”. Ma perché, Italia e Irlanda dove sono, in Oceania?

In effetti c’è una parte di verità nella notizia: il principio attivo “nimesulide” non è più distribuito nelle farmacie irlandesi.

Ma in quelle italiane sì. Occorre la ricetta del medico, e la ricetta del medico non è ripetibile. Nel senso che si ha diritto a una confezione di Aulin/Nimesulide, dopodiché sarà il medico a prescriverne un’altra, la ricetta viene nel frattempo ritirata.

Guardando il testo dell’annuncio partito venerdì, si scopre che è singolarmente uguale all’incipit di un file PDF in linea da anni di cui vi do il link

http://www.pifferidilessolo.it/joomla/attachments/049_Ritiro%20AULIN.pdf

e di cui ho salvato, ad ogni buon conto, lo screenshot:

Ovviamente c’è stato chi ha applaudito perché secondo lui l’Aulin fa male al fegato e bisogna curarsi con l’omeopatia, lui lo fa da anni e si trova benissimo, c’è stato chi si è detto dispiaciuto perché l’Aulin/Nimesulide è l’unico farmaco che gli fa bene contro il mal di testa o quando ha dolori reumatici, come sempre c’è chi ha cliccato su “Mi piace” (non si sa bene cosa gli piaccia ma gli piace), altri “Oddìo, e adesso??” altri ancora “Ne abbiamo fatto un abuso e ora siamo stati puniti”.

Ma la verità, ovvero che l’Aulin/Nimesulide NON E’ STATO RITIRATO dal commercio, quella, NON LA DICE NESSUNO.

Anzi, adesso che l’ho scritta, sicuramente mi infameranno per dirmi di farmi un po’ gli affari miei (come mi permetto io a dire che una non-notizia è una non-notizia…)

Io NON sto con Giuliano Melani e NON compro titoli di Stato

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C’è un signore, un certo Giuliano Melani, che va proponendo in giro di acquistare titoli di stato per ridurre la forbice dello Spread, dei Bund, del debito pubblico, della crisi, per evitare il baratro, e per rimettere economicamente l’Italia al passo con le grandi potenze europee, ovvìa!

Melani ha un accento toscano un po’ alla Renzi, e dopo la divulgazione della sua proposta si vede la casella e-mail invasa da messaggi di richieste di aiuto, commenti, controproposte, ha due cellulari bollenti per rispondere meglio a chi gli chiede aiuto, va da Gad Lerner, svicola tutto a mancina su "Otto e mezzo", stamattina era a Radio Tre su "Tutta la città ne parla", dove il conduttore ha affermato che ormai non dorme più o dorme pochissimo, incommensurabili attestazioni di solidarietà, insomma, è il suo momento di gloria e di notorietà pubblica.

Allora, facciamo un ragionamento da bambini dell’asilo. Cos’è il debito pubblico? E’ quello che lo Stato deve pagare di interessi a chi compra i suoi titoli. Il denaro è una merce. Io ti vendo 100 euro se tu fra un anno me ne restituisci almeno 101, se no i 100 euro me li tengo per me.
Ora, se tu dimostri di non essere in grado di ripagarmi, a scadenza, i miei 101 euro, non sei affidabile. Anche se ti chiami Stato.
Come cacchio li investi i soldi che ti ho prestato? Cosa ci hai fatto? Come li hai impiegati per non essere in grado di ripagarmi un euro pidocchioso (chè tanto rendono i "bòtti", come li chiamava il mi’ nonno Armando, mica di più) dopo un anno?
I casi sono due, o non li hai impiegati, ma allora sei completamente scemo perché con l’1% netto di interesse ti basta aprire un Conto Arancio (cioè darli a una banca privata, "Conto Arancio" è una metafora) che ti fa avere almeno il doppio, la metà la restituisci ai prestatori e il resto è il tuo guadagno, oppure li hai impiegati male.

In ogni caso non te li do più.

Il signor Giuliano Melani ha pensato bene di dare il buon esempio. Ha investito 20.000 euro acquistando titoli di stato presso la filiale della Cassa di Risparmio di Lucca, Pisa e Livorno di via Montalbano a Quarrata. Obbravo. Ora mi spieghi, per cortesia, perché mai io dovrei fare la stessa cosa.

Se compro il debito che l’Italia aveva contratto a tassi di interesse minori con il tasso di interesse attuale costringo il mio paese a indebitarsi ancora di più, perché quello che non è in grado di restituirmi oggi dovrà restituirmelo domani, e con tassi di interessi maggiori.

20.000 euro per un imprenditore non sono, poi, tutto questo gran che. Non voglio fare i conti in tasca a nessuno, ma credo che esistano persone che possono contare su un reddito assai minore del sor Melani e che abbiano investito in titoli di stato (i famosi "beni-rifugio") una cifra maggiore.
Sono quelli che hanno investito una liquidazione intera, o i risparmi di una vita.

E io dovrei prestare dei soldi allo Stato "anche a tasso zero" solo perché il Governo è alla frutta? E io dovrei parare le terga a Berlusconi ed essere io a dire a lui "ghe pensi mi"?? E io dovrei comprendere???

Mi dispiace, sor Melani, i titoli di stato se li compri Lei, se proprio le fa piacere. E buon pro le facciano, per l’amor di Dio. Io non La seguo.
Almeno finché qualcuno (lo Stato) non tornerà di nuovo a pagarmi per comprare i suoi titoli.