La programmazione di Radio Tre nell’Internet Day

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Martedì 29 ottobre 2019, a cinquant’anni dalla prima trasmissione dati, la Rai celebra internet attraverso una programmazione dedicata che percorrerà l’intera offerta del servizio pubblico. Anche il palinsesto di Rai Radio 3 parteciperà all’#InternetDay con interventi, musica e approfondimenti che costelleranno il palinsesto dell’intera giornata.

A che punto è, o forse sarebbe meglio chiedersi: esiste ancora il digital divide, il divario tra chi ha accesso a internet e chi ne è escluso? Così si inizia a Radio3 Mondo (11.00-11.30) con Marco Cochi, esperto di Africa e sviluppo tecnologico, per poi passare a Radio3 Scienza (11.30-11.20) dove in programma c’è una conversazione con Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, direttore del Digital Ethics Lab e creatore del concetto di “OnLife” come superamento della divisione di online e offline.

Sono passati cinquant’anni dai primi esperimenti nelle università californiane, ma quand’è esattamente che internet è diventata un’abitudine? Da questa domanda nasce Cinquantaseikappa – 5 canzoni dalla preistoria della Rete la playlist de L’idealista (14.30-15.00) che per l’occasione trasmetterà cinque canzoni che a cavallo degli anni Zero hanno raccontato l’arrivo di internet, dei suoi miti e dei suoi riti.

Alle 15.00 a Fahrenheit si indagheranno gli aspetti legati ai social e alla disintermediazione, mentre a Hollywood Party (19.00-19.45) si rifletterà su come le piattaforme di streaming stiano cambiando la fruizione cinematografica, quesito simile a quello di Radio3 Suite che nella prima parte (20.30-21.00) si chiederà come si è evoluto l’ascolto della musica classica.

Tre Soldi (19.45-20.00) dedicherà l’audiodocumentario della settimana alle mondo digitale: Memoria di massa – il dilemma digitale di Renato Rinaldi e Andrea Collavino, infatti, è un progetto che indaga i problemi relativi al mantenimento delle memorie digitali a cui oggi viene affidato tutto il patrimonio di testi, immagini e filmati che la società produce.

Infine Battiti (00.00-1.30), che nella seconda parte proporrà un’intervista al compositore Roberto Paci Dalò su come la musica sia cambiata con l’avvento di internet dal punto di vista della produzione, della fruizione e della circolazione, dagli scambi di file musicali in tempo reale con la finalità di scrittura collettiva ai dischi ed etichette che esistono solo in rete, dal consumo della musica liquida alle web radio.

dalla newsletter di Radio Tre

Rosario Marcianò di nuovo indagato per diffamazione

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Rosario Marcianò, un blogger sanremese esperto in “scie chimiche” è stato indagato dalla Procura della Repubblica di Torino, per diffamazione nei confronti della magistratura di Genova. In un video postato nel luglio scorso in rete, Marcianò aveva sostenuto che i video del crollo del Ponte Morandi a Genova pubblicati dai magistrati inquirenti, fossero artatamente manipolati “ad hoc” e che “tutto quello che vedete in queste riprese non è mai accaduto“.

Dove internet non arriva

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Mi sono beccato un virus, negli ultimi giorni. Nulla di grave, problemi gastroenterici (che schifo!), qualche linea di febbre, nulla che non si possa tenere a bada con un po’ di Plasil ogni tanto e un’Aspirina per abbassare la temperatura. C’è solo un piccolo ostacolo: è sabato e io ho bisogno di un certificato medico telematico. Il medico curante è impegnato con un corso di aggiornamento obbligatorio, quindi non è reperibile nemmeno dalle 8 alle 10. Lo trovo sul cellulare per misericordia divina e mi consiglia di andare alla guardia medica. Mi alzo, mi intabarro, cerco di camminare senza sbandare per via della nausea e dei giramenti di testa, e raggiungo la guardia medica, dove una giovane dottoressa, molto gentile nei modi, mi dice che le dispiace tanto, che se voglio mi può prescrivere dei farmaci (no, grazie), farmi un certificato cartaceo per il rientro (mi serve telematico, se no non sarei venuto qui), insomma, quello che voglio (ah, com’è bello avere un sistema di salute pubblico!), ma niente che sia telematico, perché alla guardia mediaca (no, dico, la guardia medica, ma sarà importante la guardia medica) non hanno internet, Anzi, a dire il vero non hanno neppure un PC per collegarsi, perché quello che c’è riposa lì da secoli e dorme della grossa, sepolto sotto cumuli di polvere e di vecchie carte che non vuole più nemmeno il macero.

Ora, condannare una giovane dottoressa alle prime armi e alle prime esperienze con il sistema sanitario nazionale a dover redigere i suoi documenti e quelli dei pazienti (incluse le ricette mediche) con tanto di carta e penna BIC (strumenti di trasmissione del sapere nobilissimi, per carità, ma c’è di più e di meglio al giorno d’oggi) è puro medioevo.

Intanto si vive (e si muore così). In fondo cos’è la morte civile se non disconnessione da tutto il resto?

Maurizio Santangelo sottosegretario del cambiamento

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Maurizio Santangelo, senatore del Movimento 5 Stelle, nel dicembre 2015 ebbe a scrivere (e poi a rimuovere) su Twitter, che con “un po” (testuale, senza apostrofo) di impegno in più, l’Etna risolverebbe tanti problemi dell’Italia.

Oggi il senatore Santangelo è stato indicato tra i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio con delega ai rapporti con il Parlamento (alcune fonti su Internet riferiscono che la delega sia all’editoria, io mi baso su quanto dichiarato dall’interessato).

E’ il cambiamento che avanza, bellezze…

Il senso di Paolo Attivissimo per l’ANSA

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L’altra sera, su Twitter, ho avuto uno scambio di messaggi con Paolo Attivissimo. E ora sono qui a pavoneggiarmi.

Lui aveva trovato un lancio dell’agenzia ANSA che riportava, nel titolo, un evidente refuso (“Trumo” per “Trump”). Pochi giorni dopo individuava un “Gualtierio” per “Gualtiero”. Piccole cose. Peccatucci di pochissimo conto. Che però per Paolo Attivissimo sono rivelatori di una pasticcioneria più diffusa che renderebbe sciatti perfino i contenuti. Ho difeso l’ANSA nella discussione perché mi sembravo veramente errorucci da poco, anche se nel titolo fanno un effetto maggiore che non nel corpo dell’articolo o in altre parti della pagina (“il refuso, quando è sistematico, è sintomo di sciatteria che si estende al resto del prodotto.”)

Il mondo del giornalismo italiano è pieno di queste ridicolaggini. Ma mi sono chiesto se questo tipo di errori, in posizioni strategiche, non siano solo il frutto di una banale disattenzione (in fondo la p di “Trump” è vicina alla o e scrive “Trumo” è veramente un batter d’occhio) ma siano addirittura volute per monitorare i siti on line dei giornali succhia-succhia, quelli che riprendono immediatamente il lancio d’agenzia e non fanno nemmeno un lavoro di verifica sulle fonti, sui fatti e, perché no, sull’ortografia.

In fondo, uno dei capisaldi dell’ecdotica, cioè della critica testuale è proprio il fatto che a separare o ad unire in una sola famiglia più fonti scritte è l’errore. Attraverso l’errore si può capire chi ha copiato da chi, per cui se io immetto un errore in un testo scritto per il web (come questo articolo, ad esempio) e voglio vedere in quanti me lo copiano con un semplice copia-incolla, dopo un po’ esce fuori che “Trumo” è stato copiato da una miriade di siti (fonte: Paolo Attivissimo via Twitter)

trump

Oggi ho provato a fare una ricerca col solo termine “Trumo” e l’unica a non aver ancora corretto è stata proprio l’ANSA.

trumo

Che io abbia fatto Bingo?

Corretto il link a valeriodistefano.com sul Corriere della Sera

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Questa mattina ho ricevuto una mail dalla giornalista Alessandra Bravi che, su mia segnalazione, ha provveduto a correggere il link sbagliato sulla pagina dell’edizione fiorentina del Corriere della Sera, come avevo segnalato qui:

https://www.valeriodistefano.com/public/post/il-corriere-della-sera-mi-cita-ma-sbaglia-il-link-1651.asp

Nel mio blog ho parlato di cultura libera, di difesa strenua della privacy, dai miei siti diffondo centinaia di migliaia di file al mese, la gente scarica musica, libri, audiobook, sono uno dei pochi che dice la verità su Wikipedia e questi per cosa mi recensiscono? Per un post su una ragazzina pisana immaginaria che si presta a fare la testimonial alla Coca Cola.

Uno potrebbe dire: che culo!! E invece vi avverto subito, non è finita qui. Stay tuned…

Fake news: il ddl della vergogna

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Il ddl contro le “fake news” (o “bufale”, come amano chiamarle gli attivissimi della lingua italiana) è al Senato.

Tragico ma vero, un pugno trasversale di senatori è riuscito a portare in aula un testo che più raffazzonato non si può e che fa acqua da tutte le parti. Il tutto allo scopo dichiarato di evitare la diffusione di notizie false e che possano suscitare allarme sociale nei media.

Di fatto la situazione è ben diversa, e i primi a farne le spese saranno i blog e i forum. Ma lo vedremo man mano analizzando alcune parti del ddl che mi sembrano determinanti (ci divertiremo!)

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Primo firmatario del documento è Adele Gambaro. Eletta tra le file del M5S è stata successivamente espulsa con una votazione via internet dal blog di Beppe Grillo. Ha fatto anche altre cose degne di nota, come votare la fiducia al governo Letta e, perché no, un pochino anche a quello di Renzi. Così, tanto per non farsi mancare nulla.
E’ una donna, dunque, che è stata eletta mediante le strategie del web e che da un blog ha avuto la sua delegittimazione.
Non sorprenda, dunque, che il nome della Gambaro figuri in testa all’elenco di chi appoggia e sottoscrive in aula il testo normativo.

C’è anche la simpaticissima Serenella Fucksia (astenuta nel dicembre 2014 sul voto del Jobs Act, astenuto al disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, anche lei espulsa dal Movimento) che nel 2013 difese Roberto Calderoli che aveva definito un “orango” l’allora Ministro Kyenge. Ce ne occupammo allora proprio qui nel blog. Wikipedia (sempre lei) scrive che “Ha, inoltre, più volte criticato la mancanza di un vero confronto di merito sui contenuti legislativi e denunciato preoccupazione per «i fanatici della rete»,definendolo «l’aspetto più critico del Movimento cinque stelle»”.
Meglio dunque porre mano a questo web e cercare di appoggiare l’operato della collega.

E che dire di Anna Cinzia Bonfrisco? Che nel 2007 fu quella che in piena aula di Palazzo Madama diede dell'”assassino” al magistrato D’Ambrosio (“Sei un assassino, assassino. Sei un criminale. Oggi è il tuo giorno”).

Come non ricordare, poi, la storica frase pronunciata nella trasmissione televisiva “Agorà” dalla senatrice Laura Puppato? «Le nostre riforme elimineranno la presenza fisica dei militanti leghisti». A parte la non democraticità di un enunciato del genere sulla bocca di chi di democratico si vanta di appartenere addirittura ad un partito intero, c’è da dire che all’enunciazione non sono poi seguiti i fatti. E questo è sotto gli occhi di tutti.

Ma tra i sottoscrittori colpisce soprattutto la presenza della firma di Rosaria Capacchione, giornalista e Senatore della Repubblica, costretta a vivere sotto scorta a causa della sua attività contro la camorra, e che ora si è buttata a difendere un ddl dal testo liberticida, azione che certamente non fa onore alla sua sofferenza e, come accade per tutti gli altri cofirmatari, ai soldi (pubblici) con cui viene pagata per fare il suo lavoro di parlamentare.

Last, but not least, evidenziamo, tra il gruppo dei proponenti, il nome di Antonio Razzi, ormai più famoso per l’imitazione di Crozza che come parlamentare. L’amico della Corea del Nord, che ha definito il suo dittatore un “moderato” e che ha negato l’esistenza nel paese di campi di prigionia («ci sono serre di pomodori grandissime, mai viste così grandi, saranno quelle, le scambiano per lager».).

controllo

La parola chiave dell’introduzione al testo del ddl è “controllo”.
E’ un dato che fa pensare (o lo vedi se anni e anni dedicati a fare le concordanze dei testi son serviti a qualcosa?) soprattutto se lo si associa a tutte le lodi sperticate che il legislatore ha fatto al lato positivo della medaglia di internet. Il testo è chiaro, ed è un ritornello sentito e risentito: la “libertà di espressione” non può essere “sinonimo di mancanza di controllo”.
Sembrerebbe quasi che ci sia una sorta di vuoto legislativo da riempire a tutti i costi con un qualcosa che normasse quello che normato non è. Invece le leggi ci sono: se una notizia falsa lede la dignità di una persona (ad esempio: “Tizio ha rubato le ciliegie dall’albero nel campo del vicino”) quella persona può sempre agire in giudizio per diffamazione.
Perché,  dunque, c’è bisogno di “controllo”? E perché sottolineare che il “controllo”, nel campo dell’informazione, significa avere il diritto a una informazione corretta? Sono cose che il mondo della rete conosce perfettamente: i giornali per deontologia professionale, i blogger perché hanno delle responsabilità oggettive nei confronti di chi legge.
La rete si autoregola: una notizia falsa e 100 notizie, post, riferimenti, link che ne evidenziano la menzogna. Funziona così. Solo chi non la conosce ha bisogno di regolamentarla. E le bufale si smontano con i fatti. Da sempre.

art1

L’articolo 1 del testo presenta una incongruenza evidente: inizia con il classico “Chiunque” delle norme penali e finisce, al comma 3, per stabilire chi è escluso dall’applicazione della norma stessa, ovvero le testate registrate on line.
In breve, rischia 5000 euro di ammenda chiunque pubblichi notizie “false, esagerate o tendenziose”, ma se il chiunque è una testata registrata in Tribunale, non rischia proprio un bel niente.
Il ddl, dunque, si rivolge a quei prodotti editoriali di rete come il blog o come i forum.
E qui si aprirebbe già un maremagnum di domande.
In primo luogo CHI stabilisce e con QUALI CRITERI se una notiza è falsa, o anche semplicemente esagerata? Il magistrato che dovrà applicare la norma, non ci sono dubbi. E non ci sono dubbi anche che pioveranno sui tavoli dei magistrati tonnellate di rimostranze e di denunce (si sa, la gente intanto ti querela, “poi si vedrà cosa succede”…)
E poi: se un blog riprende una notizia falsa pubblicata, ad esempio, da un quotidiano on line, perché dovrebbe essere punito chi lo cura e non il quotidiano che ne è fonte? E’ vero o non è vero che tutti i cittadini (e i soggetti giuridici) sono uguali davanti alla legge? E si potrebbe andare avanti ancora. Ad esempio ci si potrebbe chiedere legittimanete se diffondere o pubblicare una notizia falsa su Facebook, Instagram o Twitter (che sono, a modo loro, delle piattaforme di blogging) rientri o no in quanto previsto da questo articolo.Nulla di nuovo sotto il sole.

art2

L’articolo 2 allarga le fattispecie di delitto. Diciamo che mentre l’articolo 1 punisce la pubblicazione “semplice” di notizie false, esagerate o tendenziose, l’articolo 2 si occupa di quelle notizie false che possono destare pubblico allarme, fuorviare settori dell’opinione pubblica o aventi ad oggetto campagne d’odio.
E qui la pena massima è sempre dei famosi 5000 euro di ammenda a cui, però, si aggiungono 12 mesi di “reclusione”.
In breve, si affaccia nel testo di legge la parola “galera” (o qualche suo improvvisato equivalente, lo vedremo più avanti). Mentre in Italia il reato di ingiuria è stato addirittura depenalizzato ed è venuta meno l’ipotesi detentiva, potrei rischiare la “reclusione” se solo scrivessi (come ho già scritto) che l’omeopatia non funziona. Che è una notizia vera, ma siccome c’è gente che afferma esattamente il contrario e che è pronta a giurare che su di lei l’approccio omeopatico ha funzionato a dovere, il mio affermare l’inefficacia dell’omeopatia potrebbe destare allarme negli adepti, che costituiscono un settore dell’opinione pubblica e via discorrendo. Non parliamo poi dei colossi farmaceutici paladini dell’omeopatia che con questa legge andrebbero soltanto a nozze.
E’ ovvio che quello dell’omeopatia è solo un esempio, e, per carità, non pretendo nemmeno che sia calzante. Ma “reclusione” in casa mia ha un significato ben preciso e in Italia qualcuno rischierà di nuovo il carcere per una notizia. Non saranno più i giornalisti di professione, saranno i poveri cristi, gli incazzati o i malati di protagonismo digitale. E non dovrebbe essere illecito penale l’essere malati di protagonismo, se no io sarei già condannato all’ergastolo.
E poi mettiamo i puntini sulle “i”. Quel brav’uomo del professor Mario Simoni che mi insegnava diritto al liceo, mi spiegava che in Italia l'”ammenda” va con l'”arresto”, e la “multa” con la “reclusione”. “Ammenda” e “reclusione” non possono andare insieme.

art3

L’articolo 3, poi, è il più eccentrico di tutti. Introduce l’obbligo per chi apre un blog, un forum, un sito web o una qualsiasi altra “piattaforma informatica destinata alla pubblicazione”, di comunicare al tribunale, entro 15 giorni dall’apertura, nominativo, domicilio, codice fiscale e indirizzo di PEC di chi lo gestisce. Il tutto allo scopo manifesto di “contrastare l’anonimato”.
Anche qui vagonate di comunicazioni ai Tribunali nello sciagurato caso in cui la legge dovesse entrare in vigore come tale e così come è approdata alla discussione in Senato. Il numero di siti e pagine web aperti ogni giorno in Italia è ancora considerevolmente elevato e un obbligo del genere manderebbe in tilt le cancellerie degli organi di giustizia ovunque diffusi, impegnati a doversi gestire tonnellate di messaggi di PEC.
E poi perché mai si dovrebbe “contrastare l’anonimato”? L’anonimato è un diritto soggettivo specifico. Se io immetto della informazione in rete ho tutto il diritto di non farmi riconoscere (magari usando uno pseudonimo, così si adopera lo pseudonimato) che non significa non essere punito o punibile. La magistratura può facilmente accedere ai dati di chi ha registrato un sito web, anche se questi dati non sono pubblicamente disponibili.
La gente maschera il proprio numero di telefono ogni giorno se non vuole farsi riconoscere, e nessuno ci trova niente di strano.
Dunque i dati vanno non solo comunicati ma anche pubblicati in modo visibile sul sito stesso. Vogliono solo sapere chi sei senza fare la fatica di venirti a cercare.
E non si sa bene che cosa ne sarà di tutto il maremagnum di siti, forum, pagine e blog pubblicati fino al momento dell’entrata in vigore della legge (quando e se sarà!), saranno anche loro obbligati a pubblicare i loro dati? A scrivere una PEC al Tribunale per dire “io esisto”? Veramente il Tribunale, quando ha avuto bisogno di contattarmi per il blog mi ha trovato senza nessuna difficoltà. Ma non sia mai che l’esperienza faccia scuola.

Occorre dunque correre ai ripari e munirsi di un bel paio di mutande di bandone per parare il colpo di Lorsignori. Ne riparlerò. Ora, scusate, ma ho il mal di mare (buark… ohimé…)

La gita a Tinder

Reading Time: 2 minutestinder

La mia corrispondente in Siberia (sì, lo so cosa vistate chiedendo, come si faccia ad avere una corrispondente proprio nei ghiacci della Siberia, e di conseguenza fatevi un po’ di più i cazzi vostri) ieri mi ha chiesto se uso Tinder.

Pensavo che Tinder fosse una barretta di cioccolato, il Tinder Buendo, il Tinder Cereali e il Tinder con più latte e meno cacao, ma so da pochi giorni che Tinder è una applicazione dedicata principalmente all’acchiappo-hard in rete. La si scarica sull’Android, immagino che ci si iscriva lasciando i propri dati (se no non si vede perché la diano gratis) e quelli della persona che si vorrebbe incontare (che abbia almeno la nostra età e che abiti più o meno vicina a noi), si fa l’upload di una nostra foto e quello la manda ad un tot di persone (credo privilegiando il dato geografico). Se la controparte clicca sulla richiesta di contatto (viceversa può cestinarci con una X) e noi le rispondiamo ecco che abbiamo avviato una chat e che possiamo andare direttamente a patteggiare minimo una trombatina compensatoria, e senza nemmeno parlare troppo, perché tanto si sa che entrambe le persone sono lì per quello, poi, caso mai, si vedrà.

Ecco, il punto non è che mi dia fastidio Tinder come accessorio per trovare facilmente il ragazzo o la ragazza, l’amante, l’amica o l’amico particolare, no, da quel punto di visto magari ce ne fossero di questi accrocchi (anche per trovare persone da contattare se magari vivi in un luogo nuovo e sconosciuto e hai bisogno di amicizie nuove) perché poter dire a una persona che è interessante per te è e continua ad essere una delle cose più difficili della vita. No, ecco, quello che mi urta è la mancanza di colloquio. Ora, capisco che per trombare non sia una conditio sine qua non, per cui, come diceva Brancaleone, prendimi/dammiti cuccurucù, e chi se ne frega se io faccio il meccanico e tu stai per laurearti in filosofia teoretica. Però magari qualcosa oltre al “mi passi la sigaretta?” (il “per favore” è un optional) bisogna pur dirla. Come si fa a riempire quei momenti di vuoto e di corpi sudaticci che si asciugano sotto le lenzuola sgualcite se non si parla un po’??

E, soprattutto, cosa le è venuto in mente alla mia corrispondente siberiana di chiedermi se uso Tinder??

Camera con vista

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Stamattina, verso le 10, ho acceso la Radio su GR Parlamento (ormai anche Radio 3 sta diventando inascoltabile per il marcato carattere filogovernativo delle trasmissioni informative del mattino).

Trasmettevano, probabilmente in replica, la conferenza stampa della Presidente Laura Boldrini, in occasione della cerimonia del ventaglio.

Immancabile la domanda sul rapporto tra le istituzioni e i social media, alla quale la Boldrini ha risposto, con entusiastico slancio, che la Camera dei Deputati è felicemente su Twitter, su Flickr e su Instagram, e che presto avrà anche lei la sua pagina Facebook.

Oh!

Ora le domande sono: e allora? Qual è l’interesse pubblico della notizia? E si pretenderebbe anche una risposta.

C’è gente (come me) che ha un account su Twitter da anni e, giustamente, questa non è una notizia. Anche perché se si dovesse fare una “caso” di ogni account Twitter aperto si intaserebbero le agenzie di stampa.

Cos’hanno fatto, dunque, quelli della Camera dei Deputati? Hanno fatto né più né meno che quello che facciamo un po’ tutti, hanno sottoscritto alcune condizioni, hanno settato un paio di permessini, hanno messo on line una fotografia di sfondo e, come tutti, possono usare un canale loro dedicato.

Nessun capolavoro della potenza informatica, dunque, nessuna alta espressione dell’ingegno umano, piuttosto è assai singolare come ci sia gente che è su Facebook da anni e un’istituzione non vi abbia ancora aperto la sua pagina. Mentre gli utenti invecchiano sul social network più amato dagli italiani la Camera dei Deputati non riesce (ancora) a fare vagiti e ruttino.

Il distacco da parte delle istituzioni nei confronti della gente, si vede anche da questo: sonnecchiamenti diffusi (su Twitter molti messaggi sono dedicati ad avvertire il pubblico di quando iniziano e quanto finiscono le sedute) e poi, quando si tratta di stringere, è tutto uno sventolar di orgoglio di appartenenza alle forme più trendy della comunicazione.

Ricordo che tempo fa un’impiegata della Biblioteca di Empoli sventolava per ogni dove il fatto che da quel momento in poi fosse possibile comunicare con l’ente anche via Skype. E in fondo che cos’era stato fatto? Era stato installato un programma (o una APP, come si dice oggi con orrida tendenza contrattiva), niente di più.

E la Camera non è da meno. Solo che al di là dell’orgoglio c’è la rabbia fallaciana di doversi sottoporre alle critiche degli utenti. E lì stà l’inghippo. Perché impedire i commenti della gente proprio non si può, ma nemmeno pagare qualcuno che stia lì solo a guardare chi offende e chi no e cancelli ora questo ora quell’altro intervento.

Perché è questa la Camera. Vecchia, polverosa e un po’ disordinata.

12 anni, libero!

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Il blog compie 12 anni. O, meglio, a compiere 12 anni è il dominio “valeriodistefano.com” ma le due cose viaggiano ormai di pari passo.

Ne abbiamo viste di tutti i colori. Compresa la richiesta di sequestro avanzata da Liber Liber (nella persona del suo Presidente Marco Calvo) nel settembre del 2009. Nessuno mette in dubbio il diritto di chiunque a far valere le proprie ragioni (sempre ammesso che siano ragioni e che non si tratti, al contrario, di pretesti) in qualunque sede (è così che funziona la democrazia). Quella che, invece, sì, deve essere totalmente stigmatizzato e reso pubblico è la pretesa di oscurare, mediante l’arma del sequestro giudiziario, un intero dominio (non solo il blog, quindi, ma tutto il materiale che vi viene ospitato a vario titolo) per una sezione contenente un supposto “illecito” di dimensioni irrisorie. Puntare a fare in modo che qualcuno non solo non parli più di un determinato argomento (cosa grave già di per sé) ma non debba parlare più di niente, togliendogli uno dei diritto costituzionali che è quello di opinione, cronaca e critica è una smisuratezza abnorme che non auguro a nessuno (sì, neanche a Liber Liber stessa).

Queste poche righe solo per dirvi come il sacrificio di chi è morto o ha dato la vita intera per sottolineare l’importanza della conquista delle libertà, non possa e non debba essere sottovalutato neanche davanti a questi eventi.

E un pensiero vada anche alla Rivoluzione dei Garofani di un Portogallo da amare anche per questo.

Quanto a noi, seguiremos adelante.

Guadagnare con un sito internet, guadagnare online, fare soldi con un sito, diventare ricco con un blog

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Quelle di cui al titolo sono solo alcune delle chiavi di ricerca di Internet più diffuse.

Sembra che la websfera sia piena di persone che vogliono divertare ricche sfondate con un blog o, comunque, far quattrini usando Internet, e, possibilmente, durano fatica il meno possibile.

Il sogno è sempre quello, avere un qualcosa on line che lavori al posto nostro mentre noi cazzeggiamo con il nuovo cellulare,  facciamo i fregnetti, e ci illudiamo di avere veramente trovato la gallina dalle uova d’oro che ci porterà tanti bei soldini nelle tasche.

Se siete arrivati su questo articolo cercando una di queste opzioni di ricerca, ve lo dico subito: andate a lavorare. Non esiste niente che possa farvi ricchi in questo modo solo mantenendo un blog, e Internet non è il campo dei miracoli in cui seminare le monete d’oro di Mangiafoco.

Sì, certo, il PPC (“Pay per click”) funziona.
Nel senso che è vero che voi vi iscrivete a un circuito qualsiasi (indovinate quale?)che preveda il pagamento per ogni clic ricevuto sulle pubblicità esposte e voi venite accreditati. Ma di quanti centesimi? Pochissimi, solitamente. Due, tre, cinque. Quando va bene dieci. Intendiamoci, la botta di culo dell’annuncio da 90 centesimi può sempre starci.
Ma è, appunto, una botta di culo. Una ogni tanto.

Alcuni dati. I miei siti ormai si sono stabilizzati su un clic da 0,09 euro ogni 100 “visualizzazioni” calcolate dal programma. E non “guadagnano” più quello che “guadagnavano” nel 2008. Insomma, non ci vivete di certo con quei soldi lì.

Certo, se invece di guardare alla vostra ricchezza personale guardaste a quella dell’economia del sito con ogni probabilità vi accorgereste che, se non ci guadagnate, in fondo all’anno avete almeno ripreso i soldini dell’hosting (ma dovete avere un certo traffico).
Sono soddisfazioni, certo, e in fondo è anche bellino andare ogni volta a vedere il contagiri dei centesimi che vi porta verso il vostro primo caffè (pagato a babbo morto, quando avrete raggiunto il minimo importo pagabile, e vi assicuro che all’inizio è dura), in fondo avrete “lavorato” sì e no una mezz’oretta.

Però smettetela di credere a Babbo Natale, ok?

Amici miei

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Matteo Renzi è il primo Presidente del Consiglio Incaricato attualmente con riserva in multitasking che abbiamo mai avuto.

Mentre procede alle consultazioni trova il tempo e la voglia di sditeggiare qualcosa su Twitter. Non so voi, ma io mi sento piuttosto inquietato da questo atteggiamento. Non che non abbia diritto ad avere il suo sacrosanto account Twitter e a  scriverci quello che ritiene più opportuno (lo ha fatto Letta, lo fa la Boldrini), ma, cazzo, in quel momento sta svolgendo una delicata funzione istituzionale, che ci giochi più tardi con lo smartfonino. Se lo facesse un insegnante durante l’interrogazione perderebbe il posto subito.

Cosa aveva di tanto urgente da comunicare “Urbi et orbi”? Voleva solo dire: “Mi spiace per chi ha votato 5Stelle. Meritate di più, amici.”

Prima di tutto a me non è affatto dispiaciuto aver votato 5 Stelle, anzi, l’ho fatto ANCHE per non votare il partito da cui proviene e che non mi rappresenta. E poi “amici”? Ma “amici” di cosa? Io non sono affatto amico di Renzi e non voglio esserlo, ma, soprattutto, lui non è per nulla “amico” mio, mi dispiace (anzi, no).
E’ questo linguaggio piacione, falso amicone, sornione, da gatto che fa le fusa, insinuante, circuente, mellassoso, stucchevole -e ora basta perché ho finito il Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari- a infastidirmi.

“Meritiamo di più”? E chi sarebbe il “di più”? Lui? Il suo governo?? La riforma elettorale redatta a quattro mani con Berlusconi?? La promessa di una riforma al mese??? No, ce lo dica perché son curioso di saperlo.

“Ma vi prometto che cambieremo l’Italia. Anche per voi.” Ma cosa vuol dire questo? E’ il classico discorso che si faceva da piccini sul pezzettino della merendina: “Te lo do lo stesso anche se non sei mio amico”. Ma grazie. Cosa si deve fare anche l’inchino?? Miglioreranno la scuola e nella scuola migliorata potranno andarci ANCHE i figli di chi ha votato 5 Stelle? E’ solo l’inizio della confusione totale tra diritti e concessioni.

Così, tra quest’assurdità s’annega il pensier mio.

Daniele Virgillito ha scoperto l’acqua calda di Wikipedia

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In molti in queste ore mi segnalano l’articolo di Daniele Virgillito su Wired.it “Come ho fregato tg, politici e giornali con qualche riga su Wikipedia”.
C’è l’auto-da-fe di questo freelance, un outing anche abbastanza compiaciuto, che si è divertito ad attribuire citazioni false a personaggi celebri, magari appena defunti, senza attendere che il rigor mortis della notizia li ricatapultasse nell’oblio.

Grazie, è divertente, ma nulla di più.

In realtà è un déjà-vu. Quando sulla Wikipedia francese apparve Continua la lettura di “Daniele Virgillito ha scoperto l’acqua calda di Wikipedia”

Il bilancio di Wikimedia Italia

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Il sito web sostienilacultura.it fa capo a Wikimedia Italia, l’associazione dei supporter italiani di Wikipedia e dei suoi fratelli gemelli, nonché corrispondente nel nostro paese di Wikimedia Inc.

Vi si trovano informazioni su come donare del denaro (ovvio!), come devolvere a loro il 5 per 1000 dell’IRPEF (beh, certo…) e molto altro.

Pubblicano anche il loro bilancio. Gentili.

Andiamo un pochino a vedere quanto ha incassato Wikimedia Italia.


In una pagina web (quella che trovate a corredo di queste note) leggo che in quattro anni sono stati ricevuti più di 470.000 euro in donazioni. E sticazzi. Sono una media di poco meno di 120.000 euro l’anno.
Come dire che tutto quello che riesce a mettere da parte un metalmeccanico con una vita di stenti e di lavoro, ammesso che mai ci riesca, Wikimedia Italia lo percepisce in un anno.

Ma andiamo a vedere nel dettaglio il bilancio consuntivo del 2012: le DONAZIONI ammontano a 45.686,22 euro. Siamo ben sotto la media pomposamente dichiarata degli ultimi quattro anni. E’ il 38,88%.
L’altra voce di una certa consistenza, audite audite, sono le sponsorizzazioni. Ma chi ha sponsorizzato Wikimedia Italia e per che cosa non è dato di saperlo. Questa forma di associazionismo che disprezza la pubblicità su Wikipedia e la rifugge come la peste registra € 36.300,00 in entrata alla voce corrispondente.

E le voci più piccole? Eccole: € 91,00 per vendita gadget. Càspita, nemmeno le magliette per una squadra di calcio dei pulcini della parrocchia! Ma per gadget e volantini sono stati spesi € 1.460,64. Cioè 16 volte tanto quello che è stato incassato in quel capitolo di spesa. Tutti soldi che dovevano andare alla cultura libera.

Ma quella dei gadget non è l’unica voce in uscita per l’autopromozione. Per quello sono stati spesi in totale € 6.675,44.
Che se andiamo a vedere sono quasi esattamente l’ammontare delle nuove iscrizioni (l’esatto importo delle quote associative è di € 6.770,00). Quindi, la gente si associa e con quei soldi si realizzano spilline, cappellini, magliette, la videoguida Wikiquote e la Campagna pubblicitaria 5 per 1000. Per carità, non ci sarebbe nemmeno nulla di male se solo uno all’atto dell’iscrizione lo sapesse, perché magari spera che i suoi soldi vadano a sostenere la cultura libera.

Altra cosa che fa pensare è la voce “Interessi bancari”. Ben 20,71 euro.
Tenendo conto che avevano un fondo cassa (o “Avanzo di gestione esercizi precedenti”) di € 172.627,73 i casi sono tre: o non hanno trovato una banca con condizioni particolarmente favorevoli, o sono andati in scoperto più volte mangiandosi gli interessi, o tutti questi denari non li tengono in banca.

Anche la voce “Spese domini internet e aggiornamento software” merita una riflessione: € 9.085,85 di spesa.
I domini internet wikimedia.it e sostienilacultura.it sono gestiti da una ditta di Viterbo che si chiama Olisys.it. Non sono evidenziate sul web le tariffe di hosting e/o di housing dei domini. Quindi non posso dire quanto costi gestire un sito e in quale modalità. Ma è certo che per distribuire un bilancio in PDF e ospitare alcune pagine in HTML non ci vuole un server dedicato.
E tutto quell'”aggiornamento” software?? Ma non sono i paladini della cultura libera? Installino programmi free (gratuiti) e open source e sono a posto. Hanno macchine Windows o Mac?? Benissimo, allora non si lamentino se devono pagare, Linux è lì apposta. Nemmeno una scuola pubblica spende quella cifra per aggiornare una ventina di computer di un laboratorio telematico.

Al fin della fiera, dei 172.627,73 euro residui delle gestioni precedenti, ne avanzano 115.412,80. Un tonfo spaventoso di oltre il 33% di rimessa.

Cappellini, magliette e distintivi.

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La Camera dei Deputati è su Twitter!!!

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Laura Boldrini ha comunicato ieri sul suo account Twitter che adesso anche la Camera dei Deputati ha il suo account Twitter, e ha invitato i suoi follower in quello che ha definito “un altro passo in avanti nel dialogo con i cittadini.”.

Ma in fondo, che cos’è stato fatto? E’ stato semplicemente creato un account su Twitter, lo si è collegato a una casella di posta elettronica e da quel momento quell’account è entrato in funzione. Nient’altro.

I cittadini dialogavano tra di loro via Twitter da svariati anni prima che qualcuno a Montecitorio si decidesse ad avere la felice intuizione e a dire “facciamolo anche noi!”.

Personalmente trovo imbarazzante questo atteggiamento trionfalistico che si basa su una operazione assolutamente ordinaria e banalmente quotidiana. Perché immagino che siano ancora molti ad aprire un account su Twitter ogni giorno senza trovarci nulla di strano.

Al momento in cui scrivo la Camera dei Deputati ha su Twitter 4018 follower, che non mi pare poi gran che, nemmeno se leggiamo questo dato alla luce del fatto che sono stati raggiunti in un giorno e sull’onda del clicca-clicca selvaggio.

L’ordinarietà assunta a livello di notizia è una moda molto diffusa. Ci cascano anche le nostre istituzioni.

IBS versus libreriauniversitaria.it

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Ho gentilmente congedato IBS dall’elenco dei miei fornitori ufficiali.

Loro, per la verità, non lo sanno ancora, ma non comprerò più i loro prodotti.

Ho fatto una serie di ordinazioni da consegnare a altrettanti destinatari come regalo di Natale. A una persona avevo regalato 3 DVD. Nel pacco ce n’erano solo due. Io non potevo saperlo perché il pacco, appunto, era stato recapitato a questa persona e non a me. L’addebito, però, era stato effettuato per intero.

Per carità, ho scritto a IBS e stanno facendo di tutto per risolvere il problema a loro spese. Però la cosa è scocciante. Non mi va che il destinatario dei miei regali riceva qualcosa che ho ordinato prima di Natale, che è stato spedito dopo e che verrà recapitato dopo la polvere.

Inoltre avevo in sospeso un ordine da parecchio tempo. Tre librettini della Sellerio, tra cui “Capodanno in giallo” che IBS mi dava disponibile in tre settimane. Tre settimane per reperire un libro regolarmente disponibile in Italia.

Per prima cosa ho annullato l’ordine che IBS mi teneva in sospeso da troppo tempo.

Poi mi sono rivolto a libreriauniversitaria.it, dove ho ripetuto lo stesso ordine (“Capodanno in giallo” disponibile in 1-2 giorni) e che me l’ha spedito in tre giorni. Grazie!

L’interfaccia del sito è molto chiara e “friendly” (oggi se una cosa non è “friendly” non la si prende nemmeno in considerazione!). Rispetto a IBS, libreriauniversitaria.it fa pagare le spese di spedizione. Per ordini di valore superiore a 24 euro sono di solo 1 euro, e con lo sconto del 15% lo si può tranquillamente recuperare, e la spedizione avviene -reperibilità del prodotto permettendo- in tempi accettabili.

Insomma, io mi trovo bene.

Giorgio Caproni è su Twitter

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Tomba di Giorgio Caproni - Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Unported

Su Twitter ho visto una cosa strana.

L’editore Chiarelettere pubblicizza l’hastag #primolibro2014. In soldoni, si tratta di dire quale sia il libro con cui abbiamo iniziato l’anno nuovo, ormai già sgualcito di una settimana. L’anno, non il libro.

Alla domanda di Chialettere ha risposto nientemeno che “Giorgio Caproni” (utente @CaproniGiorgio), dicendo “da oggi le MIE poesie” (il maiuscolo è mio).

Ora Giorgio Caproni, poeta insigne, è morto nel 1990. Come faceva a scrivere su Twitter??

Ma no, Valerio, non capisci. E’ solo un account per rendergli omaggio. In effetti gli ultimi post sono, per lo più, citazioni da poesie di Caproni. Anzi, da una sola, quella dell’Annina e della bicicletta. Ma perché si deve usare il nome, l’immagine e l’opera di un Poeta come Caproni per farsi vedere su Twitter??

Le “mie” poesie?? Ma di che cosa stanno parlando??

Web irriverente e un tantino dispeptico.

Confutatis Maledictis

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Una signora mi ha detto che il mio blog sta cominciando a diventare noioso.

Senz’altro è vero, ma io sono vecchio e rincoglionito (sicché tendo sempre più spesso a reiterare sempre gli stessi discorsi). Inoltre sono acciaccato, malandato, menomato, zoppo, pensionato d’accompagnamento, in breve, “infelice”, come avrebbe detto il mi’ nonno Armando e questo mi rende vieppiù rimuginante e ripetitivo.

Del resto, cosa volete, anche gli argomenti di cui parlo son tutt’altro che popolari.
Se parlassi di sesso, delle gravidanze delle star, se vi invitassi a donare due euro all’Associazione Nazionale contro l’Unghia Incarnita (Onlus!!!!), se vi rimbalzassi i coglioni con l’ultimo telefonino in pura plastica a soli 535 eurini e ci state larghi, a quest’ora avrei molte più visualizzazioni.

Invece vi parlo di privacy (e il bello è che non la penso nemmeno come voi!), vi parlo di diffamazione (reato odiosissimo ma v’importa ‘na sega a voi, quella degli altri è diffamazione, la vostra è critica!), vi parlo di copyright (e anche lì v’importa ‘na sega a voi, voi la roba la scaricate, peggio per chi ci capita!), vi parlo di Wikipedia e di quanto sia improponibile, ma a voi Wikipedia vi garba di molto, e poi via, Di Stefano, perché questa continua crociata contro Wikipedia? Ora avresti anche rotto i coglioni a criticarla ogni volta che chiede i soldi alla gente.

Crociata?? Io non faccio nessuna guerra, e Wikipedia non è custode del Santissimo Sepolcro.
Vi rompo i coglioni quando parlo del loro vizietto di chieder soldi alla gente? Beh, anche loro rompono i coglioni a chieder soldi a ogni pie’ sospinto, ci mancherebbe altro che non li si possa criticare (ah, no, giusto, la mia è diffamazione, la critica è la vostra).

E poi non mi piacciono Jovanotti, la Boldrini e Saviano. No, via, non va bene così. E avete ragione, sto cominciando a diventare noioso. Sapete cosa c’è?? Che vi pigliate uno spazio web dove vi pare, ci installate WordPress o quello che vi garba a voi, e il blog ve lo fate per conto vostro, così la smettete di rompere i coglioni a me.

Baby Doll

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Hanno cominciato a limarci sordo da ieri con questa storia delle due “baby” prostitute dei Parioli, di quanto il mondo dei giovani sia inaccessibile agli adulti, di quanto siamo incapaci di interfacciarci con l’adolescenza proiettata in Internet.

Hanno scoperto che esiste un sito che si chiama “Bakeca Incontri” (sì, scritto così, con la k perché fa più figo) e che la gente ci va. Ma che strano, eh?? Mettono in linea un sito per incontri e la gente lo usa anche. Chissà cosa si credevano, che gli internauti lo lasciassero lì a marcire e a ricoprirsi di uno strato di muffa grigio-verdastra??

Hanno scoperto che gli adolescenti hanno un rapporto con la loro sessualità che non passa per il filtro dei genitori. Insomma, fanno un po’ quello che vogliono. Che è quello che abbiamo fatto tutti appena abbiamo avuto il barlume della ragione, impadronirci del nostro corpo e dire “ecco, è mio!”
Certo, prostituirsi è un po’ tanto, troppo, decisamente. Ma tra coloro che le aiutavano a inserirsi nei giri giusti c’era la madre di una di loro. Quindi il modello femminile e genitoriale c’era. Solo che era quello sbagliato.

Hanno scoperto che esiste la prostituzione anche a meno di 18 anni. Strano, anche quando qualcuno aveva parlato della nipotina di Mubarak da affidare a Nicole Minetti non se n’era accorto nessuno. Perché era un sistema, e adesso, appena il sistema comincia a sgretolarsi, si comincia a prendere coscienza di quello che era già consolidato. Ti si spalancano gli occhi e ti si sgonfia il cervello.

Hanno scoperto che la scuola è deficitaria nell’insegnamento della sessualità. Come se fosse colpa sua e degli insegnanti se, poi, le ragazzine si prostituiscono.

Hanno scoperto che i ragazzini vanno su Facebook (ma va’??) e che, proprio per questo, non si sa per quale imperscrutabile disegno del destino, sono incontrollabili. Cioè, siccome sono i genitori che non li sanno controllare, allora la colpa è di Facebook, è di Internet, è del computer, è di quell’attrezzo che però fa comodo a padri e madri perché intanto ti bada i ragazzi mentre tu vai fuori a lavorare e poi rientri stanco morto che c’è tua figlia che ti fa “Ciao Papi, Ciao Mami, come va?? Tutto bene??? Un mare di fatica per una cinquantina di euro scarsi, nevvero??? Pensate un po’ che io oggi ne ho guadagnati centoventi senza fare troppa fatica, anzi, è anche quasi divertente, ma tanto è colpa della scuola, vero???…

Privacy is not a crime!

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Qualcuno mi ha chiesto (bontà sua) cosa io ne pensi delle intercettazioni selvagge rispetto al tema della privacy.

A parte il fatto che ho già scritto qualcosa in proposito, posso condensare il tutto in una breve sentenza: avete voluto l’“intercettatemi pure”, avete voluto il “siamo tutti puttane”, avete gridato “io non ho niente da nascondere!” adesso non vi lamentate!

“Ma tu hai un blog, metti tutta la tua vita in pubblico e poi vieni a ragionare della privacy…”

Sì, io ho un blog ma tutta la mia vita in pubblico non ce la metto. Quanto alla privacy, è molto semplice: la privacy è tutto quello che IO decido che gli altri possano fare (o non fare) con i miei dati e con le mie informazioni. Punto, non c’è altro.

Sembra semplice eppure lo è:

– se io metto sul blog il mio indirizzo e-mail, è perché mi fa piacere che la gente mi scriva sulle tematiche e sugli articoli che tratto nel blog. E quello è il motivo per cui lo pubblico. Se, invece, lo usa per mandarmi della pubblicità, lì sì, mi inalbero. Perché questo non rientra più nei limiti di quello che IO avevo stabilito fosse il confine del mio formire quel dato personale;

– se io scrivo sul blog che ho l’influenza, questo dato deve rimanere circoscritto alla sfera della lettura di pura fruizione (leggasi “cazzeggio”) e nessuna clinica privata è autorizzata, attraverso il mio blog, a raccogliere informazioni sulla mia salute;

– se io metto su Facebook il mio numero di telefono, è perché voglio che Facebook e le persone autorizzate a vederlo possano usufrirne per offrirmi dei servizi o comunicare con me a voce, se credono. Se, invece, in virtù di quella pubblicazione mi telefona l’agenzia dei cuori solitari Cupido per propormi una iscrizione quelli non sono più i MIEI scopi iniziali.

“Eh, va beh, ma tu così ti esponi…”

Anche voi siete esposti, bèi miei naccherini, o pensate che non conferire su Facebook il vostro numero di telefono, ma dare dati riguardo alla vostra religione e al vostro orientamento politico vi preservi ugualmente in saecula saeculorum amen? “Oh, no, il numero di telefono è una cosa così personale…” E il credo religioso e politico no?? Non volete rotture di scatole? Non andate su Internet! Se ci siete (e ci siete) accettate di rischiare, ma poi non venite a fare quelli che cascano giù dal pero se Obama vi incastra mentre parlate con l’amante (paura, eh???).

La privacy è qualcosa di molto articolato. Se voi il numero di telefono invece che darlo a Facebook lo deste al supermercato perché avete completato la raccolta dei punti per l’ottenimento di una zuppiera in purissimo dado da brodo, e poi il supermercato lo cedesse a un altro supermercato, che lo cede a un’agenzia di pompe funebri avete il brodino caldo gratis, la spesa con lo sconto e il funerale con l’offerta speciale, ma intanto il vostro numero di telefono va in giro, e voi ve la prendete con me perché ho dato il mio numero di telefono a Facebook!

Dovreste incazzarvi quando qualcuno fa qualcosa a vostra insaputa coi vostri dati. E anche quando vi dicono che Letta non può essere stato intercettato perché aveva il cellulare crittografato. Perché non li dànno a noi i cellulari crittografati? Noi intercettati e Letta no perché aveva il telefonino strafigo? Va mica bene! Spendiamo centinaia di euro per un telefono che nella migliore delle ipotesi tra sei mesi sarà vetusto e ci pigliano anche per il culo facendoci ascoltare dagli americani.

“Firmi qui qui e qui, è per la privacy” e poi ve lo tirano in quel posto perché per pagarvi il macchinone a rate dovete dare la liberatoria alle banche per l’appoggio del RID (“Ha un conto corrente lei?? Allora è tutto a posto, non ci saranno problemi…”). Vi piace avere almeno un paio di carte di credito nel portafoglio? Anche a me, ma si dà il caso che chi ha emesso la mia carta di credito sappia tutto di quello che compro, di quanto spendo, di dove lo compro. Se compro dei libri on line chi emette la mia carta potrà sapere che ho speso X presso il venditore Y, e non i titoli che ho ordinato. Ma quelli li conosce il venditore Y, appunto, e allora sono già due soggetti che hanno in mano i miei dati.

“Firmi qui qui e qui, è per la privacy” e poi lo prendete di nuovo in quel posto perché si dà il caso che se non firmate poi non avete quella prestazione sanitaria. Ma perché il centro che mi fa le radiografie ha bisogno di sapere se sono coniugato o se ho dei segni particolari di riconoscimento? E poi io dovrei firmare “per la privacy” mentre quelli mi chiedono se per caso ho un neo in fronte o con chi sono sposato?

Ecco, volevate il mio pensiero e ve l’ho detto. Ora firmate qui, qui e qui. E’ per la privacy.

Giulia Sarti: come ti creo il “mostro” senza virgolette

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L'articolo dell'Huffington Post

“Pensavo che il problema fondamentale, se si cita “Io sono colui che è”, fosse decidere dove va il segno d’interpunzione, se fuori o dentro le virgolette.
Per questo la mia scelta politica fu la filologia.”

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

Ho già difeso Giulia Sarti, deputata del Movimento 5 Stelle su questo blog.
Non mi piace ricordare i particolari di quella triste occasione, anche perché si tratta di valori che io considero inviolabili e imprescindibili per ciascuno.

La difendo di nuovo perché ciò che le sta succedendo ha ancora dell’incredibile.

L’Huffington Post ha pubblicato un articolo dal titolo “Movimento 5 stelle, Giulia Sarti cita l’imprenditore che evade il fisco: ‘Dovremmo tutti fare come lui'”

L'”imprenditore che evade il fisco”, per la cronaca, è il signor Roberto Corsi, che ha deciso di protestare contro l’oppressione fiscale non emettendo più scontrini e praticando al cliente uno sconto del 21%.

Ma la frase attribuita a Giulia Sarti, semplicemente, non è di Giulia Sarti.

L’Huffington Post conclude l’articolo: “Un appello del genere, lanciato sulla bacheca Facebook di un Parlamentare, suona come un invito ad evadere il fisco.”

Bene, mi sono detto, allora andiamo a vedere che cosa ha scritto sulla sua bacheca Facebook questa parlamentare:

Il post comincia con:
“Dovremmo diventare tutti Roberto Corsi: “Oggi sono 43 giorni che ho deciso di buttare fuori lo Stato dal mio negozio”. Roberto Corsi, piccolo commerciante di Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza. (…)”

E finisce con “Anib, roma”

Quello che si trova tra virgolette è una citazione. La frase che comincia con “Oggi sono 43 giorni che ho deciso” è del signor Corsi, mentre quella che inizia l’articolo, e che costituisce la presunta prova per l’incriminazione di Giulia Sarti davanti la pubblica gogna, essendo una citazione non può che essere di un’altra persona.

Lo stesso Beppe Grillo ha riportato quel testo, pari pari (e ora non ho voglia di vedere se è Giulia Sarti ad aver copiato da Beppe Grillo o viceversa, non è questo che voglio dimostrare, anche se sarebbe indubbiamente interessante).

Adesso non ci resta che porci un dubbio, non è che l’estensore di quel testo esprimeva una SUA opinione che non necessariamente doveva essere condivisa da chi lo riportava (Grillo o Sarti che fosse)?

Eh, sì, perché Quando uno usa le virgolette o vuole usare una espressione in senso improprio oppure vuole dirci: “Guarda quello che viene dopo non l’ho scritto io” (appunto!)

E allora di chi è l’intervento? Potrebbe essere dell’utente “Anib, roma”, per esempio.
Eccolo qui:

E poi sarebbe bastato andare a vedere quante volte quell’articoletto è stato riportato sul web per potersi permettere il dubbio di ritenerlo come un discorso riportato da altre fonti e non necessariamente come il prodotto del pensiero originale della Sarti.

Il gioco al massacro del web ha creato una vittima per non aver visto un paio di virgolette.  

Il pulsante antimolestie di Twitter

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Twitter è qualcosa di meraviglioso, peccato che l’ho scoperto troppo tardi.

140 caratteri, praticamente un palpito. Un blogghettino minimale e, soprattutto, niente ansia di avere tanto “follower” (si chiamano così i fans su Twitter) perché, tanto, tutto è pubblico e chiunque può leggere tutto di chiunque altro.

Insomma, semplice, immediato, veloce, accessibile da quasi qualunque piattaforma (esistono blogger come Yoani Sánchez che aggiornano il proprio blog attraverso gli SMS), trasparente, ma soprattutto arma di discussione e di critica nei confronti dei politici (io ho risposto a Laura Puppato e Matteo Renzi). Su Twitter, molto più che su Facebook, ognuno si ritrova davanti al popolo del web.

Al punto che, tempo fa, la deputata laburista Stella Creasy e la blogger Caroline Criado-Pérez, oltre a tre giornaliste, sono state molestate su Twitter nel Regno Unito con l’invio di tweet volgari, offensivi e denigratori, e addirittura alcune minacce di morte.

Sono cose che fanno male. Molto male.

E così, svariate migliaia di utenti ha pensato di chiedere a Twitter di inserire un pulsante antimoltestia. Che non si sa bene come funzionerà dal punto di vista pratico. Cioè, io ritengo di essere stato molestato da qualcuno, clicco sul pulsantino e Twitter mi rimuove il contenuto suppostamente denigratorio e fa tottò all’utente? Sarebbe terribile.

Comunque sia, il direttore generale di Twitter Tony Wang ha commentato: «Mi scuso personalmente con le donne che sono state insultate su Twitter e per quello che hanno sopportato»
Di che si scusa? Non è colpa sua. Non le ha mica scritte lui quelle minacce. Può sentirsi colpito perché la sua piattaforma è stata usata per scopi non propriamente umanitari, ma da qui a scusarsi c’è una bel salto!
Esiste un principio giuridico ormai vigente in tutto il mondo (tranne in Italia, dove, si sa, siamo in leggera controtendenza, specialmente con la sentenza Google) per cui il provider non è responsabile dei contenuti immessi dall’utente. Cioè YouTube non risponde del copyright eventualmente violato dai suoi iscritti.

E poi aggiunge: «La gente merita di sentirsi al sicuro su Twitter».
E certo. Ma se una persona può segnalarmi così, just for, io non mi sento affatto al sicuro.
Io, come tutti gli altri, saremo alla mercè di qualche buontempone, o di qualche integralista, o di qualche personaggio con la sensibilità alle stelle, che se io scrivo “Chi non mangia la Golia o è un ladro o è una spia” e quello/a non mangia la Golia e si sente offeso/a perché non è né un ladro né una spia (si veda il caso), mi sbottoncina e poi, se mi va bene, devo riferire a Twitter il perché e il percome (il mio inglese scritto è pessimo, abbiate pietà!).

Saremo l’uno il Grande Fratello dell’altro, basterà un clic per cancellare pensieri, parole, opere e omissioni. Per la colpa degli altri.

Il blog di Beppe Grillo è un magazine on line

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Cliccare sull'immagine (da www.beppegrillo.it) per ingrandirla

Poi uno dice “ma ci sarà qualcosa che ti dà noia di Beppe Grillo”?
Eccoci, pronti a fare autocritica dall’interno: sul blog è apparsa (chissà da quanto tempo, ma io l’ho vista solo ora -abbiate pazienza, in sei mesi di ospedale di cose ne accadono tante fuori, e le cose sono tante ad accadere ma io sono solo uno a scrivere) la scritta che definisce la risorsa web di Grillo come “Il primo magazine solo on line”.

Cazzo è un “magazine”? Dovrebbe essere una sorta di giornale, di periodico, di quotidiano, ma è proprio questo che non mi piace. Questo blog che leggete non è né un giornale, né un periodico, anzi, è proprio caratterizzato da una forte aperiodicità, non pretende di dare delle notizie ma di riportare il mio pensiero. Questo è il senso del blog. E’ talmente poliedrico che sfugge a qualsiasi denominazione. Ergo, se gliene affibbi una (“magazine”, addirittura) lo pieghi a quello che non è.

Un blog è qualcosa di agile ma allo stesso tempo rozzo, primordiale e immediato. E’ un giornalino della parrocchia. “Magazine”?? Ma via… no, grazie, abbia pazienza, Grillo, oggi son disturbato di stomaco.

Le Istituzioni hanno paura di internet

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La rete, questa sconosciuta. Questo mezzo di comunicazione che produce paura, come tutto quello che non si può fermare, come tutto quello che vorremmo non ci fosse, come tutto quello che permette alla gente di sfuggire ai controlli tradizionalmente intesi. E se la rete è sconosciuta, la rete diventa, automaticamente (e non potenzialmente) dannosa.
Non esiste ancora, soprattutto ai più alti vertici dello Stato e, più in generale, nella visione del legislatore, l’immagine della rete come società, per cui le leggi che valgono nella società sono trasferibili perfettamente anche nella rete, no, la rete è diventata, nell’immaginario politico prima ancora che in quello dell’opinione pubblica, luogo privilegiato di interesse per i comportamenti del singolo. Tutto ciò che è fatto in rete assume una valenza amplificata, come se fosse più grave di ciò che succede nella vita quotidiana.

Una precisazione: io non ce l’ho affatto con la presidente della Camera Boldrini, come la frequenza di post su di lei potrebbe far credere. Molto semplicemente non condiviso una virgola di quel che dice, fa, pensa. Lei ha tanti mezzi per diffondere il suo pensiero, io ho solo il mio blog. Abbiate pazienza.

Laura Boldrini, dunque, ha scritto sulla sua pagina Facebook queste osservazioni che riporto, integralmente, evidenziandole in grassetto.

La violenza contro le donne continua a mietere vittime. In questi giorni altri due casi di femminicidio: Cristina Biagi uccisa il 28 luglio, Erika Ciurlia il giorno dopo. Una violenza che non ha confine e che passa anche attraverso la rete, non solo in Italia.

La violenza a cui si riferisce la Boldrini, probabilmente, è da cercare in alcuni interventi pubblicati prima dei delitti dai presunti assassini su Facebook. Interventi che facevano chiaramente presagire quello che sarebbe avvenuto di lì a poco e che nessuno è stato in grado di scongiurare (ci sarà ben stato qualcuno che avrà visto quei post tre ore prima dell’omicidio, no? Macché, tutti zitti, tutti facebookianamente omertosi). Ma il punto non è la rete, evidentemente, quanto, piuttosto, tutte le modalità di comunicazione possibili tra un assassino e la sua vittima designata. Quante telefonate, quanti SMS avrà ricevuto la donna prima di morire? Ma, ecco, del telefonino non parla più nessuno, quello non fa paura. Eppure è lo strumento preferito dagli stalker. Una volta si usavano le lettere anonime di minaccia. Si usano ancora, non so quante ne riceveranno i deputati della Camera, ma se ne parla pochissimo. Facebook, dunque, come quintessenza del pericolo in internet, ma non solo.

In Inghilterra, ben 60mila persone hanno firmato una petizione on line perché su Twitter venga inserito un ‘tasto’ per segnalare abusi …e violenze verbali. Dopo la mobilitazione di massa, il social network si è impegnato a provvedere. A portare avanti questa battaglia è stata Caroline Criado- Perez, una nota attivista per i diritti delle donne, vittima di pesantissime minacce sul suo profilo.

La rete fa quello che l’Italia non riesce nemmeno a recepire. Sono bastate 60.000 persone perché Twitter facesse suo uno slancio di indignazione fortissimo, e tutto questo in pochissimi giorni.
In Italia “Il fatto quotidiano” sta portando avanti una raccolta di firme contro lo sfregio della Costituzione perpetrato da parte dei partiti di Governo. Le firme raccolte ad oggi sono 160.000. Eppure non c’è stata nessuna risposta a livello istituzionale. Che cosa avrebbe da dire la presidente Boldrini su questo?


Per quale motivo non viene inserito un “tasto” legislativo che permetta di mantenere inalterato il senso della nostra carta?
Sono 160.000 persone, dicevo, e il loro numero è destinato ad aumentare. Eppure è come se non ci fossero. La rete, attraverso la quale hanno manifestato la loro adesione, è “virtuale”. E’ come se non esistessero. E il problema è Twitter??

Anche nel nostro Paese, molti, specialmente donne, subiscono minacce on line e alcuni giovani sono arrivati a togliersi la vita a causa del dileggio in rete.
La mobilitazione collettiva, in Inghilterra, ha aiutato ad ottenere risultati per aumentare la tutela sul web. In Italia questo tema viene percepito, da alcuni, come un tentativo di censura.
Cosa ne pensate dell’esperienza inglese?

Sarebbe stato confortante avere i dati che riguardano le persecuzioni di reati come l’istigazione al suicidio (che mi pare ancora perfettamente contemplato nel nostro codice penale), sapere cioè quante persone, dopo un giusto e regolare processo, sono stati riconosciuti colpevoli di crimini come quelli richiamati dalla Presidente Boldrini.
Ma questi dati non ci vengono proposti. Come mai?
E perché la cosiddetta “tutela del web” viene vista come un tentativo di censura? Perché diventerà troppo facile per chi usa Twitter segnalare qualcuno per una parola fuori posto o, ancor meno, per una opinione non gradita. Si premerà il bottoncino e quello sparirà, non avrà più la possibilità di esprimersi su quella piattaforma. Non è uno strumento di tutela, è uno strumento di delazione e di giustizia sommaria. Ecco cosa penso dell’esperienza inglese.

Abbiamo leggi per tutelarci e magistrati per applicarle. Adesso.

Minacce via web alla Carfagna – Le reazioni di Boldrini e Gelmini

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Mara Carfagna è stata minacciata in rete. Le hanno scritto cose indubbiamente sgradevoli sulla sua pagina Facebook, tipo “Ti verremo a prendere a casa”. Lei ha dato mandato ai suoi legali di querelare gli autori del gesto. Tutto questo va bene. E’ un suo diritto sacrosanto farlo.

La Boldrini, da parte sua, ha commentato su Twitter: «Ho telefonato a Mara Carfagna per esprimerle la mia solidarietà. Chi usa il web per minacciare snatura la Rete e la sua libertà».
Chi usa il web per minacciare, naturalmente, non snatura né la Rete, né tanto meno la libertà che essa offre, snatura prima di tutto se stesso e può essere perseguito a norma di legge. Punto. La libertà in rete è semplicemente connaturata al rispetto delle stesse regole che valgono per la società civile. Né più né meno. Viceversa rischieremmo una sorta di zona franca dove tutto è ammissibile, o un posto controllato in modo speciale.

Infatti la Gelmini, a sua volta, evidenzia: «Quest’episodio ci richiama al dovere di regolamentare in modo efficace il comportamento da tenere in rete». Perché, che comportamento si deve tenere in rete? No, ce lo dica, così lo sappiamo anche noi e, se del caso, ci adegueremo alla bisogna. Non bisogna offendere? Diffamare?? Minacciare??? Ma questi sono già reati perfettamente contemplati dal nostro codice penale. O vogliamo dire che una diffamazione è più diffamazione di un’altra solo perché compiuta sul web? Anche questo è contemplato, non c’è bisogno di ulteriori regolamentazioni.

Ancora una volta un episodio deprecabile ha dato seguito a reazioni deprecapili. Speriamo solo che il 49% dei lettori del Corriere che si è dichiarato “divertito” dalla lettura di questa notizia si diverta ancora di più a sostenere davanti a un giudice che “tanto è su internet”!

Le mille e una morte di Nelson Mandela

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E’ una delle tante notizie-bufala che circolano nel web in questi giorni sull’avvenuta morte di Nelson Mandela, che avvenuta non è affatto.

Con periodicità pressoché quotidiana, siti di notizie e social network, sulla base di qualche falsa pista e con la bramosia di essere i primi, si accaniscono (e non solo terapeuticamente) nell’ultima fase della vita di questo galantuomo e pretendono di avere il controllo sul suo trapasso e su quando il Sud Africa piangerà il suo ex Presidente.

E’ un modo di procedere tipicamente da web: intanto le notizie si dànno, poi se non sono vere si è sempre in tempo a cancellarle.

Dimenticando che Nelson Mandela è sempre meglio tenerselo vivo, ancorché attaccato ai tubi della terapia intensiva. Non muore la storia, no.

La dipendenza da Internet

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Ho sempre pensato che la parola “virtuale” sia stata inventata da qualche terrorista o da qualche cercatore di soldi facili. A volte, lo devo ammetere, i due concetti coincidono.

Il virtuale non esiste. Se io uso un computer uso un coso di plastica, metallo, silicio e quant’altro che è lì, è reale, altro che virtuale. Chi commenta un post di un blog, di Facebook di Twitter è una persona in carne ed ossa e sentimenti (certo, volgarissimi, a tratti), così come chi quel post lo scrive. La rete stessa non è virtualità. Valgono nella rete le stesse regole che valgono nel mondo fisico. Ad esempio se scrivete cazzate da qualche parte potrebbe anche darsi che a qualcuno venga il ghiribizzo di querelarvi. Se ricevo una mail dal mio commercialista che mi dice che devo pagargli la parcella io la parcella gliela devo pagare, non posso attaccarmi al fatto che si è trattato di una comunicazione non personale.

Poi ci sono gli amori o le relazioni virtuali. “Sai, ho un amico virtuale” fa la signora all’amica mentre sono al supermercato. E quella “Davvero??? Dài, dài, dimmi che sono curiosa come una scimmia…” Si vede che la gente pensa che le persone che hanno questo tipo di trasporto siano fatte di polvere. La rete è solo il “luogo” in cui due persone si conoscono. E’ come trovarsi al bar. Poi magari decidono di proseguire la loro conoscenza.

Niente di nuovo, del resto, quando non c’era internet c’erano gli amici di penna, e quando non c’erano nemmeno loro ci si sposava per corrispondenza.

Però la virtualità è stata associata proprio al concetto non tanto di “comunicazione mediata” ma di “comunicazione con un interlocutore immaginario”, che è una coglionatura bella e buona. Caso mai può essere, tutt’al più, “non presente nello stesso luogo e/o tempo”. Ma perché, la gente quando parla al telefono l’interlocutore lo vede?

In nome della virtualità si sono inventate tante cose. Intanto gli psichiatri si sono fatti depositari di una nuova patologia da curare, la sindrome da dipendenza da internet. Così, voglio dire, la gente che sta un po’ troppo connessa (già, ma troppo quanto? Chi è che stabilisce, come accade con l’alcool, qual è la dose giornaliera per un uso sicuro per sé e per gli altri di internet? Nessuno, naturalmente. Ma pretendono di curarti e tu devi dar loro anche i soldi) si ritrova catalogata come patologia quello che è un semplice comportamento.

Però… “professore, mio figlio sta sempre attaccato al computer, dalla mattina alla sera, che dice, lo faccio curare da uno specialista??” Ma quella non è dipendenza, è essere dei genitori pirla. Tuo figlio portalo anche fuori qualche volta. Oppure toglielo internet. Cazzo, non puoi delegare la tua funzione educativa nei confronti di tuo figlio a uno psichiatra o a qualche pasticchina.

E poi “hai un blog?? Ma come fai a stare tutto il tempo davanti a un computer?? Ah, io non ce la farei” Ma non hai bisogno di starci “tutto il tempo”, basta scrivere ogni tanto. Ma se ti piace scrivere, comunicare, dare qualcosa a qualcuno, far circolare le tue idee, quella è una dipendenza da internet, devi essere curato. E loro lo sanno benissimo che il problema non è internet, ma il fatto che tu pensi e scriva. Il sistema mal l’accetta, per questo ti dicono “Vieni, vieni, ci pensiamo noi!” e poi quelli  che hanno pensato a te si sfondano su Facebook e buttano via la chiave!

Sei su Twitter?? Peggio ancora. Il fatto che Twitter possa essere gestito da un cellulare, che tu possa mandare degli aggiornamenti via SMS (magari disponendo di mezzi assolutamente esigui), oppure attraverso uno Smartphone, viene visto come un sintomo di malattia. Tu, naturalmente, non sei affatto malato, lo sai benissimo. Ma se uno si inventa che esiste una malattia, poi si può anche arrogare il diritto di curarti, di rimproverarti che stai sempre a guardare se ti sono arrivate risposte ai tuoi tweet, che non ti relazioni con gli amici “reali”, e va beh, ma magari è gente che spara una valanga di stronzate e, voglio dire, poi ci credo che uno preferisca fare o parlare d’altro.

State attenti. Ma molto, molto attenti.

Cinquanta sfumature di occorrenze

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Cinquanta sfumature di grigio

Qualcuno di voi mi ha segnalato “Grafemi” il blog di Paolo Zardi e, nella fattispecie l’articolo “Cinquanta sfumature di grigio – oh!”

L’autore analizza il romanzo “Cinquanta sfumature di grigio” (best seller mondiale dello pseudo erotismo preferito dal pubblico femminile) e lo fa in un modo, a suo dire, altro e originale: analizzando le occorrenze delle singole parole nell’intero testo mediante l’ausilio di un programma informatico. Ovvero cercando di leggere il testo non come una mera sequenza analogica ma andando a ritrovare quelle parole chiave che, sparse nel testo, costituiscono ossessioni (volontarie o involontarie), ripetizioni o vere e proprie parole-spia che possono suggerirci una analisi più approfondita di un autore, all’interno di un suo singolo lavoro (un romanzo, come in questo caso) o della sua intera produzione.

Scrive a un certo punto Zardi: “Ora, invece, è possibile, con un semplice programma (che possiedo solo io: me lo sono scritto con le mie mani)…”

Ora, il programma che ha scritto Zardi può darsi benissimo he non lo abbia nessuno. Forse lo ha scritto a suo esclusivo uso e consumo e non ha voluto darlo a nessun altro. Più che legittimo, ci mancherebbe altro.
Ma non è l’unico software che genera un elenco di occorrenze partendo da un  testo dato.
Il più conosciuto è DBT (Data Base Testuale), di Eugenio Picchi, dell’Istituto di Linguistica Computazionale di Pisa. Lo usai nel periodo 95-97 per la mia tesi di laurea.
Lo si può avere gratis scaricandoselo e chiedendo il codice di sblocco all’ILC stesso.
Poi c’era un programma molto bello, realizzato dal Prof. La Greca dell’Università di Salerno, si chiamava “Verbum”, era arrivato alla seconda edizione ma aveva un difetto, funzionava sotto DOS. Così quando il putiferio Windows 9X e seguenti si fece strada il programma ebbe vita breve. Ma funzionava bene. Ce l’ho ancora e in emulazione DOS-ambiente Linux va che è una scheggia.

Questo per quel che riguarda quel che c’è in Italia (e da svariati anni, ormai).

Quel che c’è da rimproverare a Zardi, ictu oculi, è il fatto di aver condotto l’indagine sulla traduzione italiana del romanzo e non sulla sua versione originale.
Non ho motivi di dubitare della fedeltà del traduttore all’originale di questo testo tanto severamente imprescindibile per la letteratura di ogni tempo e paese, però è possibile che una forma inglese sia andata a confluire in una forma diversa italiana, proprio perché la traduzione non è un’operazione per cui “a X corrisponde sempre Y” (se no avrebbe ragione Google Translator).
Altra obiezione da rivolgere a Zardi è quella di aver analizzato solo le occorrenze delle parole e non le concordanze. Voglio dire, sarà vero che una delle forme di interiezione più ricorrente sia “Ah!” (79 volte) ma un conto è che si riferisca alla sfera sessuale (come è più che prevedibile), un conto è che significhi “Ho capito!”

Son piccole cose, per carità. E non vale nemmeno la pena dirle per due trombatine editoriali.

Caterina Marini e Ilaria Bugetti del PD sono su Facebook

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Caterina Marini è consigliera della circoscrizione centro del Partito Democratico.

Una sera sua sorella la chiama al telefono per dirle che mentre si recava in camera sua è stata fortemente spaventata dalla vista e dalla presenza di un ladro. Ansia più che comprensibile.

La Marini, renziana ed ex portavoce della segretaria della federazione pratese, sfoga la sua rabbia su Facebook con queste parole “La telefonata di mia sorella mi ha lasciato senza parole: mentre andava in camera si è trovata faccia a faccia in casa con un ladro…. Che città di merda è questa… Extracomunitari ladri stronzi dovete morire subito” e, in un commento “Era un magrebino. Agile come un gatto. E datemi di razzista non me ne frega un cazzo. La gente ha solo discorsi”.
Poi capisce che forse ha esagerato (o qualcuno le dice che il suo post ha provocato più di qualche mugugno) e toglie il messaggio dalla sua bacheca.
Troppo tardi. La disciplina interna del PD si è mossa. “Con quelle dichiarazioni Caterina Marini è di fatto fuori dal Partito Democratico perché violano chiaramente i nostri principi fondanti che da sempre si rispecchiano nell’anti-razzismo, nella non-violenza e nel rispetto della convivenza. Tali affermazioni hanno giustamente colpito la sensibilità delle forze politiche, associative e civili che tutti i giorni lavorano a quell’idea d’integrazione irrinunciabile in una moderna ed evoluta società. Non spetta direttamente a me emettere delle sanzioni e ho già chiesto l’apertura di un procedimento disciplinare presso la commissione di garanzia. Tuttavia appare evidente la violazione del codice etico che Caterina Marini ha sottoscritto in due momenti: in primo luogo prendendo la tessera del Partito Democratico e anche una volta eletta come consigliera di Circoscrizione”. Questo quanto scrive Ilaria Bugetti.

In effetti un po’ pesine erano, quelle frasi. Ma oltre al giudizio politico, al procedimento disciplinare che preluderà certamente all’espulsione, arriva il controsenso, la beffa, l’assurdo, la commedia.

Un ulteriore commento di Ilaria Brugetti, secondo quanto riportato da “Il Fatto Quotidiano” di oggi, a pagina 8, in un articolo di Daniele Vecchi è stato: “Perché noi dobbiamo dare il buon esempio. Se sei un personaggio pubblico e impegnato in politica non puoi permetterti di scrivere su Facebook. (…) Con tutto quello che abbiamo detto di Berlusconi serve coerenza.”

Ora, sinceramente sfugge anche al lettore più superficialmente interessato alla vicenda il perché un personaggio pubblico dedicato alla politica non debba, anzi, non possa permettersi di scrivere su Facebook. Evidentemente una persona, qualunque persona, finché non commette reato scrive su Facebook o dove vuole quel che vuole. Molti politici ben più “visibili” della Brugetti e della Marini lo fanno. Forse non si dovrebbero scrivere QUEL TIPO di frasi, ma per il resto non si vede perché una politica non possa condividere la foto degli spaghetti che ha cucinato per cena con i suoi “amici”, se le sembra buono farlo.

Allora mi sono detto, andiamo un pochino a vedere e facciamo una ricerca su Facebook sotto il nome “Ilaria Brugetti”. Ecco cosa appare:

Allora uno dice: “Sarà certamente una omonima”. Macché, la pagina “Per Ilaria Bugetti Segretaria provinciale Pd” serve o è servita, evidentemente, a sostenerla nel cammino politico.

Non ho nulla contro la propaganda. E’ giusto che la Bugetti la faccia se ritiene che i 475 “mi piace” raccolti le siano utili. Ma chi dava il buon esempio non doveva non potersi permettere il lusso di scrivere su Facebook? Già, e come mai allora gli altri due account riportati sono inequivocabilmente risalenti a lei? Non sono due omonimie, ogni account è intestato a una persona nata il 9 novembre 1973, la somiglianza delle due foto associate ai profili è evidente, e uno dei due profili sembra essere nato proprio per raccogliere le richieste di iscrizione eccedenti i 5000 “amici” (tetto massimo stabilitoda Facebook per un privato). Inoltre si parla del Partito Democratico e della vita politica di Prato. Cosa vogliamo di più??

Vogliamo solo che il buonesempismo sia una realtà.

Saimos do Facebook

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Il Brasile, terra meravigliosa e paese ingiustamente considerato “in via di sviluppo”, senza poi chiarire in sviluppo rispetto a che cosa, è cornice di una delle proteste di consistenti, violente e sanguinolente di questo noiosissimo inizio di millennio.
Dovremmo imparare molto dal Brasile, specialmente da questo manifestante che, armato soltanto di un cartello e di una testa per pensare, ricorda a tutti che per protestare è necessario uscire da Facebook e entrare nelle piazze.
In Italia, naturalmente, accadrà soltanto che chi è su Facebook ci rimane, perché essere su Facebook è un po’ come tenere il culo su una poltroncina che è sempre nostra per piccina ch’ella sia.
La rete ci fa incontrare. Poi, quando ce n’è bisogno, si va fuori.