La programmazione di Radio Tre nell’Internet Day

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Martedì 29 ottobre 2019, a cinquant’anni dalla prima trasmissione dati, la Rai celebra internet attraverso una programmazione dedicata che percorrerà l’intera offerta del servizio pubblico. Anche il palinsesto di Rai Radio 3 parteciperà all’#InternetDay con interventi, musica e approfondimenti che costelleranno il palinsesto dell’intera giornata.

A che punto è, o forse sarebbe meglio chiedersi: esiste ancora il digital divide, il divario tra chi ha accesso a internet e chi ne è escluso? Così si inizia a Radio3 Mondo (11.00-11.30) con Marco Cochi, esperto di Africa e sviluppo tecnologico, per poi passare a Radio3 Scienza (11.30-11.20) dove in programma c’è una conversazione con Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, direttore del Digital Ethics Lab e creatore del concetto di “OnLife” come superamento della divisione di online e offline.

Sono passati cinquant’anni dai primi esperimenti nelle università californiane, ma quand’è esattamente che internet è diventata un’abitudine? Da questa domanda nasce Cinquantaseikappa – 5 canzoni dalla preistoria della Rete la playlist de L’idealista (14.30-15.00) che per l’occasione trasmetterà cinque canzoni che a cavallo degli anni Zero hanno raccontato l’arrivo di internet, dei suoi miti e dei suoi riti.

Alle 15.00 a Fahrenheit si indagheranno gli aspetti legati ai social e alla disintermediazione, mentre a Hollywood Party (19.00-19.45) si rifletterà su come le piattaforme di streaming stiano cambiando la fruizione cinematografica, quesito simile a quello di Radio3 Suite che nella prima parte (20.30-21.00) si chiederà come si è evoluto l’ascolto della musica classica.
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Rosario Marcianò di nuovo indagato per diffamazione

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Rosario Marcianò, un blogger sanremese esperto in “scie chimiche” è stato indagato dalla Procura della Repubblica di Torino, per diffamazione nei confronti della magistratura di Genova. In un video postato nel luglio scorso in rete, Marcianò aveva sostenuto che i video del crollo del Ponte Morandi a Genova pubblicati dai magistrati inquirenti, fossero artatamente manipolati “ad hoc” e che “tutto quello che vedete in queste riprese non è mai accaduto“.

Dove internet non arriva

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Mi sono beccato un virus, negli ultimi giorni. Nulla di grave, problemi gastroenterici (che schifo!), qualche linea di febbre, nulla che non si possa tenere a bada con un po’ di Plasil ogni tanto e un’Aspirina per abbassare la temperatura. C’è solo un piccolo ostacolo: è sabato e io ho bisogno di un certificato medico telematico. Il medico curante è impegnato con un corso di aggiornamento obbligatorio, quindi non è reperibile nemmeno dalle 8 alle 10. Lo trovo sul cellulare per misericordia divina e mi consiglia di andare alla guardia medica. Mi alzo, mi intabarro, cerco di camminare senza sbandare per via della nausea e dei giramenti di testa, e raggiungo la guardia medica, dove una giovane dottoressa, molto gentile nei modi, mi dice che le dispiace tanto, che se voglio mi può prescrivere dei farmaci (no, grazie), farmi un certificato cartaceo per il rientro (mi serve telematico, se no non sarei venuto qui), insomma, quello che voglio (ah, com’è bello avere un sistema di salute pubblico!), ma niente che sia telematico, perché alla guardia mediaca (no, dico, la guardia medica, ma sarà importante la guardia medica) non hanno internet, Anzi, a dire il vero non hanno neppure un PC per collegarsi, perché quello che c’è riposa lì da secoli e dorme della grossa, sepolto sotto cumuli di polvere e di vecchie carte che non vuole più nemmeno il macero.

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Maurizio Santangelo sottosegretario del cambiamento

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Maurizio Santangelo, senatore del Movimento 5 Stelle, nel dicembre 2015 ebbe a scrivere (e poi a rimuovere) su Twitter, che con “un po” (testuale, senza apostrofo) di impegno in più, l’Etna risolverebbe tanti problemi dell’Italia.

Oggi il senatore Santangelo è stato indicato tra i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio con delega ai rapporti con il Parlamento (alcune fonti su Internet riferiscono che la delega sia all’editoria, io mi baso su quanto dichiarato dall’interessato).

E’ il cambiamento che avanza, bellezze…

Il senso di Paolo Attivissimo per l’ANSA

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L’altra sera, su Twitter, ho avuto uno scambio di messaggi con Paolo Attivissimo. E ora sono qui a pavoneggiarmi.

Lui aveva trovato un lancio dell’agenzia ANSA che riportava, nel titolo, un evidente refuso (“Trumo” per “Trump”). Pochi giorni dopo individuava un “Gualtierio” per “Gualtiero”. Piccole cose. Peccatucci di pochissimo conto. Che però per Paolo Attivissimo sono rivelatori di una pasticcioneria più diffusa che renderebbe sciatti perfino i contenuti. Ho difeso l’ANSA nella discussione perché mi sembravo veramente errorucci da poco, anche se nel titolo fanno un effetto maggiore che non nel corpo dell’articolo o in altre parti della pagina (“il refuso, quando è sistematico, è sintomo di sciatteria che si estende al resto del prodotto.”)

Il mondo del giornalismo italiano è pieno di queste ridicolaggini. Ma mi sono chiesto se questo tipo di errori, in posizioni strategiche, non siano solo il frutto di una banale disattenzione (in fondo la p di “Trump” è vicina alla o e scrive “Trumo” è veramente un batter d’occhio) ma siano addirittura volute per monitorare i siti on line dei giornali succhia-succhia, quelli che riprendono immediatamente il lancio d’agenzia e non fanno nemmeno un lavoro di verifica sulle fonti, sui fatti e, perché no, sull’ortografia.

In fondo, uno dei capisaldi dell’ecdotica, cioè della critica testuale è proprio il fatto che a separare o ad unire in una sola famiglia più fonti scritte è l’errore. Attraverso l’errore si può capire chi ha copiato da chi, per cui se io immetto un errore in un testo scritto per il web (come questo articolo, ad esempio) e voglio vedere in quanti me lo copiano con un semplice copia-incolla, dopo un po’ esce fuori che “Trumo” è stato copiato da una miriade di siti (fonte: Paolo Attivissimo via Twitter)
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Corretto il link a valeriodistefano.com sul Corriere della Sera

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Questa mattina ho ricevuto una mail dalla giornalista Alessandra Bravi che, su mia segnalazione, ha provveduto a correggere il link sbagliato sulla pagina dell’edizione fiorentina del Corriere della Sera, come avevo segnalato qui:

https://www.valeriodistefano.com/public/post/il-corriere-della-sera-mi-cita-ma-sbaglia-il-link-1651.asp

Nel mio blog ho parlato di cultura libera, di difesa strenua della privacy, dai miei siti diffondo centinaia di migliaia di file al mese, la gente scarica musica, libri, audiobook, sono uno dei pochi che dice la verità su Wikipedia e questi per cosa mi recensiscono? Per un post su una ragazzina pisana immaginaria che si presta a fare la testimonial alla Coca Cola.

Uno potrebbe dire: che culo!! E invece vi avverto subito, non è finita qui. Stay tuned…

Fake news: il ddl della vergogna

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Il ddl contro le “fake news” (o “bufale”, come amano chiamarle gli attivissimi della lingua italiana) è al Senato.

Tragico ma vero, un pugno trasversale di senatori è riuscito a portare in aula un testo che più raffazzonato non si può e che fa acqua da tutte le parti. Il tutto allo scopo dichiarato di evitare la diffusione di notizie false e che possano suscitare allarme sociale nei media.

Di fatto la situazione è ben diversa, e i primi a farne le spese saranno i blog e i forum. Ma lo vedremo man mano analizzando alcune parti del ddl che mi sembrano determinanti (ci divertiremo!)

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Primo firmatario del documento è Adele Gambaro. Eletta tra le file del M5S è stata successivamente espulsa con una votazione via internet dal blog di Beppe Grillo. Ha fatto anche altre cose degne di nota, come votare la fiducia al governo Letta e, perché no, un pochino anche a quello di Renzi. Così, tanto per non farsi mancare nulla.
E’ una donna, dunque, che è stata eletta mediante le strategie del web e che da un blog ha avuto la sua delegittimazione.
Non sorprenda, dunque, che il nome della Gambaro figuri in testa all’elenco di chi appoggia e sottoscrive in aula il testo normativo.
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La gita a Tinder

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La mia corrispondente in Siberia (sì, lo so cosa vistate chiedendo, come si faccia ad avere una corrispondente proprio nei ghiacci della Siberia, e di conseguenza fatevi un po’ di più i cazzi vostri) ieri mi ha chiesto se uso Tinder.

Pensavo che Tinder fosse una barretta di cioccolato, il Tinder Buendo, il Tinder Cereali e il Tinder con più latte e meno cacao, ma so da pochi giorni che Tinder è una applicazione dedicata principalmente all’acchiappo-hard in rete. La si scarica sull’Android, immagino che ci si iscriva lasciando i propri dati (se no non si vede perché la diano gratis) e quelli della persona che si vorrebbe incontare (che abbia almeno la nostra età e che abiti più o meno vicina a noi), si fa l’upload di una nostra foto e quello la manda ad un tot di persone (credo privilegiando il dato geografico). Se la controparte clicca sulla richiesta di contatto (viceversa può cestinarci con una X) e noi le rispondiamo ecco che abbiamo avviato una chat e che possiamo andare direttamente a patteggiare minimo una trombatina compensatoria, e senza nemmeno parlare troppo, perché tanto si sa che entrambe le persone sono lì per quello, poi, caso mai, si vedrà.

Ecco, il punto non è che mi dia fastidio Tinder come accessorio per trovare facilmente il ragazzo o la ragazza, l’amante, l’amica o l’amico particolare, no, da quel punto di visto magari ce ne fossero di questi accrocchi (anche per trovare persone da contattare se magari vivi in un luogo nuovo e sconosciuto e hai bisogno di amicizie nuove) perché poter dire a una persona che è interessante per te è e continua ad essere una delle cose più difficili della vita. No, ecco, quello che mi urta è la mancanza di colloquio. Ora, capisco che per trombare non sia una conditio sine qua non, per cui, come diceva Brancaleone, prendimi/dammiti cuccurucù, e chi se ne frega se io faccio il meccanico e tu stai per laurearti in filosofia teoretica. Però magari qualcosa oltre al “mi passi la sigaretta?” (il “per favore” è un optional) bisogna pur dirla. Come si fa a riempire quei momenti di vuoto e di corpi sudaticci che si asciugano sotto le lenzuola sgualcite se non si parla un po’??
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Camera con vista

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Stamattina, verso le 10, ho acceso la Radio su GR Parlamento (ormai anche Radio 3 sta diventando inascoltabile per il marcato carattere filogovernativo delle trasmissioni informative del mattino).

Trasmettevano, probabilmente in replica, la conferenza stampa della Presidente Laura Boldrini, in occasione della cerimonia del ventaglio.

Immancabile la domanda sul rapporto tra le istituzioni e i social media, alla quale la Boldrini ha risposto, con entusiastico slancio, che la Camera dei Deputati è felicemente su Twitter, su Flickr e su Instagram, e che presto avrà anche lei la sua pagina Facebook.

Oh!

Ora le domande sono: e allora? Qual è l’interesse pubblico della notizia? E si pretenderebbe anche una risposta.

C’è gente (come me) che ha un account su Twitter da anni e, giustamente, questa non è una notizia. Anche perché se si dovesse fare una “caso” di ogni account Twitter aperto si intaserebbero le agenzie di stampa.

Cos’hanno fatto, dunque, quelli della Camera dei Deputati? Hanno fatto né più né meno che quello che facciamo un po’ tutti, hanno sottoscritto alcune condizioni, hanno settato un paio di permessini, hanno messo on line una fotografia di sfondo e, come tutti, possono usare un canale loro dedicato.

Nessun capolavoro della potenza informatica, dunque, nessuna alta espressione dell’ingegno umano, piuttosto è assai singolare come ci sia gente che è su Facebook da anni e un’istituzione non vi abbia ancora aperto la sua pagina. Mentre gli utenti invecchiano sul social network più amato dagli italiani la Camera dei Deputati non riesce (ancora) a fare vagiti e ruttino.
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12 anni, libero!

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Il blog compie 12 anni. O, meglio, a compiere 12 anni è il dominio “valeriodistefano.com” ma le due cose viaggiano ormai di pari passo.

Ne abbiamo viste di tutti i colori. Compresa la richiesta di sequestro avanzata da Liber Liber (nella persona del suo Presidente Marco Calvo) nel settembre del 2009. Nessuno mette in dubbio il diritto di chiunque a far valere le proprie ragioni (sempre ammesso che siano ragioni e che non si tratti, al contrario, di pretesti) in qualunque sede (è così che funziona la democrazia). Quella che, invece, sì, deve essere totalmente stigmatizzato e reso pubblico è la pretesa di oscurare, mediante l’arma del sequestro giudiziario, un intero dominio (non solo il blog, quindi, ma tutto il materiale che vi viene ospitato a vario titolo) per una sezione contenente un supposto “illecito” di dimensioni irrisorie. Puntare a fare in modo che qualcuno non solo non parli più di un determinato argomento (cosa grave già di per sé) ma non debba parlare più di niente, togliendogli uno dei diritto costituzionali che è quello di opinione, cronaca e critica è una smisuratezza abnorme che non auguro a nessuno (sì, neanche a Liber Liber stessa).

Queste poche righe solo per dirvi come il sacrificio di chi è morto o ha dato la vita intera per sottolineare l’importanza della conquista delle libertà, non possa e non debba essere sottovalutato neanche davanti a questi eventi.
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Guadagnare con un sito internet, guadagnare online, fare soldi con un sito, diventare ricco con un blog

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Quelle di cui al titolo sono solo alcune delle chiavi di ricerca di Internet più diffuse.

Sembra che la websfera sia piena di persone che vogliono divertare ricche sfondate con un blog o, comunque, far quattrini usando Internet, e, possibilmente, durano fatica il meno possibile.

Il sogno è sempre quello, avere un qualcosa on line che lavori al posto nostro mentre noi cazzeggiamo con il nuovo cellulare,  facciamo i fregnetti, e ci illudiamo di avere veramente trovato la gallina dalle uova d’oro che ci porterà tanti bei soldini nelle tasche.

Se siete arrivati su questo articolo cercando una di queste opzioni di ricerca, ve lo dico subito: andate a lavorare. Non esiste niente che possa farvi ricchi in questo modo solo mantenendo un blog, e Internet non è il campo dei miracoli in cui seminare le monete d’oro di Mangiafoco.

Sì, certo, il PPC (“Pay per click”) funziona.
Nel senso che è vero che voi vi iscrivete a un circuito qualsiasi (indovinate quale?)che preveda il pagamento per ogni clic ricevuto sulle pubblicità esposte e voi venite accreditati. Ma di quanti centesimi? Pochissimi, solitamente. Due, tre, cinque. Quando va bene dieci. Intendiamoci, la botta di culo dell’annuncio da 90 centesimi può sempre starci.
Ma è, appunto, una botta di culo. Una ogni tanto.
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Amici miei

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Matteo Renzi è il primo Presidente del Consiglio Incaricato attualmente con riserva in multitasking che abbiamo mai avuto.

Mentre procede alle consultazioni trova il tempo e la voglia di sditeggiare qualcosa su Twitter. Non so voi, ma io mi sento piuttosto inquietato da questo atteggiamento. Non che non abbia diritto ad avere il suo sacrosanto account Twitter e a  scriverci quello che ritiene più opportuno (lo ha fatto Letta, lo fa la Boldrini), ma, cazzo, in quel momento sta svolgendo una delicata funzione istituzionale, che ci giochi più tardi con lo smartfonino. Se lo facesse un insegnante durante l’interrogazione perderebbe il posto subito.

Cosa aveva di tanto urgente da comunicare “Urbi et orbi”? Voleva solo dire: “Mi spiace per chi ha votato 5Stelle. Meritate di più, amici.”

Prima di tutto a me non è affatto dispiaciuto aver votato 5 Stelle, anzi, l’ho fatto ANCHE per non votare il partito da cui proviene e che non mi rappresenta. E poi “amici”? Ma “amici” di cosa? Io non sono affatto amico di Renzi e non voglio esserlo, ma, soprattutto, lui non è per nulla “amico” mio, mi dispiace (anzi, no).
E’ questo linguaggio piacione, falso amicone, sornione, da gatto che fa le fusa, insinuante, circuente, mellassoso, stucchevole -e ora basta perché ho finito il Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari- a infastidirmi.
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Daniele Virgillito ha scoperto l’acqua calda di Wikipedia

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In molti in queste ore mi segnalano l’articolo di Daniele Virgillito su Wired.it “Come ho fregato tg, politici e giornali con qualche riga su Wikipedia”.
C’è l’auto-da-fe di questo freelance, un outing anche abbastanza compiaciuto, che si è divertito ad attribuire citazioni false a personaggi celebri, magari appena defunti, senza attendere che il rigor mortis della notizia li ricatapultasse nell’oblio.

Grazie, è divertente, ma nulla di più.

In realtà è un déjà-vu. Quando sulla Wikipedia francese apparve la falsa voce su Léon-Robert de l’Astran (che è restata in linea più di due anni), intellettuale del seicento mai esistito, con tanto di citazioni di frasi celebri, la carriera politica di Ségolène Royal fu stroncata di lì a poco.

E poi, quello che non mi è piaciuto dell’articolo è il fatto che punti a dimostrare la dabbenaggine dei politici e dei giornali e non quella di Wikipedia, sempre disposta ad accogliere qualunque cosa e a farla restare in linea. Come è successo per alcuni dei falsi del Virgillitto.

Quello che ha fatto lui lo può fare chiunque. Magari lo farò anch’io perché, come dicevo, è divertente.

Ma il guaio grosso non è tanto che i giornali hanno copiato delle cose false, quanto che abbiano prestato fede a Wikipedia, quella vera.

Il bilancio di Wikimedia Italia

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Il sito web sostienilacultura.it fa capo a Wikimedia Italia, l’associazione dei supporter italiani di Wikipedia e dei suoi fratelli gemelli, nonché corrispondente nel nostro paese di Wikimedia Inc.

Vi si trovano informazioni su come donare del denaro (ovvio!), come devolvere a loro il 5 per 1000 dell’IRPEF (beh, certo…) e molto altro.

Pubblicano anche il loro bilancio. Gentili.

Andiamo un pochino a vedere quanto ha incassato Wikimedia Italia.


In una pagina web (quella che trovate a corredo di queste note) leggo che in quattro anni sono stati ricevuti più di 470.000 euro in donazioni. E sticazzi. Sono una media di poco meno di 120.000 euro l’anno.
Come dire che tutto quello che riesce a mettere da parte un metalmeccanico con una vita di stenti e di lavoro, ammesso che mai ci riesca, Wikimedia Italia lo percepisce in un anno.

Ma andiamo a vedere nel dettaglio il bilancio consuntivo del 2012: le DONAZIONI ammontano a 45.686,22 euro. Siamo ben sotto la media pomposamente dichiarata degli ultimi quattro anni. E’ il 38,88%.
L’altra voce di una certa consistenza, audite audite, sono le sponsorizzazioni. Ma chi ha sponsorizzato Wikimedia Italia e per che cosa non è dato di saperlo. Questa forma di associazionismo che disprezza la pubblicità su Wikipedia e la rifugge come la peste registra € 36.300,00 in entrata alla voce corrispondente.
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La Camera dei Deputati è su Twitter!!!

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Laura Boldrini ha comunicato ieri sul suo account Twitter che adesso anche la Camera dei Deputati ha il suo account Twitter, e ha invitato i suoi follower in quello che ha definito “un altro passo in avanti nel dialogo con i cittadini.”.

Ma in fondo, che cos’è stato fatto? E’ stato semplicemente creato un account su Twitter, lo si è collegato a una casella di posta elettronica e da quel momento quell’account è entrato in funzione. Nient’altro.

I cittadini dialogavano tra di loro via Twitter da svariati anni prima che qualcuno a Montecitorio si decidesse ad avere la felice intuizione e a dire “facciamolo anche noi!”.

Personalmente trovo imbarazzante questo atteggiamento trionfalistico che si basa su una operazione assolutamente ordinaria e banalmente quotidiana. Perché immagino che siano ancora molti ad aprire un account su Twitter ogni giorno senza trovarci nulla di strano.

Al momento in cui scrivo la Camera dei Deputati ha su Twitter 4018 follower, che non mi pare poi gran che, nemmeno se leggiamo questo dato alla luce del fatto che sono stati raggiunti in un giorno e sull’onda del clicca-clicca selvaggio.

L’ordinarietà assunta a livello di notizia è una moda molto diffusa. Ci cascano anche le nostre istituzioni.

IBS versus libreriauniversitaria.it

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Ho gentilmente congedato IBS dall’elenco dei miei fornitori ufficiali.

Loro, per la verità, non lo sanno ancora, ma non comprerò più i loro prodotti.

Ho fatto una serie di ordinazioni da consegnare a altrettanti destinatari come regalo di Natale. A una persona avevo regalato 3 DVD. Nel pacco ce n’erano solo due. Io non potevo saperlo perché il pacco, appunto, era stato recapitato a questa persona e non a me. L’addebito, però, era stato effettuato per intero.

Per carità, ho scritto a IBS e stanno facendo di tutto per risolvere il problema a loro spese. Però la cosa è scocciante. Non mi va che il destinatario dei miei regali riceva qualcosa che ho ordinato prima di Natale, che è stato spedito dopo e che verrà recapitato dopo la polvere.

Inoltre avevo in sospeso un ordine da parecchio tempo. Tre librettini della Sellerio, tra cui “Capodanno in giallo” che IBS mi dava disponibile in tre settimane. Tre settimane per reperire un libro regolarmente disponibile in Italia.

Per prima cosa ho annullato l’ordine che IBS mi teneva in sospeso da troppo tempo.

Poi mi sono rivolto a libreriauniversitaria.it, dove ho ripetuto lo stesso ordine (“Capodanno in giallo” disponibile in 1-2 giorni) e che me l’ha spedito in tre giorni. Grazie!
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Giorgio Caproni è su Twitter

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Tomba di Giorgio Caproni - Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Unported

Su Twitter ho visto una cosa strana.

L’editore Chiarelettere pubblicizza l’hastag #primolibro2014. In soldoni, si tratta di dire quale sia il libro con cui abbiamo iniziato l’anno nuovo, ormai già sgualcito di una settimana. L’anno, non il libro.

Alla domanda di Chialettere ha risposto nientemeno che “Giorgio Caproni” (utente @CaproniGiorgio), dicendo “da oggi le MIE poesie” (il maiuscolo è mio).

Ora Giorgio Caproni, poeta insigne, è morto nel 1990. Come faceva a scrivere su Twitter??

Ma no, Valerio, non capisci. E’ solo un account per rendergli omaggio. In effetti gli ultimi post sono, per lo più, citazioni da poesie di Caproni. Anzi, da una sola, quella dell’Annina e della bicicletta. Ma perché si deve usare il nome, l’immagine e l’opera di un Poeta come Caproni per farsi vedere su Twitter??

Le “mie” poesie?? Ma di che cosa stanno parlando??

Web irriverente e un tantino dispeptico.

Confutatis Maledictis

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Una signora mi ha detto che il mio blog sta cominciando a diventare noioso.

Senz’altro è vero, ma io sono vecchio e rincoglionito (sicché tendo sempre più spesso a reiterare sempre gli stessi discorsi). Inoltre sono acciaccato, malandato, menomato, zoppo, pensionato d’accompagnamento, in breve, “infelice”, come avrebbe detto il mi’ nonno Armando e questo mi rende vieppiù rimuginante e ripetitivo.

Del resto, cosa volete, anche gli argomenti di cui parlo son tutt’altro che popolari.
Se parlassi di sesso, delle gravidanze delle star, se vi invitassi a donare due euro all’Associazione Nazionale contro l’Unghia Incarnita (Onlus!!!!), se vi rimbalzassi i coglioni con l’ultimo telefonino in pura plastica a soli 535 eurini e ci state larghi, a quest’ora avrei molte più visualizzazioni.

Invece vi parlo di privacy (e il bello è che non la penso nemmeno come voi!), vi parlo di diffamazione (reato odiosissimo ma v’importa ‘na sega a voi, quella degli altri è diffamazione, la vostra è critica!), vi parlo di copyright (e anche lì v’importa ‘na sega a voi, voi la roba la scaricate, peggio per chi ci capita!), vi parlo di Wikipedia e di quanto sia improponibile, ma a voi Wikipedia vi garba di molto, e poi via, Di Stefano, perché questa continua crociata contro Wikipedia? Ora avresti anche rotto i coglioni a criticarla ogni volta che chiede i soldi alla gente.
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Baby Doll

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Hanno cominciato a limarci sordo da ieri con questa storia delle due “baby” prostitute dei Parioli, di quanto il mondo dei giovani sia inaccessibile agli adulti, di quanto siamo incapaci di interfacciarci con l’adolescenza proiettata in Internet.

Hanno scoperto che esiste un sito che si chiama “Bakeca Incontri” (sì, scritto così, con la k perché fa più figo) e che la gente ci va. Ma che strano, eh?? Mettono in linea un sito per incontri e la gente lo usa anche. Chissà cosa si credevano, che gli internauti lo lasciassero lì a marcire e a ricoprirsi di uno strato di muffa grigio-verdastra??

Hanno scoperto che gli adolescenti hanno un rapporto con la loro sessualità che non passa per il filtro dei genitori. Insomma, fanno un po’ quello che vogliono. Che è quello che abbiamo fatto tutti appena abbiamo avuto il barlume della ragione, impadronirci del nostro corpo e dire “ecco, è mio!”
Certo, prostituirsi è un po’ tanto, troppo, decisamente. Ma tra coloro che le aiutavano a inserirsi nei giri giusti c’era la madre di una di loro. Quindi il modello femminile e genitoriale c’era. Solo che era quello sbagliato.

Hanno scoperto che esiste la prostituzione anche a meno di 18 anni. Strano, anche quando qualcuno aveva parlato della nipotina di Mubarak da affidare a Nicole Minetti non se n’era accorto nessuno. Perché era un sistema, e adesso, appena il sistema comincia a sgretolarsi, si comincia a prendere coscienza di quello che era già consolidato. Ti si spalancano gli occhi e ti si sgonfia il cervello.
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