Per cui la quale, citare, citare, citare…

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- Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported”]It’s still the same old story. Stavolta a essere pescato con le dita nella marmellata è  stato Massimo Gramellini. Oh, non da me, per carità, tutto quello che vi offro è roba  “precotta” (se volete “mangiare” meglio cucinatevi da soli!).

I fatti (molto semplici, in verità). Una ragazza (de)scrive una esperienza vissuta sul suo  account Facebook. Alcuni giorni dopo invia lo scritto a “Lo Specchio” de La Stampa.

Gramellini lo legge, gli piace, e riscrive la storia a modo suo, traendone un “Buongiorno”  (il nome della rubrica quotidiana che tiene sul giornale torinese).

Sembrerebbe non esserci niente di strano, e apparentemente è proprio così.

(Cliccare sull'immagine per ottenerne l'ingrandimento)

Siamo abituati a “prendere ispirazione”, a “integrare”, a “trarre spunto”, a “manipolare”, a  “riassumere”, a “citare” le cose altri che ci siamo dimenticati come si fa.

La maestra Laura Quaglierini, della Scuola Elementare “Angiolo Silvio Novaro” di Vada che ho  frequentato, ci diceva sempre che le citazioni vanno messe fra virgolette, e che bisognava  indicare tra parentesi l’autore e il titolo dell’opera da cui si citava.
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Renato Schifani indagato, verso la richiesta di archiviazione, col nome di “Schioperatu”

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Il presidente del Senato Schifani è stato indagato.

La pagina on line de “La Stampa” (ultimamente assai lacunosa nel dare le notizie -e me ne dispiace perché Gramellini, quando non si piange addosso mi è simpatico, ma non si può assolvere un modo di fare giornalismo solo perché un giornalista è simpatico-) riporta semplicemente un laconico e secco “Mafia.” che non vuol dire nulla (esistono varie fattispecie di reato di indole mafiosa, qual è quella contestata a Schifani??).

La Procura della Repubblica di Palermo si sta apprestando a chiedere (se non l’ha già chiesta nel frattempo) l’archiviazione per i fatti contestati. Si aspetterà il parere del GUP.

Quello che fa un po’ sorridere è che Schifani non è stato indagato in quanto “Schifani, Renato Maria Giuseppe”, ovvero con il suo nome da privato cittadino, ancorché ricoprente la seconda carica dello Stato. No, è stato indagato come un certo signor “Schioperatu”. Ovvero con un nome falso. Di facciata. Una sorta di pseudonimo in codice. Si sa chi è l’indagato ma lo si chiama con un altro nome.

Per proteggere la riservatezza dell’indagine, probabilmente. O anche quella dell’indagato, forse.

Ma un normale cittadino verrebbe indagato con tanto di nome e cognome, e, alla vigilia della richiesta dell’archiviazione, riceverebbe il bell’avviso di garanzia (o, meglio, di chiusura delle indagini) e sarebbe sputtanato per tutta la vita. Anche se l’archiviazione dovesse essere effettivamente confermata nell’udienza preliminare. Non ci sarebbe nessuna possibiloità per il signor “Mario Rossi” di vedersi, occasionalmente, trasformato in “Mario Schioperatu”. Perché, si sa come la pensa la gente, “sarai stato anche archiviato, non dico di no, ma se ti hanno indagato segno che non sei stato tanto a sgranare il rosario, anche tu…”.
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