Cathy La Torre e “Odiare ti costa”

Sono sempre felice quando possodire di essermi sbagliato, e in questo caso lo sono. Ho sbagliato a sottovalutare il talento di Cathy La Torre, avvocato e attivista del mondo LGBT, ideatrice e strenuo difensore dell’iniziativa #odiareticosta. Quando apparirono i primi comunicati stampa su Facebook, “Odiare ti costa” mi sembrava uno slogan un po’ usurato e di maniera per definire una iniziativa lodevole negli intenti ma poco incisiva agli atti pratici, quella di portare gli haters della rete tutti in tribunale per diffamazione. Ma non sotto il profilo penale, che secondo gli organizzatori e i sostenitori dell’iniziativa avrebbe poca incisività per la modestia delle pene irrogate e per la troppa facilità a farla franca (va beh, qui però dipende dai punti di vista), bensì in sede civile, per colpire gli haters in quello che hanno di più caro al mondo, il portafoglio. E ci stanno riuscendo molto bene, se è vero come è vero che uno dei primi haters individuati è un certo “Michele” che di notte scrive cose inenarrabili sul conto di Cathy La Torre, e di giorno posta le sue fotografie di buon padre di famiglia. Pare che l’autore di offese del tipo “Mamma mia che cessa che sei, mi fai schifo, sei vomitevole” sia un agente di polizia penitenziaria. Un bel lavoro, dunque, e un ottimo biglietto da visita. Complimenti a Cathy La Torre e al suo staff.

Come nasce l’hate speech

Prendete Tommaso Casalini, un allenatore della sezione giovanile del Grosseto Calcio.  Poi aggiungeteci una buona e generosa dose di Greta Thunberg. Otterrete così un’emusione esplosiva, che spingerà l’allenatore a scrivere su Facebook un apprezzamento nei confronti della Thunberg del tipo: «Questa troia di 16 anni può andare a battere, l’età l’ha». L’amalgama così creato, spingerà la società di calcio a licenziare seduta-stante e senza possibilità di appello l’allenatore dei giovani, autore di una simile atrocità, «per comportamento non consono alla linea tracciata dalla società che punta sui valori morali prima ancora che su valori tecnici». Il tutto sempre via Facebook, tanto per ribedire le regole della legge del contrappasso. E hanno fatto bene. Anzi, benissimo.

Cosa avrà spinto un allenatore che è sempre a contatto coi giovani ed è, oltretutto, responsabile della loro formazione umana prima ancora che sportiva a scrivere una roba del genere nei confronti di una ragazza che potrebbe avere poco più dell’età dei suoi “pulcini”, non si sa. Lui ha scritto: «Desidero chiedere pubblicamente scusa a tutti, a cominciare da Greta Thunberg per il post che ho scritto. Un’esternazione scritta in un momento di rabbia con un linguaggio assolutamente sbagliato e con un contenuto del quale mi pento». Le cose si fanno, tanto poi per pentirsi c’è sempre tempo. Un momento di rabbia, una tastiera a disposizione, la possibilità di farla franca o perché sei troppo visibile (come in questo caso) e famosetto, quindi chi vuoi che ti tocchi, o perché sei troppo anonimo, confuso tra mille rivoli di hate speeching in rete. Oppure perché sei troppo sprovveduto, e allora scrivi quello che ti viene in mente, aprendo la bocca e facendo cantar lo spirito, come diceva la mia professoressa di matematica, andandoti a divertire con gli amici poco dopo e dimenticando tutto il resto che risale fino a un quarto d’ora prima.

Quando uno sbaglia «è giusto che si assuma la responsabilità dei propri errori, pertanto accetto di buon grado la decisione », scrive ancora Casalini. E meno male che se n’è accorto di avere sbagliato, che Greta Thunberg è minorenne, che probabilmente ha cose molto più importanti da fare che dar retta ai discorsi d’odio rivolti contro la sua persona, che i suoi genitori non avranno, probabilmente, nessuna intenzione di intraprendere un’azione legale nei suoi confronti, ma resta comunque l’ombra di un gesto da condannare, se non altro per la faciloneria e la grettezza con cui è stato posto in essere. Ma Casalini non è il solo ad aver imbrattato di fango digitale il nome di Greta Thunberg. Provate a leggere il prossimo post e vi renderete conto che c’è di peggio.