La libertà di espressione dei confini li ha!

A pagina 18 di “Internazionale” di questa settimana c’è un trafiletto di Philippe Ridet sui fatti francesi che si intitola “Irriverenti e liberi“. E’ un titolo che non mi piace, perché suggerisce che la libertà di espressione derivi (anche) dall’irriverenza. Come a dire che se dici una preghiera sei meno libero di esprimerti rispetto a quanto tu non lo sia immensamente di più se tiri un rutto alla statua di San Zoccolo da Trinidate di Sotto (o allora? O un c’è la libertà d’espressione?? O un sarò libero di ruttà’ contro chi mi pare? Eh, eh???)

Ma colpisce quel “la libertà di espressione non deve conoscere confini”. Già, sarebbe ganzo. Peccato che, almeno in Italia, i confini ci siano. La diffamazione è uno di quelli, ma non è il solo. Ci sono anche i cosiddetti “reati di opinione”, come le ipotesi di attività antinazionale del cittadino all’estero (art. 269 c.p), propaganda e apologia sovversiva o antinazionale (art. 272 c.p.), lesa prerogativa dell’irresponsabilità del presidente della Repubblica (art. 279 c.p.), delitti contro i culti ammessi dallo Stato (art. 406 c.p.).

Dirà il pio Baluganti Ampelio: “MA perché, se sono all’estero e trovo la bandiera italiana un ci posso sputà’??” Macché! Però a Parigi il nostro inverecondo lettore potrà trovare milioni di persone marchiate gauche-caviar pronte a scendere in piazza con Erdogan, mica cotica!

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Internazionale e il ragazzo di Lori Gottlieb, psicoterapeuta

Io amo Internazionale. Oh, ecco, io… io, sì… io ho veramente una venerazione per Internazionale. Hanno quelle foto così belle, e quei giornalisti così bravi che… gesù io credo, davvero, che non esistano giornali o riviste al suo livello.
Certo… oh, certo, sì, ecco, qualche volta diventa un po’ pesante, ridondante… e… e io non lo so come diverlo, ma, ecco, mi piace tanto! (da leggersi con l’intonazione di Oreste Lionello quando doppiava Woody Allen all’inizio di “Io e Annie”).

Però mi càpita spesso di trovare articoli di donne che parlao di sesso (quello degli altri, ovviamente) e di innervosirmi. Giornaliste, psicologhe, blogger, giovani, meno giovani tutti a pontificare di un argomento che dovrebbe riguardare l’intimità di ciascuno di noi, e quindi dovrebbe essere tutto me che pontificabile.

Prendete questa Lori Gottlieb, psicoterapeuta, del New York Times Magazine, per esempio. Ha scritto un articolo di si e no quattro pagine, e nei primi tre paragrafi ripete quattro volte l’espressione “il mio ragazzo”.

Ora, fondamentalmente io detesto le donne che dicono “il mio ragazzo”, “Il mio compagno”, “il mio fidanzato”, “mio marito” o addirittura (assolutamente tremendo questo) “il mio uomo” e (assolutamente asettico e burocratico) “il mio convivente”. Come, del resto, quelle che se chiedi loro “come stai?” ti rispondono “Stiamo tutti bene” e non hanno, dunque, la concezione del singolare.

Voglio dire, a me lettore italiano, cosa vuoi che me ne freghi se tu hai il fidanzato? Non è che pago l’abbonamento al giornale per sapere se te la spassi con qualcuno o no e, eventualmente, con chi.

E’ un modo di esporsi molto facebookaro: in fondo è come mettere il selfie della coppia a corredo del profilo di uno solo dei due.

Come quelle che ci tengono a farti sapere che sono “in una relazione complicata”, o quelle che zoccoleggiano mostrandoti il tacco dodici e la miniconna ascellare per dirti che sì, loro esistono e non te la dànno (il guaio è che non gliel’hai mai chiesta, né ti è mai passato per il cervello di farlo).

Dàcci oggi la solita dose di sesso-carta quotidiana!

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Internazionale: Jimmy Wales, Mr Wikipedia, non è un miliardario

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Internazionale è un giornale fantastico, che fa onore alla buona informazione e a un modo di presentare le notizie (o, in questo caso, le traduzioni degli articoli più significativi dei giornali stranieri) globale ma non globalizzato.

E’ tra le poche testate italiane che usa la licenza Creative Commons per i propri articoli originali (non per quelli acquistati da altri editori) e ha l’unica pecca che l’edizione in PDF costa quanto quella cartacea, che in edicola si trova con il contagocce.

La copertina del numero di questa settimana, assieme all’articolo centrale (solitamente quello più lungo, originariamente pubblicato sul “New York Times Magazine”) è dedicata a Jimmy Wales, il papà di Wikipedia, e al suo “strano destino”, che direbbe di sé

“Non sono un miliardario”

Ora, Jeff Wales non sarà un miliardario e non voglio metterlo in discussione.
MA certamente non lavora all’ILVA di Taranto. E cominciamo a sbaraccare l’argomento dai dubbi.
Se poteva tranquillamente permettersi, dopo due matrimoni falliti, di andare spesso da New York a Londra per andare a trovare la sua terza moglie, già segretaria di Tony Blair, come si legge nella ricostruzione della sua vita, allora, forse, sarà anche vero che con Wikipedia non si diventa miliardari, ma ci si campicchia e anche bene.
Se ha un cellulare cinese della Huawei (85 dollari), non lo si deve certo al suo stile di vita francescano, ma al suo interesse per l’esportazione di Wikipedia sulla tecnologia mobile dei paesi in via di sviluppo.
No, non è un miliardario, ma va a pranzo con Felicia Day e a cena con Charlize Theron. Tutti vorremmo essere non-miliardari in quel senso lì.

“Una delle cose più strabilianti di Wikipedia è che riconosce ai suoi anonimi volontari la stessa autorità degli esperti più famosi”

Ma sì. Sappiamo benissimo che patatina18, piuttosto che patatosognamgnam (molto più astuta la prima, bisogna dirlo!) oltre ad avere i brufoli e ad avere alle spalle un meraviglioso curriculum vitae consistente nella presentazione di una formidabile tesina di maturità, non hanno nulla da invidiare a chi a un argomento o a una branca del sapere ha dedicato tutta una vita.
Ecco il male di Wikipedia, che chiunque, per avervi scritto qualcosa, non solo si sente portatore di cultura, ma viene anche riconosciuto come tale da tutta la comunità. Ti fanno sentire utile, importante, anche se non lo sei. Succede anche tra i cattolici. Deve essere molto gratificante, ti fa sentire di avere potere sugli altri, ma soprattutto ti fanno rendere falsamente consapevole che tu puoi sapere di astrofisica almeno quanto ne sapeva Margherita Hack, basta solo che tu scriva qualcosa sull’argomento che nessuno cancellerà mai. Se suoni la chitarra o il basso elettrico e sai mediamente come è fatto il tuo strumento, puoi essere paragonato a Paco de Lucia o a Patrick Djivas. Basta che tu allunghi il wikibrodo e, possibilmente, che tu arrivi prima degli altri.

“Immaginate un mondo in cui ogni singolo abitante del pianeta può accedere liberamente alla summa di tutta la conoscenza umana”

Magari!! Sappia, però, il signor Jimmy Wales, che il mondo non ha (solo) bisogno della conoscenza nozionistica che Wikipedia si ostina a voler spacciare come “enciclopedica” (ditemi voi cosa c’entra una voce su Wanna Marchi con l’enciclopedismo. Nulla. C’entra, piuttosto con la volontà e l’opportunità/opportunismo di aggiungere una voce e fare numero). Il mondo ha bisogno di organizzarle le nozioni, di elaborarle criticamente, di farle proprie non secondo un criterio mnemonico ma personale. Il problema, caro Jimmy Wales, non è sapere quando è morto Napoleone. Ma inserire quella informazione nel contesto del lavoro che devo svolgere o della frase che voglio dire. E sapere se mi serve o no. Per questo ci sono le scuole, e l’impossibilità per una fetta ancora troppo grossa della popolazione mondiale di accedervi.

L’articolo di Amy Chozick, comunque, è piacevole. Leggetelo. Anche per capire come NON si diventa miliardari.

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Internazionale: spot rifiutato su Radio Tre Rai

Stiamo vivendo in un paese davvero schizofrenico se l’unico giornale veramente leggibile ancora disponibile nelle nostre edicole, il settimanale “Internazionale”, che riporta traduzioni degli articoli di maggior rilievo dalle testate più prestigiose del mondo (e ci vuol poco ad essere più prestigiosi della stampa italiana, basta non avere accesso ai finanziamenti pubblici), pubblica una copertina con la traduzione (“L’uomo che ha fottuto un intero paese”) del titolo apparso una settimana prima sull’ “Economist” (“The Man who screwed an entire country”) e riportante una inchiesta sull’Italia di Silvio Berlusconi; e se, guarda caso, commissiona della pubblicità all’unico canale ancora ascoltabile della nostra radio nazionale (Radio Tre) che, tuttavia, si rifiuta di mandarlo in onda, perché non si può fare pubblicità a un qualcosa che traduce qualcos’altro e che si riferisce (con il verbo “fottere”, poi…) al Presidente del Consiglio.

Si potrebbe fare del semplice lapalissianesimo affermando che l’informazione è ormai controllata dal potere di Berlusconi, che ormai tutto è suo e bla, e bla e bla. Sì, si affermerebbe una circostanza vera, ma, appunto, lapalissiana. Come dire che il cielo è azzurro quando non piove.

Il punto è che viviamo tutti (compreso il servizio pubblico pagato dai cittadini) in un clima di assoluta paura e puritanesimo spicciolo, per cui, verbi come “fottere”, per il corrispondente inglese “to screw” non vanno bene se trasmessi da una rete culturale, soprattutto se sono diretti a sottolineare figuratamente (ma non solo, evidentemente), l’attività del Presidente del Consiglio.

Oppure, molto più probabilmente, si ha paura a dare risalto e riverbero a qualcosa di vero, come il fatto che Berlusconi ha fottuto un paese intero.

E questo non dovrebbe essere degno del servizio pubblico.
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Su RadioTre “Io non ho paura”, per muoversi con sicurezza nella foresta di Internet


Diavolo d’un computer! Mi chiede di diventare amico di facebook, di mettere le mie musiche nel cloud, poi mi consiglia di cambiare il browser, di aderire all’open access e di fare qualcosa di misterioso con una piattaforma Ushahidi. Chi mi salverà?

Non perdiamoci d’animo! Radio3 scienza inaugura la prima guida on air per salvarsi nell’on line.

Per chi batte la tastiera usando un dito alla volta e per chi si sente già un mezzo geek, un secchione della rete, ma ha ancora paura della foresta di Internet.

Tutti i venerdì, dal 24 giugno, a Radio3 scienza.

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Un paese unito dal razzismo

“Lo scrittore calabrese Antonello Mangano ha dato un’ottima descrizione delle condizioni di vita dei braccianti stranieri nel libro Gli africani salveranno Rosarno. E probabilmente l’Italia”, afferma il quotidiano britannico The Guardian. “Mangano l’ha scritto dopo la rivolta degli immigrati del dicembre del 2008, che protestavano contro le ennesime violenze subite dagli uomini della ’ndrangheta. Due ivoriani erano rimasti feriti gravemente e i loro amici africani avevano denunciato l’attacco alle autorità. Cos’è successo da allora a questi uomini coraggiosi? Ancora abusi e ancora attacchi da parte dei clan e dei cittadini. Finché il 10 gennaio molti di loro non sono stati allontanati da Rosarno”.

Anche El País parla della deportazione degli stranieri dalla cittadina calabrese in seguito alle aggressioni dello scorso week end. “Non si vedono più africani a Rosarno. Le scavatrici hanno demolito ieri una fabbrica abbandonata dove vivevano gli stagionali africani impegnati nella raccolta di mandarini. A Rosarno è tornata la calma dopo tre giorni di rivolte e spari, in cui sono rimaste ferite un centinaio di persone. Altre 1.500 circa hanno dovuto abbandonare la zona. E ora l’Italia deve digerire l’accaduto”.

da: www.internazionale.it

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