Luca Bassanese – La canzone del laureato

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Non conoscevo Luca Bassanese. Questa mattina a “Tutta la città ne parla”, su RadioTre, si ragionava di università da accorpare o no. E’ stata trasmessa la sua “Canzone del laureato”, motivetto grazioso, di divertente esecuzione, scritto e musicato come uno dei canti di protesta di una volta. Invece parla di un giovane che prende coscienza della sua vita da laureato-precario.

La domanda è, tanto per cambiare, la seguente: qual è il confine tra ispirazione, libero adattamento, citazione, rielaborazione, spunto, uso creativo, copiatura pedissequa, abbeveraggio dalla fonte e portare l’acqua della suddetta fonte al proprio mulino?

Recita una quartina della canzone:

“Un quarto di vita passato a studiare
per diventare Anonimo dottore
avrei preferito una laurea ad honorem
in canti ed in vino mio caro signore.”

La fonte a cui si è abbeverato Luca Bassanese è fin troppo evidente per chi abbia 50 anni come me: è “Via Paolo Fabbri 43” di Francesco Guccini.

“Se fossi accademico, se fossi maestro o dottore,
ti insignirei in toga di quindici lauree ad honorem,
ma a scuola ero scarso in latino e il “pop” non è fatto per me:
ti diplomerò in canti e in vino qui in via Paolo Fabbri 43!”

Canzone criptica quella di Guccini, più aperta e fresca quella di Bassanese, ma gli elementi ci sono tutti (le lauree “ad honorem”, diplomarsi o laurearsi “in canti e in vino”, la ripresa del concetto del “dottore”…). Un omaggio trasversale? Un retaggio di quando quelli più grandi di noi avevano il disco della EMI in cui Guccini cantava “Krapfen” in modo incomprensibile? Tutto può essere. Ma i debiti culturali vengono a galla, sempre.

Quello che non ho digerito di Fazio e Saviano

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Che magari la gente si chiede anche “Chissà come mai il Di Stefano non ha ancora commentato la nuova trasmissione del duo Fazio-Saviano”…

Vi dirò, non l’ho neanche vista, ne ho ascoltati e visionati qua e là alcuni estratti da YouTube dove non paiono essere particolarmente seguiti. Ma questa è solo una mia impressione (per qualcun altro i clic sui singoli video, moltiplicatisi all’infinito e presenti su YouTube possono essere un numero esorbitante).

E potrei dire molte, molte cose.

Per esempio potrei parlare del nuovo look di Fazio, che si è tolto la cravattina della sera della domenica della Cresima e si mostra in TV un po’ più sbrindellato, al limite dell’easy-going, con un paio di occhialini uguali uguali a quelli di Benigni, segnale, oltre che della presbiopia che prima o poi tutti ci colpisce per via dell’età (non ditelo a me, che sto sempre ad avvicinare e allontanare gli occhiali alla punta del naso!), del fatto che c’è un modo di fare TV che si omologa anche nell’aspetto, ma allora mi chiedo proprio perché la montatura alla Benigni e mi rispondo che è perché fa buonismo, poi me ne pento, perché mi sembra di essere cattivo, e quindi alla fine smetto di pentirmene.

Potrei parlare del titolo della trasmissione. Ancora una volta una canzone, e ancora una volta De André. Certamente non una delle sue migliori, bisogna riconoscerlo. Preferivo “Vieni via con me”, almeno era la canzone di una persona viva.
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Francesco Guccini – Dizionario delle cose perdute

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Non so quando uscirà il “Dizionario delle cose perdute” di Francesco Guccini, ma appena un minutino fa, BOL mi ha chiesto se lo voglio prenotare. Non (più) da loro, ça va sans dire.

Il passato non è una terra straniera, no, ed è bello che non lo sia. Nel ricordarsi delle cose perdute (tanto da farne addirittura un dizionario) c’è un senso di antico, di nostro. La gente si ritrova o nei ricordi o nelle antipatie verso qualcuno.

Ma l’avete visto per chi insiste a pubblicare Guccini? Mondadori, già…

Chissà se, scorrendo il dizionario delle cose perdute, alla G troverò un lemma che mi rimanda a “Guccini, Francesco”…

“Un’altro” e gli errori ortografici di Wikipedia

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Ultimamente su giornale e web scrivere “un’altro” con l’apostrofo è diventato uno sport nazionale.

Ognuno di noi ha, in verità, qualche piccolo difetto ortografico nel maneggiare la tastiera. Io sto diventando presbite, quindi tendo sempre di più a commettere errori che prima non commettevo.

Uno, però, lo continuo a fare. Scrivere “telfono” per “telefono”. E’ più forte di me.

Ma “un’altro” con l’apostrofo è ben più di un errore, è una banalizzazione dell’ortografia, visto che apostrofo e barra spaziatrice si trovano agli antipodi della tastiera.
Un errore macroscopico e imbarazzante che si trova ovunque. Web, soprattutto, ma anche giornali e riviste.

Ho deciso di segnalare questo errore ogni volta che lo trovo, un po’ qua e un po’ là.

Con questo post inizio, quindi, una “nuova” sezione del blog.

Da cosa cominciamo? Ma da Wikipedia, naturalmente.

Facciamo una premessa. Nella voce di Wikipedia dedicata all’album di Francesco Guccini “Guccini Live Collection” si premette che il Cantautore non avrebbe approvato quel progetto discografico.

Tra le motivazioni viene riportato quanto segue:
“Come prova della sua estraneità a quell’opera, il cantautore porta il fatto che nella versione originale il titolo Un altro giorno è andato è scritto con l’apostrofo (Un’altro giorno è andato)”

Guccini, dunque, si indigna non solo per il prodotto discografico finale di cui non condivide l’idea e la struttura, ma anche per il fatto che sia uscito con il titolo di una sua nota canzone (“Un altro giorno è andato”) scritto con l’apostrofo.
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50 anni fa la morte di Fausto Coppi

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"(…) un mese dopo hai un brivido quando una voce annuncia, e te con l’orecchio incollato "Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco celeste, il suo nome è Fausto Coppi". Sembrava avesse parlato soltanto per te, coppiano convinto, una fede."

(Francesco Guccini, Vacca d’un cane, Feltrinelli)

Dormono, dormono sulla collina… In morte di Fernanda Pivano

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"E’ in gamba, sai,
legge Edgar Lee Masters"

(Francesco Guccini, Canzone per Piero)


Fernanda Pivano conservava ancora, a 92 anni, l’ingenua freschezza di una studentessa che si ritrova in mano lo "Spoon River" di Edgar Lee Masters, lo traduce e diveta l’edizione di riferimento per un paese intero.

Più brava di lei a cimentarsi nell’Antologia di Spoon River fu solo Fabrizio De André (che non lo tradusse, lo riscrisse in "Non al denaro, non all’amore né al cielo", e lo fece meglio di Masters stesso).

Forse aveva appena smesso di credere nella nonviolenza che aveva tanto predicato e su cui aveva tanto scritto. Si era disillusa e si dichiarava sconfitta. Come la nave che anela al mare eppur lo teme, con cui George Gray conclude la lettura del proprio epitaffio.