La telefonata del Senato alla Consulta

 

Ricapitoliamo: nel febbraio 2017 Marco Cappato accompagna Fabiano Antoniani detto Dj Fabo, non vedente, tetraplegico, da Milano a Zurigo, presso la clinica Dignitas, dove si pratica il suicidio assistito, per l’ottenimento della morte volontaria, a seguito dell’insostenibilità della sua condizione. A seguito della morte di Antoniani, al rientro in Italia Cappato si autodenuncia alla stazione dei carabinieri di Milano, per il reato previsto e punito dall’articolo 580 del Codice Penale. La Procura della Repubblica chiede l’archiviazione, ma il Giudice per le indagini preliminari dispone l’imputazione coatta. Nel corso del procedimento la stessa procura solleva un’eccezione di costituzionalità dell’articolo 580 c.p. “nella parte in cui ancora prevede la punibilità di coloro che agevolano l’eutanasia di un soggetto, malato terminale, che ha compiuto consapevolmente la scelta di procedere all’eutanasia ma non è materialmente in grado di compierla da solo” (virgolettato da Wikipedia). La Corte Costituzionale, nell’ottobre 2018 ha rinviato al 24 settembre 2019 la decisione sul processo Cappato e ha sollecitato il parlamento italiano a legiferare e porre fine al vulnus che afferisce alla delicata materia. Per quanto riguarda l’accusa di istigazione o aiuto al suicidio, Cappato è stato assolto nel merito. Il 24 settembre si avvicina e si apprende, non senza una punta di infantile stupore, che la presidente del Senato Alberti Casellati avrebbe telefonato informalmente alla Consulta “per chiedere più tempo prima della sentenza” (fonte: M5S via “Il Fatto quotidiano”). L’ufficio stampa della presidenza del Senato riferisce che “la telefonata del Presidente del Senato Elisabetta Casellati al Presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi sul tema dell’eutanasia, alla vigilia dell’udienza fissata dalla stessa Corte Costituzionale per il 24 settembre, è stata una comunicazione meramente informale sullo stato delle iniziative legislative depositate in Senato, così come concordato in sede di conferenza dei capigruppo.” In realtà, secondo quanto riferisce il quotidiano “Il Manifesto”, in Senato è solo il centro-destra a premere fortemente per avere più tempo per varare in pochi giorni una legge sul fine vita, che non è stata articolata nel giro di un anno. Cappato ha reagito così: «Questa telefonata, formale o informale che sia, è una forma di abuso di potere, una pressione esercitata, su richiesta di alcuni partiti politici, dalla presidente del Senato sul massimo organo di garanzia costituzionale. Poiché il presidente della Consulta non è un esponente politico, non può difendersi pubblicamente dall’evidente attacco di non rispettare il Parlamento. A questo punto intervenga il presidente Mattarella». C’è un cittadino italiano che rischia da 5 a 12 anni di carcere e che ha diritto al suo giusto processo, alla certezza del diritto e al diritto alla vita. Il suo procedimento, già così delicato, non può essere fermato o rinviato per l’inefficienza delle nostre istituzioni. La Corte Costituzionale si pronunci con serenità e apra la strada a una interpretazione chiara e non equivoca sulla legittimità costituzionale del dettato dell’articolo 580 c.p. E, soprattutto, che nessuno si metta in mezzo.

84 Views

La morte di Eleonora Bottaro: alcune motivazioni della Corte d’Appello

“L’ordinamento non pone il diritto di vita o di morte dei figli nelle mani dei genitori, al contrario i genitori sono custodi della vita dei figli, che hanno l’obbligo di proteggere“ “sottrarre la figlia all’unica cura che la scienza medica conosce e che, fortunatamente, è anche una cura con elevata possibilità di successo, non è una scelta che risponda a prudenza e perizia. La salute di un figlio non può essere lasciata al mero arbitrio del genitore che senza alcun vincolo possa adottare qualunque scelta a suo piacimento, come se il figlio fosse una sua mera estensione secondo una prospettiva che, dietro una apparente modernità, finisce per negare al figlio la sua natura di soggetto autonomo portatore di diritti propri” (…) “I genitori erano convinti che Eleonora non dovesse sottoporsi alla chemioterapia. Hanno scelto di sottrarla all’unica cura riconosciuta come tale dalla medicina, e di lasciare che il tumore guarisse da solo” (…) “Il genitore viene meno ai suoi doveri di cura e tiene una condotta gravemente negligente e imprudente, quando a una di queste teorie prive del minimo valore scientifico affida la vita del figlio”.

Sono questi alcuni stralci delle motivazioni della sentenza di appello che ha condannato a due anni di reclusione ciascuno (pena sospesa) i genitori di Eleonora Bottaro, che rifiutarono la chemioterapia come cura della leucemia che aveva colpito la figlia, a favore delle teorie del medico tedesco (radiato dall’ordine, e successivamente deceduto) Ryke Geerd Hamer. Ancora Maalox.

44 Views

Egidio, 82 anni, morto di carcere e di cancro

Si chiamava Egidio e aveva 82 anni. Era stato condanmnato a passare nove mesi dietro le sbarre per ver portato un migrante irregolare in Italia. Viene anche detto “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare” (che è un modo gentile per non definirla “clandestina”). Non aveva preso un soldo, Egidio, non c’era stato alcun scambio di favori. Tutto è stato gratis et pro amore dei. Fatto sta che Egidio dalla galera c’è uscito da morto. Non l’ha ammazzato la vecchiaia, ma un tumore. C’è solo da chiedersi se Egidio, con il suo fardello di sofferenze caricato da una sentenza assurda proporzionata da una giustizia assurda, dovesse veramente andare in carcere a scontare la sua pena. Se n’era accorto il magistrato di sorveglianza, che il 6 settembre scorso ha firmato l’autorizzazione alla detenzione domiciliare in ospedale. Tanticchia in ritardo, come si suol dire, perché Egidio è morto proprio il giorno dopo. Non era un delinquente abituale, Egidio, lo dimostra il fatto che non ha mai presentato denuncia di cambio di domicilio alla magistratura inquirente, che avrebbe potuto patteggiare una pena che sì, gli avrebbe consentito di ottenere dei benefici che non comportassero il carcere (anche se il regato di favoreggiamento all’immigrazione è un reato ostativo, e non consente alternative alla galera). Questi sono maneggi che sono noti a dei professionisti del crimine a dei “mestieranti dell’illegalità, non certo a un povero vecchio”, come scrive ilo quotidiano “Avvenire”. E così, se sei malato, se sei in carcere, se sei vecchio, se sei un brav’uomo, muori come uno stronzo, sempre in virtù di quella malagiustizia che certamente riequilibra gli assi delle esigenze del contenzioso tra stato e cittadino, ma non restituisce la dignità di una morte che dovrebbe essere legittimamente serena. Anche e soprattutto di carcere si muore.

30 Views

Culo, cadrega e fedina penale

Salvini è lì che frigge (anche se si dichiara “tranquillo”, come tutti gli indagati che hanno qualcosa da temere, perché chi è veramente innocente tranquillo non lo è per nulla) in attesa del verdetto di martedì prossimo della giunta per le immunità del Senato per le accuse di abuso di ufficio e di sequestro di persona legate alle vicende della nave Diciotti.

Nel frattempo, Conte, Toninelli e Di Maio si sono autodenunciati alla stessa giunta che ha trasmesso gli atti al Pubblico Ministero di Catania, sostenendo che quel che è successo è decisione collegiale del governo, quindi, per la malora, indaghino anche loro. E infatti la Procura ha aperto un fascicolo. “Atto dovuto”, lo chiamano. E la contraddizione che appare evidente in questa circostanza è che ci sono dei governanti che si autodenunciano e poi vorrebbero (o, meglio, si augurerebbero) che il loro collega Salvini sfuggisse al processo mediante un salvataggio in giunta prima e in aula dopo. In breve: non ci si può autodenunciare e poi sottrarsi ai propri giudici.

E i pentastellati, intanto, aprono alla folla della base del movimento mediante la piattaforma Rousseau (che appartiene a un privato) per decidere (o, ancora meglio, far decidere agli altri) se votare sì o no al processo per Salvini, “un sito con evidenti e conclamati problemi di manipolazione dei dati e privo del controllo sul voto di terze parti”, come riferisce Elena Fattori. Giarrussso, dal canto suo, avverte che non va sottovalutato il «grave pericolo» che proviene dalla richiesta di un giudice di valutare penalmente un atto di governo, perché «mai accaduto prima nella storia repubblicana». Se voti Sì salvi Matteo Salvini dal processo. Se voti No concedi l’autorizzazione a procedere per il ministro dell’Interno.

Personalmente sono strasicuro che il sondaggio (perché di sondaggio si tratterà) della piattaforma Rousseau si concluderà con la negazione della autorizzazione a procedere per Salvini: culo e cadrega sono troppo preziosi per chi governa e rischiare una crisi con l’alleato leghista non è proprio il caso, soprattutto adesso che i sondaggi e le elezioni regionali abruzzesi hanno dato il M5S in piacchiata, ma ho dei lettori (e in particolare la cara e fedele lettrice Essebì) che non sono tanto sicuri dell’evidenza del risultato, puntando sull’indole forcaiola e giustizialista della base.

Il punto, evidentemente, non è essere giustizialisti o forcaioli, ma garantisti e dalla parte dello stato di diritto, che prevede principii cardine come l’obbligatorietà dell’azione penale e dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Salvini ha argomenti a iosa con cui difendersi, ma invece di esporli all’interno di un processo, si fa salvare DAL processo che rischia di condannarlo a una pena massima di 15 anni di reclusione. Se Salvini abbia o no agito nell’interesse precipuo dello Stato è un altro punto da sciogliere. Quale minaccia poteva esserci per lo Stato dall’attracco nei porti italiani e dallo sbarco di un gruppo di poveri disgraziati allo stremo delle forze?

E intanto abbiamo un governo di indagati (è del Corriere la notizia dell’iscrizione al registro del Presidente del Consiglio e del suo Vice Di Maio) che ha un solo scopo: salvare culo, cadrega e fedina penale. Ma gli conviene?

4 Views

Morire di diabete in carcere

Non si può morire di diabete in carcere nel 21^ secolo. Eppure è quello che è successo nella Casa Circondariale di Lucca, dove un povero Cristo con gravi scompensi glicemici e con una situazione generalmente compromessa, dopo essersi visto respingere per due volte la richiesta degli arresti domiciliari, è morto in cella. Doveva scontare un anno e nove mesi residui per reati contro il patrimonio. Gli rimanevano nove mesi di detenzione, un residuo che, probabilmente, avrebbe potuto scontare ai domiciliari. Nel mese di gennaio, infatti, si sarebbe dovuta discutere la terza udienza per la concessione della misura alternativa di detenzione. Ma lui non c’è arrivato. Eppure era stato dato più di un allarme, regolarmente ignorato. Non si sa cosa debba fare un poveraccio che sta male per dimostrare l’incompatibilità tra le proprie condizioni di salute e il regime carcerario, morire? Infatti quel detenuto è morto. Ma non l’ha ammazzato il diabete, è vittima di malagiustizia, quella che pensa che la privazione della libertà non sia sufficiente a far scontare una pena, no, ci vogliono condizioni afflittive maggiori, bisogna toccare per forza il diritto alla salute e la dignità personale. Perché o questo poveraccio aveva il diritto di essere adeguatamente curato in carcere o doveva essere detenuto in un regime che gli permettesse di stare meglio. Perché un cittadino affidato allo Stato non può e non deve essere temere per la sua sicurezza personale. E che si viva in un regime di giustizia giusta e non di giustizialismo sommario è un desiderio che oggi un detenuto del carcere di Lucca non può più permettersi.

1 Views

DDL anticorruzione definitivamente approvato alla Camera: lo scandalo della sospensione della prescrizione dopo il primo grado.

La montagna del governo del rancore ha partorito il topolino del ddl anticorruzione, passato definitivamente alla Camera e in fase di trasformazione in legge con la firma del Presidente della Repubblica, a suggello di un atto che contiene uno dei più solenni attacchi allo stato di diritto degli ultimi anni, quella norma sulla prescrizione, il cui decorso si interrompe dopo il primo grado di processo. La norma entrerà in vigore dal 2020 (nel frattempo qualche processo di qualche politico eccellente dovrà pure andare a sentenza definitiva, e per tutto il 2019 la prescrizione sarà ancora in vigore) e da allora potremo avere processi lunghissimi, praticamente sine die, non importa se il processo di primo grado si sia concluso con una sentenza di assoluzione o di condanna, ma quello che è certo è che il principio della ragionevole durata del processo va a farsi benedire e il cittadino indagato che si è visto assolvere in primo grado dovrà aspettare un tempo indeterminato prima di vedere sancita definitivamente la propria non colpevolezza in merito ai reati ascrittigli, mentre chi è stato condannato dovrà attendere ugualmente un tempo altrettanto indeterminato prima di difendersi ulteriormente dalle accuse.

Così chiunque sia inciampato (casualmente o per espressa volontà) nelle maglie della giustizia, ci resterà a lungo (tanto non c’è fretta, l’unica scadenza è quella richiesta per interporre appello, per il resto non c’è altro), o, quanto meno, ci resterà un tempo sufficiente a farlo disilludere dalla convinzione di poterla fare franca non perché è innocente, ma, si veda il caso, perché lo Stato non è stato capace di assicurarlo alle patrie galere in tempi ragionevolmente accettabili. E allora lì la colpa è dello Stato, non c’entra niente il mariuiolo di turno, qualunque crimine abbia commesso. Ma è comunque un principio di equità che fa parte del nostro ordinamento giuridico: se io Stato, per imperizia o carico di lavoro, non riesco a concludere un procedimento in tre gradi di giudizio entro un tempo prestabilito, devo rinunciare a esercitare l’azione penale. Perché in tutto quel tempo che è passato, il reo può essere totalmente cambiato, e la persona che rischia di andare in carcere anche dopo 7-8 anni non è più la stessa persona che ha commesso quel delitto anni addietro.

E’ stato un regalo, quello della sospensione dei tempi di prescrizione, di un governo che sta dimostrando la sua inefficienza sulla pelle dei cittadini e, sostanzialmente, dei più deboli tra i deboli, quelli “attenzionati” (oggi le persone colte dicono così) dalla giustizia. Per una giustizia ingiusta e senza tempo, che ha deficienze croniche e ormai irrisolvibili.

1 Views

Processo Raggi: comunque vada nessuno si dimetterà

da: en.wikipedia.org
da: en.wikipedia.org

Tutti ad aspettare che la Raggi venga assolta o condannata per vedere quale sarà il suo infame o splendido destino di sindachessa della Capitale.

Non illudetevi. Sia che venga assolta o condannata (e ormai mancano poche ore, questo post esaurirà la sua valenza nel momento in cui sarà emessa una sentenza), alla Raggi non accadrà un bel tubo di niente. E’ vero che il regolamento del Movimento 5 Stelle prevede che le persone condannate in primo grado debbano dimettersi, ma è anche vero che dalle ultime dichiarazioni qualcuno ha detto che si valuta “caso per caso”.

Per cui, se uno con un patteggiamento a una pena minima volesse far politica nel Movimento, probabilmente verrebbe escluso dalla scena, mentre se a rischiare dieci mesi di condanna è la Raggi, bisogna valutare “caso per caso”.

E naturalmente non sarà mai il caso di chiederle di fare un passo indietro se il tribunale la riconoscerà colpevole di falso. La Raggi è personcina troppo preziosa per chiederle di lasciare la capitaneria di Roma e andare a nuove elezioni che il Movimento rischierebbe di perdere sonoramente visti i precedenti.

Se verrà assolta aveva ragione Travaglio e finirà tutto a tarallucci e vino.

Ma ormai è questione di ore.

2 Views

Donne che rappresentano lo Stato

Dj Fabo: in aula video agonia, commossa anche pm

C’è ancora di che sperare in bene se è vero come è vero che in un pubblico processo penale a Marco Cappato, accusato di aiuto al suicidio nei riguardi della persona di Dj Fabo (che ha avuto anche un nome e un cognome, ma i mass media insistono a volerlo chiamare così, e allora ci adeguiamo, anche se non ne capiamo il motivo) il Pubblico Ministero dice cose altamente rivoluzionarie per il nostro sistema giuridico, anche se dovrebbero essere tranquillamente assodate e accettate da tutti:

“Noi pubblici ministeri rappresentiamo lo Stato, non siamo gli avvocati dell’accusa come in altri ordinamenti, pur civilissimi. Io mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa. Io rappresentao lo Stato e lo Stato è anche l’imputato Cappato – È nostro dovere cercare prove anche a favore dell’imputato e anche alla luce del dibattimento che è stato svolto, è nostro dovere sollecitare la formula assolutoria per Cappato”

Sono parole del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano. Risuonano nelle nostre teste intorpidite da anni e anni di giustizia alla deriva come musica celeste, sono un malsamo per le nostre membra stanche di una amministrazione giudizaria fondata sui pregiudizi. Dicono che il Pubblico Ministero non rappresenta l’accusa a tutti i costi. Non è quello che sostiene necessariamente una tesi CONTRO l’imputato. Ma quello che raccoglie prove ed elementi, anche e soprattutto a favore dell’accusato. E non deve chiedere la condanna per forza, ma deve valutare quello che ha. Rappresenta lo Stato, cioè il principio di legalità e di equilibrio. Che poi alla fine della sua requisitoria la Dottoressa Siciliano abbia deciso di chiedere l’assoluzione per Marco Cappato non può che farci tirare un legittimo e sacrosanto sospiro di sollievo, ma è una cosa che viene dopo.

Di fondo c’è solo la granitica consistenza delle parole del PM che riporta tutte le nostre concezioni (e i nostri preconcetti, diciamolo pure) alle cose per come stanno e non per come sono rappresentate dai nostri pregiudizi. Perché di Pubblici Ministeri che giocano col trabocchetto verbale della “pubblica accusa” ne esistono a iosa, ed è su questi equivoci che poi si fa fatica a incardinare tutto il procedimento penale.

E’ bello sapere di donne come questa, con la schiena dritta, il senso civico e la consapevolezza di sé.

3 Views