Alessandro Iacuelli – Gli inganni di Terzigno

"Aprire una discarica in un parco nazionale era una scelta da evitare". Lo dice il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, in una trasmissione di Radio Svizzera Italiana. E non sbaglia, visto che si tratta di una scelta ottusa e in contrasto con leggi e regolamenti dello Stato, oltre che con le direttive dell’UE, che vietano tassativamente la costruzione d’impianti in riserve naturali. Anzi, a dirla tutta, le direttive europee dicono anche che di discariche non se ne devono proprio più fare. Allora? Perché all’improvviso scoppia una nuova emergenza rifiuti in Campania e tutta la politica dice che occorre destinare a discarica la cava Vitiello, tra Terzigno e Boscoreale, che c’è una legge dello Stato che lo prevede? Continua la lettura di Alessandro Iacuelli – Gli inganni di Terzigno”

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Alessandro Iacuelli – Google e l’Antitrust



L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha deciso di estendere a Google Ireland Limited l’istruttoria per possibile abuso di posizione dominante, avviata nei confronti di Google Italia l’estate scorsa, alle condizioni imposte in Italia agli editori dei siti web nei contratti di intermediazione per la raccolta pubblicitaria online. A renderlo noto è stata la stessa Autorità antitrust in una nota ufficiale. "Sotto indagine", si legge nel comunicato, "le condizioni contrattuali imposte ai siti web per la raccolta pubblicitaria online". L’estensione istruttoria a Google Ireland è determinata dal fatto che la sociètà svolge il ruolo di capogruppo nella raccolta pubblicitaria. Continua la lettura di Alessandro Iacuelli – Google e l’Antitrust”
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Alessandro Iacuelli – Google sfida la Cina

Di regola, certe operazioni di politica globale dovrebbero farle gli Stati, o le confederazioni e unioni di Stati. Ma, di fronte ad un colosso dell’economia come la Cina, gli stati occidentali chinano la testa, vuoi perché la Cina detiene il loro debito pubblico, vuoi per evitare un aggravarsi della crisi economica in cui versa attualmente il modello capitalista. Così, succede che di fronte alla sistematica violazione dei diritti umani dei suoi cittadini, a prendere posizione contro Pechino non sia l’ONU, o gli USA, o l’UE, ma un’azienda privata. Anzi, un colosso dell’industria informatica moderna: Google. Continua la lettura di Alessandro Iacuelli – Google sfida la Cina”
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Alessandro Iacuelli – Le rotte dell’ecomafia veneta

All’alba del 24 giugno scorso, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Venezia, a conclusione di un’indagine denominata “Serenissima”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Padova, hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere, numerosi provvedimenti di obbligo di dimora, sequestri e perquisizioni nei confronti di un’azienda con sede a Badia Polesine che gestisce rifiuti nel Veneto, con ramificazione nelle province di Padova e Rovigo. L’accusa è di traffico illecito transfrontaliero di rifiuti; nella fattispecie si tratta di spedizioni di rifiuti, per lo più tossici, verso la Cina, dove vengono riutilizzati per la costruzione di giocattoli ed altri prodotti e poi esportati verso tutti i Paesi del mondo. L’indagine, avviata da un controllo ispettivo eseguito presso l’area doganale del Porto di Venezia nel 2005, ha accertato un traffico illecito di rifiuti speciali verso la Repubblica Popolare Cinese. Continua la lettura di Alessandro Iacuelli – Le rotte dell’ecomafia veneta”
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Alessandro Iacuelli – Pacchetto sicurezza: c’e’ dentro il bavaglio per il Web

Nel disegno di legge 733, il cosiddetto "pacchetto sicurezza", c’è un punto importante che riguarda il futuro della rete in Italia. Sotto forma di un emendamento, inserito dal senatore Gianpiero D’Alia (UDC), s’introduce nel DDL l’articolo 50-bis, "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet". Il primo comma dell’articolo voluto da D’Alia, nella sua versione originale, recitava: "Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine." Cerchiamo di capire che vuol dire tutto ciò. Continua la lettura di Alessandro Iacuelli – Pacchetto sicurezza: c’e’ dentro il bavaglio per il Web”
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Alessandro Iacuelli – Nucleare italiano, tra miopia e fantascienza

Berlusconi ritorna a parlare di nucleare in Italia, affermando che bisogna iniziare a lavorare per il futuro in maniera seria. Per Berlusconi, infatti, "il nucleare è il futuro, il combustibile fossile è qualcosa che va a finire". Il sottinteso politico è chiaro: accelerare verso il finanziamento di centrali nucleari, ignorare volutamente le rinnovabili. Il premier l’ha dichiarato a proposito di alcune affermazioni sulla questione Gazprom e il gas russo: dopo la recente crisi con l’Ucraina, secondo Berlusconi l’Italia deve "andare avanti nella direzione della differenziazione delle fonti" e deve "iniziare per il futuro con il nucleare in maniera seria". I reattori nucleari proposti per il piano italiano sono quelli di tipo EPR, come quelli in costruzione in Finlandia, a Olikuloto. In questi giorni, le multinazionali dell’energia E.On e Rwe hanno dichiarato l’interesse a ricostruire 4 impianti per il governo inglese, come spiega Giuseppe Onufrio di Greenpeace in una recente intervista, ma sembra che i reattori non saranno EPR. Continua la lettura di Alessandro Iacuelli – Nucleare italiano, tra miopia e fantascienza”
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L’Europa e la svolta ecologica – di Alessandro Iacuelli

La decisione dei leader dell’Unione Europea è di quelle che già stanno facendo discutere: con un accordo di principio, che spetterà ora alla Commissione europea precisare nelle sue concrete modalità attuative, entro il 2020, il 20% dell’energia consumata in Europa dovrà essere prodotta da fonti "pulite" (attualmente siamo al 7%), il 10% dovrà obbligatoriamente essere costituito da biocombustibili; inoltre, le emissioni di gas ad effetto serra dovranno essere ridotte del 20% rispetto ai livelli del 1990 ed i consumi energetici dovranno essere tagliati del 20%. Tutti i leader europei hanno salutato con entusiasmo l’accordo e qualche tono trionfalistico è stato assunto anche da alcune organizzazioni ecologiste, per quello che viene considerato un piccolo importante passo avanti nella giusta direzione. A prima vista.

Andando a leggere in dettaglio l’accordo, però, non si può non notare in primo luogo una eccessiva fiducia per i biocarburanti, seguita a ruota da un’ombra di ambiguità per quanto riguarda il nucleare. Ambiguità non da poco, dato che stando a qualche interpretazione non troppo sottile, il nucleare (insieme alle rinnovabili) avrebbe trovato posto nelle fonti di energia con cui l’Europa cercherà di fare la sua parte, per contrastare il cambiamento climatico. Continua la lettura di “L’Europa e la svolta ecologica – di Alessandro Iacuelli

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Ecomafia: l’espansione nelle Marche – di Alessandro Iacuelli

Non si salvano neanche le Marche dall’essere pattumiera dei rifiuti tossici industriali del Nord. Secondo quanto scoperto dai carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Ancona, ci sono rifiuti provenienti soprattutto da Veneto e Lombardia e smaltiti illegalmente al ritmo di sei o sette camion al giorno. Dopo Campania, Puglia, Basilicata, basso Lazio e Abruzzo, con l’operazione "Arcobaleno", coordinata dal sostituto procuratore di Pesaro Massimo Di Patria, viene alla luce anche lo scenario inquietante dell’Italia centrale. Secondo quanto emerso dalle indagini, fra il 2003 e il 2006, tonnellate di scarti di lavorazioni industriali, classificati come rifiuti speciali, tra i quali fanghi, bitume, amianto, vernici e altri materiali pericolosi per la salute, venivano avviati verso discariche o impianti non autorizzati dopo un semplice "lavaggio" con acqua. Con bolle di accompagnamento falsificate, relative a materiali di recupero industriale già trattati precedentemente.

Gran parte dei rifiuti venivano smaltiti nella discarica di Barchi, in provincia di Pesaro e Urbino, di proprietà della locale Comunità montana ma gestita da privati, o nella cava "Solazzi" di Carrara di Fano. Entrambi gli impianti figurano nell’elenco delle 56 strutture (imprese estrattive, o specializzate nel recupero e trasporto di rifiuti), poste sotto sequestro nei giorni scorsi.  Continua la lettura di “Ecomafia: l’espansione nelle Marche – di Alessandro Iacuelli

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Campania senza sbocchi – di Alessandro Iacuelli

Appena cinque mesi dopo le dimissioni di Corrado Catenacci, la sera del 6 marzo anche Guido Bertolaso ha lasciato l’incarico di commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania. Abbandono di poche ore, visto che meno di 24 ore dopo le sue dimissioni sono state respinte. Già dalla mattina del sette marzo, è divenuto visibilmente più difficile risolvere il problema immondizia nella regione. A far precipitare la situazione sembra sia stato il progetto di realizzare una discarica a Serre, nel salernitano. Poiché l’intera regione per quanto riguarda i rifiuti é ormai allo sbando, ed il commissariato straordinario non è in grado di produrre soluzione neanche atte a tamponare la situazione, si è oramai in uno stato tale che i siti dove ubicare le discariche per il CDR (Combustibile derivato dai rifiuti) ed i materiali di scarto, i cosiddetti “sovvalli”, vengono cercate un po’ a caso, dove c’è appena un po’ di spazio libero.

Così, a Serre il terreno individuato per insediare la discarica è stato scelto, manco a farlo apposta, in prossimità dell’oasi Wwf di Persano. Un progetto che il ministro dell’ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, non ha gradito, dichiarando la sera del 6 marzo a Palazzo Chigi: "Una grande discarica regionale dentro un’oasi? È una scelta che non condivido, spero che la notte porti consiglio". Ma prima della notte sono arrivate le dimissioni di Bertolaso. Continua la lettura di “Campania senza sbocchi – di Alessandro Iacuelli

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Alessandro Iacuelli – La crisi dell’informatica italiana

Dopo la grande bolla speculativa riguardante Internet e, più in generale, l’informatica e le telecomunicazioni, che ha attraversato l’Italia negli anni scorsi, ecco giungere pesantemente la crisi industriale e commerciale anche nel settore delle nuove tecnologie. Settore delicato, perché composto essenzialmente da lavoratori giovani, troppo giovani per pensare ad un prepensionamento, fortemente specializzati e spesso precari. Desta infatti molta preoccupazione il fatto che Esprinet, azienda con sede a Nova Milanese che opera nella distribuzione all’ingrosso di informatica ed elettronica di consumo, ha annunciato alle organizzazione sindacali che ci sono 30 lavoratori in esubero. Non è affatto un caso isolato. Salta semmai all’occhio che questo “esubero” di forza lavoro nasce subito dopo l’acquisizione, da parte di Esprinet, di Actebis, altra azienda di distribuzione. Per chi non è “addetto ai lavori” potrebbe infatti apparire un po’ strano che un azienda in grado di acquisirne altre vada in crisi occupazionale.

Se la distribuzione mostra segnali di crisi, non va affatto meglio nel settore dell’Information Technology. Peppe Mariani, presidente della Commissione lavoro della Regione Lazio, ha espresso “indignazione e sconcerto” per l’annuncio di Galileo Italia del licenziamento di 109 dipendenti sui 220 attualmente impiegati. Secondo Mariani, ciò si deve all’acquisizione dell’azienda da parte di una società finanziaria americana, le cui speculazioni ora rischierebbero di mandare all’aria una realtà industriale importante che opera fin dal 1993. I lavoratori intanto presidiano la sede romana di Galileo Italia e, con l’appoggio dello stesso Mariani, si appellano a istituzioni e governo perché incontrino le rappresentanze sindacali.

Le cose non migliorano affatto nel settore dell’editoria online ed il caso di VNU, tra le maggiori testate italiane, non fa che aumentare le preoccupazioni. Di recente, l’assemblea dei giornalisti di VNU BPI si è riunita per discutere della gravissima situazione venutasi a creare in seguito all’improvviso licenziamento di tre colleghi, un caporedattore e due direttori, notificato dalla direzione aziendale. Il management aziendale, secondo il durissimo comunicato dell’assemblea, “scarica senza remore il frutto dei propri errori su chi lavora nelle redazioni; la chiusura delle testate CRN e Data Business, presa a motivazione dei provvedimenti, si aggiunge a una lunga catena di prodotti chiusi, dismessi e venduti, che stanno a dimostrare un andamento non certo brillante della casa editrice.”
I licenziamenti sono stati notificati a freddo, mentre erano in corso trattative fra cdr e azienda per tentare di ricollocare i lavoratori colpiti. I giornalisti di VNU BPI si chiedono con preoccupazione quali siano gli intenti della nuova proprietà, la società 3I, se il biglietto da visita con cui si presenta è quello del calpestare il contratto giornalistico, licenziare a freddo, rimandare furbescamente ogni seria indicazione sul futuro delle redazioni.

Quindi, se si sommano i licenziamenti sia nel settore dell’editoria web, sia nella distribuzione dell’informatica, sia nell’IT, che negli anni scorsi è stata la vera punta tecnologica del settore, allora siamo al completo: l’informatica italiana è in crisi, attraversata da tagli occupazionali in tutti i settori.
Probabilmente, nel settore dell’editoria online, la crescita degli anni scorsi si era basata troppo su politiche che tagliassero i costi e sul precariato di chi lavora. Infatti, secondo alcuni dati di Assostampa relativi alla sola regione Toscana, sono 3000 i pubblicisti iscritti all’albo regionale, oltre a mille collaboratori che lavorano ogni giorno dentro e fuori le redazioni; tutte queste persone lavorano con un tetto massimo di 50 articoli mensili, pagati tra i 5 e i 7 euro. Oltre 50 articoli, i successivi vengono pagati 2 euro ciascuno. Per non parlare delle “notizie brevi” che compaiono su molte testate online, dove un lancio viene pagato 21 centesimi di euro.

Problemi analoghi sorgono nel settore della distribuzione, dove i posti di lavoro si riducono a causa di progressive fusioni per incorporazione, dove i distributori più grandi riescono a fagocitare senza problemi i più piccoli, riducendo nel contempo i posti di lavoro. Il settore industriale, invece, soffre del problema opposto, infatti spesso i settori IT vengono esternalizzati a costi ridottissimi.

Il risultato è un quadro difficoltoso: per oltre dieci anni si è spinto sull’informatica come nuovo sbocco occupazionale per i giovani, sono stati aperti centinaia di istituti tecnici che hanno iniziato a sfornare periti anche molto preparati, sono stati istituiti nuovi corsi di laurea che hanno prodotto migliaia di informatici. Ma ora il mondo del lavoro mostra di non essere in grado di accogliere questa mole di lavoratori, creando nuovo precariato anche nel settore delle nuove tecnologie, creando disoccupazione e spettri fatti di mobilità e cassa integrazione. Spettri che si fanno più neri per le decine di migliaia di giovani che lavorano con contratti atipici e molto precari nel settore.

da: www.altrenotizie.org

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Alessandro Iacuelli – I rifiuti dell’era digitale

L’allarme arriva da Greenpeace, attraverso un rapporto intitolato Cutting Edge Contamination, e riguarda l’inquinamento delle acque derivante dal processo produttivo di computers ed altri dispositivi elettronici. E’ il processo stesso di produzione ad essere inquinante, e questo lo si sa da sempre. La novità del rapporto di Greenpeace risiede piuttosto nel calcolo preciso dell’impatto ambientale provocato da questo tipo di industria. Le fabbriche dove vengono prodotti circuiti elettronici acquistano dai loro fornitori grosse lastre di bachelite ricoperte di rame. Le lastre vengono poi tagliate per assumere le giuste dimensioni. Su di esse viene disegnato lo schema del circuito finale e infine un lavaggio a base di sostanze acide elimina il rame al di fuori del disegno, lasciando sulla lastra di bachelite il circuito finale, quello sul quale verranno poi montati e saldati i componenti. Sotto accusa è proprio il lavaggio acido, altamente corrosivo. Secondo il rapporto, le industrie non hanno remore nello scaricare in pozzi e terreni il refluo dei lavaggi. Il risultato? Un elevata contaminazione di fiumi e falde acquifere in ampie zone che circondano le zone di produzione dell’hardware.

Le analisi condotte dai laboratori di ricerca dell’associazione ambientalista hanno rivelato forti concentrazioni di sostanze tossiche come i PBDE, un gruppo di ritardanti di fiamma bromurati, e gli ftalati, usati per ammorbidire le sostanze plastiche.
Come se non bastasse, anche altri composti tossici sono stati trovati in prossimità delle fabbriche di semiconduttori, come composti volatili del cloro e metalli pesanti.
Per Greenpeace emerge la stringente necessità di reale trasparenza nell’industria elettronica, in modo che che i colossi del settore si assumano la responsabilità dell’impatto ambientale dei loro prodotti. Per denunciare la mancanza di trasparenza, fanno notare che – ad esempio – attualmente non si sa precisamente quali fabbriche di componenti riforniscano i marchi più noti di computer,
fotocamere e videocamere.

Nelle Filippine, in uno dei siti esaminati da Greenpeace, l’acqua potabile conteneva concentrazioni di cloro anche 70 volte superiori ai limiti fissati dall’Agenzia statunitense per l’ambiente. In altri casi si sono trovate forti concentrazioni di rame nell’acqua, un metallo responsabile di calo della fertilità o della crescita negli organismi acquatici. Nelle acque di scarico dell’IBM a Guadalajara, in Messico, è stato trovato tra i composti tossici il nolifenolo, potente interferente endocrino, nonostante le dichiarazioni dell’azienda sul rispetto dell’ambiente: "Stando alle dichiarazioni dell’Ibm", si legge nel rapporto, "nessuna fabbrica dell’azienda rilascia sostanze inquinanti nell’ambiente ma proprio nelle falde di acqua potabile vicino all’impianto Ibm di Guadalajara abbiamo trovato altissime concentrazioni di rame".
Anche i lavoratori di questi impianti sono potenzialmente esposti a tali sostanze tossiche.
L’indagine ha riguardato stabilimenti che lavorano per IBM, HP, Intel, Sony, Sanyo e altre aziende hi-tech, soprattutto in Asia ed in America Centrale.

"Finora ci eravamo interessati all’inquinamento prodotto dalle discariche di rifiuti elettronici, ma ora che scopriamo cosa succede nella fase di produzione, iniziano a emergere i veri costi ambientali dei prodotti" sostiene Kevin Brigden, ricercatore dei laboratori di Greenpeace.

Si tratta di problematiche diametralmente opposte. L’impatto ambientale della produzione è alto per un problema di costi. L’industria produttrice di elettronica potrebbe benissimo convogliare i reflui in tubature separate, ed inviarle ad opifici per lo stoccaggio ed il trattamento dei rifiuti liquidi. Questa ovviamente è la soluzione ottimale per l’ambiente, ma diviene un costo ulteriore per l’industria, un costo del quale non intende farsi carico, poiché è il costo dei rifiuti, non il costo di qualcosa da immettere sul mercato, che possa quindi dare guadagni. In questo giocano un ruolo anche i consumatori, alla ricerca perenne di costi sempre più bassi, che non includano i costi ambientali.

Il problema delle discariche di rifiuti elettronici rimane principalmente un problema organizzativo. Soprattutto in Paesi come l’Italia, non si è ancora pensato a nessun programma di riciclaggio di tali rifiuti e spesso neanche allo stoccaggio definitivo. Il cittadino che deve smaltire i propri apparecchi elettronici obsoleti spesso non trova a chi rivolgersi, e solo in certi casi trova chi se li prende, spesso
a costi esorbitanti. In pratica, l’industria del "trashware", nome con il quale si indica l’elettronica da buttare, i dispositivi vecchi e spesso rotti, qui in Italia non è ancora decollata, ed è caratterizata da poche iniziative coraggiose.

Coraggiose perchè una volta prelevate le parti ancora in grado di funzionare e quelle riparabili, di tutto il resto non si sa cosa farne, non esistendo impianti adeguati né per il tombamento né per il riciclo. Così, anche in una città come Roma, in un quartiere residenziale, può accadere di trovare di sera addirittura non uno ma due monitor abbandonati accanto ad un cassonetto per i rifiuti indifferenziati.

da: www.alrenotizie.org

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Alessandro Iacuelli – L’arrivo a Gazprom

In un’intervista al settimanale L’Espresso, Aleksandr Medvedev, vicepresidente di Gazprom, annuncia l’arrivo del colosso russo sul mercato italiano al dettaglio a partire dal 1 aprile 2007. Arrivare sul mercato al dettaglio significa che non si tratta di forniture da Gazprom verso gli operatori di mercato italiani, ma di forniture destinate direttamente all’utente finale, alle nostre case. Con tanto di bollette. Si tratterà all’inizio solo di 100 milioni di metri cubi su 3,5 miliardi previsti. Una quantità minima quindi, poiché l’Italia consuma 76 miliardi di metri cubi di metano all’anno, ma è certamente il primo passo verso la conquista del mercato finale.
Arrivare a vendere all’utente finale è l’idea fissa della Gazprom già da molti anni: il gigante del gas, il cui pacchetto azionario è in larga maggioranza detenuto direttamente dal Cremlino, è divenuto nel tempo uno strumento politico internazionale del presidente Putin.

A rigor di logica, anche e soprattutto di logica di mercato, non c’è nulla di strano nel fatto che Gazprom venda il proprio gas ad una grossa industria italiana, o magari ad un comune capoluogo di provincia; infatti, quel che salta all’occhio è la politica, tutta orchestrata da Putin, dei diritti di transito del gas. Su questo, la politica russa in effetti danneggia gli altri operatori internazionali, favorendo Gazprom ed attuando un protezionismo spinto.

Per arrivare in Italia o in Francia, il gas russo deve attraversare diversi paesi, Ucraina, Ungheria, Slovacchia, Austria, e nessuno si oppone al fatto che Gazprom fruisca di tale diritto. Lo stesso non vale però per ENI o BP, le quali vorrebbero far arrivare in Occidente gli idrocarburi estratti nei loro giacimenti in Kazakhistan ma non possono, poiché non hanno la concessione di transito su territorio russo. L’Europa potrebbe approvvigionarsi di gas, ad esempio, in Asia centrale, Uzbekistan o Turkmenistan, dove la stessa ENI partecipa all’estrazione in alcuni giacimenti, ma la Russia non concede diritti di transito. Pertanto, Eni è costretta a vendere quanto produce in Kazakhistan a Gazprom perché non può transitare attraverso i metanodotti russi. Questo non succede per la benzina: tante aziende petrolifere estere distribuiscono carburante in Italia, senza però negare all’Agip di avere oleodotti e distributori nei loro stati di provenienza.

Questo squilibrio sui transiti è la carta che sta favorendo Gazprom, a discapito di tutti gli altri operatori. Gazprom ha quindi iniziato un vero e proprio l’attacco all’Occidente, visto che non sta entrando solo nel mercato italiano, violando palesemente le regole di base della concorrenza.

In Italia, intanto, non si adotta da decenni una politica estera energetica in difesa degli interessi del Paese in materia di approvvigionamento energetico. A voler essere precisi, se si esclude l’avventura di Enrico Mattei, l’Italia non ha mai saputo, o voluto, essere al passo con i tempi circa la pianificazione energetica. Così, mentre ancora oggi abbiamo un piano energetico nazionale che risale al 1987, ormai inadeguato al reale fabbisogno del Paese, nessun governo si azzarda minimamente a mettere le mani radicalmente nella politica energetica.

L’attuale governo si sta già caratterizzando per un particolare immobilismo in materia; infatti non ha trovato niente di meglio che proseguire, anche se con una leggera ma sostanziale rettifica, la politica energetica del governo Berlusconi, consistente nell’aprire incondizionatamente il mercato italiano al colosso di Mosca. La rettifica sta soprattutto nel fatto che Berlusconi avrebbe partecipato, anche se per interposta persona, all’affare. Non come Paese-Italia, ma con una una società privata riconducibile a lui.

Cosa offre Mosca all’Italia, in cambio della conquista del mercato del metano? In cambio Eni avrà accesso a quote azionarie di Novatek – il primo produttore privato di gas dopo Gazprom – e di Artikgas, una società che sfrutterà i ricchissimi giacimenti a ridosso del Circolo Polare Artico. C’è però un nodo da risolvere: se non cambiano le regole russe circa le concessioni sui transiti nei metanodotti, cosa se ne farà Eni del gas estratto in Russia? Non potendo esportarlo, continuerà a non restare altro da fare che rivenderlo a Gazprom, ed il circolo vizioso si riproporrà.

Al momento Gazprom non ha ancora la struttura logistica per vendere in prima persona agli utenti italiani, e ci metterà tempo per organizzarsi. In merito, Medvedev afferma che non è stato ancora deciso con quale partner Gazprom venderà il gas in Italia. Le ipotesi sono Enel, Edison, Hera, Gruppo Radici. L’affare interessa tutte le aziende italiane del settore, e tutte hanno offerto a Gazprom la propria disponibilità, mendicando – in pratica – qualche metro cubo di gas. Nonostante questo, secondo alcune indiscrezioni, sembra però che la scelta cadrà sulla municipalizzata bresciana ASM, per motivi che non sono solo tecnici.
Il principale gruppo siderurgico privato, la Lucchini Spa di Brescia, fu acquistata nel 2005 dal primo gruppo siderurgico privato russo, la Severstal facente capo a Aleksey Mordashev, fedelissimo di Putin. Quindi la presenza russa a Brescia, è già un fatto consolidato, ma per Mosca conta un altro particolare ancora più importante: le voci della prossima fusione tra ASM e la municipalizzata milanese AEM. Assicurarsi la fornitura al cuore industriale d’Italia sarebbe il ottimo colpo.

Gazprom non intende fermarsi alla distribuzione e vendita del metano. Parallelamente all’entrata sul mercato italiano del gas, il gigante di Mosca sta perseguendo l’obiettivo di acquisire centrali elettriche, e sia Enipower che Enel si sono detti possibilisti.
Sul lungo termine, quindi, Mosca potrebbe acquistare il controllo sia del gas sia dell’elettricità. In Italia si farebbe bene a ricordare che avere il controllo, parziale o totale, del sistema energetico di un Paese vuol dire controllarne a grandi linee l’economia. A Mosca questo lo sanno bene, a Roma se ne saranno accorti?

da: www.altrenotizie.org

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Alessandro Iacuelli – Manovre energetiche

Nonostante la primavera sia sempre più vicina, ancora oggi, come nei giorni scorsi, un lancio dell’agenzia Adnkronos informa di un nuovo calo nelle forniture di gas dalla Russia: secondo le previsioni dell’Eni oggi verranno a mancare 2 milioni di metri cubi sui 74 previsti, pari a -2,7% del totale, lo 0,6% dei consumi nazionali. Nella giornata di ieri sono mancati all’appello 4 milioni di metri cubi, il 5,4% del totale con un impatto sui consumi italiani dell’1,4%.
La riduzione del gas, che nelle prossime settimane, vedrà il ritorno al regime normale, è stata compensata tramite gli stoccaggi, precisa ancora l’Eni.
Tempo fa, qui su Altrenotizie abbiamo raccontato di come l’Italia non possegga grandi giacimenti di metano; al contrario, importa da Gazprom il 35% dei 68 miliardi di metri cubi importati ogni anno, un altro 35% lo importa dalla Sonatrach (Algeria), il resto da piccoli esportatori, tutti con quote bassissime, spesso al di sotto dell’1%, e pertanto trascurabili rispetto ai due principali fornitori, autentici colossi del mercato.
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Alessandro Iacuelli – La diossina fa bene?

Nell’agosto 2004, il comprensorio di Acerra (Napoli) sale alla ribalta della scena mediatica italiana a causa delle proteste popolari contro la costruzione di un inceneritore. Durante quelle proteste, per la prima volta, è venuto allo scoperto il problema dell’avvelenamento del terreno e delle acque.
Alcuni pastori della zona, portarono nelle vicinanze del cantiere sette pecore agonizzanti per dimostrare la fondatezza dell’allarme-diossina registrato in un’area vicina al cantiere. Gli animali furono lanciati a terra, a pochi passi dal cordone di agenti di polizia che presidiavano la strada d’accesso alla zona dei lavori.
In realtà, la presenza di diossina nei "Regi Lagni", canali di scolo delle acque reflue e piovane di età borbonica ancora esistenti sul territorio, era già stata rilevata tempo addietro, prima dell’apertura del cantiere per la costruzione dell’inceneritore.
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