Lettera a Carlo Lorenzini “Collodi”

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Caro Collodi,

c’era una volta… “Un burattino!”, dirà subito Lei. No, caro il mio Furbèga, ha sbagliato. C’era una volta una canzone.

Oh, per intenderci, mica una canzone di quelle serie, da incidere su un disco a 78 giri, che non esistevano nemmeno quando è morto Lei, no, era una canzonetta di quelle false per bambini. Solo che a’ mocciosi dei su’ tempi probabilmente gli cantavano la ninna-nanna, mentre a me tutte le mattine alle elementari (e insieme a me a tutta la classe) mi picchiavano le gònadi con “Carissimo Pinocchio”, diffusa dagli altoparlanti di quelle scuole onorate. Dopo si diceva la preghierina e si cominciava la giornata. Chi lanciava con la cannula della penna le palline di carta imbevute di saliva e precedentemente masticate con doviziosa perizia, chi si rovinava il grembiàle con le pompette della Pelikan che gli scoppiavano in mano, chi, non avendo perizia né nell’una né nell’altra cosa, semplicemente si cacava addosso.

Nella canzoncina anzidetta, il Suo “Pinocchio” (best seller mondiale, ne converrà, come i film di Benigni!) veniva chiamato “amico dei giorni più lieti”. Non le sembra un po’ troppo?
Sì, vanno bene Geppetto, la Fata Turchina e il Grillo (spiaccicato contro il muro come si meritava per aver fatto una morale non richiesta).
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