Pork Day

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Un grido continuo, straziante e spaventoso si sta diffondendo in questi giorni per le campagne d’Abruzzo.

Di casa in casa, di porta in porta, di dolore in dolore, come la strage dei primogeniti descritta nell’Esodo, come la strage degli innocenti di Erode. E’ il “Pork Day”, giorno di sangue, giorno di sgozzamento del porco, mattanza, strage. Perché nei giorni dell’Immacolata lu porc’ s’ha d’accije e non ci son santi che tengano.

La bestia, quando viene avvicinata per essere costretta, di lì a poco, a sognare le sue ultime ghiande, sente che la vita sta per sfuggirgli e che quel suo mondo ristretto di fango, trogolo, merda e grugniti dovrà lasciarlo restituendo al padrone tutto quello che in un anno gli è stato somministrato sotto forma di mele marce, avanzi, pannocchie di granturco, rifiuti, màgna, màgna, màgna porc’ che poi c’è chi mangia te.

Per il momento in cui il porco passerà a miglior vita tutto deve essere pronto. L’abbigliamento deve essere il più dozzinale possibile, ma caldo, perdìo, perché l’inverno si avvicina. Quindi saranno privilegiati vecchi indumenti di flanella a collo alto e con la cerniera, utili soprattutto perché il grasso della malabestia andrà ad impregnare le fibre e, reagendo chimicamente con il sudore che impregna le ascelle dell’uccisore o dello spezzatore, restituirà nell’ambiente un inconfondibile e persistente odore di rancido.
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