Ascesa e potere del cellulare in classe

Di Anders - Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1427841
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In tutti i paesi europei si stringe il freno sull’uso dei cellulari in classe. In Italia, come sempre, siamo in leggera controtendenza. Ma “leggera”.

Quindi stiamo andando verso una regolamentazione (fatta di leggi, decreti, circolari ministeriali) che consente l’uso del cellulare (o del tablet, si veda il caso) solo per determinati usi. Segnatamente quelli didattici. Si potrà, cioè, usare il cellulare per fare una ricerca su internet. Non lo si potrà usare, chiaramente, per comunicazioni personali.

Bello! Però c’è un “però”. Ed il punto è che i ragazzi, oggi, il cellulare a scuola lo usano già e regolarmente. Per chattare con l’amico o l’amica del cuore, per mandarsi fotine (sostantivo vomitevole), per immortalare (e sputtanare) l’insegnante in atteggiamenti compromettenti, per cercare notizie (solitamente sul calcio e sui risultati della domenica o sul posticipo della serie A), per ascoltare la musica con le cuffiette e il cappuccio della felpa ben calcato sulla testa. Il cellulare è la naturale prosecuzione del loro essere, quindi negarglielo sarebbe come oscurare una parte del loro stesso io. Quindi lo usano a scuola perché il loro cellulare sono loro stessi e se ne fregano altamente delle regole. Sditeggiano quando e dove vogliono, e se proprio devono fare una chiamata vocale, si alzano (senza chiedere il permesso) e vanno in bagno (sempre senza chiedere il permesso). “E’ mia madre”, “Ho risposto a un messaggio”, “Stavo facendo vedere una cosa al mio compagno”, “Ma no, ho solo consultato Wikipedia” (bugia colossale! Non gliene importa niente di Wikipedia, e in questo caso fanno anche bene), insomma, c’è sempre una scusa, una attenuante, qualcosa che renda più leggero il fardello del loro usare il cellulare in classe che oltretutto non si potrebbe, anzi, non si può.

E figuriamoci adesso che si sta preparando la strada alla liberalizzazione controllata dell’uso dello smartphone o dell’iPhone che sia. Tutti a cercare materiale didattico da cui poi possono agevolmente copiare, con la complicità di qualche professore babbeo e un po’ tonto in fatto di tecnologia, che dice “Oh, hai fatto veramente un bel compito, sai? E’ tutto tuo??” E l’alunno, carogna “Oh, sì professore, ci ho messo tutte e due le ore che avevamo a disposizione, anzi, temevo proprio che non mi bastassero!” (vero niente, ha trovato una pagina su internet e l’ha copiata di brutto, ma intanto prende otto perché il professore rimbecillito non è in grado di provare l’orrido plagio). E soprattutto via alla chat coatta, allo scambio di immagini selvaggio, alle lunghe, inutili e urticanti liste di discussione su WhatsApp (tra cui quelle della classe da cui i professori sono regolarmente e crudelmente bannati). Sempre con la scusa che tanto a scuola è ammesso e che, in realtà si stava facendo una ricerca per il programma di geografia, ecco qui, professore, lo vuol vedere? -aria di supponenza e di sfida – (Tanto lo sanno perfettamente che il professore non solo non vuole, ma non può andarsi a guardare i cellulari dei suoi alunni, perché provati un po’ a toglierglielo o, peggio, a “sequestrarglielo”, non fai più vita…).

Perché, chiediamocelo con innocente candore: chi li controlla, e, soprattutto, quali strumenti e quali poteri ha il docente per controllare? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Però intanto il cellulare in classe è un segno dei tempi, perché la tecnologia sta cambiando il nostro modo di vivere, bla bla bla, ormai in rete si trova di tutto (è questo che dovrebbe impensierirci), i nostri figli sono dei nativi digitali (sì, però quando hanno rotto hanno rotto, sempre con questo cavolo di cellulare in mano), non si può fermare il progresso (e chi vuole fermarlo? Casomai si vuole fermare l’uso improprio che se ne fa) e via discorrendo.

Tutto questo negli altri paesi europei è tabù. Il cellulare in classe non si usa e basta. Ma noi continuiamo ad essere in leggera controtendenza.

PS: Non amo parlare del mio lavoro, sia nella vita privata che sul blog. Se lo faccio è per eventi o fenomeni macroscopici (come questo) o che possono destare qualche allarme sociale (come il fenomeno dei docenti che “amano” le loro alunne minorenni). Per cui non ve la prenderete se mi assumo il buon proposito di non scrivere più di “scuola” per lungo, lungo tempo.

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La gita a Tinder

tinder

La mia corrispondente in Siberia (sì, lo so cosa vistate chiedendo, come si faccia ad avere una corrispondente proprio nei ghiacci della Siberia, e di conseguenza fatevi un po’ di più i cazzi vostri) ieri mi ha chiesto se uso Tinder.

Pensavo che Tinder fosse una barretta di cioccolato, il Tinder Buendo, il Tinder Cereali e il Tinder con più latte e meno cacao, ma so da pochi giorni che Tinder è una applicazione dedicata principalmente all’acchiappo-hard in rete. La si scarica sull’Android, immagino che ci si iscriva lasciando i propri dati (se no non si vede perché la diano gratis) e quelli della persona che si vorrebbe incontare (che abbia almeno la nostra età e che abiti più o meno vicina a noi), si fa l’upload di una nostra foto e quello la manda ad un tot di persone (credo privilegiando il dato geografico). Se la controparte clicca sulla richiesta di contatto (viceversa può cestinarci con una X) e noi le rispondiamo ecco che abbiamo avviato una chat e che possiamo andare direttamente a patteggiare minimo una trombatina compensatoria, e senza nemmeno parlare troppo, perché tanto si sa che entrambe le persone sono lì per quello, poi, caso mai, si vedrà.

Ecco, il punto non è che mi dia fastidio Tinder come accessorio per trovare facilmente il ragazzo o la ragazza, l’amante, l’amica o l’amico particolare, no, da quel punto di visto magari ce ne fossero di questi accrocchi (anche per trovare persone da contattare se magari vivi in un luogo nuovo e sconosciuto e hai bisogno di amicizie nuove) perché poter dire a una persona che è interessante per te è e continua ad essere una delle cose più difficili della vita. No, ecco, quello che mi urta è la mancanza di colloquio. Ora, capisco che per trombare non sia una conditio sine qua non, per cui, come diceva Brancaleone, prendimi/dammiti cuccurucù, e chi se ne frega se io faccio il meccanico e tu stai per laurearti in filosofia teoretica. Però magari qualcosa oltre al “mi passi la sigaretta?” (il “per favore” è un optional) bisogna pur dirla. Come si fa a riempire quei momenti di vuoto e di corpi sudaticci che si asciugano sotto le lenzuola sgualcite se non si parla un po’??

E, soprattutto, cosa le è venuto in mente alla mia corrispondente siberiana di chiedermi se uso Tinder??

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La telefonate su WhatsApp: io le ho! (E voi no!!!)

Screenshot from 2015-04-02 16:30:32

Qualche giorno fa avevoi letto alcuni articoli sul web, di quelli che i quotidiani si duplicano l’uno con l’altro, che parlavano dell’implementazione in WhatsApp per iPhone delle chiamate vocali.

Non che me ne interessasse granché, visto che io non compro i prodotti di Stigiò. Quello che invece sì, mi interessava, era il fatto che secondo gli articoli questa funzione fosse già implementata sulla versione di WhatsApp per gli Android.

Però io non riuscivo a vedere nessun pippolo da “tappare” (orrenda espressione per “fare tap”, ovvero picchiettare sul touchscreen, che è una brutta parola anche quella, ma se si va avanti di questo passo non si finisce più) per fare le telefonate.

Ponza che ti riponza, prova e riprova, dopo diecimila “macché” è arrivata la mia amica Ivana P. e ha sciolto il mistero: per attivare le chiamate su WhatsApp, oltre ad avere una versione recente del suddetto, occorre ricevere una telefonata da un utente di WhatsApp che, naturalmente, abbia implementato a sua volta la funzione, sennò si fa ride’ le telline. E’ una funzione “virale”. Qualcuno telefona a te e ti attiva, poi tu telefoni a qualcun altro e lo attivi a tua volta.

A quel punto si trattava di trovare qualcuno che avesse WhatsApp e mi facesse una telefonata (non potevo continuare a rimediare stercofigure con Ivana P.!) e mia moglie, che è un genio, mi fa candidamente vedere il suo smartphone e mi accorgo che lei quella funzione l’ha sempre avuta. Son quelle scoperte che ti fanno montare dentro un nervoso abissale (“come sarebbe a di’, io mi arrampico sugli specchi e te te ne vieni candida candida dicendomi “Eccola qui?” Eh, no…) ma ho dovuto chinarmi alla quintessenza muliebre e dopo una chiamata di quattro secondi ho avuto la tanto agognata funzionalità: finalmente anch’io posso chiamare a voce da WhatsApp.

Ora la domanda successiva è “cosa me ne faccio?”. Già, lo so, l’ho tanto voluta ma la voce di chi parla ritorna in eco e non è proprio il massimo.
Poi bisogna calcolare che quando si è al telefono non si hanno le giuste dimensioni e proporzioni del traffico dati scambiato e questo, ameno di non avere una connessione wi-fi, potrebbe essere un problema considerata la limitatezza del traffico dati mensile dei vari gestori (quelli più generosi ti danno appena 2 Gb. mentre quelli stitici pensano che tu ce la faccia con 1 Gb. e basta). In breve, rischiate di sforare le soglie poi col cavolo che potrete andare in giro a fare i gagaroni e a dire che voi ci avete le telefonate gràtisse.

Insomma, state attentini, sì?

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#unlibroèunlibro: allora pagàtelo!

Rosa Polacco per #unlibroèunlibro - Pubblicato su gentile autorizzazione

#unlibroèunlibro è l’hashtag che contraddistingue la protesta in rete di quanti ritengono ingiusta l’applicazione dell’IVA al 4% per i libri di carta e al 22% per gli e-book.

Sembra una protesta giusta e legittima e invece non lo è.

Cominciamo a considerare il supporto. La carta per l’aliquota più bassa e il lettore per il libro elettronico. E’ evidente e chiaro come il sole che il libro di carta ha tutta una serie di lunghezze di vantaggio su quello cosiddetto “virtuale”: dura di più (fra 50 anni potremo leggere gli stessi e-pub e Kindle come li leggiamo oggi? Ne dubito fortemente), si può prestare (l’e-book non lo puoi trasferire senza infrangere il copyright) e il costo, sia pur superiore, non lo rende inaccessibile.

Dunque, il libro di carta è un bene di prima necessità. Pensate alla carta usata per stampare i libri di testo per le scuole di ogni ordine e grado. E’ normale che l’imposta sul valore aggiunto sia bassa per i beni di prima necessità. Già i libri di testo costano un bòtto, se si applicasse il 22% anche a quelli staremmo freschi [e adesso lo so cosa state per chiedermi: e gli alunni con difficoltà che devono usare per forza i libri in versione elettronica? Semplice: per loro i libri devono essere gratis. E non ci sono discussioni.] L’e-book è, indubbiamente, un bene di lusso. Sia che si tratti del testo che viene letto attraverso un dispositivo, sia che si tratti del dispositivo stesso.

E’ facile per autori, editori e lettori farsi belli con una battaglia di questo genere. E’ facile e anche comodo. E’ gente che spende fior di quattrini per comprarsi l’IPad e ci paga il 22% di IVA tranquillamente e senza profferir verbo, e poi si lamenta se l’ultimo best seller di grido viene gravato da una percentuale d’importa alta. Per certi versi mi sembra lo stesso ragionamento che sottende alle esternazioni di chi si lamenta di dover pagare 0,89 euro l’anno per mantenersi WhatsApp e poi fa una capanna di cambiali per potersi permettere l’ultima versione dell’IPhone.

E se glielo dici ti rispondono che “è cultura”. Sì, la cultura è il contenuto, non l’involucro. Lo Stato è liberissimo di tassarti l’involucro-carta a una percentuale e quello elettronico a un’altra. E poi, avete voglia di comprare cultura in formato proprietario, con tutti i DRM e gli accidenti che li spacchino? Pagàteli, Maremma ciuca, cosa volete dall’opinione pubblica?

Per carità, sono queste inizative modaiole da sinistra radical-chic di maniera che tramontano in pochi giorni. Però fanno perdere un sacco di tempo.

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Manganellate alla povertà

C’è la retorica della “vulgata” di una certa sinistra d’antan, che vedeva la figura-tipo del rappresentante delle forze dell’ordine come un Rambo de noàntri, pronto a far vedere i muscoli, a sparare, a picchiare, e a dimostrare che la ragione stava sempre dalla parte sua e dei suoi consimili.

Poi c’era la retorica alla Pasolini, di sinistra anche quella, che voleva i poliziotti come figli del popolo, della gente comune, povera, messi lì a difendere un “potere” di cui non riuscivano a distinguere i contorni. E sono perfettamente convinto che a Pasolini il governo Renzi sarebbe piaciuto, e averebbe un bel po’ da lagrimarci.

Poi ci sono i fatti. Quelli che la retorica la ignorano. Perché le teste con venti punti di sutura le abbiamo viste tutti. E quelle parlano. Non cedono a interpretazioni. Se ne fregano se i poliziotti hanno il mito del supereroe oppure no. O se hanno dovuto lasciare una terra avara di frutti, la casa paterna, Maria, ‘o sole, ‘o mare e ‘o mandolino per andare a prestare servizio in una città del Nord, col nebiùn che ti si mangia. Le manganellate si vedono, il sangue che scorre lo stesso. Può essere anch’esso un luogo comune l’accostare il poliziotto che tira bastonate agli operai, figli entrambi della stessa miseria. Ma è successo esattamente questo. E quindi o gli operai che hanno ricevuto le manganellate hanno commesso qualche reato, per cui i poliziotti hanno sentito il dovere di mantenere la pubblica incolumità con le botte, e dunque devono essere processati e puniti, oppure, se non hanno fatto nulla (e io sono convinto che non abbiano fatto nulla) devono pagare i poliziotti, e duramente. Perché da un poliziotto io me lo aspetto che si comporti bene, che sia migliore di me e di voi messi insieme. Più che aspettarmelo lo pretendo. Ma se so che un poliziotti ha bastonato degli operai che protestavano senza un valido motivo allora m’incazzo.

Ed è vero che esistono le responsabilità individuali. Certo, si punisce il poliziotto che ha tempestato di legnate l’operaio, non quello che gli stava vicino ed era pietrificato dalla paura (e magari anche dallo schifo) e non ha mosso un ciglio. Quel poliziotto, dicevo, con tanto di nome e cognome. Processo penale e procedimento disciplinare, punto e basta.

Poi ci sono le responsabilità morali e politiche. Il governo, prima di tutto. Che mentre scrivo è già andato al Senato, nella persona del Ministro dell’Interno Alfano a esprimere solidarietà agli operai colpiti. Segno che qualcosa c’è. Questo governo fatto di macchine fotografiche digitali e IPhone, con ministri dall’aspetto preraffaellita che si permettono di guardare con sufficienza i giornalisti, rei di non essere “di rinnovamento”, al loro botticelliano ingresso alla Leopolda (fosse successo in Germania quella ministro si sarebbe dimessa due ore dopo). E Renzi ha poco da dire che saranno accertate le responsabilità, perché questo non è un regalo, una concessione. Non è neanche una elargizione pro bono pacis. E’ il minimo che ci si possa aspettare. Peccato che siano solo parole perché da che mondo è mondo i responsabili dei reati li individua la magistratura, non il governo. Bella forza, non c’è che dire.

Così ci dimenticheremo anche questa porcata (perché non sia mai che il Partito Democratico si schieri a favore degli operai, mi raccomando!), prima o poi. E le condanne dei responsabili saranno riportate su tutti i giornali in un trafiletto di cinque righe in corpo otto.

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La Leopolda e la macchina fotografica

Oh, la Leopolda! Quantai inadeguatezza e presunzione, rifinita con una pennellata di protagonismo!

Questo palcoscenico in stile finto-operaio che ha accolto un Renzi che ha rivendicato la modernità per sé e per i suoi, e ha riempito di metafore tecnologiche il suo discorso. Vivere con una legge datata, secondo lui, è come mettere il gettone telefonico nell’IPhone, come mettere il rullino nella macchina fotografica digitale.

La prima metafora non sta in piedi. Il gettone si metteva in un telefono pubblico (perché allora, quando eravamo scemi e poco moderni, i telefoni pubblici esistevano, e chiunque aveva accesso alla comunicazione, l’Iphone costa una barca di quattrini e ce l’ha chi se lo può permettere), il cellulare è un bene personale, come lo era il telefono di casa, quello grigio che ci si mettevano i diti nei buchi e si girava una decina di volte per fare il numero. E il gettone in quel telefono lì non lo mettevi, esisteva già la bolletta.

Poi c’è il paragone della macchina fotografica digitale a fronte di quella che utilizzava ancora la pellicola. E se la modernità del PD è quella paragonata alle macchine fotografiche digitali, al selfie e a quant’altro, c’è da avere paura. Io ho delle foto fatte addirittura con le lastre, non solo con la pellicola. Sono le foto del mi’ nonno Armando e della mi’ nonna Angiolina, quando si sposarono o quando erano ancora fidanzati. Posso vederle ancora. Sono stampate su carta, e sono arrivate fino a me dagli anni 20 del secolo scorso ad oggi. 90 anni. Se scatto una foto con il mio cellulare o con la macchina fotografica digitale sono sicuro che il file .jpg che ne deriva potrò ugualmente vederlo tra 90 anni?? Che tradotto in politichese significa che una legge, lungi dall’essere quel monolite immutabile che tutti i mmaginano, deve essere proiettata verso il futuro, e se una legge funziona, funziona e basta.

Il digitale è la nuova imbarazzante metafora di questo governo. Poi succede qualcosa al supporto magnetico e le fotografie si cancellano. Oppure non sono più accessibili. Una secchiata d’acqua diaccia in capo le ripristinerà.

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559

La notizia di questi ultimi giorni è che ogni italiano spende in media 559 euro ogni tre mesi nell’acquisto di “dispositivi”. Cioè 186,33 euro al mese, e 2236 euro l’anno.

Ogni italiano. Anche i neonati nelle incubatrici e i vecchietti ospitati dalle case di cura e di riposo.

Va detto, a scanso di equivoci, che i “dispositivi” sono quelli elettronici (TV, radio, telefonini, tablet, PC, triccheballàcche…). No, perché esistono anche i “dispositivi” intra-uterini e certo giornalismo da strilloni non ci dice che quelli stanno fuori dal computo. Ingrati.

Ho fatto il calcolo di quello che succede a casa mia: abbiamo un televisore vetusto che sta cominciando a dare cenni di cedimento perché ogni tanto l’immagine sembra passata attraverso i filtri di Instagram, ma la TV la guardiamo poco. Svariati apparecchi radio sparsi un po’ per tutto l’appartamento perché la radio, quella sì, ci piace e tanto. In camera radio e TV. La radio è un regalo di nozze, quindi ha più di 10 anni, mentre la TV era quella che usavo nel mio appartamentino da single in Veneto e di anni ne ha una dozzina. Sia io che mia moglie abbiamo da “mantenere” uno smartphone ciascuno, nel senso che una volta al mese lo ricarichiamo di 15-20 euro. Quello di mia moglie è nuovo, il mio ha già un paio d’anni. Anche il PC è vecchiotto. Almeno 5 anni. Ma con Linux riesce a funzionare ancora bene e in maniera accettabilmente veloce. Siamo lontani dai 186 euro al mese.

Siamo una famiglia anomala, non cambiamo il telefonino una volta ogni tre mesi come fa l’italiano medio, perché se no 559 euro di spesa ogni tre mesi non si spiegano. Così come non si spiega l’evidente contraddizione tra le gente cha piange miseria e si lamenta perché prende 1000 euro al mese e poi ne sputtana il 18,6% in cazzatine tecnologiche perché di comprare da mangiare, evidentemente, si può fare a meno, ma di avere l’ultimo modello con cui fotografarsi i piedi per spedire la foto su Facebook e con cui pavoneggiarsi con gli amici, mentre le bollette incalzano.

Ci meritiamo tutto quello che abbiamo, governo Renzi compreso, e molto di più.

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La Turchia oscura Twitter. E chi se ne frega?

La non-notizia, stavolta, è il blocco notturno di Twitter da parte della Turchia.

E’ un’operazione pienamente legittima. Quindi, non dovrebbe costituire un tema di discussione, nè occupare i primi posti dei siti on line dei quotidiani italiani e stranieri.

Ho detto che è un’operazione legittima, non un’operazione condivisibile nel contenuto. Ma se uno Stato sovrano (e la Turchia lo è!) decide che in quello stato Twitter non entra, Twitter non entra. Punto. E’ finito il discorso.

E’ un “colpo di mano”? Forse. E’ una limitazione alla libertà di espressione dei cittadini? Certamente, almeno dal punto di vista formale (non mi sembra siano state oscurate le piattaforme blog, la possibilità di scambiarsi e-mail, i siti di informazione principali).
Ma lo possono fare. Esattamente come in Italia la magistratura oscura quotidianamente siti o parti di siti per diffamazione, pornografia, violazione del diritto d’autore. Che sono, per certi versi, forme di libera espressione. Che nel nostro ordinamento ricadono nella fattispecie di “reato” ma sempre espressione sono.
Oppure diciamo pure tranquillamente che la “libera espressione” è ciò che ci piace.

L’URSS ha “bannato” per decenni le trasmissioni radio dall’Ovest e ci lamentiamo di una mezza nottata di Twitter in Turchia.

Erdogan ha detto: “Estirperemo i social”. Frase forte? E sia pure. E chissà che non sia un male. Twitter è pur sempre pieno di persone che litigano, che se ne dicono di tutti i colori, assieme a Facebook è la terra di nessuno della diffamazione, del litigio, di incompetenti arrivisti o arrivisti incompetenti e anche di una generosa manciata di zoccole. Se loro non lo vogliono amen.

Che uno dice: “Eh, ma così si oscura l’informazione corretta e si impedisce ai turchi di conoscere la verità.”
Già, perché lo Stato Italiano che la verità su Ilaria Alpi e Miran Hrvovatin l’ha tenuta nascosta per vent’anni (confronta il post di ieri) ha fatto di meglio, nevvero?
E poi “Chi visita la Turchia per turismo non avrebbe comunque  il diritto di accedere a Twitter e raccontare quello che succede là.
A parte il fatto che ai turisti non lo ordina di certo il medico di fare i cazzoncelli presuntuosetti con il Touchphone e andare in giro a giocare al piccolo freelance in 140 caratteri.
E poi, se vogliono andare in Turchia che si adeguino. Se no se ne stiano a casa, loro e il loro schizofonino del cazzo.

Gli USA lo hanno definito un “atto codardo“. Chissà come mai non si sono preoccupati della Corea del Nord che da decenni blocca qualsiasi libertà di informazione e di espressione!

Mi sa che ci vado in Turchia. Voglio prendermi un the con Kati Hirschem e parlare con lei di quanto sia impazzito l’Occidente.

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