Alessandro Iacuelli – Gli inganni di Terzigno

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"Aprire una discarica in un parco nazionale era una scelta da evitare". Lo dice il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, in una trasmissione di Radio Svizzera Italiana. E non sbaglia, visto che si tratta di una scelta ottusa e in contrasto con leggi e regolamenti dello Stato, oltre che con le direttive dell’UE, che vietano tassativamente la costruzione d’impianti in riserve naturali. Anzi, a dirla tutta, le direttive europee dicono anche che di discariche non se ne devono proprio più fare. Allora? Perché all’improvviso scoppia una nuova emergenza rifiuti in Campania e tutta la politica dice che occorre destinare a discarica la cava Vitiello, tra Terzigno e Boscoreale, che c’è una legge dello Stato che lo prevede?

E’ un clamoroso inganno, basato sulla scarsa memoria storica sia della maggior parte delle persone (che continua a fregarsene dei propri rifiuti) sia della falsamente scarsa memoria storica di chi dovrebbe fare opposizione. Tanto per cominciare non può esserci una legge dello Stato che dice che a Terzigno va aperta una seconda discarica. Non può esserci, perché sarebbe in violazione di altre leggi, di regolamenti del ministero dell’Ambiente e di precise norme UE. C’è qualcosa di scritto, è vero, ma non è una legge.

E’ un decreto d’urgenza, risalente al maggio 2008, voluto dal commissariato straordinario per i rifiuti che, nel nome del "fare presto" a ripulire la parte salotto della città (sull’emergenza rifiuti si era giocata la campagna elettorale alle politiche di quello stesso anno e Berlusconi aveva detto a gran voce che avrebbe "risolto lui" il problema nei primi 100 giorni) preferì – tanto per cambiare – sacrificare il "fare bene", con il “fare presto”. Risultato, una discarica che andava fatta più lontana dalle abitazioni e non dove la natura è protetta. E di studi che indicavano dove mettere le discariche ce n’erano stati, anche più di uno. Ma si andava di fretta e a chi protestava Bertolaso, con la solita arroganza, accusava di mettere i bastoni tra le ruote.

Il fatto che esista una legge, lo sentiamo ogni giorno urlare dagli schermi televisivi da parte del governatore Caldoro come dal presidente della Provincia Cesaro; ma é è un "mito" di Stato che va assolutamente sfatato. Prima che, a furia di ripeterlo in televisione, diventi nella mente dei cittadini un’inoppugnabile verità. Quella che chiamano "legge" si chiama "decreto-legge", ha un numero (decreto 90/2008) e un testo qui reperibile: http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/decreto_rifiuti/20080523_dl_90.pdf

Se qualcuno ha la pazienza di leggerlo, si accorge di due cose. La prima è che si parla sia della cava Sari sia della cava Vitiello a Terzigno, eppure fino ad ora è bastata la cava Sari. La seconda cosa è un pugno in un occhio: quel decreto è scaduto.

E’ scaduto il 31/12/2009, pertanto non ha alcuna validità legale, tornando ad essere quel che è: carta straccia. Anzi, a dire il vero, tutto il commissariato straordinario all’emergenza rifiuti è diventato carta straccia, visto che non c’è più. E’ vero, esiste la legge 123/2008, che pomposamente si chiama "Conversione  in legge, con modificazioni, del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 90", ma le modificazioni sono così tante (l’elenco è più lungo del decreto 90 stesso), da modificare e stravolgere completamente quel decreto, ma l’abile mossa psicologica di Berlusconi fu di chiamarlo "conversione in legge del decreto 90/2008", forzando l’idea che quel decreto fosse diventato legge. E forzando contro ogni logica la proroga dell’apertura delle discariche campane. Altro che "camorra dietro le proteste", che come mostreremo stavolta non c’entra nulla: siamo di fronte ad un illecito commesso dallo Stato stesso. E non è l’unica cosa che va "storta". Va storto anche che il comma 2 dell’articolo 14 di quel decreto, che elenca i codici CER, cioè in definitiva le categorie merceologiche di rifiuto, che possono essere tombati a Terzigno e negli altri siti campani. E si tratta dei codici CER dei rifiuti residui a valle della raccolta differenziata. Vengono vietati i rifiuti tal quale, quelli non trattati, cioè quelli uguali a come sono stati presi dai cassonetti: cioè quelli che vengono tombati alla Sari e presto anche a Cava Vitiello.

Che cosa sta succedendo? E come spiegare il grande "colpo di fortuna" avuto dalle istituzioni alcuni giorni dopo, quando si è interrotta la raccolta dei rifiuti urbani nella città di Napoli? Già, perché di grande colpo di fortuna si tratta, il trovarsi davanti al fermo della raccolta in una città di un milione di abitanti, ed avere la scusa "pronta": gli abitanti di Terzigno e di Boscoreale bloccano le discariche, per cui la raccolta è ferma. Ma è così? La risposta è no. E’ solo l’inganno successivo. E se non è per questo, allora Terzigno cosa c’entra? Nulla. Terzigno e Boscoreale, ancora una volta, sono vittime dell’inganno di Stato. Usate come "scusa", per far sembrare che sia colpa loro se il sistema si è inceppato.

Partiamo allora da quello che è stato il reale inceppamento del sistema di raccolta. Appunto, del sistema di raccolta, non di smaltimento. Si è interrotto il passaggio dei camion autocompattatori che raccoglievano dai cassonetti stradali, pochi giorni dopo l’inizio della fase di scontro e di rivolta popolare a Terzigno e si è addossata la colpa alle proteste popolari. Invece c’è dietro un problema amministrativo, con dei risvolti degni di un romanzo thriller. E forse la soluzione non è a Terzigno, dove d’altronde lo Stato, la Regione, la Provincia, lo stesso Bertolaso, sapevano già in anticipo che avrebbero trovato resistenza. Hanno trovato resistenza per la Sari, due anni fa, e oggi gli animi sono anche più esacerbati di allora. Pertanto era più che prevedibile che ci sarebbero stati problemi, un riaprirsi di quella frattura democratica, di cui spesso si è parlato qui su Altrenotizie, già aperta in Campania dal commissariato straordinario. Ma allora, se lo sapevano, perché l’hanno fatto?

A Napoli si sono fermati gli autocompattatori. Punto. Questo è successo. Ma allora, dando una lettura superficiale alla cosa, viene in mente di lasciare Terzigno per qualche ora e andare a porre la domanda presso l’Asia, la municipalizzata di Napoli. C’è però da fare attenzione, perché anche qui c’è un inganno, l’ennesimo. Infatti, l’Asia non ha sufficienti mezzi. Pertanto ha suddiviso il territorio della città in diversi "lotti" ed ha assegnato ciascun lotto con una regolare gara d’appalto ad un privato. Ma c’è un privato che è un po’ più importante di altri. Perché ha più del 66% dei lotti tutti per sè!

Quindi, se si fermano i suoi veicoli, si ferma la raccolta su oltre due terzi di Napoli. Questo soggetto è un colosso nazionale: Enerambiente, azienda privata di proprietà dell’imprenditore veneziano Stefano Gavioli. Che non campa solo di Enerambiente, visto che è appena una delle 35 società del suo impero societario, peraltro difficile da inquadrare, visto che i pacchetti azionari si perdono in giro per le sue stesse scatole cinesi. Intanto, quel che é certo, è che per capire cosa sta succedendo, bisogna lasciare anche Napoli, e andare di corsa direttamente a Venezia.

La Enerambiente, che ha fermato i suoi camion a Napoli pochi giorni dopo l’inizio degli scontri di Terzigno, ha provocato la mancata raccolta dai cassonetti e, quindi, l’emergenza rifiuti. L’Asia smentisce, dice un’ Continua a leggere

Alessandro Iacuelli – Google e l’Antitrust

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L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha deciso di estendere a Google Ireland Limited l’istruttoria per possibile abuso di posizione dominante, avviata nei confronti di Google Italia l’estate scorsa, alle condizioni imposte in Italia agli editori dei siti web nei contratti di intermediazione per la raccolta pubblicitaria online. A renderlo noto è stata la stessa Autorità antitrust in una nota ufficiale. "Sotto indagine", si legge nel comunicato, "le condizioni contrattuali imposte ai siti web per la raccolta pubblicitaria online". L’estensione istruttoria a Google Ireland è determinata dal fatto che la sociètà svolge il ruolo di capogruppo nella raccolta pubblicitaria.

In pratica, per l’Antitrust italiana "le condizioni contrattuali fissate da Google non consentono agli editori di siti web affiliati di conoscere in maniera chiara, dettagliata e verificabile, elementi rilevanti per la determinazione dei corrispettivi loro spettanti". Il documento conclude in maniera abbastanza dura: "Google determinerebbe i corrispettivi degli spazi pubblicitari venduti attraverso la sua rete a sua assoluta discrezione e senza spiegare come vengono calcolati".

Quel che si capisce è che ad essere sotto inchiesta, in particolare, è la rete AdSense, un programma di affiliazione attraverso il quale i proprietari di siti internet possono vendere spazi pubblicitari utilizzando Google come intermediario. In base al contratto standard, si legge nella nota, gli utenti del programma AdSense "ricevono come corrispettivo somme determinate da Google di volta in volta a sua assoluta discrezione. Google non assume alcun obbligo di comunicare come tale quota sia calcolata; i pagamenti sono calcolati esclusivamente sulla base dei registri tenuti da Google; Google può inoltre modificare in qualsiasi momento la struttura di determinazione dei prezzi e/o dei pagamenti a sua esclusiva discrezione".

C’è naturalmente da precisare che queste caratteristiche sono specificate nel contratto standard di Google AdSense, denominato “Termini e Condizioni Generali del programma AdsenseTM Online di Google”, acquisito dagli uffici Antitrust in sede ispettiva. Queste caratteristiche, che i proprietari dei siti web sottoscrivono per poter partecipare al programma AdSense, sono considerata "anomalie nei contratti di affiliazione" dall’Autorità. Nei prossimi mesi il garante cercherà di capire se il network pubblicitario di Google stia violando le regole, italiane e comunitarie, in materia di abuso di posizione dominante.

L’Antitrust conclude che le condizioni contrattuali fissate da Google non consentono agli editori di siti web affiliati di conoscere in maniera chiara, dettagliata e verificabile elementi rilevanti per la determinazione dei corrispettivi loro spettanti: "Ostacolando, ad esempio, la pianificazione dello sviluppo e del miglioramento dei propri siti web, nonché l’apprezzamento della convenienza di eventuali altre offerte provenienti da intermediari concorrenti".

Già nello scorso agosto l’Antitrust aveva aperto l’istruttoria contro Google Italia, estesa successivamente alla casa madre americana, per aver minacciato gli editori che lamentano l’uso improprio delle notizie prelevate dai siti web dal motore di ricerca, di ritorsioni. In particolare, l’oscuramento dei siti da parte del motore di ricerca. Quali editori, ci si potrebbe chiedere. L’attacco a Google è partito dal Gruppo Espresso, da Rcs Quotidiani e dalla Società editrice Il Tempo. L’Antitrus ha fatto le sue verifiche e la conclusione è stata l’apertura di una prima istruttoria nei confronti del colosso americano per la posizione dominante di Google News nel panorama dell’informazione on line. Oggi si tratta di un’estensione al mondo pubblicitario della stessa istruttoria.

Il colosso di Internet risponde, tramite un proprio portavoce: "Benché siamo contrariati a questa decisione, continueremo a collaborare costruttivamente con l’Autorità, nella convinzione che le nostre attività rispettino le normative in vigore sulla competizione nel mercato".

In realtà, quel che sta succedendo è qualcosa di più sottile. Innanzitutto nessuno obbliga gli editori a sottoscrivere il contratto di Google AdSense. Anzi, a dire il vero non sono obbligati neanche ad usare AdSense, e sono liberissimi di rivolgersi ad altri operatori pubblicitari, magari più tradizionali, per ottenere introiti di questo tipo. AdSense ha certamente dei grossi limiti ma, proprio grazie alle sue enormi potenzialità dovute alla capacità di produrre una pubblicità targhetizzata come mai avvenuto prima, attira milioni di euro di pubblicità che viene sottratta proprio ai giornali e ai gruppi editoriali (gli stessi che hanno denunciato Google all’Autority).

L’indagine dell’Antitrust sembra, a prima vista, voler difendere i piccoli siti web, i piccoli utenti "indifesi" che scrivono su blog e siti che, con l’aumentare della targhetizzazione e dell’uso consapevole di Internet degli utenti italiani, iniziano lentamente a non visitare più i soliti pochi siti dei grandi quotidiani, che si vedono così diminuire gli introiti pubblicitari.

In definitiva, l’impressione che salta agli occhi è che si tratti di un tentativo di colpo di mano di una lobby in difficoltà, quella della grande editoria, che cerca con tutti i mezzi di frenare un’innovazione che sfugge alla mentalità italiana, in quanto basata su un modello di business marcatamente anglosassone.

Alessandro Iacuelli – Google sfida la Cina

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Di regola, certe operazioni di politica globale dovrebbero farle gli Stati, o le confederazioni e unioni di Stati. Ma, di fronte ad un colosso dell’economia come la Cina, gli stati occidentali chinano la testa, vuoi perché la Cina detiene il loro debito pubblico, vuoi per evitare un aggravarsi della crisi economica in cui versa attualmente il modello capitalista. Così, succede che di fronte alla sistematica violazione dei diritti umani dei suoi cittadini, a prendere posizione contro Pechino non sia l’ONU, o gli USA, o l’UE, ma un’azienda privata. Anzi, un colosso dell’industria informatica moderna: Google.

La società di Mountain View sostiene di avere le prove di svariati tentativi di violazione del suo sistema Gmail e di analoghi gesti ai danni di attivisti di movimenti a difesa dei diritti umani. Tutti casi di tentativi che, secondo i dirigenti di Google, sono caratterizzati da una chiara e inequivocabile matrice cinese. Governativa. E la presa di posizione dell’azienda americana è talmente forte da essere, per la prima volta nel mondo, un ultimatum al governo cinese: Pechino non applicherà alcun filtro censorio, così come fatto finora, altrimenti Google lascerà del tutto il mercato cinese, nonostante sia uno di quelli in più rapida e significativa espansione.

"Abbiamo deciso", dichiarano sul blog ufficiale di Google, "che non abbiamo più intenzione di continuare a censurare i nostri risultati su Google.cn, per questo nelle prossime settimane incontreremo il Governo cinese per discutere le basi sulle quali potremo gestire un motore di ricerca senza filtri, nel rispetto delle leggi vigenti nel Paese. E siamo pienamente consapevoli che questo potrebbe portare alla chiusura di Google.cn e dei nostri uffici in Cina."

Immediate le reazioni, sia da parte degli utenti cinesi, sia a livello internazionale, a cominciare dal segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che ha avanzato richieste di spiegazioni direttamente al Governo Cinese. In Cina c’è chi trova incomprensibile l’ipotesi prospettata da Google, sottolineando che l’uscita dal Paese, di fatto, è una ulteriore e ancor più drastica forma di censura. E c’è anche chi non accetta le accuse al proprio Paese o, ancora, chi trova economicamente ingiustificabile che una multinazionale possa volontariamente tagliarsi fuori da un mercato con possibilità di crescita illimitate. Molti, però, hanno salutato con favore l’ipotesi. Gli analisti economici, a livello internazionale, esprimono più di un dubbio sull’opportunità di escludersi da un mercato che sta al momento crescendo del 40% all’anno. Una tal scelta potrebbe avere degli effetti limitati sull’immediato, ma sul lungo periodo potrebbe rivelarsi disastrosa.

Probabilmente, la cosa migliore da fare, al momento, è prendere con le dovute cautele un annuncio che sembra una presa di posizione, prima che una decisione già presa. Infatti, sul piatto della bilancia ci sono due questioni che stanno molto a cuore a Google: da un lato il ritorno d’immagine negli Usa, acconsentendo alle rigide richieste della censura cinese; dall’altro l’effetto boomerang sulla reputazione dei propri servizi presso gli utenti, che in Cina hanno sistematicamente ben poca sicurezza e privacy.

In occasione del suo ingresso sul mercato cinese, nel gennaio 2006, Google aveva scatenato una protesta nella comunità internazionale. Il motore fu costretto a rispettare le leggi in vigore in Cina e dunque censurare i risultati contrari alla politica locale. Lo scorso giugno, Pechino aveva negato per alcune ore l’accesso a Google e Gmail per costringere il motore di ricerca ad eliminare alcune parole chiave dal suo sistema di ricerca automatica. Oggi, sottraendosi alle leggi cinesi, Google di fatto rompe il patto di neutralità politica rispettato fino ad oggi, con pesanti conseguenze nei prossimi mesi: il braccio di ferro è appena all’inizio.

La risposta cinese è naturalmente politica: "La Cina è favorevole alle attività sul suo territorio delle società Internet internazionali che siano conformi alla legge cinese", é la dichiarazione ufficiale del Governo di Pechino, rilasciata dalla portavoce del ministero degli Affari esteri, Jiang Yu, che prosegue dicendo: "Internet in Cina è aperto e il Governo cinese ne incoraggia lo sviluppo e si sforza di creare un contesto che sia favorevole a ciò".

Sul piano economico, gli esperti del settore ritengono probabile che Google e il Governo cinese possano trovare un compromesso. Già in passato il gruppo californiano ha assunto posizioni drastiche, ma solo come tattica nella trattativa. "Sono sicuro che saranno pragmatici. Google è una società molto dinamica. Dubito che se ne andranno dalla Cina. La presenza nel Paese è cruciale, perché è lì che ci sarà la prossima ondata di crescita", rileva Christopher Tang, professore della Ucla Anderson School of Management. Non bisogna dimenticare infatti che la Cina da sola ha circa 360 milioni di utenti Internet e il suo mercato dei motori di ricerca ha toccato un miliardo di dollari lo scorso anno. Il Governo cinese tuttavia pone stretti limiti all’accesso dei cittadini al Web, operando una censura automatica sui siti sgraditi.

Non è stata solo la portavoce del governo a prendere posizione sulla vicenda. Anche il ministro dell’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato, Wang Chen, ha detto che pornografia online, frodi e "rumours", le cosiddette "voci", termine con cui i dirigenti cinesi indicano il dissenso in rete, rappresentano una minaccia. E ha aggiunto che i media su Internet devono contribuire a "guidare l’opinione pubblica" in Cina, brutta espressione con la quale ha voluto ricordare tra le righe che, contando il maggior numero al mondo di utenti, è un mercato importantissimo per gli operatori internazionali, a condizione che accettino la censura imposta dal governo.

Nelle sue dichiarazioni Wang non ha mai citato espressamente Google. Ma sono parole che pesano, soprattutto la pretesa di "guidare l’opinione pubblica", che si scontra con uno dei caposaldi della democrazia, ovvero la libertà di opinione. Difficile dunque immaginare un’intesa attorno ad un qualsivoglia compromesso. A Washington, Barack Obama ha fatto sapere, proprio in concomitanza con il braccio di ferro avviato da Mountain View, che lui e la sua amministrazione sono "convinti sostenitori della libertà per internet".

Sempre negli USA, il New York Times cita "fonti vicine all’indagine" condotta da Google, e spiega che gli attacchi oggetto della presa di posizione sono stati condotti contro 34 compagnie o entità che si trovano nella Silicon Valley, in California, sede dei server di Google usati da molti cinesi che vogliono sfuggire alla censura. Che non colpisce solo i motori di ricerca, ma anche social network e siti di condivisione come Youtube, Facebook e Twitter. Rebecca MacKinnon, esperta di Internet in Cina, afferma che "Google ha subito negli ultimi mesi ripetute prepotenze e rischia di non poter garantire agli utenti la sicurezza delle sue operazioni".

Intanto, Google ha deciso di mettere a disposizione il suo motore senza filtri a tutti gli internauti cinesi. Così, da oggi, in Cina, usando Google, si può vedere la celebre fotografia divenuta simbolo della rivolta degli studenti alle autorità cinesi nel 1989 in piazza Tien an men, fino ad ora censurata. Una vera e propria provocazione. Una risposta politica, a costo di perdere vantaggi economici, che non arriva dall’ONU, ma da un’azienda privata. Anche su questo non c’è da meravigliarsi: mentre gli stati occidentali hanno debiti Continua a leggere

Alessandro Iacuelli – Le rotte dell’ecomafia veneta

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All’alba del 24 giugno scorso, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Venezia, a conclusione di un’indagine denominata “Serenissima”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Padova, hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere, numerosi provvedimenti di obbligo di dimora, sequestri e perquisizioni nei confronti di un’azienda con sede a Badia Polesine che gestisce rifiuti nel Veneto, con ramificazione nelle province di Padova e Rovigo. L’accusa è di traffico illecito transfrontaliero di rifiuti; nella fattispecie si tratta di spedizioni di rifiuti, per lo più tossici, verso la Cina, dove vengono riutilizzati per la costruzione di giocattoli ed altri prodotti e poi esportati verso tutti i Paesi del mondo. L’indagine, avviata da un controllo ispettivo eseguito presso l’area doganale del Porto di Venezia nel 2005, ha accertato un traffico illecito di rifiuti speciali verso la Repubblica Popolare Cinese.

I rifiuti speciali, anche di natura pericolosa, attraverso il solo passaggio negli impianti dell’azienda di Badia Polesine, venivano "trasformati" in "merce" o in "rifiuti recuperati", senza che in realtà fosse stata effettuata alcuna operazione di recupero, attestando inoltre in atti pubblici, destinati a comprovare la qualità e la non pericolosità di quanto esportato verso la Repubblica Popolare Cinese, come anche la loro regolarità in caso di controlli da parte delle Forze dell’Ordine.

I sigilli sono scattati per quattro aziende, tra Padova e Rovigo, che fanno tutte parte dello stesso gruppo di Badia Polesine. Nell’ambito dell’operazione sono state eseguite due ordinanze di custodia cautelare – una a carico del titolare della ditta e una nei confronti di una cittadina cinese – e sono stati sequestrati 70 camion e 60 milioni di euro in beni mobili ed immobili.

I rifiuti erano marchiati come materie prime secondarie, ma si trattava, secondo i carabinieri, di rifiuti pericolosi. I militari hanno contabilizzato, dall’avvio dell’indagine nel 2005, il trattamento di oltre 230 mila tonnellate di rifiuti tossici che partivano per la Cina, da Venezia, Genova e Ravenna. Il sospetto dei carabinieri è che i rifiuti, per lo più carta e plastica contaminata con inquinanti velenosi di diversa natura, venissero riusati per la produzione di materiale destinato alla produzione di casalinghi o giocattoli, potenzialmente pericolosi.

Le ipotesi di reato contestate ai due arrestati e ad altre undici persone denunciate sono di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e falso documentale. Le manette sono così scattate, a Grantorto, piccolo centro urbano in provincia di Padova, ai polsi dell’imprenditore Loris Levio, conosciuto nella zona come il "re dei rifiuti". Loris Levio é un volto molto noto a Grantorto per aver fatto fortuna con la sua ditta che gestiva la raccolta dei rifiuti, che opera da 25 anni nel settore del trattamento dei rifiuti. Tuttavia da quanto emerge dalle inchieste degli uomini del Noe, la gestione di questi rifiuti non veniva fatta in maniera legale.

L’operazione “Serenissima” é scattata nel 2005 grazie a un controllo nel porto di Marghera. Da qui é partita l’indagine che ha portato alla luce quanto accadeva nella ditta di Levio. Grazie all’aiuto di Mingming Tou, una donna cinese di 45 anni, anche lei arrestata, Levio esportava rifiuti in Cina, dove venivano riutilizzati da alcuni imprenditori cinesi che li riconvertivano in giocattoli o oggetti che poi tornavano in Italia per essere rivenduti nei negozi dei cinesi. E purtroppo molto spesso i rifiuti usati erano anche tossici.

"Le norme europee vietano la spedizione verso l’estero di rifiuti se non esistono in quel sito idonei impianti che li possano trattare", ha spiegato il capitano Alberto Prettegiani, comandante del Noe nord Italia. Norme ignorate dall’imprenditore padovano, la cui azienda ha come slogan "Levio Loris, il servizio ecologico per un futuro pulito". Evidentemente né ecologico né pulito, secondo gli inquirenti, ed a passare per "pulito" non è bastato il dipingere di rosa i camion per il trasporto dei rifiuti.

Il fascicolo istruito dal pubblico ministero contiene una serie di circostanziate indagini sulle spedizioni di container da parte della Levio Loris srl dal porto di Venezia verso alcune aziende cinesi. Le analisi fatte dai carabinieri del Noe comprovano il fatto che l’azienda aveva avviato un meccanismo di conversione, economicamente fruttuosa, dei rifiuti spacciati per materiale riciclabile o comunque inerte al porto, quando per lo smaltimento degli stessi carichi la Levio Loris srl veniva pagata, profumatamente, in quanto secondo la legge comunitaria quei rifiuti e materiali di scarto vario non potevano essere conferiti a discariche o termovalorizzatori.

Si alza così il sipario su un’azienda che scrive nelle sue presentazioni pubblicitarie "L’azienda opera nel settore della raccolta differenziata e riciclaggio dei rifiuti, si avvale di una moderna tecnologia in linea con le norme legislative", con un titolare che a Grantorto, Selvazzano, Vigonza e Badia Polesine viene descritto come "una persona per bene". La cittadina cinese, legata sentimentalmente a Levio, si occupava di tradurre dal cinese le centinaia di telefonate intercettate dai carabinieri del Noe e solo in parte tradotte. Da queste telefonate emergerebbe un filone inedito dell’inchiesta, destinato ad interessare soprattutto le autorità giudiziarie cinesi per scoprire intrecci, coperture, appoggi e corruzioni insite in questo genere di traffici.

Il verbale dell’interrogatorio di garanzia, avvenuto il 27 giugno, di Loris Levio è lungo un solo rigo: "Mi avvalgo della facoltà di non rispondere". A difendere l’imprenditore c’è il penalista-senatore Piero Longo, uno dei legali del premier Berlusconi. Nel corso di una telefonata avvenuta il 13 marzo 2007, Mingming You confida a Loris Levio si essere stata tutta la notte a fare i falsi certificati di ispezione e di averli redatti al computer. Poi parla anche con lo spedizioniere Stefano Fiore di vari carichi di rifiuti da avviare in Cina. Lui racconta dei nuovi sigilli che vengono messi dagli ispettori, insistendo sulla necessità che sui certificati di ispezione ci sia il numero di sigillo giusto per superare i controlli all’arrivo nel paese asiatico.

Due giorni più tardi, il 15 marzo, sempre Mingming You è di nuovo al telefono con Stefano al quale confida di non essere titolare della licenza per mandare in Cina rifiuti plastici. Da queste intercettazioni, l’inchiesta ha potuto portare alla luce la tecnica usata per l’esportazione illegale. Pertanto, anche questa inchiesta non sarebbe mai stata conclusa se fosse già entrata in vigore la legge, attualmente in discussione al senato, che limita le intercettazioni ed il diritto di cronaca.

Il gruppo aziendale di Levio beneficiava di un’autorizzazione ordinaria e semplificata, in merito ai materiali trattati, rilasciata dalla Provincia di Padova. Viene allora da chiedersi come mai in tutti questi anni la Provincia non ha mai fatto, a quanto risulta, controlli sulla “Levio Loris srl”, permettendo all’organizzazione di poter agire indisturbata, caricando sui container rifiuti miscelati senza alcun rispetto delle norme che impongono trattamenti differenziati e lavorazioni particolari per gli scarti ritenuti tossici. Scarti che non andavano via per sempre, ma dalla Cina riprendevano la via dell’Italia sotto forma di manici di scopa o di giocattoli per bambini da 0 a 4 anni.

da: altrenotizie.org

Alessandro Iacuelli – Pacchetto sicurezza: c’e’ dentro il bavaglio per il Web

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Nel disegno di legge 733, il cosiddetto "pacchetto sicurezza", c’è un punto importante che riguarda il futuro della rete in Italia. Sotto forma di un emendamento, inserito dal senatore Gianpiero D’Alia (UDC), s’introduce nel DDL l’articolo 50-bis, "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet". Il primo comma dell’articolo voluto da D’Alia, nella sua versione originale, recitava: "Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine." Cerchiamo di capire che vuol dire tutto ciò.

Se le parole di un cittadino della rete dovessero finire sotto indagine per essersi pronunciato riguardo a certi delitti, se il cittadino della rete dovesse essere sospettato di aver incoraggiato a commettere un reato, l’autorità giudiziaria può comunicare al Ministro dell’Interno la necessità di intervenire. E fin qui sembra chiaro. Ma c’è nascosto dentro un uovo di Pasqua, con tanto di sorpresa. E precisamente la sorpresa sta in quel passaggio: "il Ministro dell’interno (…) può disporre con proprio decreto l’interruzione".

Il problema sta nella terza persona singolare del verbo potere: egli può disporre. Come spiega l’avvocato Daniele Minotti, esperto di diritto della Rete, "ci sono i presupposti perché il ministro agisca in modo discrezionale. La formulazione del testo non sembra obbligare il Ministro a disporre il decreto per mettere in moto i provider". In questo comma c’é poi un’altro elemento molto preoccupante. Il fatto che l’attuazione del decreto non spetta, come funziona per tutti i reati informatici, alla polizia postale, o al GAT della guardia di finanza, insomma ai corpi preposti, bensì ai fornitori di connettività. In pratica è il provider internet che deve staccare dalla rete, di fatto procedere alla censura, del sito web indicato dal ministro, altrimenti va incontro a sanzioni pesanti. Multe elevatissime, in certi casi anche il carcere. Sostanzialmente, il pericolo del bavaglio cala non solo sui grandi portali di informazione dal basso, come Youtube ma, con la scusa di impedire l’incitamento al reato, diviene a rischio chiusura anche ogni blog anche per un solo commento!

I provider internet, dal canto loro, si ritrovano con una brutta grana da pelare. Infatti avranno 24 ore per isolare dalla rete la pagina indicata dal decreto del ministro. A pendere sul capo del provider potrebbero esserci sanzioni che oscillano dai 50mila ai 250mila euro. Il rischio più grande, sottolinea l’avvocato Minotti, è l’ombra dell’accusa di essere corresponsabili di "apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet". "Rischiano di essere accusati di concorso – spiega Minotti – si tratta di un meccanismo perverso: avere l’obbligo giuridico di impedire un evento e, sfuggire a quest’obbligo equivale a lasciare che altri continuino a compiere il reato; si finisce per dover rispondere di reato omissivo improprio. Pagando per la stessa imputazione". Che in Italia è punita con il carcere, da uno a cinque anni.

Secondo i giuristi esperti della materia, i reati d’opinione rischiano di sovrapporsi con la manifestazione del pensiero dell’individuo: diritto tutelato dall’articolo 21 della Costituzione. E i provider Internet sarebbero costretti a setacciare la libera espressione, con un ruolo da sceriffi. I tecnici della Rete invece fanno notare come non sia tecnicamente possibile filtrare Internet, ma la politica ha deciso di ignorare sia i giuristi sia i tecnici. Così, se in futuro un blogger dovesse parlare di una legge e dire che la ritiene ingiusta, criticandola, i provider dovranno bloccarlo, se il Ministro dell’interno lo vuole.

D’altronde, ad aprire la strada ad un simile provvedimento era stata una dichiarazione forte di Berlusconi, quella di voler proporre una regolamentazione di Internet anche sul piano internazionale. Così, anche se l’emendamento viene da un parlamentare UDC, il consenso da parte della maggioranza è stato immediato: i politici mettono mano a Internet per regolarla, e fanno danni perché lo fanno in fretta e furia senza chiedere pareri agli addetti ai lavori e trattando la Rete come se fosse un qualsiasi mezzo di comunicazione.

La vivace ma civile protesta che ha scosso la rete nei giorni successivi ha convinto D’Alia a cambiare il testo del primo comma, senza far notare troppo la cosa alla stampa. Il nuovo testo recita: "Salvo che il fatto costituisca reato, il Ministro dell’interno, quando accerta che alcuno, in via telematica sulla rete internet, compie attività di apologia o d’incitamento di associazioni criminose in generale, di associazioni mafiose, di associazioni eversive e terroristiche, ovvero ancora attività di apologia o d’incitamento alla violenza in genere e alla violenza sessuale, alla discriminazione o all’odio etnico, nazionale, razziale o religioso, dispone con proprio decreto l’interruzione dell’attività indicata, ordinando ai fornitori di servizi di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine."

E’ cambiato molto, rispetto alla prima proposta. Certo, fa riferimento ad apologie e incitamenti di specifici reati, contiene ancora passaggi opinabili e discutibili, ma nel frattempo è stato rimaneggiato. Segno che ancora oggi farsi sentire, anche in Rete, serve a qualcosa. Restano validi gli altri commi, con tutte le conseguenze per i provider esaminate fino ad ora. C’è ancora molto su cui protestare.

da: www.altrenotizie.org

Alessandro Iacuelli – Nucleare italiano, tra miopia e fantascienza

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Berlusconi ritorna a parlare di nucleare in Italia, affermando che bisogna iniziare a lavorare per il futuro in maniera seria. Per Berlusconi, infatti, "il nucleare è il futuro, il combustibile fossile è qualcosa che va a finire". Il sottinteso politico è chiaro: accelerare verso il finanziamento di centrali nucleari, ignorare volutamente le rinnovabili. Il premier l’ha dichiarato a proposito di alcune affermazioni sulla questione Gazprom e il gas russo: dopo la recente crisi con l’Ucraina, secondo Berlusconi l’Italia deve "andare avanti nella direzione della differenziazione delle fonti" e deve "iniziare per il futuro con il nucleare in maniera seria". I reattori nucleari proposti per il piano italiano sono quelli di tipo EPR, come quelli in costruzione in Finlandia, a Olikuloto. In questi giorni, le multinazionali dell’energia E.On e Rwe hanno dichiarato l’interesse a ricostruire 4 impianti per il governo inglese, come spiega Giuseppe Onufrio di Greenpeace in una recente intervista, ma sembra che i reattori non saranno EPR.

Se così fosse, dichiara Onufrio, "questo sarebbe un colpo per la promozione francese fatta a questo tipo d’impianti. Promozione supportata anche da Enel, che partecipa col 12,5% alla costruzione dell’unico altro Epr in costruzione, quello di Flamanville in Francia, e che ha dipinto l’Epr come la tecnologia del futuro." Ma l’EPR rischia di non essere affatto la tecnologia del futuro. Rischia piuttosto di diventare obsoleta già durante l’eventuale fase di costruzione delle centrali future italiane.

Altra notizia recente è quella della difficile situazione economica di Enel, indebitatasi per acquistare la spagnola Endesa. Questo può incidere fortemente sulla possibilità di intervenire in un programma nucleare nazionale, visti gli elevati costi in gioco. E sui costi è necessaria la massima chiarezza, poiché spesso non ci si rende conto della reale dimensione delle cifre in gioco e le aziende energetiche forniscono di solito dati molto falsati. Enel, ad esempio, è sempre intervenuta sul tema nucleare mostrando cifre per la costruzione di un reattore che sono circa la metà di quelle che di cui si parla negli Stati Uniti e in Inghilterra. Come spiega con estrema chiarezza ancora Onufrio, "prima dell’estate affermava che per un reattore EPR servivano 3-3,5 miliardi di euro, a ottobre si correggeva a 4.

Secondo le dichiarazioni al Times della tedesca E.On., un reattore Epr costerebbe invece fino a 6 miliardi e anche le stime di altri operatori sono più alte. Per fare un paragone: se per Enel 1.000 MW si potrebbero installare con 2,5 miliardi di euro, secondo E.On ne occorrerebbero fino a 3,5, per l’agenzia Moody’s 4,6 e per l’utility americana Florida Light & Power almeno 5,2. Siamo di fronte a un’azienda privata (che però è per il 30% pubblica) che per ragioni politiche (assecondare qualche interesse particolare e la posizione ideologica del governo) sta proponendo investimenti che non sono supportati dalla realtà economica. Nei paesi che devono sostituire le vecchie centrali, come abbiamo visto per gli Usa, i soldi vengono cercati negli incentivi pubblici. In Italia il nucleare viene invece presentato come un’operazione completamente a carico dei privati. Guardando alla situazione finanziaria attuale di Enel resta però da capire come possano indebitarsi ulteriormente. Se fosse interamente privata, sarebbero fatti loro, ma invece per il 30% sono anche fatti di interesse pubblico." Tutto questo perchè in Italia si è deciso, a livello politico prima di tutto, di colpire duramente la strada delle rinnovabili. Dal punto di vista tecnico, si sventola al pubblico il risultato di uno studio effettuato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), secondo cui le rinnovabili in Europa sono davvero poche.

Un organismo indipendente, l’Osservatorio dell’Energia, che fa capo alla Fondazione tedesca Ludwig Bölkow, accusa l’IEA di sottostimare il quantitativo di energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Secondo un gruppo di esperti dell’Osservatorio dell’Energia, infatti, la IEA fornisce dati fuorvianti sulle rinnovabili. Secondo questo gruppo di esperti, l’IEA sottostima la quantità di energia "pulita" prodotta a causa delle "bugie" sul petrolio, gas e nucleare di un gruppo di politici e scienziati, ostacolando una svolta ecologica. Inoltre la IEA dimostra "ignoranza e disprezzo" verso le fonti rinnovabili mentre promuove le fonti fossili e il nucleare come tecnologie indispensabili. In un rapporto pubblicato di recente, l’Osservatorio dell’Energia sostiene che l’energia eolica ha avuto uno rialzo imprevedibile fin dagli anni ’90 e che, insieme all’energia solare, raggiungeranno le quote dell’energia convenzionale entro il 2025.

Basti pensare che, nel 1998, per la IEA la produzione di energia eolica sarebbe stata di 47.4 GW nel 2020, quota gia’ raggiunta nel 2004. Rivede, inoltre, le proprie stime al riguardo fatte nel 2002, portando la quota dell’eolico a 104 GW nel 2020, capacità che é già stata superata l’estate scorsa. In realtà il numero delle turbine eoliche installate nell’ultimo decennio è cresciuto ad una media del 30% annua e l’energia eolica attuale supera i 90 GW, equivalenti a 90 centrali a carbone e nucleari. A questo ritmo si raggiungeranno i 7.500 GW entro il 2025 tra centrali eoliche e solari. "I numeri della IEA non sono né empirici né teorici", sostengono all’Osservatorio dell’Energia, "Inoltre, nel loro Rapporto 2008, predicono un incremento delle fonti rinnovabili fino al 2015 a cui seguirebbe un decremento senza specificare le motivazioni".

Rudolf Rechsteiner, membro del parlamento svizzero e che fa parte del comitato energia e ambiente, sostiene che la IEA soffre di "cecità istituzionale" riguardo alle fonti rinnovabili. Stanno ritardando il cambiamento verso un mondo rinnovabile. Continuano, afferma Rechsteiner, a suggerire soluzioni con fonti fossili e nucleare invece di avere un approccio più neutro che favorirebbe nuove soluzioni. Il business del petrolio ha delle capacità incredibili nel far credere di essere l’unico in grado di fornire energia". "Purtroppo i governi ancora danno ascolto alla IEA", dichiara John Hemming, membro del Partito Liberale inglese e membro dell’Osservatorio dell’Energia, " e, in una terra di ciechi, un uomo con un solo occhio diventa il re; ma l’occhio della IEA ha una cataratta". Il governo italiano ha deciso di basarsi solo sui dati dell’IEA. Tra l’altro in assenza di un Piano Energetico Nazionale: l’ultimo piano energetico risale al 1987, quando il fabbisogno nazionale era molto minore.

Oggi si continua a navigare verso un nucleare, forse con molta incompetenza da parte di politica ed imprenditoria, senza fare neanche bene i conti: ad un convegno tenutosi a Capri lo scorso gennaio, la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha dichiarato durante il suo intervento che la produzione di energia elettrica per via nucleare costa 3 centesimi di dollaro per ogni chilowattora. Il prezzo è quello giusto, ma con un particolare raccapricciante: è il costo calcolato per un impianto che ha già ammortizzato il costo di costruzione, e si basa su un costo dell’uranio molto retrodatato, costo che è ancora valido per molti contratti di fornitura, ma che scadranno nel 2012.

Uno studio che ha cercato di fare una stima dei costi reali è stato compiuto dal Keystone Center che ha valutato un costo pari a centesimi di dollaro per KWh. Cioè un costo triplo rispetto a quello che viene raccontato ai cittadini italiani. Allo stesso convegno, la signora Marcegagli Continua a leggere

L’Europa e la svolta ecologica – di Alessandro Iacuelli

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La decisione dei leader dell’Unione Europea è di quelle che già stanno facendo discutere: con un accordo di principio, che spetterà ora alla Commissione europea precisare nelle sue concrete modalità attuative, entro il 2020, il 20% dell’energia consumata in Europa dovrà essere prodotta da fonti "pulite" (attualmente siamo al 7%), il 10% dovrà obbligatoriamente essere costituito da biocombustibili; inoltre, le emissioni di gas ad effetto serra dovranno essere ridotte del 20% rispetto ai livelli del 1990 ed i consumi energetici dovranno essere tagliati del 20%. Tutti i leader europei hanno salutato con entusiasmo l’accordo e qualche tono trionfalistico è stato assunto anche da alcune organizzazioni ecologiste, per quello che viene considerato un piccolo importante passo avanti nella giusta direzione. A prima vista.

Andando a leggere in dettaglio l’accordo, però, non si può non notare in primo luogo una eccessiva fiducia per i biocarburanti, seguita a ruota da un’ombra di ambiguità per quanto riguarda il nucleare. Ambiguità non da poco, dato che stando a qualche interpretazione non troppo sottile, il nucleare (insieme alle rinnovabili) avrebbe trovato posto nelle fonti di energia con cui l’Europa cercherà di fare la sua parte, per contrastare il cambiamento climatico.

Le misure che i singoli Stati, in tutta autonomia, decideranno di adottare per raggiungere gli obbiettivi, potranno includere anche misure di risparmio energetico, traducibili legalmente nella messa al bando delle lampadine ad incandescenza entro il 2010. Ovviamente non basteranno le lampadine a raggiungere l’obbiettivo di ridurre del 20% i consumi di energia. I passi da fare sono altri e sono passi molto più grandi, che investono il modo di produzione dell’industria pesante.

Entro il 2020 si dovrà raggiungere una quota di biocarburanti di almeno il 10% nel settore trasporti. L’obbiettivo é stato rilanciato nel tempo rispetto al 5% di biocarburanti al 2010 già previsto dal precedente accordo del 2003. La legge italiana già prevede una quota dell’1% di biocarburanti, ma fino ad oggi è stata disattesa.

C’è poi da trovare una soluzione per i Paesi dell’Europa dell’Est, che basano buona parte della propria produzione energetica sul carbone: nel testo approvato resta appositamente vaga la definizione degli "obiettivi nazionali che tengano conto dei punti di partenza dei diversi Stati". Pertanto, gli stati che si basano sul carbone, continueranno a farlo. Infine, la Francia è riuscita a salvare la sua tecnologia nucleare, non rinnovabile ma a bassa emissione, ma in cambio è stata costretta ad accettare la clausola di garantire la sicurezza degli impianti e di migliorare il trattamento delle scorie nucleari.

Quasi unanimi le reazioni. Jose Manuel Barroso, subito dopo la firma dell’accordo ha dichiarato che ora l’Europa è pronta a dare l’esempio al resto del Mondo. Altrettanto trionfalistica è la dichiarazione di Angela Merkel, èper la quale "è importante che si tratti di vere energie rinnovabili e non di altro, che ci sia un vero progresso tecnologico, una vera spinta per l’innovazione in tutta l’Europa. Ma, naturalmente, bisognerà tenere conto delle specificità di ogni paese, delle diverse tradizioni nazionali." Chirac, dal canto suo, non ha perso tempo nel tessere le lodi del nucleare e del carbone, chiarendo la posizione del suo paese: "La Francia ha insistito per sostituire le energie rinnovabili con altre tecnologie che producono poca anidride carbonica, come le centrali pulite a carbone, che richiedono un certo numero di investimenti e l’energia nucleare."
E’ una dichiarazione che lascia esterrefatti, non solo perché cita una tecnologia (le centrali "pulite" a carbone) fisicamente impossibili, ma soprattutto perchè dice espressamente che la Francia sostituisce le energie rinnovabili con altre fonti, ancor prima di aver sperimentato seriamente, sul campo, la produzione e l’uso di rinnovabile.

Una sostituzione, secondo logica, dovrebbe implicare l’uso di qualcosa di nuovo al posto di qualcosa di vecchio; nel caso francese, invece, assistiamo ad una sostituzione "originale" che di fatto contempla il mantenimento dell’attuale assetto energetico ed un passo indietro per le rinnovabili. In altre parole, la Francia il suo obiettivo del 20% di energie pulite lo raggiungerà equiparando il nucleare a fissione ed il carbone, già in uso attualmente, alle energie rinnovabili.

E’ qui che si nasconde l’ambiguità cui si è accennato: l’accordo fissa l’obiettivo europeo del 20% per le energie rinnovabili, ma poi stabilisce che le quote per i singoli Stati saranno adattate alle loro "specificità nazionali". C’è quindi il serio rischio che ogni Paese chiederà il permesso di annoverare il nucleare ed il carbone tra le fonti rinnovabili: se lo fa la Francia, un’analoga pretesa la potranno far valere anche tutti gli altri paesi. Con il raggiungimento del 20% di "energia pulita" a colpi di riclassificazioni delle fonti energetiche, ma senza reali cambiamenti.

Non mancano esempi anche in Italia, a tale riguardo. Da noi abbiamo il programma del CIP6, che prevedeva tariffe energetiche maggiorate per favorire le energie rinnovabili ed "assimilate", lungamente applicate, proprio grazie al termine "assimilate", anche a termovalorizzatori, inceneritori, gas, carbone e residui di raffineria.
In questo caso, il "trucco" del CIP6 potrebbe estendersi a tutta l’Europa: si stabiliscono "grandi obiettivi", si evidenziano delle grandi novità; poi, con qualche piccola clausola, si lascia una finestra aperta per far rientrare le vecchie infrastrutture, i sistemi energetici più obsoleti ed inquinanti e soprattutto le logiche dell’interesse, senza alcuna attenzione reale al domani.

Tirando le somme, non si vedono poi tanti motivi per grida trionfalistiche, anche se da Bruxelles si annuncia che l’accordo è "vincolante con tanto di multe".
Si tratta di una legge, è vero. Ma sono leggi degli uomini, che hanno tralasciato per ignoranza e per interesse quelle che sono invece le leggi della Fisica. Per la quale le leggi umane non contano.

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Ecomafia: l’espansione nelle Marche – di Alessandro Iacuelli

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Non si salvano neanche le Marche dall’essere pattumiera dei rifiuti tossici industriali del Nord. Secondo quanto scoperto dai carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Ancona, ci sono rifiuti provenienti soprattutto da Veneto e Lombardia e smaltiti illegalmente al ritmo di sei o sette camion al giorno. Dopo Campania, Puglia, Basilicata, basso Lazio e Abruzzo, con l’operazione "Arcobaleno", coordinata dal sostituto procuratore di Pesaro Massimo Di Patria, viene alla luce anche lo scenario inquietante dell’Italia centrale. Secondo quanto emerso dalle indagini, fra il 2003 e il 2006, tonnellate di scarti di lavorazioni industriali, classificati come rifiuti speciali, tra i quali fanghi, bitume, amianto, vernici e altri materiali pericolosi per la salute, venivano avviati verso discariche o impianti non autorizzati dopo un semplice "lavaggio" con acqua. Con bolle di accompagnamento falsificate, relative a materiali di recupero industriale già trattati precedentemente.

Gran parte dei rifiuti venivano smaltiti nella discarica di Barchi, in provincia di Pesaro e Urbino, di proprietà della locale Comunità montana ma gestita da privati, o nella cava "Solazzi" di Carrara di Fano. Entrambi gli impianti figurano nell’elenco delle 56 strutture (imprese estrattive, o specializzate nel recupero e trasporto di rifiuti), poste sotto sequestro nei giorni scorsi. 

Fra le più note la Ferri Oliva srl di Orciano di Pesaro, la Luvicart di Lucrezia di Fano, la Piemonte Recuperi, la Matteazzi srl di Noale (Venezia), la Free-Rec di Bondeno (Ferrara), la Italmacero di Modena, la Brambilla Servizi Ambientali spa di Lecco, la Sev srl di Verona.
Almeno in un caso, le sostanze tossiche sarebbero state smaltite all’interno di una cava a diretto contatto con il terreno (a Carrara di Fano), senza alcuna opera di impermeabilizzazione, con la conseguente contaminazione delle falde acquifere. Le 11 ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione per delinquere finalizzata alla truffa e al traffico illecito di rifiuti, firmate dal gip Daniele Paci, sono a carico di cinque intermediari del settore rifiuti, un gestore di discarica, cinque titolari di impianti di recupero. Oltre queste, ci sono anche ben 156 indagati.

Ingente la mole di documentazione cartacea e informatica acquisita che, incrociata con gli accertamenti condotti dall’Agenzia regionale per l’Ambiente, conferma i peggiori sospetti: falsificando sistematicamente i pesi, i certificati, le analisi e i registri di carico e scarico dei rifiuti, intermediari, produttori e autotrasportatori smaltivano in discariche pubbliche o in cave in ripristino
ambientale i rifiuti speciali destinati in genere alla termodistruzione.

Durante la conferenza stampa svoltasi a fine operazione, il pm Di Patria, il col. Antonio Menga e il maresciallo Giuseppe Di Venere del Noe hanno riferito che alcuni operai della discarica di Fano hanno accusato malori e bruciori alle mucose trattando quelli che credevano essere normali rifiuti urbani: in realtà scarti contaminati da cromo, rame, piombo, zinco e idrocarburi. L’Agenzia regionale per l’ambiente ha accertato che rifiuti di categoria diversa venivano miscelati (nonostante la legge lo vieti) per occultarne la pericolosità.

L’organizzazione appena sgominata avrebbe agito condizionando anche alcuni amministratori degli enti gestori delle società municipalizzate coinvolte e delle discariche, per poter smaltire i rifiuti tossico-nocivi nelle discariche pubbliche pesaresi di Tavullia e Barchi. Indagini sono ancora in corso per il presunto omesso controllo da parte dei direttori delle municipalizzate Aset, Aspes e della Comunità montana del Metauro, nonché dei direttori tecnici delle discariche. Sono stati scoperti anche sporadici smaltimenti illeciti da impianti della Campania.

In totale, nel periodo sotto inchiesta, 40 mila tonnellate di scarti illegali sono state abbandonate al suolo nella sola provincia di Pesaro e Urbino, in certi casi perfino interrate in un laghetto naturale di cava. 100 mila tonnellate in tutte le Marche, con la conseguente riduzione degli spazi a disposizione dei Comuni nelle discariche pubbliche e notevoli costi di bonifica.
I primi passi dell’inchiesta avevano consentito di smantellare nel 2005 un’organizzazione parallela attiva in provincia di Ancona; due all’epoca gli arresti e 30 le denunce. Il presidente della Regione Marche ha già annunciato che l’amministrazione regionale si costituirà parte civile nel procedimento penale.

Interpellato in merito all’operazione “Arcobaleno”, Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente, ha dichiarato: “Se è fondamentale l’opera di controllo del territorio e contrasto al traffico illegale di rifiuti che stanno portando avanti le forze dell’ordine è fondamentale anche avviare una seria attività di controllo alla fonte. Ovvero laddove questi rifiuti vengono prodotti. E dare anche risposte chiare per governare il problema.”

In effetti, se è possibile effettuare miscelazioni di rifiuti pericolosi con rifiuti urbani, e poi abbandonare il tutto in discariche situate spesso a breve distanza dai centri abitati, è perché esiste un vuoto legislativo alla base. Una legislazione, soprattutto negli ultimi 10 anni, in tema di rifiuti che, inseguendo il buon proposito del semplificare le procedure e di spingere verso il riciclo ed il riuso, ha purtroppo aperto alcune “falle”, che permettono di fatto di far passare come “materiali da riuso” quelli che sono rifiuti tossici. Che poi non finiranno riciclati da nessuna parte.

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Campania senza sbocchi – di Alessandro Iacuelli

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Appena cinque mesi dopo le dimissioni di Corrado Catenacci, la sera del 6 marzo anche Guido Bertolaso ha lasciato l’incarico di commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania. Abbandono di poche ore, visto che meno di 24 ore dopo le sue dimissioni sono state respinte. Già dalla mattina del sette marzo, è divenuto visibilmente più difficile risolvere il problema immondizia nella regione. A far precipitare la situazione sembra sia stato il progetto di realizzare una discarica a Serre, nel salernitano. Poiché l’intera regione per quanto riguarda i rifiuti é ormai allo sbando, ed il commissariato straordinario non è in grado di produrre soluzione neanche atte a tamponare la situazione, si è oramai in uno stato tale che i siti dove ubicare le discariche per il CDR (Combustibile derivato dai rifiuti) ed i materiali di scarto, i cosiddetti “sovvalli”, vengono cercate un po’ a caso, dove c’è appena un po’ di spazio libero.

Così, a Serre il terreno individuato per insediare la discarica è stato scelto, manco a farlo apposta, in prossimità dell’oasi Wwf di Persano. Un progetto che il ministro dell’ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, non ha gradito, dichiarando la sera del 6 marzo a Palazzo Chigi: "Una grande discarica regionale dentro un’oasi? È una scelta che non condivido, spero che la notte porti consiglio". Ma prima della notte sono arrivate le dimissioni di Bertolaso.

Già nel pomeriggio il commissario straordinario aveva manifestato il proprio disagio subito dopo l’audizione della Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti: "Il tempo sta scadendo per trovare soluzioni indolori. Una sola persona non può risolvere il problema in questa regione e non può essere resa responsabile di quelle che sono state le vicende degli ultimi 14 anni, visto che se ne sta occupando da soli 4 mesi".

In realtà, le cose non stanno precisamente così e le parole di Bertolaso sono le stesse di Catenacci di due anni fa, le stesse di Bassolino di 5 anni fa. In pratica, chiunque assume la carica di commissario straordinario, inizia a dare le responsabilità ai propri predecessori, in una costante pratica di autoassoluzione.

E’ toccato al Consiglio dei Ministri il valutare la situazione. L’incarico è stato dapprima conferito a Gianfranco Mascazzini, direttore generale del ministero dell’Ambiente, poi con una nota resa pubblica dal sottosegretario Letta, Palazzo Chigi ha deciso di respingere le dimissioni e mantenere Bertolaso in carica. Resta quindi a lui il “cerino acceso” costituito da una matassa sempre più intricata che aveva già portato il suo predecessore, Corrado Catenacci, a dimettersi, sommerso da polemiche e avvisi di garanzia, il 9 ottobre scorso. Data nella quale Bertolaso preferì addirittura non accettare l’incarico, salvo poi convincersi dopo una telefonata del Capo dello Stato. Al suo insediamento aveva dichiarato: "Ricominciamo da capo", paragonando l’emergenza rifiuti ad una calamità naturale.

La Campania non ha ricominciato da capo. Nonostante gli sforzi per uscire dall’ideologia della discarica, si produce un CDR che non è adatto ad essere un combustibile, e può solo andare, ancora una volta, in discarica. A questo è necessario aggiungere che, essendo i rifiuti un prodotto della società umana, l’incapacità di gestirne lo smaltimento non può in nessun modo essere paragonato ad una calamità naturale; può solo essere frutto di un’incapacità di gestione di un sistema industriale dei rifiuti, che li "segua" dal cassonetto fino al tombamento finale, passando per la differenziazione, il recupero, il riciclo, il riuso.

Di certo a Bertolaso, a capo della Protezione Civile, l’esperienza non manca: negli anni scorsi aveva affiancato l’ex commissario Catenacci mediando con la popolazione di Acerra per la costruzione del termovalorizzatore, poi con i cittadini delle altre località (Campagna, Montesarchio e l’area giuglianese) si era impegnato sul problema delle discariche.
Negli ultimi 5 mesi ha dovuto fare i conti con le difficoltà di imporre le proprie scelte: realizzare dei termovalorizzatori, accelerare le procedure di raccolta differenziata per ridurre i volumi da trattare negli impianti di CDR, ottimizzare il lavoro all’interno delle stesse strutture, colmare la mancanza di discariche nelle quali smaltire gli scarti della lavorazione degli impianti di CDR, evitando così la paralisi nella lavorazione delle “ecoballe” e l’accumulo di immondizia, come è continuato ad accadere negli ultimi mesi, lungo le strade. Tutti i giorni.

L’ultima sfida l’ha persa: quella di attivare la discarica a Serre, in previsione della chiusura dell’invaso "Riconte" di Villaricca. Uno sversatoio al quale la popolazione si è opposta, come oramai avviene contro tutte le decisioni del commissariato. Il motivo è semplice: fino al 2002, l’incarico è stato assegnato al presidente della Giunta Regionale, figura eletta in modo diretto dai cittadini. Dopo il 2002, l’incarico è sempre stato assegnato a prefetti o ad altre figure istituzionali non scelte dai cittadini. Figure che, in virtù dei poteri straordinari assegnati, hanno troppo spesso impedito ogni dialogo con la cittadinanza, arrivando anche alla repressione violenta, come ad Acerra il 29 agosto 2004. Una mancanza di dialogo che ha causato una vera e propria frattura nella democrazia campana. Frattura che vede ora solo la contrapposizione: da un lato le scelte commissariali, dall’altro la cittadinanza che si oppone. Senza che nessuno mostri capacità di mediazione.
Con queste "dimissioni lampo", si apre nuova pagina nella gestione dell’emergenza rifiuti in Campania. Una nuova pagina, ma non l’ultima, come i cittadini si augurano.

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Alessandro Iacuelli – La crisi dell’informatica italiana

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Dopo la grande bolla speculativa riguardante Internet e, più in generale, l’informatica e le telecomunicazioni, che ha attraversato l’Italia negli anni scorsi, ecco giungere pesantemente la crisi industriale e commerciale anche nel settore delle nuove tecnologie. Settore delicato, perché composto essenzialmente da lavoratori giovani, troppo giovani per pensare ad un prepensionamento, fortemente specializzati e spesso precari. Desta infatti molta preoccupazione il fatto che Esprinet, azienda con sede a Nova Milanese che opera nella distribuzione all’ingrosso di informatica ed elettronica di consumo, ha annunciato alle organizzazione sindacali che ci sono 30 lavoratori in esubero. Non è affatto un caso isolato. Salta semmai all’occhio che questo “esubero” di forza lavoro nasce subito dopo l’acquisizione, da parte di Esprinet, di Actebis, altra azienda di distribuzione. Per chi non è “addetto ai lavori” potrebbe infatti apparire un po’ strano che un azienda in grado di acquisirne altre vada in crisi occupazionale.

Se la distribuzione mostra segnali di crisi, non va affatto meglio nel settore dell’Information Technology. Peppe Mariani, presidente della Commissione lavoro della Regione Lazio, ha espresso “indignazione e sconcerto” per l’annuncio di Galileo Italia del licenziamento di 109 dipendenti sui 220 attualmente impiegati. Secondo Mariani, ciò si deve all’acquisizione dell’azienda da parte di una società finanziaria americana, le cui speculazioni ora rischierebbero di mandare all’aria una realtà industriale importante che opera fin dal 1993. I lavoratori intanto presidiano la sede romana di Galileo Italia e, con l’appoggio dello stesso Mariani, si appellano a istituzioni e governo perché incontrino le rappresentanze sindacali.

Le cose non migliorano affatto nel settore dell’editoria online ed il caso di VNU, tra le maggiori testate italiane, non fa che aumentare le preoccupazioni. Di recente, l’assemblea dei giornalisti di VNU BPI si è riunita per discutere della gravissima situazione venutasi a creare in seguito all’improvviso licenziamento di tre colleghi, un caporedattore e due direttori, notificato dalla direzione aziendale. Il management aziendale, secondo il durissimo comunicato dell’assemblea, “scarica senza remore il frutto dei propri errori su chi lavora nelle redazioni; la chiusura delle testate CRN e Data Business, presa a motivazione dei provvedimenti, si aggiunge a una lunga catena di prodotti chiusi, dismessi e venduti, che stanno a dimostrare un andamento non certo brillante della casa editrice.”
I licenziamenti sono stati notificati a freddo, mentre erano in corso trattative fra cdr e azienda per tentare di ricollocare i lavoratori colpiti. I giornalisti di VNU BPI si chiedono con preoccupazione quali siano gli intenti della nuova proprietà, la società 3I, se il biglietto da visita con cui si presenta è quello del calpestare il contratto giornalistico, licenziare a freddo, rimandare furbescamente ogni seria indicazione sul futuro delle redazioni.

Quindi, se si sommano i licenziamenti sia nel settore dell’editoria web, sia nella distribuzione dell’informatica, sia nell’IT, che negli anni scorsi è stata la vera punta tecnologica del settore, allora siamo al completo: l’informatica italiana è in crisi, attraversata da tagli occupazionali in tutti i settori.
Probabilmente, nel settore dell’editoria online, la crescita degli anni scorsi si era basata troppo su politiche che tagliassero i costi e sul precariato di chi lavora. Infatti, secondo alcuni dati di Assostampa relativi alla sola regione Toscana, sono 3000 i pubblicisti iscritti all’albo regionale, oltre a mille collaboratori che lavorano ogni giorno dentro e fuori le redazioni; tutte queste persone lavorano con un tetto massimo di 50 articoli mensili, pagati tra i 5 e i 7 euro. Oltre 50 articoli, i successivi vengono pagati 2 euro ciascuno. Per non parlare delle “notizie brevi” che compaiono su molte testate online, dove un lancio viene pagato 21 centesimi di euro.

Problemi analoghi sorgono nel settore della distribuzione, dove i posti di lavoro si riducono a causa di progressive fusioni per incorporazione, dove i distributori più grandi riescono a fagocitare senza problemi i più piccoli, riducendo nel contempo i posti di lavoro. Il settore industriale, invece, soffre del problema opposto, infatti spesso i settori IT vengono esternalizzati a costi ridottissimi.

Il risultato è un quadro difficoltoso: per oltre dieci anni si è spinto sull’informatica come nuovo sbocco occupazionale per i giovani, sono stati aperti centinaia di istituti tecnici che hanno iniziato a sfornare periti anche molto preparati, sono stati istituiti nuovi corsi di laurea che hanno prodotto migliaia di informatici. Ma ora il mondo del lavoro mostra di non essere in grado di accogliere questa mole di lavoratori, creando nuovo precariato anche nel settore delle nuove tecnologie, creando disoccupazione e spettri fatti di mobilità e cassa integrazione. Spettri che si fanno più neri per le decine di migliaia di giovani che lavorano con contratti atipici e molto precari nel settore.

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Alessandro Iacuelli – I rifiuti dell’era digitale

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L’allarme arriva da Greenpeace, attraverso un rapporto intitolato Cutting Edge Contamination, e riguarda l’inquinamento delle acque derivante dal processo produttivo di computers ed altri dispositivi elettronici. E’ il processo stesso di produzione ad essere inquinante, e questo lo si sa da sempre. La novità del rapporto di Greenpeace risiede piuttosto nel calcolo preciso dell’impatto ambientale provocato da questo tipo di industria. Le fabbriche dove vengono prodotti circuiti elettronici acquistano dai loro fornitori grosse lastre di bachelite ricoperte di rame. Le lastre vengono poi tagliate per assumere le giuste dimensioni. Su di esse viene disegnato lo schema del circuito finale e infine un lavaggio a base di sostanze acide elimina il rame al di fuori del disegno, lasciando sulla lastra di bachelite il circuito finale, quello sul quale verranno poi montati e saldati i componenti. Sotto accusa è proprio il lavaggio acido, altamente corrosivo. Secondo il rapporto, le industrie non hanno remore nello scaricare in pozzi e terreni il refluo dei lavaggi. Il risultato? Un elevata contaminazione di fiumi e falde acquifere in ampie zone che circondano le zone di produzione dell’hardware.

Le analisi condotte dai laboratori di ricerca dell’associazione ambientalista hanno rivelato forti concentrazioni di sostanze tossiche come i PBDE, un gruppo di ritardanti di fiamma bromurati, e gli ftalati, usati per ammorbidire le sostanze plastiche.
Come se non bastasse, anche altri composti tossici sono stati trovati in prossimità delle fabbriche di semiconduttori, come composti volatili del cloro e metalli pesanti.
Per Greenpeace emerge la stringente necessità di reale trasparenza nell’industria elettronica, in modo che che i colossi del settore si assumano la responsabilità dell’impatto ambientale dei loro prodotti. Per denunciare la mancanza di trasparenza, fanno notare che – ad esempio – attualmente non si sa precisamente quali fabbriche di componenti riforniscano i marchi più noti di computer,
fotocamere e videocamere.

Nelle Filippine, in uno dei siti esaminati da Greenpeace, l’acqua potabile conteneva concentrazioni di cloro anche 70 volte superiori ai limiti fissati dall’Agenzia statunitense per l’ambiente. In altri casi si sono trovate forti concentrazioni di rame nell’acqua, un metallo responsabile di calo della fertilità o della crescita negli organismi acquatici. Nelle acque di scarico dell’IBM a Guadalajara, in Messico, è stato trovato tra i composti tossici il nolifenolo, potente interferente endocrino, nonostante le dichiarazioni dell’azienda sul rispetto dell’ambiente: "Stando alle dichiarazioni dell’Ibm", si legge nel rapporto, "nessuna fabbrica dell’azienda rilascia sostanze inquinanti nell’ambiente ma proprio nelle falde di acqua potabile vicino all’impianto Ibm di Guadalajara abbiamo trovato altissime concentrazioni di rame".
Anche i lavoratori di questi impianti sono potenzialmente esposti a tali sostanze tossiche.
L’indagine ha riguardato stabilimenti che lavorano per IBM, HP, Intel, Sony, Sanyo e altre aziende hi-tech, soprattutto in Asia ed in America Centrale.

"Finora ci eravamo interessati all’inquinamento prodotto dalle discariche di rifiuti elettronici, ma ora che scopriamo cosa succede nella fase di produzione, iniziano a emergere i veri costi ambientali dei prodotti" sostiene Kevin Brigden, ricercatore dei laboratori di Greenpeace.

Si tratta di problematiche diametralmente opposte. L’impatto ambientale della produzione è alto per un problema di costi. L’industria produttrice di elettronica potrebbe benissimo convogliare i reflui in tubature separate, ed inviarle ad opifici per lo stoccaggio ed il trattamento dei rifiuti liquidi. Questa ovviamente è la soluzione ottimale per l’ambiente, ma diviene un costo ulteriore per l’industria, un costo del quale non intende farsi carico, poiché è il costo dei rifiuti, non il costo di qualcosa da immettere sul mercato, che possa quindi dare guadagni. In questo giocano un ruolo anche i consumatori, alla ricerca perenne di costi sempre più bassi, che non includano i costi ambientali.

Il problema delle discariche di rifiuti elettronici rimane principalmente un problema organizzativo. Soprattutto in Paesi come l’Italia, non si è ancora pensato a nessun programma di riciclaggio di tali rifiuti e spesso neanche allo stoccaggio definitivo. Il cittadino che deve smaltire i propri apparecchi elettronici obsoleti spesso non trova a chi rivolgersi, e solo in certi casi trova chi se li prende, spesso
a costi esorbitanti. In pratica, l’industria del "trashware", nome con il quale si indica l’elettronica da buttare, i dispositivi vecchi e spesso rotti, qui in Italia non è ancora decollata, ed è caratterizata da poche iniziative coraggiose.

Coraggiose perchè una volta prelevate le parti ancora in grado di funzionare e quelle riparabili, di tutto il resto non si sa cosa farne, non esistendo impianti adeguati né per il tombamento né per il riciclo. Così, anche in una città come Roma, in un quartiere residenziale, può accadere di trovare di sera addirittura non uno ma due monitor abbandonati accanto ad un cassonetto per i rifiuti indifferenziati.

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Alessandro Iacuelli – L’arrivo a Gazprom

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In un’intervista al settimanale L’Espresso, Aleksandr Medvedev, vicepresidente di Gazprom, annuncia l’arrivo del colosso russo sul mercato italiano al dettaglio a partire dal 1 aprile 2007. Arrivare sul mercato al dettaglio significa che non si tratta di forniture da Gazprom verso gli operatori di mercato italiani, ma di forniture destinate direttamente all’utente finale, alle nostre case. Con tanto di bollette. Si tratterà all’inizio solo di 100 milioni di metri cubi su 3,5 miliardi previsti. Una quantità minima quindi, poiché l’Italia consuma 76 miliardi di metri cubi di metano all’anno, ma è certamente il primo passo verso la conquista del mercato finale.
Arrivare a vendere all’utente finale è l’idea fissa della Gazprom già da molti anni: il gigante del gas, il cui pacchetto azionario è in larga maggioranza detenuto direttamente dal Cremlino, è divenuto nel tempo uno strumento politico internazionale del presidente Putin.

A rigor di logica, anche e soprattutto di logica di mercato, non c’è nulla di strano nel fatto che Gazprom venda il proprio gas ad una grossa industria italiana, o magari ad un comune capoluogo di provincia; infatti, quel che salta all’occhio è la politica, tutta orchestrata da Putin, dei diritti di transito del gas. Su questo, la politica russa in effetti danneggia gli altri operatori internazionali, favorendo Gazprom ed attuando un protezionismo spinto.

Per arrivare in Italia o in Francia, il gas russo deve attraversare diversi paesi, Ucraina, Ungheria, Slovacchia, Austria, e nessuno si oppone al fatto che Gazprom fruisca di tale diritto. Lo stesso non vale però per ENI o BP, le quali vorrebbero far arrivare in Occidente gli idrocarburi estratti nei loro giacimenti in Kazakhistan ma non possono, poiché non hanno la concessione di transito su territorio russo. L’Europa potrebbe approvvigionarsi di gas, ad esempio, in Asia centrale, Uzbekistan o Turkmenistan, dove la stessa ENI partecipa all’estrazione in alcuni giacimenti, ma la Russia non concede diritti di transito. Pertanto, Eni è costretta a vendere quanto produce in Kazakhistan a Gazprom perché non può transitare attraverso i metanodotti russi. Questo non succede per la benzina: tante aziende petrolifere estere distribuiscono carburante in Italia, senza però negare all’Agip di avere oleodotti e distributori nei loro stati di provenienza.

Questo squilibrio sui transiti è la carta che sta favorendo Gazprom, a discapito di tutti gli altri operatori. Gazprom ha quindi iniziato un vero e proprio l’attacco all’Occidente, visto che non sta entrando solo nel mercato italiano, violando palesemente le regole di base della concorrenza.

In Italia, intanto, non si adotta da decenni una politica estera energetica in difesa degli interessi del Paese in materia di approvvigionamento energetico. A voler essere precisi, se si esclude l’avventura di Enrico Mattei, l’Italia non ha mai saputo, o voluto, essere al passo con i tempi circa la pianificazione energetica. Così, mentre ancora oggi abbiamo un piano energetico nazionale che risale al 1987, ormai inadeguato al reale fabbisogno del Paese, nessun governo si azzarda minimamente a mettere le mani radicalmente nella politica energetica.

L’attuale governo si sta già caratterizzando per un particolare immobilismo in materia; infatti non ha trovato niente di meglio che proseguire, anche se con una leggera ma sostanziale rettifica, la politica energetica del governo Berlusconi, consistente nell’aprire incondizionatamente il mercato italiano al colosso di Mosca. La rettifica sta soprattutto nel fatto che Berlusconi avrebbe partecipato, anche se per interposta persona, all’affare. Non come Paese-Italia, ma con una una società privata riconducibile a lui.

Cosa offre Mosca all’Italia, in cambio della conquista del mercato del metano? In cambio Eni avrà accesso a quote azionarie di Novatek – il primo produttore privato di gas dopo Gazprom – e di Artikgas, una società che sfrutterà i ricchissimi giacimenti a ridosso del Circolo Polare Artico. C’è però un nodo da risolvere: se non cambiano le regole russe circa le concessioni sui transiti nei metanodotti, cosa se ne farà Eni del gas estratto in Russia? Non potendo esportarlo, continuerà a non restare altro da fare che rivenderlo a Gazprom, ed il circolo vizioso si riproporrà.

Al momento Gazprom non ha ancora la struttura logistica per vendere in prima persona agli utenti italiani, e ci metterà tempo per organizzarsi. In merito, Medvedev afferma che non è stato ancora deciso con quale partner Gazprom venderà il gas in Italia. Le ipotesi sono Enel, Edison, Hera, Gruppo Radici. L’affare interessa tutte le aziende italiane del settore, e tutte hanno offerto a Gazprom la propria disponibilità, mendicando – in pratica – qualche metro cubo di gas. Nonostante questo, secondo alcune indiscrezioni, sembra però che la scelta cadrà sulla municipalizzata bresciana ASM, per motivi che non sono solo tecnici.
Il principale gruppo siderurgico privato, la Lucchini Spa di Brescia, fu acquistata nel 2005 dal primo gruppo siderurgico privato russo, la Severstal facente capo a Aleksey Mordashev, fedelissimo di Putin. Quindi la presenza russa a Brescia, è già un fatto consolidato, ma per Mosca conta un altro particolare ancora più importante: le voci della prossima fusione tra ASM e la municipalizzata milanese AEM. Assicurarsi la fornitura al cuore industriale d’Italia sarebbe il ottimo colpo.

Gazprom non intende fermarsi alla distribuzione e vendita del metano. Parallelamente all’entrata sul mercato italiano del gas, il gigante di Mosca sta perseguendo l’obiettivo di acquisire centrali elettriche, e sia Enipower che Enel si sono detti possibilisti.
Sul lungo termine, quindi, Mosca potrebbe acquistare il controllo sia del gas sia dell’elettricità. In Italia si farebbe bene a ricordare che avere il controllo, parziale o totale, del sistema energetico di un Paese vuol dire controllarne a grandi linee l’economia. A Mosca questo lo sanno bene, a Roma se ne saranno accorti?

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Alessandro Iacuelli – Manovre energetiche

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Nonostante la primavera sia sempre più vicina, ancora oggi, come nei giorni scorsi, un lancio dell’agenzia Adnkronos informa di un nuovo calo nelle forniture di gas dalla Russia: secondo le previsioni dell’Eni oggi verranno a mancare 2 milioni di metri cubi sui 74 previsti, pari a -2,7% del totale, lo 0,6% dei consumi nazionali. Nella giornata di ieri sono mancati all’appello 4 milioni di metri cubi, il 5,4% del totale con un impatto sui consumi italiani dell’1,4%.
La riduzione del gas, che nelle prossime settimane, vedrà il ritorno al regime normale, è stata compensata tramite gli stoccaggi, precisa ancora l’Eni.
Tempo fa, qui su Altrenotizie abbiamo raccontato di come l’Italia non possegga grandi giacimenti di metano; al contrario, importa da Gazprom il 35% dei 68 miliardi di metri cubi importati ogni anno, un altro 35% lo importa dalla Sonatrach (Algeria), il resto da piccoli esportatori, tutti con quote bassissime, spesso al di sotto dell’1%, e pertanto trascurabili rispetto ai due principali fornitori, autentici colossi del mercato.
Quindi la dipendenza italiana dall’estero si ripartisce più o meno in egual misura tra Russia e Algeria. Tra Gazprom e Sonatrach.

L’11 marzo scorso, queste due aziende hanno dato notizia di un imminente accordo di cooperazione, attraverso le parole dello stesso Vladimir Putin durante una conferenza stampa ad Algeri. L’intesa riguarda lo sviluppo e l’esplorazione congiunta russo-algerina di giacimenti di gas e petrolio. Putin ha garantito all’Algeria la cancellazione di 4,7 miliardi di dollari di debito estero in cambio di una presenza sul mercato "da alleata" della Sonatrach. "Le compagnie algerine e russe – ha detto Mohammed Bengiaui, ministro degli Esteri algerino – possono sviluppare la cooperazione e il coordinamento delle loro posizioni sul mercato mondiale del gas. Possono anche entrare insieme sui mercati di paesi terzi in varie regioni del mondo". Secondo Alberto Clò, ex ministro dell’Industria e oggi consigliere indipendente dell’Eni, "questa è la risposta più violenta a quanti ritengono che la polverizzazione o la numerosità delle imprese che operano nel settore del gas sia presupposto di efficienza e concorrenza". Una risposta diretta alla recente scelta del governo italiano di permettere l’accesso a Gazprom sul mercato interno italiano.

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Alessandro Iacuelli – La diossina fa bene?

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Nell’agosto 2004, il comprensorio di Acerra (Napoli) sale alla ribalta della scena mediatica italiana a causa delle proteste popolari contro la costruzione di un inceneritore. Durante quelle proteste, per la prima volta, è venuto allo scoperto il problema dell’avvelenamento del terreno e delle acque.
Alcuni pastori della zona, portarono nelle vicinanze del cantiere sette pecore agonizzanti per dimostrare la fondatezza dell’allarme-diossina registrato in un’area vicina al cantiere. Gli animali furono lanciati a terra, a pochi passi dal cordone di agenti di polizia che presidiavano la strada d’accesso alla zona dei lavori.
In realtà, la presenza di diossina nei "Regi Lagni", canali di scolo delle acque reflue e piovane di età borbonica ancora esistenti sul territorio, era già stata rilevata tempo addietro, prima dell’apertura del cantiere per la costruzione dell’inceneritore.

In particolare, la località "Pantano", dove dovrebbe sorgere l’impianto di incenerimento era già considerata "insalubre" e ad alto rischio incidenti per la vicina presenza dello stabilimento chimico Montefibre, specializzata nella produzione di acrilici. Infatti, a partire dal 1999, un’ordinanza comunale dell’Amministrazione di Acerra vietò l’uso dell’area per insediamenti industriali. La Montefibre, dal canto suo, aveva già previsto nel piano di riconversione industriale un progetto di potenziamento dell’esistente centrale termoelettrica (interna alla fabbrica) di circa 400 megawatt.. Per il comune di Acerra questa eventualità alimenterebbe il rischio di incidenti nell’area adiacente allo stabilimento.
La Montefibre annunciò anche di predisporre un’ordinanza sindacale per vietare l’utilizzo di quell’area in applicazione del decreto legislativo 334 del `99, relativo al rischio di incidenti causati da sostanze pericolose, ordinanza che sarebbe solo temporanea, nell’attesa che una nuova variante urbanistica organizzi definitivamente gli insediamenti industriali dell’area.

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Alessandro Iacuelli – La discarica della salute

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Nell’estate 2004, il dottor Alfredo Mazza, ricercatore in Fisiologia Clinica del CNR a Pisa, ha pubblicato sulla prestigiosa rivista medica "The Lancet Oncology" un suo agghiacciante studio sull’incidenza tumorale in Campania. I risultati degli studi e delle analisi effettuate dal ricercatore furono anche pubblicate su quasi tutti i quotidiani italiani. Nello studio, ci si riferisce ad un’area di 12 comuni, compresi tra Acerra, Pomigliano d’Arco, Nola e le falde settentrionali del Monte Somma, facente parte del Parco Nazionale del Vesuvio. In quest’area vivono oggi circa un milione di persone. Statistiche alla mano, Mazza mostra come l’indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100.000 abitanti sfiora il 35.9 per gli uomini e il 20.5 per le donne rispetto a una media nazionale che è del 14. Questo in un quadro generale che assegna alla zona un indice di mortalità mediamente più elevato anche per altre forme di cancro. Le cause sono certamente molteplici. Per cercare di farsi un’idea occorre guardare indietro nel tempo e tornare agli anni dello sviluppo industriale della zona, che fino ai primi anni ’70 ha visto un’economia completamente basata su agricoltura ed artigianato. Solo nel 1972 entra in produzione il grande stabilimento AlfaSud di Pomigliano d’Arco, oggi Fiat Auto, senza che dal punto di vista sanitario si osservasse un aumento di certi tipi di malattie. Solo con l’apertura dello stabilimento Montefibre ad Acerra si rileva (e tra l’altro nel giro di pochi anni) una prima impennata dei casi di tumore e dei morti di cancro nella zona. Nel giro di pochi anni, si è cercato di correre ai dovuti ripari, impegnando la direzione di Montefibre (leader nel settore dell’Acrilico), ad usare solo resine non inquinanti.

Poi, tra il 1990 e il 2000, i morti di cancro sono improvvisamente raddoppiati, ma dietro questa seconda impennata stavolta c’è l’ombra lunga della camorra: un numero imprecisato di discariche illegali, senza alcun controllo, dove viene scaricato nottetempo di tutto, dal chimico al radioattivo. Non è certo lo stoccaggio abusivo l’unica attività illegale inquinante, visto che si sta anche verificando qualche caso di "riciclaggio abusivo". Di recente è scoppiato lo scandalo con il cosiddetto "caso Pellini": una storia che ha dell’incredibile portata alla luce dalla Procura della Repubblica di Napoli dopo due anni di indagini, con l’arresto di 13 persone tra cui diversi sottufficiali dei Carabinieri ed i gestori della ditta Pellini di Acerra. Dal Veneto, in particolar modo da Porto Marghera, arrivavano ad Acerra fanghi tossici e rifiuti di ogni tipo, soprattutto chimici, che la ditta Pellini stoccava e rivendeva come fertilizzanti che finivano per fertilizzare i terreni agricoli. Il tutto, secondo le accuse della Procura, con la complicità dei Carabinieri di Acerra..

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Alessandro Iacuelli – Senza energia

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"A motivo della situazione di emergenza in cui si trova il sistema nazionale del gas naturale e dell’impegno richiesto per garantire la sicurezza delle forniture, il Ministero delle attività produttive, d’intesa con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, ha deciso di rinviare a data da definire la prevista Conferenza Nazionale Energia e Ambiente.
La nuova data potrà essere fissata solo dopo le prossime elezioni politiche."
Con questo scarno comunicato il Ministro Claudio Scajola si defila, assieme al resto del governo, dalla Conferenza sull’Energia, cedendo la patata bollente al governo che verrà, qualunque esso sia. Negli scorsi mesi, più volte esponenti dell’attuale governo – in particolare Scajola e Tremonti – avevano rinviato a tale Conferenza le risposte ad ogni pressione da parte di stampa e opinione pubblica su temi energetici ed ambientali.

In questa Conferenza, secondo il programma ufficiale, il governo avrebbe rilanciato ufficialmente l’opzione nucleare per risolvere il dilemma energetico italiano. Oltre, ci si aspettava, a vantare i successi berlusconiani in questo settore. Poi, dopo il terremoto Gazprom ed una crisi del gas che lascia il tempo che trova, si è valutato più opportuno evitare il confronto sul delicato tema energetico in piena campagna elettorale.
Da varie parti, anche dall’interno della stessa Cdl, qualcuno si è affrettato a bollare il rinvio come un’ammissione di fallimento del quinquennio berlusconiano riguardo l’energia.Precisiamo subito che, più che di fallimento, si dovrebbe parlare di completo immobilismo. L’esecutivo, infatti, non ha fallito alcuna strada intrapresa: semplicemente non ha intrapreso nulla dal 2001 ad oggi. E doveva essere il governo "del fare"…

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Alessandro Iacuelli – Niente di nuovo in Cecenia

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Tredici morti e 28 feriti è il bilancio, che potrebbe aumentare nelle prossime ore, dell’esplosione che la sera del 8 febbraio scorso ha completamente devastato una base militare russa a Kurchaloi, in Cecenia, un villaggio a poche decine di chilometri dalla capitale Grozny. Lo riferisce l’agenzia di stampa russa Interfax.
Lo scoppio ha dato vita ad un incendio che ha completamente distrutto l’edificio. Tutte le vittime sono militari del battaglione speciale Vostok dell’esercito russo di stanza in Cecenia.
Un battaglione speciale agli ordini di una figura controversa nel panorama politico e militare caucasico: Sulim Iamadaiev, ceceno, ex militante ai vertici della guerriglia indipendentista, poi alleatosi con i russi nel 2002, con clamoroso "cambio di campo". Un battaglione specializzato nella repressione della guerriglia, composto da 5000 uomini. Un battaglione mal visto dai ceceni, in quanto composto in gran parte da soldati ceceni che hanno scelto di essere al servizio della Russia. Un battaglione tristemente noto per i metodi piuttosto sbrigativi con cui agisce nei confronti dei ribelli indipendentisti e dei sospettati.

All’inizio l’esplosione, avvenuta alle le 20.30 ora di Mosca, le 18.30 italiane, è stata attribuita ad una fuga di gas, escludendo immediatamente la pista dell’attentato terroristico. Lo stesso Ministero dell’Interno del governo filo-russo Ceceno si è affrettato a dare questa versione dei fatti.
La mattina dopo, invece, la procura militare di Mosca, per mezzo del suo portavoce Mikhail Renskov, non ha escluso la pista terroristica.
Anche il colonnello Akhmet Djerkhanov dell’esercito russo ha annunciato l’apertura di un’inchiesta e che la pista dell’attentato non è affatto da escludere.

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Alessandro Iacuelli – L’energetico Tremonti

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Con molta disinvoltura, quasi come se nessuno potesse intendere la grossa portata economica e politica delle sue parole, il ministro Tremonti ha annunciato la volontà di presentare un documento anti-crisi del gas al prossimo G8, durante una conferenza stampa congiunta con il ministro delle Finanze russo Alexei Kudrin.
Kudrin ha aggiunto che: "Con Tremonti abbiamo parlato di collaborazione in campo energetico e anche del gas. Sono in corso trattative delle quali non vorrei scoprire i dettagli". Sempre il ministro russo fa sapere che "la Russia aumenterà le forniture di gas all’Europa", che si continuerà a "cercare di risolvere i problemi della sicurezza energetica". Da tenere presente che il colosso energetico russo Gazprom è sotto controllo statale e, sfruttando il proprio turno di presidenza del G8, il Cremlino ha tutto l’interesse ad espandere non solo il proprio mercato, ma anche il proprio peso politico. A giudizio di Kudrin sono necessarie "decisioni globali" per rendere stabili le forniture energetiche. Quanto all’emergenza di queste ultime settimane il ministro ha escluso che possano creare problemi di rifornimento durevoli.

Perchè un incontro e trattative tra Kudrin e Tremonti? Perchè è oramai imminente l’ingresso in Italia di Gazprom, a dirlo non siamo più solo noi di "altrenotizie", che lo scriviamo da un mese, ma è stato annunciato nella stessa conferenza stampa. In cambio di cosa? In cambio di quote di mercato per ENI in Russia, ma a quanto pare non solo, infatti a fine conferenza stampa Kudrin ha aggiunto che "l’interesse a lavorare con la Fiat in Russia c’è".

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Alessandro Iacuelli – Operazioni speciali in Cecenia

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Il 29 gennaio scorso, l’esercito russo in Cecenia ha ucciso undici presunti guerriglieri e ne ha arrestati oltre 30. E’ questo il bilancio delle operazioni speciali condotte nella repubblica caucasica fino a ieri, a rendere pubbliche queste informazioni è il generale Grigori Fomenko, a capo delle forze russe in Cecenia, in una conferenza stampa a Grozny insieme al presidente ceceno filorusso Alu Alchanov. Da qualche mese, la stretta militare russa sta avendo ragione degli indipendentisti, come prova il fatto che sono in calo gli attentati contro le forze russe da parte degli insorti ceceni. Ma gli indipendentisti stanno cercando di reclutare nuove forze nel nord della Cecenia, e nelle regioni russe del Daghestan e di Stavropol. Proprio nel Daghestan, Mosca sta intensificando la pressione di polizia ed esercito contro la resistenza cecena.

Tra le vittime di ieri, invece, è presente anche un nome considerato importante dai russi: Lechi Eskiyev, numero uno del "Fronte Ceceno del Nord", uno dei gruppi separatisti che combattono contro l’esercito di Vladimir Putin. Uno scarno comunicato del ministero degli Interni russo annuncia che Eskiyev è stato "annientato", proprio questo il verbo usato nel dispaccio, dopo essere stato ferito a morte insieme ad altri due ribelli nella città di Khasavyurt, nella repubblica autonoma caucasica del Daghestan. Nel corso di una "operazione speciale della polizia" l’uomo sarebbe stato individuato all’interno di una abitazione. Ha rifiutato la resa ed è quindi scoppiato un conflitto a fuoco che è costato la vita dei tre guerriglieri e di un poliziotto russo. Eskiyev, 33 anni, a capo della resistenza dei distretti di Shelkovskoi, Naurski e Nadtere, prendeva ordini direttamente dal capo militare della guerriglia Shamil Basayev.

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