Giovanni Gnazzi – Il Cavaliere Nero

Da ormai quarantotto ore, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è tornato ad occupare la purtroppo misera scena politica italiana. Non per presentare provvedimenti in grado di fronteggiare la crisi, ci mancherebbe. Eluana Englaro, il suo magnifico padre Bepppino, l’ordinamento della Repubblica e la Carta Costituzionale sono stati uno dopo l’altro il bersaglio delle sue esternazioni. Il premier, parso assai provato, con evidenti segni di cedimento del lifting e chiari segnali di cesarismo patologico, ha snocciolato davanti alle televisioni protese a rimboccare gli angoli del tappeto offertogli, parole e atti che evidenziano, molto aldilà del merito delle questioni trattate, il piano di un uomo ormai deciso a tentare il tutto per tutto per sopravvivere ad una vicenda politica troppo più grande di lui. Continua la lettura di “Giovanni Gnazzi – Il Cavaliere Nero”
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Giovanni Gnazzi – Un paese normale?

Questo non è un Paese normale. Se nel terzo millennio, Andreotti e un trotkista riescono a mettere in crisi il governo di un membro del G8, è chiaro che non siamo di fronte ad un paese normale. La sconfitta del Governo e della maggioranza sulla mozione sulla politica estera, se da un lato, costituzionalmente, non obbliga a nessuna dimissione dell’Esecutivo, dall’altro è ovvio che apre una crisi politica serissima: non si tratta di un voto negativo su un singolo provvedimento, bensì di un voto straordinariamente importante, dal momento che si trattava di valutare la politica estera, non una bubbola qualunque. E’ una sconfitta che ha molti padri ed una sola madre. Questa è una legge elettorale pazzesca, una “porcata”, com’è stata definita dal suo stesso autore in un raro momento di sobrietà di giudizio, concepita dal Polo con il preciso obiettivo di rendere instabile la maggioranza che l’avrebbe cacciato, così da ridurre la sconfitta ad ingovernabilità di tipo libanese. I padri, invece, sono variamente allocati nella sinistra cosiddetta “radicale” che, euforica per uno sbarramento elettorale ridicolo, ha candidato tutti e tutto, scegliendo in coerenza con la legge elettorale la via della competizione intestina voto per voto. Oliviero Diliberto ha scelto di candidare Fernando Rossi e Fausto Bertinotti ha scelto di candidare la pattuglia dei Turigliatto and &. I motivi sono da ricercarsi negli assetti interni di Pdci e Prc, destinati solo a rafforzare i centri di comando dei rispettivi segretari.

Lo stesso dibattito sulla politica estera, così come aveva chiesto D’Alema, avrebbe potuto aver luogo prima e non dopo Vicenza. Sarebbe stato tutto molto diverso. E lo stesso Prodi, che in beata solitudine da Sofia ha scelto di dire “si” all’ampliamento della base di Vicenza, seguito a poche ore da Parisi che, in altrettanta solitudine ha detto “si” al proseguimento della presenza in Afghanistan, hanno incanalato la discussione sulla politica estera in un binario morto. Binario dal quale la sinistra non è stata in grado di uscire, risultando incapace ad aprire una trattativa complessiva con il resto della coalizione. Comunque, oggi il voto d’aula dice che la maggioranza del Senato non condivide le linee di politica estera del Governo.

Ma forse, il problema non è solo la politica estera. Perché l’irresponsabilità politica di Rossi e Turigliatto, non è stata decisiva numericamente. Anche un loro voto positivo non avrebbe evitato la crisi, dal momento che la loro partecipazione avrebbe portato il quorum necessario a 161 voti, quindi impossibile da raggiungere senza il voto dei senatori a vita. Il punto, dunque, è capire perché il senatore Andreotti e Pininfarina, decidano di votare contro il governo.

Se non ci si vuole nascondere dietro ad un dito, bisogna ricordare a quali interessi rispondono i due senatori. Pininfarina è uomo di fiducia assoluta degli Stati Uniti, dagli anni ’60 ad oggi; Andreotti è uomo al servizio delle gerarchie ecclesiastiche, dagli anni ’40 ad oggi. E se non ci si vuole coprire dietro una rappresentazione farsesca della vicenda, non si può dare credito alle dichiarazioni del “divino Giulio” quando afferma: “Non credevo che il governo cadesse”. Nel merito, poi, non è certo sulla politica estera che Andreotti avrebbe potuto obiettare, dal momento che la linea scelta da D’Alema -amicizia con gli Usa ma indipendenza d’azione; collocazione stabile ma attenzione rivolta agli interessi nazionali – ripercorre molti dei sentieri di quella politica che proprio Andreotti ha aperto durante i suoi governi nella Prima Repubblica. E ancora: perché Andreotti – duro critico della politica estera berlusconiana – afferma di sentirsi indispettito dalla rivendicata “discontinuità” di questo governo?

Il nodo della questione è dunque qui. Andreotti e Pininfarina hanno scelto, deliberatamente, di mettere in minoranza il governo. Perché? Perché da un lato sono “particolarmente sensibili” agli interessi di Vaticano e Stati Uniti, cioè i due poteri critici nei confronti dell’operato del Governo. E, nel caso di Andreotti, far salire sul Colle Prodi con le dimissioni in tasca significa, essenzialmente, impedire il voto sui Dico, vero e proprio spettro d’Oltretevere. Il governo viene messo in minoranza proprio per evitare che si arrivi al ddl sulle coppie di fatto; disegno di legge che, dopo lo smarcamento di settori rilevanti del mondo cattolico, segna l’arretramento della coercizione vaticana sui cattolici e prefigura la conversione in legge di diritti che la gerarchia ecclesiastica vede come un attentato al suo potere d’influenza e d’interdizione, al suo condizionamento verso governi, parlamenti, società.

Detto questo, non si può comunque tacere che la caduta del Governo vede pesanti responsabilità anche nei due senatori “dissidenti”, che non potevano non cogliere la portata della manovra e quindi del voto e delle sue conseguenze politiche. L’allargamento della maggioranza sposta verso destra l’asse dell’eventuale governo. Non ci sono “equilibri più avanzati”, tanto meno soluzioni “in avanti” della crisi. Napolitano ha dato il via alle consultazioni, dalle quali emergerà che Prodi –ammesso che sia lui il candidato finale alla ricerca di una maggioranza – dovrà necessariamente incassare l’appoggio dell’Udc o, per lo meno, di Follini. Un appoggio che non sarà gratuito e disinteressato. Risulterà invece un ulteriore passo avanti verso l’assetto moderato del sistema politico e metterà, inevitabilmente, la sinistra di fronte al silenzio-assenso, davanti allo spettro di elezioni che verrebbero perse o, in alternativa, a governi istituzionali che dovranno preparare la riforma elettorale per portare il paese al voto e sancire, così, la sconfitta del centro sinistra con qualche mese di ritardo. Un quadro, insomma, che vedrà la fine politica della sinistra capace di governare e condizionare il fronte moderato, che esce vincente e che mette proprio la sinistra stessa in un angolo.
Proprio quello dal quale i “dissidenti” ed i gruppi dirigenti che li hanno espressi, ritenevano di poterla sottrarre.

da: www.altrenotizie.org

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Giovanni Gnazzi – Vicenza parla, il Governo ascolta?

Dunque nessuno scontro, nessuna devastazione, nessuna rissa tra anime diverse. La manifestazione di Vicenza si è rivelata quello che molti auspicavano: una splendida manifestazione di popolo. Un popolo che ha scelto di scendere in piazza numeroso e rumoroso, indisponibile a restare a casa, nella quale minacce e allarmi ingiustificati cercavano di ricacciarli. Consapevole dell’impossibilità di rinunciare a dire, forte e chiaro, che la base Dal Molin non va raddoppiata. Semmai smantellata. A poche ore dallo svolgimento del corteo appaiono, in tutta la loro inutilità, le parole di Amato. Il Ministro dell’Interno, avviluppato alla consueta cascata di parole cui piace dar mostra, aveva insinuato collegamenti indiretti, possibili link e ipotizzabili complicità tra la protesta contro un provvedimento sbagliato e la follia armatista.

La “risorsa della Repubblica”, spesso trasformatosi in uomo per tutte le politiche e per tutte le stagioni, dovrebbe ora svolgere una sana autocritica, per usare un termine non più di moda. Nessuna autocritica invece si può chiedere a Rutelli, lo sforzo potrebbe risultargli fatale.

E che dire della destra nostrana, quella vestita e quella travestita, che ritiene che dire “no” ai desideri statunitensi sia come violentare l’antica consuetudine alla genuflessione verso Washington. Una destra che ha ammonito e ha dichiarato, ha minacciato e protestato, preoccupata che davvero la manifestazione riuscisse? Adesso parlano di “giorno triste”, giacché quando la cittadinanza porta la politica fuori dal Palazzo, l’inquietudine cresce.

Palazzo Chigi non può far finta di nulla. Prodi sostiene che “l’Italia rispetta gli accordi internazionali”, e che "andrà avanti con il programma di governo"; ma nell’ampliamento della base vicentina non c’è nulla che ha a che vedere né con i primi, né con il secondo. Nessun ampliamento di una base militare dentro il tessuto urbano di una città è previsto da nessun accordo, né bilaterale né internazionale. E nessun accordo è mai stato firmato in questo senso, né dal governo di destra, né da quello di centrosinistra. Tantomeno nel ponderoso libro del programma vi é traccia di ampliamenti di basi Usa dietro semplice richiesta. Il mantenimento dei patti militari non prevede dire sì ad ogni proposta, specie quando appare astrusa e pericolosa. Si tratta invece di una scelta politica, che obbedisce alla volontà di bilanciare la chiusura della base nucleare di La Maddalena e le sacrosante differenze di linea con gli Usa culminate nel ritiro delle truppe dall’Iraq e nella presenza italiana in Libano.

Ma obbedisce anche alla volontà di sistemare la linea di politica estera in chiave interna. Un atlantismo fuori tempo massimo che cerca di posizionare le componenti interne all’Unione in posizioni diverse per incidenza e peso politico. Un passo decisivo nella direzione che l’ala moderata dell’Unione offre al centro vacillante dello schieramento polista. Un sostanziale tentativo di dare il via alle prove generali per ipotetici cambi in corsa di maggioranza. Ieri a Vicenza sfilavano duecentomila persone che in gran parte hanno scelto di votare per la coalizione guidata da Romano Prodi. Sarà bene che il Professore rifletta. Dare la sensazione che sul tema della pace e della guerra, su quello dei diritti civili e sociali o sulle politiche economiche le differenze tra il centrosinistra e la destra siano – per quanto certamente ispirate a principi diversi – relative, sotto il profilo dell’esito finale, è sport estremo. Prodi deve invece dimostrare di saper ascoltare il Paese, gli uomini e le donne che si sono mobilitati per fare in modo che governasse. Se non i suoi interlocutori, almeno i suoi elettori.

da: www.altrenotizie.org

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