A lode e gloria del Pandoro e di tutta la sua Santa Chiesa

Il ministro Grillo ha detto che il pandoro è come quelli del PD e chenon ha anima. Come si permette di offendere doppiamente uno dei dolci più nobili e meravigliosi della tradizione italiana. Un dolce che nasce dalla povertà. Fatto con farina, uova, burro, lievito e zucchero. Cioè quello che c’era nelle cucine delle case venete. Pochi ingredienti, i più umili. Il pandoro non si può permettere nemmeno il lusso dell’uvetta e dei canditi che rendono il panettone un dolce decisamente di destra, con i nocciolini dell’uva passa che ti si sgranellano fra i denti, no, via, il pandoro è proletario e il suo segreto è la lievitazione. È tutto lì, non c’è altro. E quando ci affondi il coltello si sbriciola un po’ mentre afferri la fetta e ti sporchi le labbra di zucchero a velo. È morbido, burroso. Se lo scaldi appena un pochino il burro si scioglie e quel colore giallo così uniforme ti dà il profumo delle cose che ti appartengono veramente. Nessun ministro della Repubblica si permetta mai più di insultare un’istituzione del paese a favore del volgare e prosaico panettone paragonandolo addirittura al PD ma soprattutto ignorando, o non sapendo proprio per niente, che se c’è qualcosa che non ha anima è proprio il governo che lei rappresenta.

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Benvenuti nel club!

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L’altro giorno mia figlia (perché non so se vi ho già detto che 17 mesi e mezzo fa mi è nata una figlia) giocherellava, buttandoli allegramente all’aria, coi libri e coi DVD di Beppe Grillo che ho pazientemente accumulato in oltre un decennio.

Nel rimetterli a posto ho provato un po’ di nostalgia, per i tempi in cui Grillo scopriva Skype e insegnandoci ad usarlo ci diceva “possiamo mandarli a casa domattina” (s’intende quelli di Telecom), oppure di quando c’era “La Settimana”, un foglio volante da stampare con i post più interessanti del blog e da lasciare nei punti strategici frequentati dall’occasionale lettore (lo studio del dentista, la libreria di turno, oppure darlo al giornalaio perché lo infilasse nei quotidiani venduti), oppure quando ci fu il V-Day, con la partecipazione di personaggi della cultura e dello spettacolo, e fiumare e fiumare di persone nelle piazze. O di quando Marco Travaglio aveva la rubrica fissa al lunedì alle 14 in streaming sul blog. O anche di quando il blog di Beppe Grillo lo scriveva veramente Beppe Grillo e non era in mano a ghostwriter, rappresentando così un filo diretto tra il pubblico e chi ne portava il nome.

Erano, soprattutto, i tempi dell'”uno vale uno” e del “via i pregiudicati dal Parlamento”. E mi ricordo che per candidarsi alle elezioni politiche con il M5S bisognava avere la fedina penale pulita. E che nemmeno Grillo poteva candidarsi essendo stato (allora) condannato solo per un reato colposo (adesso ha una collezione di sentenze per diffamazione che tra civile e penale gli hanno cambiato un po’ il quadro della situazione).

Solo che da adesso, per correrer alla candidatura di premier per il Movimento, si potrà anche avere qualche caricuccio pendente. Roba di poco conto, s’intende, non reati gravi (ma, appunto, in base a che cosa si stabilisce che un candidato è in attesa di giudizio per un reato grave? Non si sa), giusto, anche lì, una diffamazioncina, giusto il tempo ed il modo di far venir fuori il nome di Luigi Di Maio e poterlo candidare alla corsa (che, poi, voglio dire, finora è anche l’unico a correre). Il Grillo di 10 anni fa una cosa del genere non l’avrebbe mai fatta. Quello di oggi, si vede, ricorre anche a dei compromessi.

Ora, sia chiaro, Di Maio è solo indagato, e il reato di diffamazione non è neanche tra i più gravi. E’ ben difficile che si arrivi a processo, considerato che il 3 agosto scorso è entrata in vigore la norma sul risarcimento e la limitazione della portata del danno, per cui con un po’ di soldi (che a Di Maio non dovrebbero mancare) si può arrivare al non luogo a procedere. Wikipedia non ha neanche aperto a carico di Di Maio l’odiosetta sezione “Procedimenti giudiziari”, che invece viene mantenuta anche a chi è stato nel frattempo assolto, come Mastella).Quindi stiamo parlando veramente di punture di zanzara, ma che come tutte le punture di zanzara danno fastidio soprattutto quando in fondo alla corsa c’è il traguardo della poltrona di presidente del consiglio dei ministri. Perché sono cose che ti obbligano a cambiare, rivedere e rimodellare i regolamenti anche in controtendenza (Grillo usava molto spesso questa parola nei suoi spettacoli migliori) a quello che hai fatto finora. Ma a Di Maio sono stati perdonati errori, gaffes e pendenze giudiziarie che altri avrebbero pagato a caro prezzo.

Di Maio, nel frattempo, ha accettato la candidatura a premier imposta dall’alto. E lo credo bene. Io, più semplicemente, ho rimesso a posto i libri e i DVD di Grillo che mia figlia ha fatto pazientemente cadere dallo scaffale sul pavimento,  e ora aspetto che li metta a soqquadro di nuovo.

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Se questo è un giornale

Domani, se Dio vuole, chiude “l’Unità”.

Un quotidiano fondato nientemeno che da Antonio Gramsci nel 1924, anche se di questa circostanza c’è solo una breve menzione sulla testata della versione cartacea on line. Nel senso che dell’autorevolezza e del coraggio di Gramsci non è stato ereditato niente, e c’è di che esser convinti che le ceneri del grande intellettuale e pensatore ribollano all’idea di patrocinare un quotidiano la cui unica aspirazione, ultimamente, era quella di negare l’evidenza e di dare adosso ai grillini, visti come origine di ogni male.

Io l’Unità, quella vera, me la ricordo. Ero piccino e la domenica se volevi passava qualcuno a distribuirlo casa per casa. Lo comprava sempre il mi’ zio Piero, che allora veniva Ugo, detto Ughino, che saliva le scale due alla volta con le ginocchia un po’ dinoccolate, la boina calcata sulle 23 e la sigaretta (Nazionali Esportazione, plisss) in bocca, e incassava il prezzo del giornale. Magari si fermava a prendere un caffè, o a fare due chiacchiere, qualche commento sulla situazione politica della settimana e intanto si parlava, ci si confrontava, si discuteva, si litigava.
Se poi uno non voleva comprarselo, c’era pur sempre il circolino dell’ARCI (a Vada si chiamava “la Pista”) che lo acquistava per gli avventori e lo metteva lì a disposizione di tutti fin dalle sette di mattina. Era un po’ palloso dover aspettare che si liberasse, e, comunque, quando entrava la bonànima di Anchise e lo voleva era buona norma lasciarglielo.
Se no c’era un altro modo per leggerlo: nelle Sezioni (altro luogo di ritrovo) o nella bacheca che il Partito Comunista aveva a disposizione in Piazza. Così ti capitava di vedere tutti i vecchietti con il collo un po’ all’insù che commentavano le notizie sulle imprese del compagno Berlinguer dopo aver sputato per terra quanche burdigone da due etti e aspirato un paio di boccate di sigaro toscano.

L’Unità era questo. E adesso? Non si parla più, non ci si incontra più, non si commenta più, non si litica più, non ci si piglia a sacrosanti cazzotti, non si beve più il corretto al sassolino al circolo Arci. No, dicono che “I liquidatori di Nuova iniziativa editoriale spa in liquidazione, società editrice de l’Unità, a seguito dell’assemblea dei soci comunicano che il giornale sospenderà le pubblicazioni e l’aggiornamento del sito web a far data dal 1° agosto 2014.”

I liquidatori?? Ma chi sono mai questi liquidatori??? Ecco perché vi dicevo che le ceneri di Gramsci si sollevano nell’urna, perché chi saranno mai questi “padroni” che hanno (o, peggio a cui è stata delegata) la possibilità di decretare addirittura la fine del giornale. Gramsci direbbe retoricamente ma giustamente che l’Unità ha un solo proprietario, il popolo.
Sì, il popolo italiano. Quello che di tasca propria, solo nel 2011 ha versato 3.709.854,50 euro per il finanziamento pubblico al quotidiano. Dico, tre milioni e settecentomila e spiccioli euro. Ma cosa cavolo ci hanno fatto con i soldi della gente se hanno permesso a dei “liquidatori” di “liquidare” una testata storica?? Tre milioni e settecentomila euro per essere lo zerbino di Renzi e la stampella sinistra editoriale del Partito Democratico (la destra, si sa, E’ quella di “Europa”, che zitta zitta prende 2.343.678,28) e per sputare veleno su Grillo? Sono anche soldi miei, e pretenderei una maggiore oculatezza nella loro amministrazione. Ma se un quotidiano non sa essere abbastanza libero dai liquidatori per potere andare avanti con i soldi della gente allora è bene che chiuda.

E infatti domani l’Unità chiude. E speriamo di poter fare qualcosa di buono almeno con quei tre milioni e passa di euro che la Nuova Iniziativa Editoriale non potrà più pretendere con la scusa di ingrassare le rotative dell’organo ufficiale del Partito Democratico.

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La Boldrini chiama sua figlia con Skype!!

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Era un po’ che non parlavo della Boldrini, quand’ecco arrivarmi un tweet dall’ANSA in cui mi si comunica l’esistenza di un video in cui la Boldrini ammette di usare Skype.

Devo dire la verità, l’ANSA è stata un po’ impietosa con la Boldrini, perché ha preso un frammento del suo intervento lasciando il contesto precedente a metà (il filmato è stato ripreso durante un incontro sul tema “Una Costituzione per la rete?” e verrebbe solo da rispondere “No, grazie, la gente già conosce poco di suo quella del proprio paese”) e si è solo soffermatta sul fatto che sì, la Presidente della Camera, cioè lei, usa Skype perché ha una figlia che vive all’estero e la sera muore dalla voglia di sapere come sta.

Ora, non si capisce bene, ancora una volta, dove stia la notizia di interesse pubblico. Sul fatto che la Boldrini abbia installato una applicazione (per PC, Tablet, Smartphone o quant’altro) e la usi per comunicare con chi vuole lei, sfruttando il fatto che l’applicazione medesima permette lo scambio di videochiamate? Ma, di grazia, questa non è una notizia. Skype è il principale vettore telefonico mondiale e mi sembra più che normale che tanta gente lo usi. Beppe Grillo, buonanima, ci faceva una parte di un suo spettacolo dimostrando che bastava una connessione internet e chiamavi tuo zio in Brasile a prezzi stracciati con Skype, e quando lui lo faceva io telefonavo già con VoipStunt e spendevo meno di lui.

E, comunque sia, dov’è l’aspetto rivoluzionario del fatto? In che cosa consiste la pubblica utilità del fatto che la Boldrini usa Skype per contattare la figlia? Io uso WhatsApp per comunicare con mia moglie e VoipStunt per telefonare all’estero, ma non mi pare che importi qualcosa a qualcuno.

E se c’è un particolare che colpisce è proprio il ritardo con cui i rappresentanti delle istituzioni si avvicinano alle cosiddette “nuove tecnologie” (che evidentemente sono “nuove” perché sono sconosciute per loro, non perché lo siano in senso assoluto), Skype è relativamente vecchiotto, quando Grillo ne parlava era il 2006 ed era già diffuso in Italia da almeno un paio d’anni.

Ora aspettiamo che la Boldrini installi Viber per telefonare gratis e che qualcuno lanci la notizia in prima pagina.

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Poi se ne vien dove col capo giace/appoggiato al barile il miser Grillo

Massì, massì, è tutta colpa di Grillo che ha defenestrato i parlamentari del Movimento 5 Stelle, rei di aver opinato che è stato un errore andare a dire “Io non sono democratico con voi” al neo-Presidente del Consiglio consultante perché non gli si doveva dire nemmeno il fatto suo.

Ma certo, ci mancherebbe, la questione è che nemmeno il Movimento 5 Stelle è democratico e chissà cosa vogliono questi qui, a parte rassegnare delle dimissioni che saranno fittiziamente respinte dal Senato, e andare a creare un gruppo autonomo o finire nel gruppo misto (senza più neanche l’obbligo di restituire una parte dello stipendio mensile alle casse dello stato).
La questione non è che la direzione del Partito Democratico ha imposto a un paese intero un cambio di Premier (atto decisamente democratico) senza passare per le urne (a che servono le elezioni, del resto?), non è il PDL che caccia Fini (“Che fai, mi cacci?” Sì!), no il punto è che la gente se ne va perché non è più in sintonia con chi l’ha votata, e allora, basta, se ne vada pure e più non ci percuota lo scroto.

I versi del titolo sono tratti dal XVIII canto dell'”Orlando Furioso”. A volte si dice, eh?

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L’inchino e la tagliola

D’improvviso della “tagliola” posta in essere dal Presidente Boldrini non si parla più.

La discussione è stata spostata (e mantenuta) sulle tonnellate di insulti ricevuti dalla terza carica dello Stato in seguito a un sondaggio apparso sul blog di Beppe Grillo.

Intendiamoci: quegli insulti sono veri. La Boldrini è stata pesantemente diffamata.

Naturalmente è stato preso di mira il mezzo (il blog di Grillo) al posto del diffamatore (chi materialmente ha immesso quei contenuti).

Si dà il caso che in Italia la responsabilità penale sia personale e che la diffamazione sia un reato punibile a querela di parte.

Quindi la Boldrini può benissimo querelare gli autori di quelle ingiurie pubbliche e sottostare al giudizio di un giudice terzo. Esattamente come ogni cittadino.

Invece stasera va da Fazio. A far che? Forse che io, se vengo diffamato, ho la possibilità di andare ad esporre il mio pensiero in televisione? E che cos’è “Che tempo che fa?” un tribunale?? Sì, lo so, io non sono il Presidente della Camera. E non è solo per questo che non ho mai usato nessuna ghigliottina con nessuno.

Non ci sono parole per questa distrazione di massa che a colpi di falso giornalismo inizia a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su un “Belìn” messo lì da Grillo, o sul fatto che, tanto per cambiare, Grillo è un pregiudicato perché ha ammazzato tre persone in un omicidio colposo.

Vediamo se anche questa volta la Boldrini dirà che quelle verso di lei sono ingiurie verso tutte le donne. O se qualche donna si sentirà ingiuriata solo perché lo è stata la Boldrini.

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Grillo parla dei giornalisti “critici” sul suo blog. E fa bene!

Si parla molto (e, francamente, non riesco a capirne il perché) di Beppe Grillo e del suo segnalare sul suo blog alcuni giornalisti che si caratterizzano per una certa vis polemica e per una certa vivacità di linguaggio nei confronti suoi e del Movimento 5 Stelle.

Fa bene. Molto bene. Il web ha la memoria corta e i cittadini ancora di più. Si tende sempre a dimenticare quello che si è letto da una parte (quella del lettore finale) e si tende sempre a scrivere articoli infarciti di volgarità e inesattezze dall’altra (quella degli addetti all’informazione). Quindi c’è bisogno di conservare in un luogo accessibile uno “storico” della tecnica, se non dell’insulto, almeno dello sberleffo.

Grillo ha cominciato con Maria Novella Oppo, giornalista de l’Unità, il quotidiano politico che percepisce una delle più alte percentuali di finanziamento pubblico agli organi di stampa ideologicamente schierati.

I passaggi denunciati da Grillo recitano:

“‘Ogni giorno una pagliacciata dei grillini […] Fanno casino […] Dimostrano di non saper fare e di non aver fatto niente per il popolo italiano […] Inscenano gazzarre […] Sono succubi di Berlusconi’. Qualche giorno fa: ‘Casaleggio va elucubrando ai danni dell’Italia’. E ancora: ‘Grillo vuole tutto, soprattutto il casino totale […] Un brulichio di piccoli fan [sono] divenuti per miracolo parlamentari e tenuti al guinzaglio perché non si prendano troppe libertà”.

Questa non è critica. Non è nemmeno giornalismo. E’ poco più di una maldestra stesura per additare al pubblico ludibrio un movimento. Lo dimostra chiaramente il fatto che non ci sia nessun intervento nel merito su quello che hanno fatto o che non hanno fatto per l’Italia. Che so, proposte di legge, interventi alle Camere, manifestazioni pubbliche. E invece no, “fanno casino” (e va beh), “sono succubi di Berlusconi (il PD, invece ci ha governato insieme fino a poco prima della decadenza del Condannato) e, soprattutto “tenuti al guinzaglio perché non si prendano troppe libertà”. Cosa sono, cani, che li tieni al guinzaglio? E come mai non ci si possono prendere “troppe libertà”? C’è una dose media giornaliera di libertà per uso personale dopodiché si diventa dei pericoli per la società?? E’ Grillo che li tiene al guinzaglio? A quale scopo? Nessuna risposta.

Certo, questo è vero, la Oppo è stata offesa sui social network in un modo indicibile e riprovevole. Può agire in giudizio per questo, e se e quando lo farà avrà la mia solidarietà. Ma se la persona di Maria Novella Oppo è stata offesa, i cittadini italiani non sono da meno al sapere che lei e i suoi colleghi vengono pagati ANCHE con le tasse che pagano per scrivere queste cose.

Letta, su Twitter, interviene a favore della giornalista:

Democrazia è rispetto della libertá dei giornalisti di criticarti”. Ma certamente. E dov’è andata a finire la libertà di criticare i giornalisti? O, forse, la lora casta è intoccabile e incriticabile per default, per cui il diritto di critica, connaturato al diritto alla libertà di espressione, è sempre e comunque giustificato o giustificabile in un senso unico?

Non ha mancato di farsi sentire neanche Laura Boldrini: “preoccupante e pericoloso stilare liste di proscrizione dei giornalisti sgraditi e sottoporli alla gogna digitale, versione 2.0 dei pestaggi di un tempo. E’ grave che Grillo non voglia riconoscere ad altri il diritto di critica che il suo movimento pratica con ogni modalità nelle aule parlamentari. Straordinario, la “gogna digitale”, rappresentata dalla rete, è la versione 2.0 dei pestaggi di un tempo. Si preferirebbe, quindi, un discreto e impalpabile oblio al permanere della memoria. Solidarietà alla giornalista che ha parlato di parlamentari “tenuti al guinzaglio” perché se no si prendono “troppe libertà” da parte di chi ha sempre spinto verso una riforma della rete anziché verso l’applicazione delle leggi esistenti ANCHE alla rete.

Quello di Francesco Merlo è un altro esempio.

Francesco Merlo l’ho sempre ammirato. Nella postfazione a un libro MOLTO bello di Caterina Malvenda, Carlo Melzi D’Eril e Giulio Enea Vigevani, intitolato “Le regole dei giornalisti, edizioni Il Mulino, parla della sua vita da eterno querelato per diffamazione. Merita tutto il rispetto per essere uscito indenne da TUTTI i giudizi che lo hanno riguardato.

Ieri, nel suo blog, ha scritto un articolo intitolato “Il manganello di Grillo. Ora, il “manganello” ricorda strumenti di coercizione tipici del ventennio che fu. Non è un titolo che dà al lettore un senso di neutralità. Ma certamente non è questo l’interesse primo del giornalista.

Vi usa parole ed espressioni come “fatwa”, “un giornalista al giorno da lapidare”, “prosa malata”, “uno così caricaturale ed esagerato lo avremmo liquidato con un coro di “scemo scemo””, “gli spasmi biliosi e la patologia ossessiva di Grillo” “il furore sta trasformando gli ex ingenuotti del Movimento 5 stelle in funzionari fanatici”.

E poi “le ultime schedature di “obiettivi sensibili”, le hanno fatte in Italia quelli che poi, dopo qualche anno, aspettarono in via Solferino Walter Tobagi.” E anche questa del terrorismo evocato ad ogni cigolar di porta non è una critica. Perché non lo è e non lo può essere.

“Passo per essere uno dei giornalisti più querelati d’Italia”, scrive Merlo a pag. 156 del libro che ho citato. Magari qualche ragione c’è. Qualche ragione che non ha mai retto il vaglio dei giudici, ma che magari avrà provocato nel sentire di qualcuno quel senso di vigile “quello che leggo non mi torna!” che fa noi lettori dei giornali liberi dalle opinioni di Lorsignori.

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Lettera al Senatore Francesco Russo (PD)

Senatore Russo,

ho letto la Sua lettera a Beppe Grillo, che riporto qui sotto per comodità dei lettori del mio blog e, nello spirito della libertà di opinione e di critica, ho deciso di risponderLe.

Cominciamo dal fondo (in cauda venenum).

Beppe Grillo non è un parlamentare, è vero. Non è necessario esserlo per esercitare i propri diritti politici, in particolare quello di formare un movimento. Così come non è necessario essere incensurati. Se il vostro alleato Silvio Berlusconi prendesse anche solo minimamente atto di questo, non assisteremmo al gioco al rimando e al perdere tempo della Giunta per le Elezioni che dovrebbe sindacarne l’incompatibilità con la carica che riveste.

Grillo è stato condannato per un delitto colposo e non doloso. Mettere sullo stesso piano i 14 mesi per omicidio colposo plurimo cui è stato condannato Grillo, con le pene cui vengono condannati i parlamentari (si pensi, appunto, ai 4 anni di reclusione per il vostro alleato Berlusconi) è semplicemente inaccettabile.
Il titolo della Legge Severino reca chiaramente “disposizioni in materia di incandidabilita’ e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi”. Quindi è evidente che con quella condanna Grillo potrebbe benissimo candidarsi, e che, se non lo fa, è solo per il suo senso civico, fermo restando che, comunque, sarebbe una condanna di entità inferiore ai due anni.

Il PD, invece, ha deciso di candidare nel 2008 alla Camera dei Deputati, nel collegio Sicilia 1 Enzo Carra, che era stato condannato in via definitiva a un anno e quattro mesi il 5 aprile 1995 per false dichiarazioni al pubblico ministero.
Nell’ottobre del 2009 è eletto all’assemblea nazionale del PD nella lista “Democratici per Franceschini”.
O ve lo siete dimenticato??
Lei mi dirà che Carra ha abbandonato il PD per aderire ad altra formazione politica, ma intanto lo avete candidato voi.

Lei elenca tutta una serie di azioni decisamente lodevoli e degne di un buon rappresentante delle Istituzioni. Accompagnare i figli in autobus, servirsi dei mezzi pubblici, essere assiduo al proprio lavoro parlamentare, non rubare (ci mancherebbe anche altro!), ma questi sono comportamenti che un senatore dovrebbe mantenere normalmente. Lei non sta facendo gesti eccezionali, sta semplicemente facendo il Suo dovere. In un paese in cui la normalità è diventata eccezione e, quindi, evento, mantenere la parola data probabilmente costituisce una notizia. Ma non lo è. Io, cittadino, posso solo aspettarmi che chi mi rappresenta e mi deve rendere conto (e Lei, come tutti gli altri Suoi colleghi senatori, deve rispondere a me anche se non l’ho votata e non ho votato il Suo partito) sia migliore di me. Più che aspettarmelo, lo esigo.

Sono contento per l’esito fondamentale della Sua battaglia per l’abolizione dei fax dalla pubblica amministrazione. Ma mi chiedo com’è che ne vedo ancora tanti in giro per gli uffici pubblici. Personalmente sono il fortunato possessore di una casella di Posta Elettronica Certificata, che uso con molta soddisfazione in tutte le mie relazioni con la Pubblica Amministrazione, fatto salvo il caso che ricevo sempre risposte cartacee, a volte per raccomandata. Per cui i cittadini pagano per quello che potrebbe essere loro risparmiato.
C’è una voragine di divario di conoscenze tecnologiche e opportunità operative nella Pubblica Amministrazione, abolire i fax è come togliere una ragnatela nel laboratorio del Dr. Frankenstein.

Ma mi dica, Senatore, Lei che si dichiara così “fiero di essere del PD”, come si fa a tornare a casa la sera e avere sulla coscienza l’aver votato assieme al PDL per ordine di partito? Come si fa a coniugare le istanze degli elettori cosiddetti “di sinistra” con quelle della destra cui fino alla scorsa legislatura il PD avrebbe dovuto fare da opposizione? Come si fa a dire, legittimamente, “non ho conflitti di interesse” e stare nella stessa formazione politica che non ha mai mosso un dito per fare la legge sul conflitto di interesse e limitare Berlusconi? Ma non si dorme un po’ male? No, eh??

Valerio Di Stefano
Cittadino italiano


Caro Beppe,
io mi sono tagliato lo stipendio,
vengo in Aula in metropolitana,
porto i miei figli a scuola in autobus,
ho il 96% di presenze in Parlamento,
non rubo,
non ho conflitti d’interesse,
non sono in Parlamento da 20 anni,
mantengo la parola data,
ho vinto la battaglia per abolire i fax dalla pubblica amministrazione,
non voglio tornare a votare con il Porcellum.
Eppure sono un senatore del PD e non del M5S. E ne vado fiero, sono orgoglioso di appartenere a un Partito in cui:
il pluralismo è un valore e non un virus da debellare
i processi decisionali sono chiari e trasparenti
il candidato premier viene eletto da 3 milioni di persone
il mio leader non è né pregiudicato né condannato in via definitiva.
Perciò se credi davvero che l’onestà debba tornare di moda e il Parlamento riconquistare la centralità decisionale perduta allora comincia a dare il buon esempio: smettila di parlare sempre tu a nome del Movimento e passa il testimone. Perché tu in Parlamento non ci sei. E perché, fino a prova contraria, quello condannato in via definitiva sei tu, non i parlamentari del PD.

Cordialmente

Un senatore (fiero di essere) del PD

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Il “pregiudizio positivo” e altri incidenti di Jovanotti

Jovanotti nel 2008 (da www.wikipedia.org)

Io il mare dentro una conchiglia non l’ho mai sentito.
Quand’ero piccino il mi’ zio Piero e la mi’ zia Iolanda mi portavano al mare, pigliavano le conchiglie a riva e mi dicevano di metterle all’orecchio, ché “si sente il mare”. Io lo facevo, ma non sentivo niente. Ci guardavo dentro per vedere se ci fosse qualche onda che faceva ciaff ciaff. Macché! Poi mi sono reso conto che il rumore che si sente è l’effetto fisico delle conchiglie che si chiudono all’orecchio. Nulla di prodigioso.

Da quando faccio fisioterapia per curare i miei gravi acciacchi ho capito che la frase per cui “la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare” non è vera. Se hai problemi di deambulazione la paura di cadere ti viene e come! Con o senza stampelle.

Per questo non mi piace Jovanotti. Ed è per questo che mi preoccupa la gente che lo va a sentire e che considera il suo verbo come oro colato.

Jovanotti ha rilasciato delle dichiarazioni a dir poco criticabili a Massimo Gramellini de “La Stampa” in una fortunata intervista pubblicata ieri.

“A me piacciono cose che non stanno insieme nella stessa compilation, Elton John e De André, il pop e Miles Davis. Ricordi quel film dove Nanni Moretti diceva ironicamente: “Ve lo meritate Alberto Sordi”? Il guaio è che a me piacciono sia Moretti sia Sordi.”

Il film di Moretti in cui è contenuta quella frase storica è “Ecce Bombo”, per la cronaca.
E il guaio non è che a Cherubini piacciano sia Sordi che Moretti, sia De André che Elton John, sia Miles Davis che il pop, ma che non dica che Miles Davis NON è Elton John, e che Alberto Sordi NON è Nanni Moretti.
Poi possono piacere tutti.
Il mondo non è una grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, non sono tutti buoni allo stesso modo.
La gente è diversa. E così i prodotti cinematografici o musicali.
Bombolo e Thomas Millian possono far ridere. Ma non sono “La Famiglia” di Scola. E nemmeno Buster Keaton o Stan Laurel e Oliver Hardy. La differenza non la fa la compilation, ma l’approccio con cui si guarda l’opera.

“Non ho sovrastrutture ideologiche. Avevo un babbo anticomunista e una zia del Pci. Sotto casa c’erano un ritrovo di fasci e uno di comunisti. A me piacevano le moto dei comunisti e le scarpe dei fascisti. Nella mia testa di bambino non esistevano pregiudizi.”

La prima sovrastruttura ideologica è il non tener conto che essere del PCI era l’espressione di un convincimento personale. E che il fascismo non ha nulla a che vedere con l’ideologia, il fascismo è un crimine.
Dice che nella sua testa di bambino non esistevano pregiudizi. Male assai, perché a me è sempre stato insegnato, fin da bambino, che il fascismo è male. Avevo dei pregiudizi, sì. Anzi, no. Perché aborrire il fascismo non è un pregiudizio. Grazie a un bisnonno socialista, un nonno (suo genero) democristiano, uno zio velatamente comunista e suo fratello che era repubblicano.
Poi, magari, anche sotto il fascismo saranno state fatte delle cose utili. Che so, Mussolini avrà fatto costruire dei ponti, delle strade, delle scuole. Ma smettiamola con la retorica del gucciniano “anche chi è di destra ha i suoi pregi ed è simpatico”, perché non fa ridere nessuno.

“Ah, se riuscissimo a cambiare le persone nei centri di potere! Il segnale sarebbe talmente forte… Gente nuova nella cultura, nella scuola, nella tv, nell’economia. Pensa: (…), un Baricco alla Cultura, solo per parlare dei settori che conosco.”

E qui si resta veramente senza parole.

(Sul Governo) “non credo che riuscirà a fare grandi cose. Anche se Letta è il primo presidente del consiglio che ha due mesi meno di me…”

E allora? L’autorevolezza si misura forse per imperativo anagrafico? Qual è il valore aggiunto che dà una informazione di questo genere? Si può essere più giovani di Jovanotti ed essere vecchi, come si può essere più vecchi ed essere più giovani. Non è un gioco di parole. Letta non riuscirà a fare grandi cose non già perché sia, come è, più vecchio di un cantante, ma perché ilgoverno di larghe intese non ha nessuna ragion d’essere, perché è esponente di un partito che si sta dando la zappa sui piedi da solo e perché ha come principale alleato un condannato in via definitiva per gravi reati di tipo fiscale.
Quanto al resto, appunto, non è questione di anagrafe. Sono convintissimo che esistano persone molto più giovani di Jovanotti, Nelson Mandela, per esempio.

Berlusconi ha confermato il pregiudizio positivo: lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana.”

Jovanotti parla per ossimori. Il “pregiudizio positivo” non ha alcuna ragion d’essere, essendo connaturata nel termine “pregiudizio” un’accezione negativa. Che Berlusconi venga visto, all’estero, come una cosa impensabile non dovrebbe destare meraviglia. Un uomo che ha avuto il potere esecutivo per quasi 20 anni, che ha manipolato la RAI a suo piacimento, si è fatto costruire leggi secondo il suo personale uso e consumo, che ha monopolizzato l’informazione e continua a monopolizzarla certo che può essere guardato con pregiudizio. Il pregiudizio del “com’è stato possibile che gli italiani abbiano potuto eleggerlo?”. Questo sì che è un pregiudizio positivo. Invece, secondo Jovanotti, la positività del pregiudizio starebbe addirittura nel fatto che il fenomeno Berlusconi verrebbe visto come qualcosa di piacevolmente anomalo, come Elio e le Storie Tese che partecipano a Sanremo con la canzone mononota o Gigliola Cinquetti che non ha l’età. O Alberto Sordi che si è reinventato gli italiani come una macchietta. Non è una macchietta, Berlusconi non ha niente di positivo.

(Berlusconi ti è simpatico?) “Umanamente sì. Ma lo combatto perché in tutti questi anni non ha fatto nulla per l’Italia. In lui vedo il prodotto di un Paese di individui e non di cittadini.”

Un altro scivolone jovanottiano di grossa portata è proprio quello di voler separare l’aspetto umano di Berlusoni (quello simpatico) da quello politico (da combattere). E il punto che non va è proprio quello che l’aspetto personale e umano di Berlusconi si è mescolato a quello pubblico fino a contaminarlo con gli esiti che abbiamo visto. Toh, uno dice, “Sì, il caso Ruby, ti hanno condannato a quattro anni, la decadenza dalla carica di senatore, hai altri processi in corso, hai rimbambito gli italiani a suon di tette e culi alla TV, però sai, umanamente mi stai simpatico!” All’anima…

(La grazia a Berlusconi) “Se la chiedesse e gliela concedessero, non mi scandalizzerei. Perché per me è un avversario politico, non antropologico. Ma adesso ci serve Renzi. Serve cambiare il simbolo. Il racconto del nostro Paese langue. Bisogna inserire personaggi nuovi per renderlo affascinante. Dopo Berlusconi e Grillo c’è bisogno di energia nuova!”

Quindi, la grazia a Berlusconi, se non è auspicabile, quanto meno non sarebbe tale e grave da poter destare scandalo.
Indubbiamente, si tratta di un provvedimento del Presidente della Repubblica, che lo concede se e quando ricorrono determinate condizioni. Da questo punto di vista no, non c’è da scandalizzarsi. Magari noi italiani siamo più abituati a scandalizzarci se una persona che ha scontato per intero la sua pena torna (come è prevedibile) in libertà.
Ma c’è da scandalizzarsi se questa grazia dovesse rappresentare l’ennesimo salvacondotto, dopo le amnistie e le prescrizioni. Lì non ci sarebbe più nulla di antropologico da salvare.
Quanto a Renzi, Jovanotti usa due volte l’aggettivo “nuovo”. Ora, ci dovrebbe dimostrare che uno che ha cominciato nel 1999 come segretario provinciale del Partito Popolare Italiano, coordinatore e segretario provinciale de La Margherita, Presidente della Provincia di Firenze (2004-2009), poi sindaco di Firenze, uno sulla cui reggenza alla provincia la Corte dei Conti ha aperto un’indagine per le spese di rappresentanza, uno che va ad Arcore nella Villa privata di Berlusconi, tutto questo sia il nuovo che avanza.

(Grillo) “Sono un fan dell’uomo di spettacolo. Mi conferma nella mia rabbia, ma questa rabbia non si trasforma in entusiasmo. Non voglio offendere chi l’ha votato, sono sicuro che l’ha fatto in buona fede, ma quando ascolti un comizio di Grillo non ti viene mai voglia di rimetterti in gioco, di cambiare la tua vita.”

Eh sì, aspetteremo un concerto di Jovanotti per avere tutta l’energia di votare Renzi! Se poi vuole anche darci una cassa di Maalox contro il mal di stomaco gliene saremmo grati.

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Il blog di Beppe Grillo è un magazine on line

Cliccare sull'immagine (da www.beppegrillo.it) per ingrandirla

Poi uno dice “ma ci sarà qualcosa che ti dà noia di Beppe Grillo”?
Eccoci, pronti a fare autocritica dall’interno: sul blog è apparsa (chissà da quanto tempo, ma io l’ho vista solo ora -abbiate pazienza, in sei mesi di ospedale di cose ne accadono tante fuori, e le cose sono tante ad accadere ma io sono solo uno a scrivere) la scritta che definisce la risorsa web di Grillo come “Il primo magazine solo on line”.

Cazzo è un “magazine”? Dovrebbe essere una sorta di giornale, di periodico, di quotidiano, ma è proprio questo che non mi piace. Questo blog che leggete non è né un giornale, né un periodico, anzi, è proprio caratterizzato da una forte aperiodicità, non pretende di dare delle notizie ma di riportare il mio pensiero. Questo è il senso del blog. E’ talmente poliedrico che sfugge a qualsiasi denominazione. Ergo, se gliene affibbi una (“magazine”, addirittura) lo pieghi a quello che non è.

Un blog è qualcosa di agile ma allo stesso tempo rozzo, primordiale e immediato. E’ un giornalino della parrocchia. “Magazine”?? Ma via… no, grazie, abbia pazienza, Grillo, oggi son disturbato di stomaco.

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Bersani: “Mica volevo far l’alleanza con Grillo, son mica matto!”

Pierluigi Bersani ha pronunciato la fatidica frase “Mica volevo far l’alleanza con Grillo, son mica matto!”

Già, perché se l’avesse fatta, poi avrebbe dovuto rinunciare al rimborso elettorale e avrebbe dovuto dimezzare le entrare dei parlamentari del suo gruppo e questo, si sa, non è bello.

Magari gli sarebbe perfino toccato di votare Rodotà col rischio di vederlo eletto Presidente della Repubblica. O di votare l’ineleggibilità di Berlusconi e non ritrovarselo come alleato di governo.

Beh, certo, non è mica matto!

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Il passo del Gambaro

Le sorti della senatrice Gambaro, che ora prende in considerazione l’ipotesi di dimettersi, ora ci ripensa e dice “Resto!”, stanno assumendo lo stesso tenore di interesse del Processo di Norimberga.

Sembra che tutto giri intorno a questo caso che appare, sinceramente, più che marginale e che di per sé non varrebbe “due colonne su un giornale”, come diceva il Poeta.

Se solo, appunto, l’informazione nazionale non ne abbia amplificato ad libitum certe caratteristiche che mi sembrano, peraltro, false.

Giornali e televisioni hanno preso la palla al balzo per fare da cassa di risonanza alle strasentite critiche per cui Grillo sarebbe un despota, che non c’è democrazia nei suoi programmi politici, che è volgare, suda, bestemmia, sputa e ha il brutto vizio di buttare fuori chi a lui non è gradito. Nientemeno farebbe anche una operazione di ripulisti dei commenti sgraditi sul suo blog, da cui scriverebbe anche i suoi “Diktat” sulle epurazioni.

Beh, intanto viene da dire che se il blog è suo, a meno che non commetta reato, ci fa quel che vuole. Che è un concetto semplice ma sottovalutato. Ci scrive cosa gli pare, ci mette la pubblicità che gli pare, ed esprime le opinioni che vuole su chi vuole. Punto e basta. Il suo è uno dei blog più frequentati al mondo? E cosa ci può fare?? Si vede che da quel punto di vista è bravo a far girare le idee e quello che pensa.

Per quel che riguarda il Movimento 5 Stelle è altrettanto semplice. Ci ha messo la faccia, il nome, ha certificato tutti i parlamentari che sarebbero stati nominati dopo le elezioni e ha garantito che quei parlamentari corrispondevano alle esigenze di impegno personale del programma. Quindi se qualcuno afferma, come ha affermato la Gambaro, che l’insuccesso della formazione pentastellata è dovuta a Grillo e a quello che scrive sul suo blog, a parte il fatto che dovrebbe dimostrarlo, ma non è che possa aspettarsi nulla di diverso da quello che le è accaduto e le accadrà domani.

“E allora questo sbaglio è stato proprio tutto suo”, sempre per parafrasare il Poeta di cui sopra.

Lamentarsene non serve a niente.

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La Boldrini contro il discorso di Grillo

Grillo scrive sul suo blog che “La scatola di tonno è vuota” e che “Il Parlamento, luogo centrale della nostra democrazia, è stato spossessato dal suo ruolo di voce dei cittadini” che “Il Parlamento è incostituzionale in quanto il Porcellum è incostituzionale e ora pretende di cambiare la Costituzione su dettatura del PDL e del PDmenoelle”. E ancora “E’ un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica”.

Cose che, voglio dire, ricondotte al linguaggio di Grillo, ed estrapolate dai suoi stilemi linguistici (Grillo ormai ci ha assuefatti col “PDL e il PDmenoelle”) sono anche vere. Peccato che con la legge del Porcellum anche il Movimento 5 Stelle abbia nominato i suoi specifici candidati in parlamento.

Ma quelle di Grillo sono opinioni. La metafora del Parlamento come sepolcro imbiancato di una politica che non trova più il dialogo con i cittadini ne è un esempio chiarissimo.

Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati ha definito il discorso di Grillo “offensivo, un attacco alla democrazia e all’immagine dell’Italia”.
Ma il vero attacco alla democrazia non è tanto il discorso di Grillo, quanto l’etichetta di “offesa”.
Se la Boldrini pensa che il Parlamento sia stato offeso, visto che è il presidente di uno dei due rami che lo compongono, può tranquillamente querelare Grillo.
Viceversa, se taccia di “offesa” il discorso di Grillo, senza che questo lo sia, genera nella persona comune in sospetto che in quel linguaggio, in quelle parole, in quegli accostamenti, in quella intenzione comunicativa, siano insiti tutti gli elementi che costituiscono un reato propriamente detto.

Il Parlamento, i suoi presidenti, lo stesso residente della Repubblica non sono esenti da critiche al loro operato.
Se quello che Grillo dice è reato, la Boldrini ce lo dica subito.
Se non lo è, che glielo si lasci dire.

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M5S: gli hacker, le e-mail e le foto hard

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E così qualcuno ha perso una ottima occasione per andare a fare una passeggiata all’aria aperta.
La notizia del giorno, strisciante come una biscia di botro, insinuante fino a sconfinare nella pruderie è che tra le e-mail hackerate a Grillo, Casaleggio e ai parlamentari del Movimento 5 Stelle ce ne sarebbero di personali e hard. Tutto verrà pubblicato se i capi del M5S non diranno quanti quattrini prendono dalla politica.
Bruttissima cosa andare a ravanare nei computer altrui. Ancora peggio minacciare di esporre al pubblico ludibrio le foto di una persona che si masturba e vuole scambiare il risultato visivo finale con chi le pare, Perché la sessualità fa parte della vita privata di ciascuno di noi e dobbiamo renderne conto a noi stessi in prima persona, al partner in subordine e al destinatario delle nostre performances in terza analisi. Basta. Finisce lì.
Non ha nulla a che vedere con la professione o con l’attività politica.
Sono azioni che non fanno altro che attizzare il prurito della curiosità e lo schifoso esercizio dello stigma: fai le cosacce? Sei brutto e sporco e appena tutti ti avranno visto sarai distrutto non per quello che hai fatto in politica, ma per come ti comporti nel tuo privato, dimensione in cui hai il diritto di fate quello ti pare.
È la logica di chi non ha idee da controbattere alle idee e che per tutta risposta si mette a guardare dal buco della serratura.

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