Alessandro Iacuelli – Gli inganni di Terzigno

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"Aprire una discarica in un parco nazionale era una scelta da evitare". Lo dice il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, in una trasmissione di Radio Svizzera Italiana. E non sbaglia, visto che si tratta di una scelta ottusa e in contrasto con leggi e regolamenti dello Stato, oltre che con le direttive dell’UE, che vietano tassativamente la costruzione d’impianti in riserve naturali. Anzi, a dirla tutta, le direttive europee dicono anche che di discariche non se ne devono proprio più fare. Allora? Perché all’improvviso scoppia una nuova emergenza rifiuti in Campania e tutta la politica dice che occorre destinare a discarica la cava Vitiello, tra Terzigno e Boscoreale, che c’è una legge dello Stato che lo prevede? Continua la lettura di “Alessandro Iacuelli – Gli inganni di Terzigno”

Alessandro Iacuelli – Google e l’Antitrust

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L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha deciso di estendere a Google Ireland Limited l’istruttoria per possibile abuso di posizione dominante, avviata nei confronti di Google Italia l’estate scorsa, alle condizioni imposte in Italia agli editori dei siti web nei contratti di intermediazione per la raccolta pubblicitaria online. A renderlo noto è stata la stessa Autorità antitrust in una nota ufficiale. "Sotto indagine", si legge nel comunicato, "le condizioni contrattuali imposte ai siti web per la raccolta pubblicitaria online". L’estensione istruttoria a Google Ireland è determinata dal fatto che la sociètà svolge il ruolo di capogruppo nella raccolta pubblicitaria. Continua la lettura di “Alessandro Iacuelli – Google e l’Antitrust”

Alessandro Iacuelli – Google sfida la Cina

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Di regola, certe operazioni di politica globale dovrebbero farle gli Stati, o le confederazioni e unioni di Stati. Ma, di fronte ad un colosso dell’economia come la Cina, gli stati occidentali chinano la testa, vuoi perché la Cina detiene il loro debito pubblico, vuoi per evitare un aggravarsi della crisi economica in cui versa attualmente il modello capitalista. Così, succede che di fronte alla sistematica violazione dei diritti umani dei suoi cittadini, a prendere posizione contro Pechino non sia l’ONU, o gli USA, o l’UE, ma un’azienda privata. Anzi, un colosso dell’industria informatica moderna: Google. Continua la lettura di “Alessandro Iacuelli – Google sfida la Cina”

Alessandro Iacuelli – Le rotte dell’ecomafia veneta

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All’alba del 24 giugno scorso, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Venezia, a conclusione di un’indagine denominata “Serenissima”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Padova, hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere, numerosi provvedimenti di obbligo di dimora, sequestri e perquisizioni nei confronti di un’azienda con sede a Badia Polesine che gestisce rifiuti nel Veneto, con ramificazione nelle province di Padova e Rovigo. L’accusa è di traffico illecito transfrontaliero di rifiuti; nella fattispecie si tratta di spedizioni di rifiuti, per lo più tossici, verso la Cina, dove vengono riutilizzati per la costruzione di giocattoli ed altri prodotti e poi esportati verso tutti i Paesi del mondo. L’indagine, avviata da un controllo ispettivo eseguito presso l’area doganale del Porto di Venezia nel 2005, ha accertato un traffico illecito di rifiuti speciali verso la Repubblica Popolare Cinese. Continua la lettura di “Alessandro Iacuelli – Le rotte dell’ecomafia veneta”

Alessandro Iacuelli – Pacchetto sicurezza: c’e’ dentro il bavaglio per il Web

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Nel disegno di legge 733, il cosiddetto "pacchetto sicurezza", c’è un punto importante che riguarda il futuro della rete in Italia. Sotto forma di un emendamento, inserito dal senatore Gianpiero D’Alia (UDC), s’introduce nel DDL l’articolo 50-bis, "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet". Il primo comma dell’articolo voluto da D’Alia, nella sua versione originale, recitava: "Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine." Cerchiamo di capire che vuol dire tutto ciò. Continua la lettura di “Alessandro Iacuelli – Pacchetto sicurezza: c’e’ dentro il bavaglio per il Web”

Alessandro Iacuelli – Nucleare italiano, tra miopia e fantascienza

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Berlusconi ritorna a parlare di nucleare in Italia, affermando che bisogna iniziare a lavorare per il futuro in maniera seria. Per Berlusconi, infatti, "il nucleare è il futuro, il combustibile fossile è qualcosa che va a finire". Il sottinteso politico è chiaro: accelerare verso il finanziamento di centrali nucleari, ignorare volutamente le rinnovabili. Il premier l’ha dichiarato a proposito di alcune affermazioni sulla questione Gazprom e il gas russo: dopo la recente crisi con l’Ucraina, secondo Berlusconi l’Italia deve "andare avanti nella direzione della differenziazione delle fonti" e deve "iniziare per il futuro con il nucleare in maniera seria". I reattori nucleari proposti per il piano italiano sono quelli di tipo EPR, come quelli in costruzione in Finlandia, a Olikuloto. In questi giorni, le multinazionali dell’energia E.On e Rwe hanno dichiarato l’interesse a ricostruire 4 impianti per il governo inglese, come spiega Giuseppe Onufrio di Greenpeace in una recente intervista, ma sembra che i reattori non saranno EPR. Continua la lettura di “Alessandro Iacuelli – Nucleare italiano, tra miopia e fantascienza”

L’Europa e la svolta ecologica – di Alessandro Iacuelli

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La decisione dei leader dell’Unione Europea è di quelle che già stanno facendo discutere: con un accordo di principio, che spetterà ora alla Commissione europea precisare nelle sue concrete modalità attuative, entro il 2020, il 20% dell’energia consumata in Europa dovrà essere prodotta da fonti "pulite" (attualmente siamo al 7%), il 10% dovrà obbligatoriamente essere costituito da biocombustibili; inoltre, le emissioni di gas ad effetto serra dovranno essere ridotte del 20% rispetto ai livelli del 1990 ed i consumi energetici dovranno essere tagliati del 20%. Tutti i leader europei hanno salutato con entusiasmo l’accordo e qualche tono trionfalistico è stato assunto anche da alcune organizzazioni ecologiste, per quello che viene considerato un piccolo importante passo avanti nella giusta direzione. A prima vista.

Andando a leggere in dettaglio l’accordo, però, non si può non notare in primo luogo una eccessiva fiducia per i biocarburanti, seguita a ruota da un’ombra di ambiguità per quanto riguarda il nucleare. Ambiguità non da poco, dato che stando a qualche interpretazione non troppo sottile, il nucleare (insieme alle rinnovabili) avrebbe trovato posto nelle fonti di energia con cui l’Europa cercherà di fare la sua parte, per contrastare il cambiamento climatico. Continua la lettura di “L’Europa e la svolta ecologica – di Alessandro Iacuelli”

Ecomafia: l’espansione nelle Marche – di Alessandro Iacuelli

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Non si salvano neanche le Marche dall’essere pattumiera dei rifiuti tossici industriali del Nord. Secondo quanto scoperto dai carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Ancona, ci sono rifiuti provenienti soprattutto da Veneto e Lombardia e smaltiti illegalmente al ritmo di sei o sette camion al giorno. Dopo Campania, Puglia, Basilicata, basso Lazio e Abruzzo, con l’operazione "Arcobaleno", coordinata dal sostituto procuratore di Pesaro Massimo Di Patria, viene alla luce anche lo scenario inquietante dell’Italia centrale. Secondo quanto emerso dalle indagini, fra il 2003 e il 2006, tonnellate di scarti di lavorazioni industriali, classificati come rifiuti speciali, tra i quali fanghi, bitume, amianto, vernici e altri materiali pericolosi per la salute, venivano avviati verso discariche o impianti non autorizzati dopo un semplice "lavaggio" con acqua. Con bolle di accompagnamento falsificate, relative a materiali di recupero industriale già trattati precedentemente.

Gran parte dei rifiuti venivano smaltiti nella discarica di Barchi, in provincia di Pesaro e Urbino, di proprietà della locale Comunità montana ma gestita da privati, o nella cava "Solazzi" di Carrara di Fano. Entrambi gli impianti figurano nell’elenco delle 56 strutture (imprese estrattive, o specializzate nel recupero e trasporto di rifiuti), poste sotto sequestro nei giorni scorsi.  Continua la lettura di “Ecomafia: l’espansione nelle Marche – di Alessandro Iacuelli”

Campania senza sbocchi – di Alessandro Iacuelli

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Appena cinque mesi dopo le dimissioni di Corrado Catenacci, la sera del 6 marzo anche Guido Bertolaso ha lasciato l’incarico di commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania. Abbandono di poche ore, visto che meno di 24 ore dopo le sue dimissioni sono state respinte. Già dalla mattina del sette marzo, è divenuto visibilmente più difficile risolvere il problema immondizia nella regione. A far precipitare la situazione sembra sia stato il progetto di realizzare una discarica a Serre, nel salernitano. Poiché l’intera regione per quanto riguarda i rifiuti é ormai allo sbando, ed il commissariato straordinario non è in grado di produrre soluzione neanche atte a tamponare la situazione, si è oramai in uno stato tale che i siti dove ubicare le discariche per il CDR (Combustibile derivato dai rifiuti) ed i materiali di scarto, i cosiddetti “sovvalli”, vengono cercate un po’ a caso, dove c’è appena un po’ di spazio libero.

Così, a Serre il terreno individuato per insediare la discarica è stato scelto, manco a farlo apposta, in prossimità dell’oasi Wwf di Persano. Un progetto che il ministro dell’ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, non ha gradito, dichiarando la sera del 6 marzo a Palazzo Chigi: "Una grande discarica regionale dentro un’oasi? È una scelta che non condivido, spero che la notte porti consiglio". Ma prima della notte sono arrivate le dimissioni di Bertolaso. Continua la lettura di “Campania senza sbocchi – di Alessandro Iacuelli”

Alessandro Iacuelli – La crisi dell’informatica italiana

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Dopo la grande bolla speculativa riguardante Internet e, più in generale, l’informatica e le telecomunicazioni, che ha attraversato l’Italia negli anni scorsi, ecco giungere pesantemente la crisi industriale e commerciale anche nel settore delle nuove tecnologie. Settore delicato, perché composto essenzialmente da lavoratori giovani, troppo giovani per pensare ad un prepensionamento, fortemente specializzati e spesso precari. Desta infatti molta preoccupazione il fatto che Esprinet, azienda con sede a Nova Milanese che opera nella distribuzione all’ingrosso di informatica ed elettronica di consumo, ha annunciato alle organizzazione sindacali che ci sono 30 lavoratori in esubero. Non è affatto un caso isolato. Salta semmai all’occhio che questo “esubero” di forza lavoro nasce subito dopo l’acquisizione, da parte di Esprinet, di Actebis, altra azienda di distribuzione. Per chi non è “addetto ai lavori” potrebbe infatti apparire un po’ strano che un azienda in grado di acquisirne altre vada in crisi occupazionale.

Se la distribuzione mostra segnali di crisi, non va affatto meglio nel settore dell’Information Technology. Peppe Mariani, presidente della Commissione lavoro della Regione Lazio, ha espresso “indignazione e sconcerto” per l’annuncio di Galileo Italia del licenziamento di 109 dipendenti sui 220 attualmente impiegati. Secondo Mariani, ciò si deve all’acquisizione dell’azienda da parte di una società finanziaria americana, le cui speculazioni ora rischierebbero di mandare all’aria una realtà industriale importante che opera fin dal 1993. I lavoratori intanto presidiano la sede romana di Galileo Italia e, con l’appoggio dello stesso Mariani, si appellano a istituzioni e governo perché incontrino le rappresentanze sindacali.

Le cose non migliorano affatto nel settore dell’editoria online ed il caso di VNU, tra le maggiori testate italiane, non fa che aumentare le preoccupazioni. Di recente, l’assemblea dei giornalisti di VNU BPI si è riunita per discutere della gravissima situazione venutasi a creare in seguito all’improvviso licenziamento di tre colleghi, un caporedattore e due direttori, notificato dalla direzione aziendale. Il management aziendale, secondo il durissimo comunicato dell’assemblea, “scarica senza remore il frutto dei propri errori su chi lavora nelle redazioni; la chiusura delle testate CRN e Data Business, presa a motivazione dei provvedimenti, si aggiunge a una lunga catena di prodotti chiusi, dismessi e venduti, che stanno a dimostrare un andamento non certo brillante della casa editrice.”
I licenziamenti sono stati notificati a freddo, mentre erano in corso trattative fra cdr e azienda per tentare di ricollocare i lavoratori colpiti. I giornalisti di VNU BPI si chiedono con preoccupazione quali siano gli intenti della nuova proprietà, la società 3I, se il biglietto da visita con cui si presenta è quello del calpestare il contratto giornalistico, licenziare a freddo, rimandare furbescamente ogni seria indicazione sul futuro delle redazioni.

Quindi, se si sommano i licenziamenti sia nel settore dell’editoria web, sia nella distribuzione dell’informatica, sia nell’IT, che negli anni scorsi è stata la vera punta tecnologica del settore, allora siamo al completo: l’informatica italiana è in crisi, attraversata da tagli occupazionali in tutti i settori.
Probabilmente, nel settore dell’editoria online, la crescita degli anni scorsi si era basata troppo su politiche che tagliassero i costi e sul precariato di chi lavora. Infatti, secondo alcuni dati di Assostampa relativi alla sola regione Toscana, sono 3000 i pubblicisti iscritti all’albo regionale, oltre a mille collaboratori che lavorano ogni giorno dentro e fuori le redazioni; tutte queste persone lavorano con un tetto massimo di 50 articoli mensili, pagati tra i 5 e i 7 euro. Oltre 50 articoli, i successivi vengono pagati 2 euro ciascuno. Per non parlare delle “notizie brevi” che compaiono su molte testate online, dove un lancio viene pagato 21 centesimi di euro.

Problemi analoghi sorgono nel settore della distribuzione, dove i posti di lavoro si riducono a causa di progressive fusioni per incorporazione, dove i distributori più grandi riescono a fagocitare senza problemi i più piccoli, riducendo nel contempo i posti di lavoro. Il settore industriale, invece, soffre del problema opposto, infatti spesso i settori IT vengono esternalizzati a costi ridottissimi.

Il risultato è un quadro difficoltoso: per oltre dieci anni si è spinto sull’informatica come nuovo sbocco occupazionale per i giovani, sono stati aperti centinaia di istituti tecnici che hanno iniziato a sfornare periti anche molto preparati, sono stati istituiti nuovi corsi di laurea che hanno prodotto migliaia di informatici. Ma ora il mondo del lavoro mostra di non essere in grado di accogliere questa mole di lavoratori, creando nuovo precariato anche nel settore delle nuove tecnologie, creando disoccupazione e spettri fatti di mobilità e cassa integrazione. Spettri che si fanno più neri per le decine di migliaia di giovani che lavorano con contratti atipici e molto precari nel settore.

da: www.altrenotizie.org

Alessandro Iacuelli – I rifiuti dell’era digitale

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L’allarme arriva da Greenpeace, attraverso un rapporto intitolato Cutting Edge Contamination, e riguarda l’inquinamento delle acque derivante dal processo produttivo di computers ed altri dispositivi elettronici. E’ il processo stesso di produzione ad essere inquinante, e questo lo si sa da sempre. La novità del rapporto di Greenpeace risiede piuttosto nel calcolo preciso dell’impatto ambientale provocato da questo tipo di industria. Le fabbriche dove vengono prodotti circuiti elettronici acquistano dai loro fornitori grosse lastre di bachelite ricoperte di rame. Le lastre vengono poi tagliate per assumere le giuste dimensioni. Su di esse viene disegnato lo schema del circuito finale e infine un lavaggio a base di sostanze acide elimina il rame al di fuori del disegno, lasciando sulla lastra di bachelite il circuito finale, quello sul quale verranno poi montati e saldati i componenti. Sotto accusa è proprio il lavaggio acido, altamente corrosivo. Secondo il rapporto, le industrie non hanno remore nello scaricare in pozzi e terreni il refluo dei lavaggi. Il risultato? Un elevata contaminazione di fiumi e falde acquifere in ampie zone che circondano le zone di produzione dell’hardware.

Le analisi condotte dai laboratori di ricerca dell’associazione ambientalista hanno rivelato forti concentrazioni di sostanze tossiche come i PBDE, un gruppo di ritardanti di fiamma bromurati, e gli ftalati, usati per ammorbidire le sostanze plastiche.
Come se non bastasse, anche altri composti tossici sono stati trovati in prossimità delle fabbriche di semiconduttori, come composti volatili del cloro e metalli pesanti.
Per Greenpeace emerge la stringente necessità di reale trasparenza nell’industria elettronica, in modo che che i colossi del settore si assumano la responsabilità dell’impatto ambientale dei loro prodotti. Per denunciare la mancanza di trasparenza, fanno notare che – ad esempio – attualmente non si sa precisamente quali fabbriche di componenti riforniscano i marchi più noti di computer,
fotocamere e videocamere.

Nelle Filippine, in uno dei siti esaminati da Greenpeace, l’acqua potabile conteneva concentrazioni di cloro anche 70 volte superiori ai limiti fissati dall’Agenzia statunitense per l’ambiente. In altri casi si sono trovate forti concentrazioni di rame nell’acqua, un metallo responsabile di calo della fertilità o della crescita negli organismi acquatici. Nelle acque di scarico dell’IBM a Guadalajara, in Messico, è stato trovato tra i composti tossici il nolifenolo, potente interferente endocrino, nonostante le dichiarazioni dell’azienda sul rispetto dell’ambiente: "Stando alle dichiarazioni dell’Ibm", si legge nel rapporto, "nessuna fabbrica dell’azienda rilascia sostanze inquinanti nell’ambiente ma proprio nelle falde di acqua potabile vicino all’impianto Ibm di Guadalajara abbiamo trovato altissime concentrazioni di rame".
Anche i lavoratori di questi impianti sono potenzialmente esposti a tali sostanze tossiche.
L’indagine ha riguardato stabilimenti che lavorano per IBM, HP, Intel, Sony, Sanyo e altre aziende hi-tech, soprattutto in Asia ed in America Centrale.

"Finora ci eravamo interessati all’inquinamento prodotto dalle discariche di rifiuti elettronici, ma ora che scopriamo cosa succede nella fase di produzione, iniziano a emergere i veri costi ambientali dei prodotti" sostiene Kevin Brigden, ricercatore dei laboratori di Greenpeace.

Si tratta di problematiche diametralmente opposte. L’impatto ambientale della produzione è alto per un problema di costi. L’industria produttrice di elettronica potrebbe benissimo convogliare i reflui in tubature separate, ed inviarle ad opifici per lo stoccaggio ed il trattamento dei rifiuti liquidi. Questa ovviamente è la soluzione ottimale per l’ambiente, ma diviene un costo ulteriore per l’industria, un costo del quale non intende farsi carico, poiché è il costo dei rifiuti, non il costo di qualcosa da immettere sul mercato, che possa quindi dare guadagni. In questo giocano un ruolo anche i consumatori, alla ricerca perenne di costi sempre più bassi, che non includano i costi ambientali.

Il problema delle discariche di rifiuti elettronici rimane principalmente un problema organizzativo. Soprattutto in Paesi come l’Italia, non si è ancora pensato a nessun programma di riciclaggio di tali rifiuti e spesso neanche allo stoccaggio definitivo. Il cittadino che deve smaltire i propri apparecchi elettronici obsoleti spesso non trova a chi rivolgersi, e solo in certi casi trova chi se li prende, spesso
a costi esorbitanti. In pratica, l’industria del "trashware", nome con il quale si indica l’elettronica da buttare, i dispositivi vecchi e spesso rotti, qui in Italia non è ancora decollata, ed è caratterizata da poche iniziative coraggiose.

Coraggiose perchè una volta prelevate le parti ancora in grado di funzionare e quelle riparabili, di tutto il resto non si sa cosa farne, non esistendo impianti adeguati né per il tombamento né per il riciclo. Così, anche in una città come Roma, in un quartiere residenziale, può accadere di trovare di sera addirittura non uno ma due monitor abbandonati accanto ad un cassonetto per i rifiuti indifferenziati.

da: www.alrenotizie.org

Alessandro Iacuelli – L’arrivo a Gazprom

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In un’intervista al settimanale L’Espresso, Aleksandr Medvedev, vicepresidente di Gazprom, annuncia l’arrivo del colosso russo sul mercato italiano al dettaglio a partire dal 1 aprile 2007. Arrivare sul mercato al dettaglio significa che non si tratta di forniture da Gazprom verso gli operatori di mercato italiani, ma di forniture destinate direttamente all’utente finale, alle nostre case. Con tanto di bollette. Si tratterà all’inizio solo di 100 milioni di metri cubi su 3,5 miliardi previsti. Una quantità minima quindi, poiché l’Italia consuma 76 miliardi di metri cubi di metano all’anno, ma è certamente il primo passo verso la conquista del mercato finale.
Arrivare a vendere all’utente finale è l’idea fissa della Gazprom già da molti anni: il gigante del gas, il cui pacchetto azionario è in larga maggioranza detenuto direttamente dal Cremlino, è divenuto nel tempo uno strumento politico internazionale del presidente Putin.

A rigor di logica, anche e soprattutto di logica di mercato, non c’è nulla di strano nel fatto che Gazprom venda il proprio gas ad una grossa industria italiana, o magari ad un comune capoluogo di provincia; infatti, quel che salta all’occhio è la politica, tutta orchestrata da Putin, dei diritti di transito del gas. Su questo, la politica russa in effetti danneggia gli altri operatori internazionali, favorendo Gazprom ed attuando un protezionismo spinto.

Per arrivare in Italia o in Francia, il gas russo deve attraversare diversi paesi, Ucraina, Ungheria, Slovacchia, Austria, e nessuno si oppone al fatto che Gazprom fruisca di tale diritto. Lo stesso non vale però per ENI o BP, le quali vorrebbero far arrivare in Occidente gli idrocarburi estratti nei loro giacimenti in Kazakhistan ma non possono, poiché non hanno la concessione di transito su territorio russo. L’Europa potrebbe approvvigionarsi di gas, ad esempio, in Asia centrale, Uzbekistan o Turkmenistan, dove la stessa ENI partecipa all’estrazione in alcuni giacimenti, ma la Russia non concede diritti di transito. Pertanto, Eni è costretta a vendere quanto produce in Kazakhistan a Gazprom perché non può transitare attraverso i metanodotti russi. Questo non succede per la benzina: tante aziende petrolifere estere distribuiscono carburante in Italia, senza però negare all’Agip di avere oleodotti e distributori nei loro stati di provenienza.

Questo squilibrio sui transiti è la carta che sta favorendo Gazprom, a discapito di tutti gli altri operatori. Gazprom ha quindi iniziato un vero e proprio l’attacco all’Occidente, visto che non sta entrando solo nel mercato italiano, violando palesemente le regole di base della concorrenza.

In Italia, intanto, non si adotta da decenni una politica estera energetica in difesa degli interessi del Paese in materia di approvvigionamento energetico. A voler essere precisi, se si esclude l’avventura di Enrico Mattei, l’Italia non ha mai saputo, o voluto, essere al passo con i tempi circa la pianificazione energetica. Così, mentre ancora oggi abbiamo un piano energetico nazionale che risale al 1987, ormai inadeguato al reale fabbisogno del Paese, nessun governo si azzarda minimamente a mettere le mani radicalmente nella politica energetica.

L’attuale governo si sta già caratterizzando per un particolare immobilismo in materia; infatti non ha trovato niente di meglio che proseguire, anche se con una leggera ma sostanziale rettifica, la politica energetica del governo Berlusconi, consistente nell’aprire incondizionatamente il mercato italiano al colosso di Mosca. La rettifica sta soprattutto nel fatto che Berlusconi avrebbe partecipato, anche se per interposta persona, all’affare. Non come Paese-Italia, ma con una una società privata riconducibile a lui.

Cosa offre Mosca all’Italia, in cambio della conquista del mercato del metano? In cambio Eni avrà accesso a quote azionarie di Novatek – il primo produttore privato di gas dopo Gazprom – e di Artikgas, una società che sfrutterà i ricchissimi giacimenti a ridosso del Circolo Polare Artico. C’è però un nodo da risolvere: se non cambiano le regole russe circa le concessioni sui transiti nei metanodotti, cosa se ne farà Eni del gas estratto in Russia? Non potendo esportarlo, continuerà a non restare altro da fare che rivenderlo a Gazprom, ed il circolo vizioso si riproporrà.

Al momento Gazprom non ha ancora la struttura logistica per vendere in prima persona agli utenti italiani, e ci metterà tempo per organizzarsi. In merito, Medvedev afferma che non è stato ancora deciso con quale partner Gazprom venderà il gas in Italia. Le ipotesi sono Enel, Edison, Hera, Gruppo Radici. L’affare interessa tutte le aziende italiane del settore, e tutte hanno offerto a Gazprom la propria disponibilità, mendicando – in pratica – qualche metro cubo di gas. Nonostante questo, secondo alcune indiscrezioni, sembra però che la scelta cadrà sulla municipalizzata bresciana ASM, per motivi che non sono solo tecnici.
Il principale gruppo siderurgico privato, la Lucchini Spa di Brescia, fu acquistata nel 2005 dal primo gruppo siderurgico privato russo, la Severstal facente capo a Aleksey Mordashev, fedelissimo di Putin. Quindi la presenza russa a Brescia, è già un fatto consolidato, ma per Mosca conta un altro particolare ancora più importante: le voci della prossima fusione tra ASM e la municipalizzata milanese AEM. Assicurarsi la fornitura al cuore industriale d’Italia sarebbe il ottimo colpo.

Gazprom non intende fermarsi alla distribuzione e vendita del metano. Parallelamente all’entrata sul mercato italiano del gas, il gigante di Mosca sta perseguendo l’obiettivo di acquisire centrali elettriche, e sia Enipower che Enel si sono detti possibilisti.
Sul lungo termine, quindi, Mosca potrebbe acquistare il controllo sia del gas sia dell’elettricità. In Italia si farebbe bene a ricordare che avere il controllo, parziale o totale, del sistema energetico di un Paese vuol dire controllarne a grandi linee l’economia. A Mosca questo lo sanno bene, a Roma se ne saranno accorti?

da: www.altrenotizie.org

Alessandro Iacuelli – Manovre energetiche

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Nonostante la primavera sia sempre più vicina, ancora oggi, come nei giorni scorsi, un lancio dell’agenzia Adnkronos informa di un nuovo calo nelle forniture di gas dalla Russia: secondo le previsioni dell’Eni oggi verranno a mancare 2 milioni di metri cubi sui 74 previsti, pari a -2,7% del totale, lo 0,6% dei consumi nazionali. Nella giornata di ieri sono mancati all’appello 4 milioni di metri cubi, il 5,4% del totale con un impatto sui consumi italiani dell’1,4%.
La riduzione del gas, che nelle prossime settimane, vedrà il ritorno al regime normale, è stata compensata tramite gli stoccaggi, precisa ancora l’Eni.
Tempo fa, qui su Altrenotizie abbiamo raccontato di come l’Italia non possegga grandi giacimenti di metano; al contrario, importa da Gazprom il 35% dei 68 miliardi di metri cubi importati ogni anno, un altro 35% lo importa dalla Sonatrach (Algeria), il resto da piccoli esportatori, tutti con quote bassissime, spesso al di sotto dell’1%, e pertanto trascurabili rispetto ai due principali fornitori, autentici colossi del mercato.
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Alessandro Iacuelli – La diossina fa bene?

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Nell’agosto 2004, il comprensorio di Acerra (Napoli) sale alla ribalta della scena mediatica italiana a causa delle proteste popolari contro la costruzione di un inceneritore. Durante quelle proteste, per la prima volta, è venuto allo scoperto il problema dell’avvelenamento del terreno e delle acque.
Alcuni pastori della zona, portarono nelle vicinanze del cantiere sette pecore agonizzanti per dimostrare la fondatezza dell’allarme-diossina registrato in un’area vicina al cantiere. Gli animali furono lanciati a terra, a pochi passi dal cordone di agenti di polizia che presidiavano la strada d’accesso alla zona dei lavori.
In realtà, la presenza di diossina nei "Regi Lagni", canali di scolo delle acque reflue e piovane di età borbonica ancora esistenti sul territorio, era già stata rilevata tempo addietro, prima dell’apertura del cantiere per la costruzione dell’inceneritore.
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Alessandro Iacuelli – La discarica della salute

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Nell’estate 2004, il dottor Alfredo Mazza, ricercatore in Fisiologia Clinica del CNR a Pisa, ha pubblicato sulla prestigiosa rivista medica "The Lancet Oncology" un suo agghiacciante studio sull’incidenza tumorale in Campania. I risultati degli studi e delle analisi effettuate dal ricercatore furono anche pubblicate su quasi tutti i quotidiani italiani. Nello studio, ci si riferisce ad un’area di 12 comuni, compresi tra Acerra, Pomigliano d’Arco, Nola e le falde settentrionali del Monte Somma, facente parte del Parco Nazionale del Vesuvio. In quest’area vivono oggi circa un milione di persone. Statistiche alla mano, Mazza mostra come l’indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100.000 abitanti sfiora il 35.9 per gli uomini e il 20.5 per le donne rispetto a una media nazionale che è del 14. Questo in un quadro generale che assegna alla zona un indice di mortalità mediamente più elevato anche per altre forme di cancro. Le cause sono certamente molteplici. Continua la lettura di “Alessandro Iacuelli – La discarica della salute”

Alessandro Iacuelli – Senza energia

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"A motivo della situazione di emergenza in cui si trova il sistema nazionale del gas naturale e dell’impegno richiesto per garantire la sicurezza delle forniture, il Ministero delle attività produttive, d’intesa con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, ha deciso di rinviare a data da definire la prevista Conferenza Nazionale Energia e Ambiente.
La nuova data potrà essere fissata solo dopo le prossime elezioni politiche."
Con questo scarno comunicato il Ministro Claudio Scajola si defila, assieme al resto del governo, dalla Conferenza sull’Energia, cedendo la patata bollente al governo che verrà, qualunque esso sia. Negli scorsi mesi, più volte esponenti dell’attuale governo – in particolare Scajola e Tremonti – avevano rinviato a tale Conferenza le risposte ad ogni pressione da parte di stampa e opinione pubblica su temi energetici ed ambientali.

In questa Conferenza, secondo il programma ufficiale, il governo avrebbe rilanciato ufficialmente l’opzione nucleare per risolvere il dilemma energetico italiano. Oltre, ci si aspettava, a vantare i successi berlusconiani in questo settore. Poi, dopo il terremoto Gazprom ed una crisi del gas che lascia il tempo che trova, si è valutato più opportuno evitare il confronto sul delicato tema energetico in piena campagna elettorale.
Da varie parti, anche dall’interno della stessa Cdl, qualcuno si è affrettato a bollare il rinvio come un’ammissione di fallimento del quinquennio berlusconiano riguardo l’energia.Precisiamo subito che, più che di fallimento, si dovrebbe parlare di completo immobilismo. L’esecutivo, infatti, non ha fallito alcuna strada intrapresa: semplicemente non ha intrapreso nulla dal 2001 ad oggi. E doveva essere il governo "del fare"…

L’immobilismo italiano non certo è dovuto solo all’attuale governo, infatti l’ultimo Piano Energetico Nazionale (PEN) riscritto ex novo fu presentato nel luglio 1975 dal Ministro dell’Industria; da allora è sempre rimasto in vigore e non è mai stato rinnovato.
Tale "Piano" si articola in 5 punti: idrocarburi, fonti energetiche alternative, programma Enel, ciclo del combustibile nucleare, programmi Cnen (poi Enea).
In particolare, vi si prevedeva che si indicessero "simultaneamente gare per l’assegnazione di otto centrali elettronucleari da 1.000 MW del tipo ad acqua leggera, pressurizzata e bollente",; si definiva, inoltre, "un piano di commesse aggiuntive, previsto in 8.000 MW, da approvare da parte del CIPE entro il 1977".
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Alessandro Iacuelli – Niente di nuovo in Cecenia

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Tredici morti e 28 feriti è il bilancio, che potrebbe aumentare nelle prossime ore, dell’esplosione che la sera del 8 febbraio scorso ha completamente devastato una base militare russa a Kurchaloi, in Cecenia, un villaggio a poche decine di chilometri dalla capitale Grozny. Lo riferisce l’agenzia di stampa russa Interfax.
Lo scoppio ha dato vita ad un incendio che ha completamente distrutto l’edificio. Tutte le vittime sono militari del battaglione speciale Vostok dell’esercito russo di stanza in Cecenia.
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Alessandro Iacuelli – L’energetico Tremonti

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Con molta disinvoltura, quasi come se nessuno potesse intendere la grossa portata economica e politica delle sue parole, il ministro Tremonti ha annunciato la volontà di presentare un documento anti-crisi del gas al prossimo G8, durante una conferenza stampa congiunta con il ministro delle Finanze russo Alexei Kudrin.
Kudrin ha aggiunto che: "Con Tremonti abbiamo parlato di collaborazione in campo energetico e anche del gas. Sono in corso trattative delle quali non vorrei scoprire i dettagli". Sempre il ministro russo fa sapere che "la Russia aumenterà le forniture di gas all’Europa", che si continuerà a "cercare di risolvere i problemi della sicurezza energetica". Da tenere presente che il colosso energetico russo Gazprom è sotto controllo statale e, sfruttando il proprio turno di presidenza del G8, il Cremlino ha tutto l’interesse ad espandere non solo il proprio mercato, ma anche il proprio peso politico. A giudizio di Kudrin sono necessarie "decisioni globali" per rendere stabili le forniture energetiche. Quanto all’emergenza di queste ultime settimane il ministro ha escluso che possano creare problemi di rifornimento durevoli.
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Alessandro Iacuelli – Operazioni speciali in Cecenia

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Il 29 gennaio scorso, l’esercito russo in Cecenia ha ucciso undici presunti guerriglieri e ne ha arrestati oltre 30. E’ questo il bilancio delle operazioni speciali condotte nella repubblica caucasica fino a ieri, a rendere pubbliche queste informazioni è il generale Grigori Fomenko, a capo delle forze russe in Cecenia, in una conferenza stampa a Grozny insieme al presidente ceceno filorusso Alu Alchanov. Da qualche mese, la stretta militare russa sta avendo ragione degli indipendentisti, come prova il fatto che sono in calo gli attentati contro le forze russe da parte degli insorti ceceni. Ma gli indipendentisti stanno cercando di reclutare nuove forze nel nord della Cecenia, e nelle regioni russe del Daghestan e di Stavropol. Proprio nel Daghestan, Mosca sta intensificando la pressione di polizia ed esercito contro la resistenza cecena.
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Alessandro Iacuelli – L’emergenza del gas

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Tutto secondo copione nella strana emergenza gas di questi giorni.
A dare il fatidico annuncio è il ministro delle Attività produttive Claudio Scajola, che dichiara: "Abbiamo bisogno di chiedere agli italiani un sacrificio". L’ennesimo. Sacrificio in conseguenza di un decreto legge approvato in tutta fretta dal Consiglio dei Ministri che impone un grado in meno nella temperatura del riscaldamento delle abitazioni e degli uffici e, non bastasse, un’ora in meno nella durata del riscaldamento stesso.
Sempre il ministro Scajola fa notare che il decreto "porterà beneficio alla situazione di difficoltà nel gas che abbiamo in Italia" e grazie a questo intervento sarà possibile un risparmio dei consumi pari a 5-10 milioni di metri cubi di gas al giorno. Nonostante questo risparmio nei consumi, precisa poi il ministro di Forza Italia, anche che le misure previste per affrontare l’emergenza gas potrebbero comportare qualche ritocco alle bollette dell’energia, come se non bastassero tutti i rincari degli ultimi anni.

Come già descritto in un articolo pubblicato alcuni giorni fa, ( leggi articolo ), l’emergenza pone un grosso interrogativo riguardante il reale stato delle riserve strategiche di gas naturale, che da sempre sono state sufficienti a reggere il calo di forniture durante i rigidi inverni russi.
Analizzando il resto del decreto legge, si scopre che si prevede anche la riapertura delle centrali elettriche a olio combustibile chiuse nell’ultimo biennio, essendo l’olio molto più costoso del gas (ecco svelato il mptivo dell’aumento delle bollette).
Nel frattempo, il fornitore Gazprom fa sapere attraverso un suo funzionario che "sta inviando più gas in Europa occidentale attraverso la Bielorussia per compensare le perdite nel passaggio attraverso l’Ucraina", precisando: "Abbiamo iniziato a inviare più gas via Yamal-Europe (il gasdotto via Bielorussia) e Blue Stream (il gasdotto fino alla Turchia, dove poi il gas viene inviato in Italia via Belgrado-Trieste) per compensare le perdite in Ucraina.

Se da un lato è vero che Yamal-Europe ha una portata inferiore rispetto ai gasdotti di Gazprom che transitano via Ucraina e che rifornisce prevalentemente Polonia e Germania, dall’altro l’estesa rete di gasdotti europea può consentire facilmente uno scambio di gas fra Nord e Sud Europa.
In pratica, il gas c’è. E non è solo. E’ accompagnato da una fitta rete di trattative, si veda a tale proposito la missione a Mosca dello stesso Scajola, per dare ampie garanzie a Gazprom perché possa essere un concorrente energetico in Italia, per fargli ottenere dunque delle quote dirette di mercato. In cambio di cosa? La risposta l’ha data l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni intervenendo alla trasmissione di Raitre Ballarò, dove ha dichiarato che "oggi stiamo negoziando su nuove basi con Gazprom per garantirci continuità di forniture e possibilmente anche una presenza di Eni sul mercato russo".

Per estendere il proprio mercato, Gazprom non si accontenta più di essere fornitore principale di compagnie estere, principalmente in Italia e Ungheria, ma ha la volontà dichiarata di andare a valle della catena della distribuzione del gas, possibilmente arrivando alle case.
Trattative che porteranno alla conquista di nuove quote di mercato per l’Eni ed alla soluzione positiva dell’emergenza gas. Successi che saranno sbandierati come vittorie strategiche dal governo alla prossima Conferenza Nazionale sull’Energia. A pagare il prezzo di queste "vittorie", saranno gli italiani, con un’ora di riscaldamento in meno al giorno e le bollette ritoccate.

Da notare che in Ungheria, dove la situazione dell’importazione del gas dalla Russia è praticamente la stessa italiana, si guarda sì con interesse e preoccupazione alla Russia e a Gazprom, ma senza un dichiarato stato di emergenza e con i riscaldamenti accesi giorno e notte; con consumi, per motivi climatici, molto più elevati di quelli italiani.

Oramai in aperta campagna elettorale, dalle file dell’attuale maggioranza non si manca di sottolineare che: "L’emergenza gas ha radici antiche. Il centro sinistra ha governato e non ha mai fatto nulla nemmeno nelle politiche energetiche. Abbiamo ereditato il loro immobilismo", come dichiara Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia.
Già, un problema con radici antiche. Sono ormai 10 anni che ad ogni gennaio c’è un calo delle forniture di gas russo. Sono dieci anni che nessuno fa notare che c’è una diminuzione di gas in arrivo; dieci anni nei quali, in ogni inverno, si è prestata molta attenzione a non far notare che si stava importando meno metano. Ora che si è arrivati all’ultimo inverno prima delle elezioni, il centro-destra solleva addirittura una situazione di emergenza e inventa di tutto per mostrare di non essere immobile sul tema dell’energia.

Dove erano tutte queste preoccupazioni nel gennaio dello scorso anno, con l’8% in meno nella fornitura di gas dalla Russia? E l’anno precedente? Stiamo scontando dieci anni di immobilismo generalizzato, trasversale agli schieramenti politici di governo.
Ma come mai quanto annunciato dal governo non coincide con quanto dichiarato dai vertici di Gazprom, che insistono nel ricordare che l’invio di gas in Europa è in aumento?
Dove sono finite le riserve strategiche di gas in Italia?
Perchè è stato deciso solo ora che siamo in emergenza, alla vigilia cioè della Conferenza Nazionale sull’Energia e della campagna elettorale? C’è forse il tentativo di dare sostegno alla campagna ancora in sordina per il ritorno al nucleare?
Tutte domande alle quali il governo, invece di accusare il passato, farebbe bene a rispondere per il presente, visto che, per il futuro, è auspicabile che siano altri a doverlo fare.

da: www.altrenotizie.org

Alessandro Iacuelli – E’ davvero emergenza gas?

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E’ un breve dispaccio d’agenzia della Reuters a divulgare quanto si apprende dall’ENI: tra le 6.00 del mattino di giovedì 19 gennaio e la stessa ora di venerdì 20, non sono stati consegnati 9 milioni di metri cubi di gas russo su 74 milioni richiesti. La flessione registrata è quindi del 12,2%. La riduzione del gas è stata compensata tramite stoccaggi di modulazione, informa la nota. Ieri il gruppo petrolifero prevedeva che non venissero consegnati 3 milioni di metri cubi rispetto ad una richiesta di 74 milioni, con una riduzione attesa del 4,1%. Stavolta non si tratta di nuovi intrecci d’affari o di disaccordi tra Russia e Ucraina sui prezzi: secondo Gazprom, infatti, il motivo è rappresentato dell’ondata di freddo che sta investendo la Russia in questi giorni.

In Italia, già nei giorni precedenti, si stava andando in direzione di una serie di provvedimenti per affrontare "l’emergenza gas", a partire da una riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri. Esiste davvero una situazione di emergenza? Guardando indietro nel tempo sembrerebbe di no. Tagli ai flussi di gas provenienti dalla Russia a causa delle basse temperature si sono verificati anche l’anno scorso e anche negli anni precedenti le cose non erano andate diversamente.

Per motivi geografici semplicemente elementari, è assolutamente normale che in Russia, in pieno inverno, ci siano dei picchi di gelo che nei nostri Paesi mediterranei non immaginiamo neanche. E’ bene anche ricordare che una situazione climatica rigida, da un punto di vista strettamente fisico e tecnologico, rende più faticosa e più dispendiosa l’estrazione di gas dai giacimenti (ad una diminuzione di temperatura corrisponde una diminuzione di pressione, come insegna il primo principio della Termodinamica). Questo senza considerare che in gennaio aumenta il fabbisogno di gas all’interno della stessa Russia.

L’anno scorso la diminuzione del flusso di gas in Italia è stata più o meno equivalente a quella di questi giorni. La stessa ENI fa sapere che il gas in stoccaggio strategico è sufficiente ad evitare il rischio di black out nell’erogazione. Non sembra essere d’accordo il presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, il quale afferma che "le attuali riserve strategiche, come confermato dagli eventi climatici verificatisi lo scorso anno, e dai correnti problemi di sicurezza, si stanno rivelando insufficienti per sostenere adeguatamente (dal punto di vista commerciale e di continuità del servizio) la maggiore richiesta di gas stagionale". Il cittadino medio a questo punto non sa da che parte sia la verità.

Andando a guardare effettivamente le statistiche degli anni precedenti, si rileva che è vero che da molti inverni si ha una piccola decrescita del flusso di gas, come è vero che mai negli scorsi inverni si è parlato di "emergenza gas". Pertanto le ipotesi plausibili sono solo due: o effettivamente le riserve strategiche di gas in Italia si sono ridotte rispetto al passato, oppure questa "emergenza gas" è stata evidenziata un po’ oltre la sua normale dimensione. A questo punto potrebbe sembrare non molto casuale che questo allarmismo circa delle riserve insufficienti di gas vengano alla ribalta proprio alla fine di gennaio. Ricordiamo, infatti che il governo italiano, con un decreto, ha deciso di convocare a Roma, dal 23 al 25 febbraio, la Conferenza nazionale su energia e ambiente. Può esserci un nesso tra le due cose? Tale Conferenza su energia e ambiente servirà solo a fare propaganda a un governo che per l’intera legislatura ha affidato le scelte energetiche al mercato e alle imprese? L’Italia in effetti ancora oggi non si è dotata di un Piano Energetico adeguato alle necessità della società attuale.

In questi quattro anni abbiamo assistito a nuovi processi di liberalizzazione, che hanno portato a risultati tutt’altro che positivi, quali un aumento del costo dei servizi energetici, un generale peggioramento della qualità, un accentuarsi dell’uso di combustibili fossili (petrolio in primis, ma anche metano proveniente dalla Russia) e non rinnovabili e, non ultimo, un allontanamento dal rispetto dei limiti di emissione descritti nel Protocollo di Kyoto..

Come se non bastasse, con questa Conferenza, come si legge sul decreto, il governo cercherà anche di rilanciare il nucleare. Da anni infatti, e precisamente dal black out nazionale del 28 settembre 2003, numerosi esponenti sia della maggioranza che dell’opposizione, cercano di riproporre la tecnologia nucleare che, al di là della propaganda sul nucleare "sicuro" e di "nuova generazione", in un mercato dell’energia privatizzato continua ad essere pericoloso, costoso e incapace di smaltire i rifiuti che produce. Fino ad ora, il tentativo non è andato a buon fine. Si potrebbe pensare che questa "emergenza gas" un po’ artificiosa avvenga proprio al momento giusto.

da: www.altrenotizie.org

Alessandro Iacuelli – Kirghizistan tra Oriente ed Occidente

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Altre avvisaglie di rivolgimenti nella piccola ma strategica repubblica asiatica del Kirghizistan. Un gruppo di politici coinvolti nella "Rivoluzione dei Tulipani", che ha portato l’attuale governo al potere, sta premendo verso alcune fondamentali riforme nel Paese, asserendo che dal cambio di regime in poi non è poi cambiato molto.
Per comprendere meglio quanto sta succedendo, occorre fare un piccolo passo indietro nel tempo, fino al marzo 2005 ed alle elezioni che confermano la Presidenza di Askar Akayev, già vincitore delle elezioni nel 1991, 1995, e 2000.
Pochi giorni dopo, spinta dall’opposizione che accusa il governo di brogli elettorali, la "Rivoluzione dei Tulipani" rovescia il governo e costringe il Presidente a fuggire a Mosca, dove è accolto da Putin e riceve asilo politico.

Akayev, di estrazione culturale sovietica, già a capo del soviet supremo del Kirghizistan prima della caduta dell’URSS, viene ricordato come una figura molto ambigua nel panorama politico; dotato di un forte "spirito di conversione" post-sovietico, si è dimostrato un riformatore in senso neoliberista: ha ristrutturato l’apparato esecutivo per adattarlo al proprio liberismo politico ed economico ed ha intrapreso riforme che sono considerate le più radicali e di tipo occidentale tra tutte le repubbliche dell’Asia centrale.

Dal 2001, Akayev assume posizioni decisamente filoamericane, nonostante la maggioranza della popolazione sia musulmana sunnita. A seguito di tale politica, il Kirghizistan ha dato appoggio logistico all’aggressione militare contro il vicino Afghanistan e, nel 2002, ha permesso la costruzione di una grande base aerea statunitense nei pressi della capitale Bishkek.
E’ bene poi sottolineare come questo paese povero, desertico, montagnoso, con un tenore di vita bassissimo, sia strategicamente fondamentale per tutto l’assetto della regione asiatica, essendo in un’area di forte influenza russa, ma confinante sia con l’Afghanistan sia con la Cina.

E proprio in questa direzione guarda il rivolgimento istituzionale del 2005 destinato a cambiare il quadro delle alleanze internazionali. Rivolgimento che è spinto da tutte le forze politiche: partiti filo americani, islamici e indipendenti portano al comando del Paese Kurmanbek Bakiyev e Felix Kulov, quest ultimo liberato da una lunga detenzione proprio in occasione della deposizione di Akayev.
Non appena eletto, Bakiyev dichiara che "occorre riconsiderare la presenza delle basi americane sul territorio nazionale", asserendo che possono essere smobilitate in quanto la situazione nella regione è sotto controllo.
A seguito della lunga serie di "rivoluzioni" nelle repubbliche dell’area dell’ex-URSS, in meno di due anni gli USA, con la motivazione del supporto alle operazioni militari in Afghanistan, hanno collocato tra Kazakhistan, Kirgizistan, Turkmenistan e Tajikistan circa 100.000 militari, con mezzi terrestri ed aerei, a ridosso della Russia, ed al confine con la Cina.
In seguito alla visita di Donald Rumsfeld a Bishkek ed a tutte le basi americane nella zona, avvenuta durante la scorsa estate, Bakiyev, senza temere eventuali reazioni da parte americana, ha anche aderito allo SCO (Shanghai Cooperation Organization), aderendo alla nascente politica di scambi economici, ma anche militare, tra Russia e Cina.

Alla fine di settembre 2005, il governo pretende ed ottiene le dimissioni di sei ministri, accusati di non essere allineati con la nuova politica filo asiatica del presidente. Questo cambio al vertice ha essenzialmente liquidato tutti gli esponenti del movimento di marzo aventi posizioni filo occidentali in generale e filo americane in particolare, al prezzo di un indebolimento del consenso popolare.
Il 24 dicembre nella capitale Bishkek ha avuto luogo un’assemblea (kurultai) nazionale, fortemente voluta da Azimbek Beknazarov e Roza Otunbaeva, tra i promotori della rivolta che portò alla rivoluzione.
Beknazarov infatti ha avuto incarichi nel nuovo governo ed ha sostenuto azioni di allontanamento dalla sfera pubblica di esponenti dell’era fedele ad Akayev, sospettati di corruzione. Nel settembre scorso poi ha abbandonato ogni incarico.
Otunbaeva, ex ambasciatrice, ha ricoperto l’incarico di ministro degli esteri, incarico poi revocato dal Parlamento alla fine di settembre.
I due sono sono alla testa di un movimento politico chiamato semplicemente "Kyrgyzstan", che raccoglie il favore di alcuni partiti d’opposizione, ma anche personalità di spicco della società civile.
I partecipanti all’assemblea, circa 300 persone tra cui alcuni parlamentari, hanno manifestato insoddisfazione verso i cambiamenti avvenuti dopo la rivoluzione, al punto in cui per molti quella di marzo è stata solo la prima fase di una "rivoluzione da continuare".
Intervistato sull’argomento, Beknazarov ha dichiarato: "Abbiamo commesso degli errori, e la rivoluzione non è terminata. L’errore principale è stato l’intraprendere la strada legale delle riforme, basandoci sulla legalità del vecchio regime, invece di creare un governo provvisorio ed una commissione rivoluzionaria".
Al termine dell’incontro, i partecipanti hanno votato all’unanimità alcune risoluzioni che mirano a promuovere un referendum per il prossimo febbraio riguardante la struttura stessa dello Stato, ad interrogare il governo circa i progressi compiuti fino ad ora, per l’allontanamento delle persone che hanno lavorato per il governo di Akayev, per un congelamento della legge che permette la vendita dei beni appartenuti alla famiglia Akayev.
Queste le cose dette alla stampa dalla nuova opposizione.

Dall’altro lato, gli esponenti del governo, lasciando intendere tra le righe che dietro il movimento di Beknazarov e Otunbaeva potrebbe esserci l’azione di una mai nominata "potenza straniera", rigettano le accuse. Come ricorda Bolot Januzakov, "chi non ha lavorato con il regime di Akayev? Certo, noi non lavoravamo per Akayev, ma sotto di lui! Espellere tutti coloro che hanno lavorato sotto quel regime, significa espellere tutti".
La questione che resta aperta è cosa i neo-rivoluzionari potranno fare per cambiare il corso politico del Kirghizistan. Molto probabilmente, il terreno di confronto sarà sul referendum di febbraio ma anche sull’altro referendum, per l’approvazione della nuova Costituzione, che il governo ha intenzione di svolgere entro la fine del 2006.

Le posizioni dei due schieramenti iniziano ad essere chiare: da un lato il governo che vorrebbe entrare a far parte definitivamente dello SCO e quindi entrare nel nuovo blocco asiatico russo-cinese, dall’altro c’è l’opposizione, che vorrebbe un Kirghizistan più occidentalizzato. Il tutto si gioca sul terreno della zona cuscinetto tra mondo arabo, Russia e Cina, sotto gli occhi vigili degli USA.

da www.altrenotizie.org

Alex Iacuelli – MP3 e controllo digitale

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Con il TCPA non potrò più ascoltare gli MP3 sul mio PC?
Con gli attuali MP3, dovrebbe essere possibile per i primi tempi. Microsoft afferma che il TC non farà cessare il funzionamento di nulla dall’oggi al domani. Ma un recente aggiornamento a Windows Media Player ha causato una
controversia dovuta al fatto che gli utenti devono accettare future misure anti-pirateria non meglio specificate, tali misure potrebbero includere misure che cancellino contenuti ‘piratati’ che venissero rinvenuti sul computer.
Così potrebbe essere necessario utilizzare un diverso lettore di mp3 – in grado di leggere MP3 piratati, ma allora esso non sarà tra i software ammessi fra quelli del TC.
 Tra gli obiettivi ritenuti "politici", c’è da considerare che Bill Gates ha sognato per anni di trovare il modo per
far sì che i Cinesi paghino per il software: il TCPA potrebbe essere la risposta alle sue preghiere.
Come accennato negli scorsi post, il TCPA può supportare una censura da remoto. Nella forma più semplice questo potrà servire per progettare applicazioni in grado di eliminare la musica piratata. Per esempio una canzone che provenga da un server TC e sia disponibile sul web come mp3 potrà essere riconosciuta tramite un watermark (marchio digitale), trasmessa la sua presenza al server remoto, dopodichè verranno emanate le istruzioni per la sua rimozione (cosi come quella di altro materiale presente su quella macchina).

Questo modello di business denominato ‘traitor tracing’ (tracciare i traditori) è stato studiato estensivamente da Microsoft (ed altri). In generale, oggetti digitali creati usando TC rimarrano sotto il controllo dei creatori piuttosto che sotto il controllo della persona che è proprietaria della macchina su cui sono presenti il quel momento. Per il mondo del business questa funzionalità è importante perchè può rendere molto difficile per l’utente passare ad un prodotto della concorrenza. Ad un livello elementare Word potrà criptare tutti i tuoi documenti adottando chiavi cui solo i prodotti Microsoft abbiano accesso. Ciò significa che sarà possibile leggerli esclusivamente utilizzando prodotti Microsoft e non con qualsiasi elaboratore di testi concorrente.
In Economia, questa tecnica è chiamata lock-in (blocco) dei consumatori, e non è una cosa corretta…
Questo spudorato lock-in potrà essere proibito dalle autorità che regolano la concorrenza ma ci sono altre strategie di lock-in più sottili che sono molto più difficile da verificare; per capire come, occorre addentrarci leggermente nel "come funziona" il TC.
 
TC fornisce le specifiche per i componenti di monitoraggio e reporting che saranno montati nei futuri PC.
L’implementazione auspicata prima fase del TC enfatizzava il ruolo del chip ‘Fritz’ – una smartcard o una chiave hardware – saldata sulla scheda madre.
La versione attuale presenta cinque componenti: il chip Fritz, una memoria separata nella CPU, un kernel di sicurezza in ciascuna applicazione TC (il componente ‘NCA’ nel linguaggio di Microsoft) ed una infrastruttura di back-end di server di sicurezza online gestita dai software vendors per collegare tutti i tasselli insieme.
La versione iniziale del TC prevedeva che il chip Fritz supervisionasse il processo di avvio, in modo che il Pc sarebbe stato avviato in uno stato conforme con hardware e software conosciuti.
La versione corrente vede Fritz come un componente passivo che memorizza il numero univoco (l’hash) della macchina all’accensione. Questo hash viene calcolato utilizzando i dettagli dell’hardware (scheda audio, video etc..) e del software (Sistema Operativo, drivers, etc..). Se la macchina termina l’avvio in uno stato approvato, Fritz renderà disponibili al sistema operativoo le chiavi crittografiche necessarie per decrittare le applicazioni ed i dati TC. Se, invece, termina in uno stato non conforme allora Fritz non rilascerà la chiave giusta!
La macchina sarà ancora in grado di eseguire applicazioni non-TC ed accedere a dati non-TC ma il materiale protetto resterà inaccessibile.
Il kernel deputato alla sicurezza (il ‘Nexus’) del sistema operativo colma il vuoto fra il chip Fritz ed i componenti di sicurezza delle applicazioni (gli ‘NCA’). Si occupa di verificare che i componenti siano sulla lista approvata da TC, che i componenti software siano stati registrati, che nessuno dei numeri seriali sia stato revocato. Se ci sono cambiamenti significativi alla configurazione del Pc la macchina dovrà collegarsi alla rete per essere ri-certificata: il sistema operativo si occuperà di questo. L’utente non si accorge di nulla.
L’esito è che il Pc verrà avviato in uno stato conosciuto con una combinazione di hardware e software approvata (ovvero le cui licenze non sono scadute).
Queste nuove funzioni sono chiamate `
Lagrande Technology‘ (LT) per le CPU Intel, e TrustZone per l’ARM.
Una volta che la macchina è in uno stato approvato, con una applicazione TC caricata e difesa da interferenze da altri software, Fritz certificherà questo alle terze parti.
Per esempio potrà eseguire un protocollo di autenticazione con Disney per garantire che quella macchina è un contenitore ‘sicuro’ per Biancaneve. Ciò significa che il Pc sta eseguendo un programma autorizzato – Media Player, Disney Player etc – con il suo NCA correttamente caricato e difeso dalla memoria separata contro debuggers ed altri strumenti che utilizzabili per copiarlo illegalmente.
Il server Disney spedirà i dati criptati con una chiave che Fritz utilizzerà per aprirli. Fritz renderà disponibile la chiave solo all’applicazione autorizzata e solo fino a quando l’ambiente resti ‘trusworthy’ (fidato). Per questo motivo ‘trustworthy’ è definita in base alle politiche sicurezza scaricate dal server sotto il controllo del proprietario dell’applicazione. Ciò significa che Disney può decidere di rilasciare i suoi contenuti migliori solo al media player i cui autori decidano di accettare certe restrizioni. Ciò potrà includere restrizioni su quale hardware o software utilizzare oppure in quale paese essi siano localizzati. Ciò potrebbe includere un pagamento: Disney potrebbe insistere, per esempio, che l’applicazione raccolga un euro ogni volta che il film viene visto. L’applicazione stessa potrà essere affittata. Le possibilità sembrano limitate solo alla immaginazione dei reparti marketing…

da: www.altrenotizie.org