Matteo Salvini a processo! (Un’altra volta…)

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Et voilà, Salvini l’a pris en tasque une autre fois! C’est l’unique question.

Il Senato ha concesso l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro dell’interno per il caso Open Arms. Determinanti sono stati i voti di Italia Viva, ma questo non importa. L’importante è che Salvini affronti e si difenda in un regolare processo dalle accuse rivoltegli.

In fondo il Senato non era tenuto a pronunciarsi sul fatto che fosse colpevole o meno, ma se il suo operato sia stato svolto o no nell’esclusivo interesse dello Stato. E il Senato ha detto di no. Quindi si faccia processare come qualsiasi altro cittadino.

E non è che mi interessi molto il fatto che Salvini possa essere condannato (se gli venisse comminata una pena superiore ai 2 anni scatterebbe per lui la Legge Severino, che prevede la decadenza da senatore e la successiva ineleggibilità, mi interessa solo che la giustizia faccia il suo corso e che vada a dirlo ai giudici, e non a Twitter, che lui ha semplcemente fatto il suo dovere che che il governo che rappresentava era d’accordo con lui.

Perché dire che gli è stato fatto un favore, che tornerebbe a fare quello che ha fatto e (pensate!) che TORNERA’ a farlo, è solo un atteggiamento che gli permetterà di guadagnare un pugno di follower sui social network, non di essere assolto in un’aula di giustizia.

E’ stata una strategia politica? Certamente. Per quello che riguarda il caso della nave Diciotti, la Camera d’appartenenza rigiutò l’autorizzazione a procedre (e non se lo ricorda nessuno), ora che Salvini fa parte dell’opposizione potrebbe sempre dire di essere stato “impallinato”. Ma si è impallinato da solo. Gli resta da rispondere del caso della nave Gregoretti, del caso di diffamazione nel confronti di Carola Rackete, di violazione del Copyright (nientemeno!) per aver ripubblicato su Twitter la foto di un giornalista tedesco, e perfino per uso illecito dei voli di stato (la Corte dei Conti ha archiviato, sì, il procedimento che la riguardava, ma ha trasmesso gli atti ai colleghi della sezione penale).

La vedo difficile.

Poi, per carità, potrebbe venire assolto da tutte le accuse, ma, ripeto, la vedo molto, ma molto dura.

Quello che è certo è che se ogni cittadino è uguale davanti alla legge, questo principio vale ancora di più per chi assume funzioni delicate ed istituzionali, come quella di essere, per esempio, in quanto ministro dell’interno, anche capo delle forze dell’ordine.

Marco Cappato e Mina Welby assolti!

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Sono felice, raggiante, tripudioso e, perché no, anche un tantinello prepotente nell’annunciarvi l’assoluzione di Mina Welby e di Marco Cappato dall’accusa di istigazione al suicidio nei confronti del 53enne Davide Trentini, malato di sclerosi multipla, fatto verificatosi il 13 aprile 2007. Anche l’accusa di “aiuto al suicidio” è caduta perché il fatto non costituisce reato.

Welby e Cappato si erano autodenunciati presentandosi presso la stazione dei carabinieri di Massa, città di residenza di Trentini,

Queste alcune dichiarazioni di Cappato subito dopo la sentenza:

«La sentenza ci ha dato ragione e oggi rende giustizia anche alla mamma di Davide a cui dedico questo momento. Non pensiamo adesso che la legge sull’eutanasia sia inutile perché tanto arrivano le assoluzioni: la legge serve per garantire un diritto a tutti i cittadini e serve ad eliminare una potenziale discriminazione. Non possiamo più accettare che ci sia una discriminazione sulla base della tecnica con cui sei tenuto in vita. L’azione di disobbedienza civile continuerà fino a quando il Parlamento non si sarà assunto la responsabilità che fino ad ora non si è assunto».

E’ appena il caso di sottolineare che espressioni come “stato di diritto”, “diritto alla vita” e “vita del diritto” non siano parole vuote e senza senso, ma viva e autentica espressione dell’autodeterminazione dell’individuo.

Gioia e giubilo, insomma. Ma la pecca più grande non l’ha fatta la giustizia italiana, che ha compiuto solo il proprio dovere. Ricordo che il pm Marco Mandi aveva chiesto una condanna a 3 anni e 4 mesi, pronunciando queste parole.

«Chiedo la condanna con tutte le attenuanti generiche e ai minimi di legge. Il reato di aiuto al suicidio sussiste, ma credo ai loro nobili intenti. È stato compiuto un atto nell’interesse di Davide Trentini, a cui mancano i presupposti che lo rendano lecito. Colpevoli sì, ma meritevoli di alcune attenuanti che in coscienza non mi sento di negare»

L’udienza è tolta.

Pioggia su Fontana

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Sul caso in questione non è che ci abbia capito molto, ma so che il Governatore della Lombardia Fontana è indagato per «frode in pubbliche forniture».

Si parla di conti in Svizzera, di soldi detenuti da delle “trust” alle Bahamas, di un bonifico salvareputazione effettuato dopo la messa in onda di una sua intervista a Report, di “75.000 camici e 7.000 set sanitari venduti per 513.000 euro alla Regione”, come riferisce il Corriere della Sera, solo che la ditta che li ha venduti è del cognato e, per il 10%, della moglie dello stesso Fontana.

Ma per il resto non ci ho capito nulla. Per me è arabo antico.

Ma ora nel registro degli indagati ci è finito anche lui, e la prima reazione l’ha affidata a Facebook:

«Da pochi minuti ho appreso di essere stato iscritto nel registro degli indagati. Duole conoscere questo evento, con le sue ripercussioni umane, da fonti di stampa. Sono certo dell’ operato della Regione Lombardia che rappresento con responsabilità».

Benvenuto tra noi.

Il discorso di Matteo Renzi al Senato. Ulteriori considerazioni.

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Un paio di giorni fa ho pubblicato alcuni estratti tratti dal discorso di Matteo Renzi al Senato della Repubblica. Nessun commento, solo delle citazioni virgolettate che, secondo le mie intenzioni, avrebbero dovuto parlare da sole. Non ritengo però sufficiente questo semplice atto per commentare compiutamente quello che è stato considerato da più parti come un discorso impeccabile. Ad puro titolo di esempio della trasversalità dei plausi espressi dal mondo politico e/o giornalistico, riporto la posizione di Ignazio La Russa (che non è esattamente uno dei più vicini a Renzi politicamente):

Matteo Renzi al Senato: “La magistratura pretende di decidere cosa è un partito e cosa no“

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“La magistratura pretende di decidere cosa è un partito e cosa no“

“hanno fatto un’invasione di campo” (…) “trecento finanzieri all’alba in casa di persone non indagate sono una retata”

“Se al pm affidiamo non già la titolarità dell’azione penale ma dell’azione politica, questa Aula fa un passo indietro per pavidità e lascia alla magistratura la scelta di cosa è politica e cosa non lo è”

“ (…) violazione sistematica del segreto d’ufficio su vicende personali del sottoscritto”

“Per distruggere la reputazione di un uomo può bastare la copertina di qualche settimanale”

“Stiamo discutendo della separazione dei poteri”. (…) “Chi tra di noi ha avuto l’altissimo onore di guidare anche il potere esecutivo, ha una responsabilità in più. Non è la prima in cui un ex presidente del Consiglio, nell’Aula del Parlamento, affronta questo tema”.

“La vicenda Lockheed ha segnato per la conseguenza più alta, le dimissioni di Giovanni Leone dal Quirinale non perché coinvolto ma per uno scandalo montato ad arte dai media e parte della politica. (…)  Peraltro, i tempi cambiano ma il settimanale rimane… Per recuperare non ci si riesce facilmente”.

“Io rivendico il fatto (…) che sia stato abolito il finanziamento pubblico, ma se si sanziona il privato che offre dei contributi il cittadino non darà mai più un centesimo. E’ un ipocrita chi dice che non servono i soldi alla politica; servono quelli leciti e puliti”

“Non si parla di dazioni di denaro nascoste o illecite, ma di contributi regolarmente bonificati e tracciabili, trasparenti ed evidenti da un bilancio che viene reso totalmente pubblico dalla Fondazione Open. Questi contributi regolari sono stati improvvisamente trasformati in contributi irregolari perché si è cambiata la definizione della fondazione: qualcuno ha deciso non era più fondazione ma partito”.

“Se questo non è chiaro, il punto è che può accadere a ciascuno di voi”

“La magistratura decide cosa è partito e cosa no e manda all’alba i finanzieri da cittadini dalla fedina penale intonsa con strumenti più da retata che da inchiesta, e mi dite che è a tutela degli indagati? Questo è finalizzato a descrivere come criminale non il comportamento dei singoli ma qualsiasi finanziamento privato che venga fatto in maniera legale e regolare”

“Chi dice che la privacy vale sono per qualcuno e non per altri viene meno allo stato di diritto e siamo alla barbarie”.

“Avere rispetto per la magistratura è riconoscere che magistrati hanno perso la vita per il loro impegno. A loro va il massimo rispetto. Ci inchiniamo davanti a queste storie. Ma a chi oggi volesse immaginare che questo inchino diventi una debolezza del potere legislativo si abbia la forza di dire: contestateci per le nostre idee o per il Jobs act ma chi volesse contestarci per via giudiziaria sappia che dalla nostra parte abbiamo il coraggio di dire che diritto e giustizia sono diversi dal giustizialismo“.

 

 

Mala giustizia

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Siamo arrivati alla frutta. Se il 1 gennaio 2020 entrerà in vigore la disposizione secondo cui una volta emessa la sentenza di primo grado in un procedimento penale scatta sine die il blocco della prescrizione, non ci saranno più garanzie di uno stato di diritto per il cittadino che, colpevole o innocente che sia, si ritrova a dover subire un processo. I procedimenti d’appello e di cassazione potrebbero intervenire con ritardi clamorosi e il sistema della giustizia potrebbe ritrovarsi di fatto paralizzato nella confortevole certezza di avere a disposizione tutto il tempo necessario per processare un cittadino. Che, nel frattempo che aspetta che qualcuno sblocchi il suo fascicolo, potrebbe vedersi negate alcune possibilità fondamentali: lavoro, accesso a concorsi pubblici, accesso a gare d’appalto e chi più ne ha più ne metta.

La durata ragionevole del processo è un principio costituzionale irrinunciabile, fermo restando il fatto che dove interviene la prescrizione del reato si verifica un vero e proprio vulnus dello stato che dichiara la sua incapacità a perseguire un crimine.

Ma non si può stare sulla graticola a tempo indeterminato. Ognuno ha il diritto di sapere quanto durerà il proprio processo e quali sono le prospettive temporali dell’azione penale contro di lui. Se queste prospettive temporali vengono superate, l’imputato ha diritto alla prescrizione, che, tra l’altro, può accettare (dichiarandosi in un certo qual modo colpevole) o rifiutare (chiedendo, quindi, di proseguire il processo e di essere assolto nel merito).

C’è solo da sperare che il 1 gennaio 2020 non entri in vigore un bel niente, perché le prospettive, viste da qui, fanno paura.

La telefonata del Senato alla Consulta

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Ricapitoliamo: nel febbraio 2017 Marco Cappato accompagna Fabiano Antoniani detto Dj Fabo, non vedente, tetraplegico, da Milano a Zurigo, presso la clinica Dignitas, dove si pratica il suicidio assistito, per l’ottenimento della morte volontaria, a seguito dell’insostenibilità della sua condizione. A seguito della morte di Antoniani, al rientro in Italia Cappato si autodenuncia alla stazione dei carabinieri di Milano, per il reato previsto e punito dall’articolo 580 del Codice Penale. La Procura della Repubblica chiede l’archiviazione, ma il Giudice per le indagini preliminari dispone l’imputazione coatta. Nel corso del procedimento la stessa procura solleva un’eccezione di costituzionalità dell’articolo 580 c.p. “nella parte in cui ancora prevede la punibilità di coloro che agevolano l’eutanasia di un soggetto, malato terminale, che ha compiuto consapevolmente la scelta di procedere all’eutanasia ma non è materialmente in grado di compierla da solo” (virgolettato da Wikipedia). La Corte Costituzionale, nell’ottobre 2018 ha rinviato al 24 settembre 2019 la decisione sul processo Cappato e ha sollecitato il parlamento italiano a legiferare e porre fine al vulnus che afferisce alla delicata materia. Per quanto riguarda l’accusa di istigazione o aiuto al suicidio, Cappato è stato assolto nel merito. Il 24 settembre si avvicina e si apprende, non senza una punta di infantile stupore, che la presidente del Senato Alberti Casellati avrebbe telefonato informalmente alla Consulta “per chiedere più tempo prima della sentenza” (fonte: M5S via “Il Fatto quotidiano”). L’ufficio stampa della presidenza del Senato riferisce che “la telefonata del Presidente del Senato Elisabetta Casellati al Presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi sul tema dell’eutanasia, alla vigilia dell’udienza fissata dalla stessa Corte Costituzionale per il 24 settembre, è stata una comunicazione meramente informale sullo stato delle iniziative legislative depositate in Senato, così come concordato in sede di conferenza dei capigruppo.” In realtà, secondo quanto riferisce il quotidiano “Il Manifesto”, in Senato è solo il centro-destra a premere fortemente per avere più tempo per varare in pochi giorni una legge sul fine vita, che non è stata articolata nel giro di un anno. Cappato ha reagito così: «Questa telefonata, formale o informale che sia, è una forma di abuso di potere, una pressione esercitata, su richiesta di alcuni partiti politici, dalla presidente del Senato sul massimo organo di garanzia costituzionale. Poiché il presidente della Consulta non è un esponente politico, non può difendersi pubblicamente dall’evidente attacco di non rispettare il Parlamento. A questo punto intervenga il presidente Mattarella». C’è un cittadino italiano che rischia da 5 a 12 anni di carcere e che ha diritto al suo giusto processo, alla certezza del diritto e al diritto alla vita. Il suo procedimento, già così delicato, non può essere fermato o rinviato per l’inefficienza delle nostre istituzioni. La Corte Costituzionale si pronunci con serenità e apra la strada a una interpretazione chiara e non equivoca sulla legittimità costituzionale del dettato dell’articolo 580 c.p. E, soprattutto, che nessuno si metta in mezzo.

La morte di Eleonora Bottaro: alcune motivazioni della Corte d’Appello

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“L’ordinamento non pone il diritto di vita o di morte dei figli nelle mani dei genitori, al contrario i genitori sono custodi della vita dei figli, che hanno l’obbligo di proteggere“ “sottrarre la figlia all’unica cura che la scienza medica conosce e che, fortunatamente, è anche una cura con elevata possibilità di successo, non è una scelta che risponda a prudenza e perizia. La salute di un figlio non può essere lasciata al mero arbitrio del genitore che senza alcun vincolo possa adottare qualunque scelta a suo piacimento, come se il figlio fosse una sua mera estensione secondo una prospettiva che, dietro una apparente modernità, finisce per negare al figlio la sua natura di soggetto autonomo portatore di diritti propri” (…) “I genitori erano convinti che Eleonora non dovesse sottoporsi alla chemioterapia. Hanno scelto di sottrarla all’unica cura riconosciuta come tale dalla medicina, e di lasciare che il tumore guarisse da solo” (…) “Il genitore viene meno ai suoi doveri di cura e tiene una condotta gravemente negligente e imprudente, quando a una di queste teorie prive del minimo valore scientifico affida la vita del figlio”.

Sono questi alcuni stralci delle motivazioni della sentenza di appello che ha condannato a due anni di reclusione ciascuno (pena sospesa) i genitori di Eleonora Bottaro, che rifiutarono la chemioterapia come cura della leucemia che aveva colpito la figlia, a favore delle teorie del medico tedesco (radiato dall’ordine, e successivamente deceduto) Ryke Geerd Hamer. Ancora Maalox.

Egidio, 82 anni, morto di carcere e di cancro

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Si chiamava Egidio e aveva 82 anni. Era stato condanmnato a passare nove mesi dietro le sbarre per ver portato un migrante irregolare in Italia. Viene anche detto “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare” (che è un modo gentile per non definirla “clandestina”). Non aveva preso un soldo, Egidio, non c’era stato alcun scambio di favori. Tutto è stato gratis et pro amore dei. Fatto sta che Egidio dalla galera c’è uscito da morto. Non l’ha ammazzato la vecchiaia, ma un tumore. C’è solo da chiedersi se Egidio, con il suo fardello di sofferenze caricato da una sentenza assurda proporzionata da una giustizia assurda, dovesse veramente andare in carcere a scontare la sua pena. Se n’era accorto il magistrato di sorveglianza, che il 6 settembre scorso ha firmato l’autorizzazione alla detenzione domiciliare in ospedale. Tanticchia in ritardo, come si suol dire, perché Egidio è morto proprio il giorno dopo. Non era un delinquente abituale, Egidio, lo dimostra il fatto che non ha mai presentato denuncia di cambio di domicilio alla magistratura inquirente, che avrebbe potuto patteggiare una pena che sì, gli avrebbe consentito di ottenere dei benefici che non comportassero il carcere (anche se il regato di favoreggiamento all’immigrazione è un reato ostativo, e non consente alternative alla galera). Questi sono maneggi che sono noti a dei professionisti del crimine a dei “mestieranti dell’illegalità, non certo a un povero vecchio”, come scrive ilo quotidiano “Avvenire”. E così, se sei malato, se sei in carcere, se sei vecchio, se sei un brav’uomo, muori come uno stronzo, sempre in virtù di quella malagiustizia che certamente riequilibra gli assi delle esigenze del contenzioso tra stato e cittadino, ma non restituisce la dignità di una morte che dovrebbe essere legittimamente serena. Anche e soprattutto di carcere si muore.

Culo, cadrega e fedina penale

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Salvini è lì che frigge (anche se si dichiara “tranquillo”, come tutti gli indagati che hanno qualcosa da temere, perché chi è veramente innocente tranquillo non lo è per nulla) in attesa del verdetto di martedì prossimo della giunta per le immunità del Senato per le accuse di abuso di ufficio e di sequestro di persona legate alle vicende della nave Diciotti.

Nel frattempo, Conte, Toninelli e Di Maio si sono autodenunciati alla stessa giunta che ha trasmesso gli atti al Pubblico Ministero di Catania, sostenendo che quel che è successo è decisione collegiale del governo, quindi, per la malora, indaghino anche loro. E infatti la Procura ha aperto un fascicolo. “Atto dovuto”, lo chiamano. E la contraddizione che appare evidente in questa circostanza è che ci sono dei governanti che si autodenunciano e poi vorrebbero (o, meglio, si augurerebbero) che il loro collega Salvini sfuggisse al processo mediante un salvataggio in giunta prima e in aula dopo. In breve: non ci si può autodenunciare e poi sottrarsi ai propri giudici.

E i pentastellati, intanto, aprono alla folla della base del movimento mediante la piattaforma Rousseau (che appartiene a un privato) per decidere (o, ancora meglio, far decidere agli altri) se votare sì o no al processo per Salvini, “un sito con evidenti e conclamati problemi di manipolazione dei dati e privo del controllo sul voto di terze parti”, come riferisce Elena Fattori. Giarrussso, dal canto suo, avverte che non va sottovalutato il «grave pericolo» che proviene dalla richiesta di un giudice di valutare penalmente un atto di governo, perché «mai accaduto prima nella storia repubblicana». Se voti Sì salvi Matteo Salvini dal processo. Se voti No concedi l’autorizzazione a procedere per il ministro dell’Interno.

Personalmente sono strasicuro che il sondaggio (perché di sondaggio si tratterà) della piattaforma Rousseau si concluderà con la negazione della autorizzazione a procedere per Salvini: culo e cadrega sono troppo preziosi per chi governa e rischiare una crisi con l’alleato leghista non è proprio il caso, soprattutto adesso che i sondaggi e le elezioni regionali abruzzesi hanno dato il M5S in piacchiata, ma ho dei lettori (e in particolare la cara e fedele lettrice Essebì) che non sono tanto sicuri dell’evidenza del risultato, puntando sull’indole forcaiola e giustizialista della base.

Il punto, evidentemente, non è essere giustizialisti o forcaioli, ma garantisti e dalla parte dello stato di diritto, che prevede principii cardine come l’obbligatorietà dell’azione penale e dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Salvini ha argomenti a iosa con cui difendersi, ma invece di esporli all’interno di un processo, si fa salvare DAL processo che rischia di condannarlo a una pena massima di 15 anni di reclusione. Se Salvini abbia o no agito nell’interesse precipuo dello Stato è un altro punto da sciogliere. Quale minaccia poteva esserci per lo Stato dall’attracco nei porti italiani e dallo sbarco di un gruppo di poveri disgraziati allo stremo delle forze?

E intanto abbiamo un governo di indagati (è del Corriere la notizia dell’iscrizione al registro del Presidente del Consiglio e del suo Vice Di Maio) che ha un solo scopo: salvare culo, cadrega e fedina penale. Ma gli conviene?

Morire di diabete in carcere

Reading Time: < 1 minuteNon si può morire di diabete in carcere nel 21^ secolo. Eppure è quello che è successo nella Casa Circondariale di Lucca, dove un povero Cristo con gravi scompensi glicemici e con una situazione generalmente compromessa, dopo essersi visto respingere per due volte la richiesta degli arresti domiciliari, è morto in cella. Doveva scontare un anno e nove mesi residui per reati contro il patrimonio. Gli rimanevano nove mesi di detenzione, un residuo che, probabilmente, avrebbe potuto scontare ai domiciliari. Nel mese di gennaio, infatti, si sarebbe dovuta discutere la terza udienza per la concessione della misura alternativa di detenzione. Ma lui non c’è arrivato. Eppure era stato dato più di un allarme, regolarmente ignorato. Non si sa cosa debba fare un poveraccio che sta male per dimostrare l’incompatibilità tra le proprie condizioni di salute e il regime carcerario, morire? Infatti quel detenuto è morto. Ma non l’ha ammazzato il diabete, è vittima di malagiustizia, quella che pensa che la privazione della libertà non sia sufficiente a far scontare una pena, no, ci vogliono condizioni afflittive maggiori, bisogna toccare per forza il diritto alla salute e la dignità personale. Perché o questo poveraccio aveva il diritto di essere adeguatamente curato in carcere o doveva essere detenuto in un regime che gli permettesse di stare meglio. Perché un cittadino affidato allo Stato non può e non deve essere temere per la sua sicurezza personale. E che si viva in un regime di giustizia giusta e non di giustizialismo sommario è un desiderio che oggi un detenuto del carcere di Lucca non può più permettersi.

DDL anticorruzione definitivamente approvato alla Camera: lo scandalo della sospensione della prescrizione dopo il primo grado.

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La montagna del governo del rancore ha partorito il topolino del ddl anticorruzione, passato definitivamente alla Camera e in fase di trasformazione in legge con la firma del Presidente della Repubblica, a suggello di un atto che contiene uno dei più solenni attacchi allo stato di diritto degli ultimi anni, quella norma sulla prescrizione, il cui decorso si interrompe dopo il primo grado di processo. La norma entrerà in vigore dal 2020 (nel frattempo qualche processo di qualche politico eccellente dovrà pure andare a sentenza definitiva, e per tutto il 2019 la prescrizione sarà ancora in vigore) e da allora potremo avere processi lunghissimi, praticamente sine die, non importa se il processo di primo grado si sia concluso con una sentenza di assoluzione o di condanna, ma quello che è certo è che il principio della ragionevole durata del processo va a farsi benedire e il cittadino indagato che si è visto assolvere in primo grado dovrà aspettare un tempo indeterminato prima di vedere sancita definitivamente la propria non colpevolezza in merito ai reati ascrittigli, mentre chi è stato condannato dovrà attendere ugualmente un tempo altrettanto indeterminato prima di difendersi ulteriormente dalle accuse.

Così chiunque sia inciampato (casualmente o per espressa volontà) nelle maglie della giustizia, ci resterà a lungo (tanto non c’è fretta, l’unica scadenza è quella richiesta per interporre appello, per il resto non c’è altro), o, quanto meno, ci resterà un tempo sufficiente a farlo disilludere dalla convinzione di poterla fare franca non perché è innocente, ma, si veda il caso, perché lo Stato non è stato capace di assicurarlo alle patrie galere in tempi ragionevolmente accettabili. E allora lì la colpa è dello Stato, non c’entra niente il mariuiolo di turno, qualunque crimine abbia commesso. Ma è comunque un principio di equità che fa parte del nostro ordinamento giuridico: se io Stato, per imperizia o carico di lavoro, non riesco a concludere un procedimento in tre gradi di giudizio entro un tempo prestabilito, devo rinunciare a esercitare l’azione penale. Perché in tutto quel tempo che è passato, il reo può essere totalmente cambiato, e la persona che rischia di andare in carcere anche dopo 7-8 anni non è più la stessa persona che ha commesso quel delitto anni addietro.

E’ stato un regalo, quello della sospensione dei tempi di prescrizione, di un governo che sta dimostrando la sua inefficienza sulla pelle dei cittadini e, sostanzialmente, dei più deboli tra i deboli, quelli “attenzionati” (oggi le persone colte dicono così) dalla giustizia. Per una giustizia ingiusta e senza tempo, che ha deficienze croniche e ormai irrisolvibili.

Processo Raggi: comunque vada nessuno si dimetterà

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da: en.wikipedia.org
da: en.wikipedia.org

Tutti ad aspettare che la Raggi venga assolta o condannata per vedere quale sarà il suo infame o splendido destino di sindachessa della Capitale.

Non illudetevi. Sia che venga assolta o condannata (e ormai mancano poche ore, questo post esaurirà la sua valenza nel momento in cui sarà emessa una sentenza), alla Raggi non accadrà un bel tubo di niente. E’ vero che il regolamento del Movimento 5 Stelle prevede che le persone condannate in primo grado debbano dimettersi, ma è anche vero che dalle ultime dichiarazioni qualcuno ha detto che si valuta “caso per caso”.

Per cui, se uno con un patteggiamento a una pena minima volesse far politica nel Movimento, probabilmente verrebbe escluso dalla scena, mentre se a rischiare dieci mesi di condanna è la Raggi, bisogna valutare “caso per caso”.

E naturalmente non sarà mai il caso di chiederle di fare un passo indietro se il tribunale la riconoscerà colpevole di falso. La Raggi è personcina troppo preziosa per chiederle di lasciare la capitaneria di Roma e andare a nuove elezioni che il Movimento rischierebbe di perdere sonoramente visti i precedenti.

Se verrà assolta aveva ragione Travaglio e finirà tutto a tarallucci e vino.

Ma ormai è questione di ore.

Donne che rappresentano lo Stato

Reading Time: 2 minutesDj Fabo: in aula video agonia, commossa anche pm

C’è ancora di che sperare in bene se è vero come è vero che in un pubblico processo penale a Marco Cappato, accusato di aiuto al suicidio nei riguardi della persona di Dj Fabo (che ha avuto anche un nome e un cognome, ma i mass media insistono a volerlo chiamare così, e allora ci adeguiamo, anche se non ne capiamo il motivo) il Pubblico Ministero dice cose altamente rivoluzionarie per il nostro sistema giuridico, anche se dovrebbero essere tranquillamente assodate e accettate da tutti:

“Noi pubblici ministeri rappresentiamo lo Stato, non siamo gli avvocati dell’accusa come in altri ordinamenti, pur civilissimi. Io mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa. Io rappresentao lo Stato e lo Stato è anche l’imputato Cappato – È nostro dovere cercare prove anche a favore dell’imputato e anche alla luce del dibattimento che è stato svolto, è nostro dovere sollecitare la formula assolutoria per Cappato”

Sono parole del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano. Risuonano nelle nostre teste intorpidite da anni e anni di giustizia alla deriva come musica celeste, sono un malsamo per le nostre membra stanche di una amministrazione giudizaria fondata sui pregiudizi. Dicono che il Pubblico Ministero non rappresenta l’accusa a tutti i costi. Non è quello che sostiene necessariamente una tesi CONTRO l’imputato. Ma quello che raccoglie prove ed elementi, anche e soprattutto a favore dell’accusato. E non deve chiedere la condanna per forza, ma deve valutare quello che ha. Rappresenta lo Stato, cioè il principio di legalità e di equilibrio. Che poi alla fine della sua requisitoria la Dottoressa Siciliano abbia deciso di chiedere l’assoluzione per Marco Cappato non può che farci tirare un legittimo e sacrosanto sospiro di sollievo, ma è una cosa che viene dopo.

Di fondo c’è solo la granitica consistenza delle parole del PM che riporta tutte le nostre concezioni (e i nostri preconcetti, diciamolo pure) alle cose per come stanno e non per come sono rappresentate dai nostri pregiudizi. Perché di Pubblici Ministeri che giocano col trabocchetto verbale della “pubblica accusa” ne esistono a iosa, ed è su questi equivoci che poi si fa fatica a incardinare tutto il procedimento penale.

E’ bello sapere di donne come questa, con la schiena dritta, il senso civico e la consapevolezza di sé.

Le dimissioni di De Magistris: why not?

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C’è quel luogo comune che dice che “le sentenze si rispettano“. Che è un po’ come dire che non ci sono più le mezze stagioni o che la frutta non ha più lo stesso sapore, cioè tutto e nulla. Ma, soprattutto, nulla.

De Magistris, ex magistrato, ora sindaco di Napoli, è stato condannato in primo grado a 15 mesi di reclusione per abuso d’ufficio. E’ stata anche disposta l’interdizione dai pubblici uffici per un anno e una provvisionale complessiva di 20.000 euro alle parti civili. Sia la pena principare che quella accessoria sono state sospese.

Non mi interessa se De Magistris sia colpevole o innocente, deve dimettersi, e subito.

La prima e più diretta ragione che mi viene in mente è che è stato condannato all’interdizione dai pubblici uffici, e anche se il reato per cui è stato punito non ha nulla a che vedere con la sua carriera politica di sindaco, riguarda comunque quella di magistrato, quindi si tratta di fatti verificatisi nel suo rapporto con la pubblica amministrazione. Ed è questo quello che non va. Non è stato processato per aver comprato una stecca di sigarette di contrabbando, ma per il modo in cui ha gestito la sua funzione pubblica. Se un insegnante compra un CD tarocco da un marocchino e lo processano, pur se condannato potrebbe non rischiare il posto di lavoro. Ma se corregge il registro con la scolorina e mette un 5 dove sotto c’era un 6 (magari perché ha sbagliato) commette un falso in un atto pubblico.

La legge Severino che prevede la sospensione dell’imputato dalla carica di sindaco, con un atto del Prefetto, è in vigore e pienamente operante. Che piaccia o no. De Magistris ha ribadito: «Vorrebbero applicare per me la sospensione breve, in base alla legge Severino, un ex ministro della Giustizia che guarda caso è difensore della mia controparte nel processo a Roma. E la norma è stata approvata mentre il processo era in corso.» Sì, va beh, e allora?? Di chi sia difensore la Severino non mi pare abbia poi tutta questa importanza, il fatto che la norma sia stata approvata mentre il processo era in corso (da quanto tempo?) ne ha ancor meno, perché la funzione delle Camere è/sarebbe quella di legiferare sempre, non quando c’è il sole o quando i parlamentari si svegliano col piedino giusto, o hanno fatto sesso la notte precedente. E poi cosa c’entra la legge Severino con il processo penale? Non è il giudice di merito che applica la sospensione, ma il prefetto sulla base della sentenza.

De Magistris è innocente? Probabilmente sì, ma proprio per questo deve difendersi come può e dove vuole. Intanto nelle sedi opportune attendendo le motivazioni della sentenza. Poi dove gli pare. Su Twitter, su Facebook (ma questo già lo fa), sulla stampa, rilasciando interviste, tenendo conferenze stampa, ma da privato cittadino, per piacere.
E’ inutile che mi vengano a dire che “non si è colpevoli fino a sentenza definitiva passata in giudicato“, perché è una stupida torsione del dettato costituzionale.
Io faccio sempre lo stesso esempio e lo faccio anche adesso: se mia figlia ha come insegnante uno che è stato condannato in primo grado per pedofilia, lui non sarà (ancora) da considerarsi colpevole (certamente!), ma col cazzo che nel frattempo continuo a mandare mia figlia a lezione da lui!
Facciamo anche un altro esempio: Giuseppe Bossetti è in carcere, accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio. Non c’è stato nessun processo, anzi, siamo ancora alle fasi preliminari. C’è il suo DNA sugli indumenti della vittima, io non lo so quanti di questi falsi garantisti da competizione gli farebbero riaccompagnare la loro figlia o la loro moglie a casa, sostenendo che è innocente. Eppure nessuno l’ha ancora dichiarato colpevole neanche in primo grado.

Si difenda, dunque, De Magistris, ha ancora due gradi di giudizio per farlo. La magistratura, di cui lui faceva parte, non sarà tutta parte di quello “Stato profondamente corrotto” (se n’è accorto anche lui!),  come l’ha definito. Se no rispolveriamo la vecchia ma sempre adatta a tutte le stagioni tiritera berlusconiana dei giudici politicizzati (o della politica giustizialista, ça dépend). Quei giudici che l’hanno condannato in primo grado dovranno anche dimettersi, forse avrà ragione lui, ma nel caso venisse ulteriormente condannato devono dimettersi anche quelli di secondo grado e di Cassazione?

Deve dimettersi anche per questa sconcertante dichiarazione: «Chiedo a chi ha la forza di andare avanti, a chi vuole giustizia e non legalità formale di mettercela tutta. Quando il quadro appare così confuso appare anche più chiaro chi sta lavorando per mettere le mani sulla città. Quello che dobbiamo fare è far capire ai nostri cittadini che la posta in gioco è alta, al di là di ogni distinguo». Ma non esiste la giustizia. Esiste, appunto, solo la legalità formale. De Magistris, da magistrato, sa bene che chi giudica non fa giustizia, ma applica la legge se ce ne sono i presupposti. Il concetto di giustizia, spesso è molto vicino a quello di vendetta. E’ per questo che le pene si quantificano. L’omicidio di un bambino da parte della madre grida dagli inferi la rivendicazione di una pena all’ergastolo. Eppure una madre per questo reato è stata condannata a 16 anni. Che è legalità formale (le attenuanti, le diminuenti, l’applicazione dell’indulto, delle norme del regolamento carcerario etc…) e nulla più. Ma, del resto, non abbiamo null’altro che questo. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

Ps: Leggo dal casellario giudiziale di Wikipedia: “Il 22 luglio 2013, Luigi de Magistris, il presidente della regione Campania Stefano Caldoro e il presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro vengono iscritti nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dell’America’s Cup: le accuse sono di turbativa d’asta (per la scelta del socio privato della società di scopo ACN, costituita per la prima edizione, senza rispettare le procedure di evidenza pubblica) e per abuso d’ufficio (per la trasformazione, avvenuta in occasione della seconda edizione, di ACN da societa di scopo in societa strumentale permanente).”

Sfidamento ai servizi sociali

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La sentenza sull’affidamento in prova ai servizi sociali per Berlusconi (o, in alternativa, la misura più afflittiva degli arresti domiciliari) si dovrebbe conoscere oggi pomeriggio alle 17.
Anzi, probabilmente neanche in quel momento, avendo il Giudice deputato un periodo di tempo fino a 5 ulteriori giorni per decidere.

Tutti, però, dànno per scontato che il Nostro andrà in affidamento. Non solo, ma ci dicono anche dove (in una comunità per anziani non autosufficienti) e per quanto tempo (un giorno alla settimana per non più di sei ore).

C’est à dire che si sa GIA’, prima ancora che il Giudice sia sia pronunciato in proposito, quello che sarà il destino dell’ex Cavaliere, neo pregiudicato.

Non sappiamo chi lo abbia deciso, o chi abbia pilotato la stampa, la radio e la televisione a diffondere questa notizia, ma intanto è stata diffusa e sta avendo effetti devastanti. A parte il fatto che chiunque sia stato condannato a quattro anni i reclusione e dovesse scontarne uno, anzi, 9 mesi per effetto della cosiddetta “buona condotta” ad assistere i vecchietti ci andrebbe di filato, per un giorno alla settimana e per non più di sei ore. Pazienza se per un giorno alla settimana.

Il punto è che si sta facendo una inaccettabile pressione sui giudici, che dovrebbero poter decidere in autonomia e serenità.

Quello che si teme è che se a Berlusconi venissero dati gli arresti domiciliari avrebbe delle condizioni indubbiamente più restrittive come, ad esempio, il divieto di avere contatti con estranei ai familiari più stretti. Una sorta di Sant’Elena che preluderebbe al tramonto politico e personale del badante del cane Dudù, senza passare dal “via” della propaganda elettorale per le europee.

Così, in caso di affidamento ai servizi sociali la magistratura diventerebbe di colpo comprensiva e degna dei propri ruolo e funzione, mentre se dovesse prevalere l’ipotesi dei domiciliari si potrebbe dare la colpa alle solite toghe comuniste e tirar fuori la teoria del complotto e della giustizia a orologeria per un pregiudicato che sta cadendo nel vortice di una serie inevitabile di condanne che nessuna palla di vetro tribunalistica potrà mai evitare.

Marò glacés

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Nel corri-corri delle notizie riguardanti il non-processo ai due marò in India è passato di tutto, dagli appelli televisivi delle mogli agli estenuanti rinvii da parte della giustizia indiana che ancora non ha provveduto a formulare un capo di accusa nei confronti dei “nostri” due fucilieri, chè già la parola “fucilieri” è grama di per sé, se poi ci ostiniamo ad accompagnarla dall’aggettivo possessivo la retorica è servita.

Sia chiaro, tutto questo tempo senza neanche sapere di che cosa si è accusati, e, quindi, da che cosa ci si deve difendere, è inaccettabile. Perché in Italia se non si è accusati di nulla si dovrebbe essere liberi, a meno che non si stia scontando una pena per un’altra causa. E spesso si è liberi in attesa di processo anche quando si è accusati di qualcosa. Ma intanto quella è l’India e non l’Italia. Quindi, fanno con le LORO regole e con i LORO tempi.

Probabilmente giocano anche a tenere tesa la corda, ma il ragionamento che rigira la frittata è che, comunque, chi ha diritto ad avere giustizia non sono i nostri due marò, ma chi è morto. E di chi è morto l’opinione pubblica italiana si è dimenticata troppe volte.

Siamo fin troppo impegnati a pensare che i nostri due fucilieri vivano -almeno nelle nostre sicurezze immaginarie- cristallizzati, ghiacciati, confettati, glassati a un capo d’accusa (che DEVE essere formulato) e, quindi, a un procedimento da cui verrà fuori una sentenza di colpevolezza o di assoluzione, con l’aggravante che se verranno assolti (da cosa non si sa ancora) si chiuderà la LORO posizione giudiziaria, ma non il diritto alla giustizia dei due morti nelle Acque Internazionali (se non sono stati loro, allora chi è stato? Se invece sono stati loro a sparare ma lo hanno fatto in modo assolutamente legittimo quali sono le leggi che permettono a un pescatore di morire in acque internazionali senza che nessuno sia punibile?).

E noi facciamo le bizze, richiamiamo l’ambasciatore, vogliamo riportarli indietro ad ogni costo, ma qualcuno ha ammazzato due pescatori credendoli pirati e prima di riaverli in Patria, bisognarebbe che ci dicessero che con certezza non sono stati loro.

Santo Scajola, assolto

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Certo che noi italiani (me compreso) siamo buffi.

Abbiamo preso per il culo Scajola per la questione della casa posseduta e comprata a sua insaputa per non so quanto tempo. Abbiamo detto di tutto di più sul suo conto e, naturalmente, da bravi moralisti e giustizialisti sommari quali siamo, abbiamo auspicato fortemente che la magistratura intervenisse per ripristinare la verità.

E l’abbiamo avuta la verità. La verità è che, in merito alle accuse che gli sono state rivolte (dopo essere stato avvisato e rinviato a giudizio), Scajola è stato assolto perché il fatto non costituisce reato.

Non costituisce reato essere inconsapevoli. Ecco, ora come la mettiamo? Come ci siamo rimasti?? Perché è vero che, come dice Travaglio, è stato accertato che il fatto sussiste. Ma se non costituisce reato a cosa ci attacchiamo, al pullmino del Gambini??

Ci sono moltissimi “fatti” che non costituiscono reato. Andare a farsi la barba, parcheggiare la macchina nel parcheggio degli invalidi, scaccolarsi al semaforo, avere l’amante, andare al discount e comprarsi un whisky di infima qualità per sbronzarcisi, passeggiare al borde della strada di notte, farsi dare un passaggio da uno sconosciuto, e perfino cucinarsi un piatto di pasta al tonno.

Ma se uno si affida alla magistratura lo fa nel bene e nel male. Non si può invocare l’intervento dei giudici solo quando è conforme al nostro pensiero e al nostro auspicio.

L’hanno assolto e l’abbiamo preso in quel posto lì, questa è la verità.

Poi, per carità, la procura preparerà l’appello e magari le cose si ribaltano. In fondo è solo una sentenza di primo grado.
Ma siamo sempre lì a delegare ai giudici quel cambiamento che noi non siamo in grado di portare avanti. O, forse, non ne abbiamo semplicemente voglia.

E ci restiamo di merda.

Il senso (lato) di Report per la giustizia

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La trasmissione di Milena Gabanelli sulla giustizia mi ha fatto arrabbiare.

Non certo perché abbia denunciato una situazione che conoscevo gia: ho querelato svariate persone per diffamazione nei miei confronti e la maggior parte delle querele attendono la prescrizione dentro un cassetto del Pubblico Ministero (non si è arrivati neanche alla prima udienza -che per la diffamazione svolge un po’ le veci dell’udienza preliminare-).

Mi ha fatto arrabbiare perché sono stati riaffermati due luoghi comuni giuridici che, al contrario di quelli della vita quotidiana, non hanno nulla a che vedere con la realtà. Ovvero che:

a) il patteggiamento è un’ammissione/sentenza di colpevolezza;

b) le sentenze per prescrizione sono di assoluzione.

Vediamo:

a) Non è vero che si patteggia solo perché si è colpevoli. E in un procedimento per patteggiamento non c’è un solo documento che indichi la colpevolezza dell’imputato in merito al reato ascrittogli. Il vantaggio che si trae dal patteggiamento è sì quello dello sconto di un terzo della pena, ma questo sconto viene riconosciuto non perché uno si dichiara o viene dichiarato colpevole, ma perché fa risparmiare un sacco di tempo e di soldi allo Stato. Invece di andare in primo, secondo e terzo grado di giudizio, si definisce la cosa in pochi minuti. Poi l’imputato può essere anche innocente. Uno dice “ma allora se è innocente perché patteggia?” Ecco, per esempio perché è un povero Cristo che non ha la possibilità di pagarsi un avvocato che lo assista nei tre gradi successivi, e che faccia venir fuori la verità. Oppure ha, si veda il caso, problemi di salute e preferisce dedicarsi a quelli piuttosto che a pensare alle beghe giudiziarie. Ognuno ha le proprie priorità. Certamente, le sentenze di patteggiamento sono, dal 2001, equiparabili a sentenza di condanna (“equiparabili” vuol dire che NON sono sentenze di condanna, che sono cose diverse, e che c’è una legge che le rende assimilabili).

Nella trasmissione è stata riportata una citazione di Gian Domenico Pisapia da “Speciale TG2” del 31/10/1989: “L’abitudine di dichiararsi sempre innocente, in ogni caso secondo me va accantonata nei casi in cui l’imputato riconosca che le carte che ci sono nel processo sono tali da non dargli speranza.” Sarebbe condivisibile se l’imputato conoscesse immediatamente le carte del processo. Al momento del patteggiamento si conoscono solo quelle del Pubblico Ministero. Ed è proprio nel processo che si forma la prova perfetta, attraverso il contraddittorio tra le parti. Ma il patteggiamento è fatto proprio per NON entrare nel processo. E’ per questo che l’imputato non viene dichiarato colpevole. Proprio perché non si sentono testimoni, a carico o a discarico, non si raccolgono ulteriori elementi e si rinuncia al dibattimento.

b) La prescrizione, ovviamente, non assolve. In trasmissione, Nicola Bonucci, direttore Affari Legali OCSE di Parigi, ha affermato: “su 47 persone imputate da quando il reato esiste fino al 2011, 30 sono stati assolti non perché i fatti non erano stati commessi, non perché siano stati giudicati innocenti, ma solo per avvenuta prescrizione.” Appunto, non si dovrebbero dare queste informazioni sbagliate. Non possono essere stati assolti, sono stati prescritti, quindi la sentenza è di non luogo a procedere. Poi potevano benissimo esserci (o non esserci) elementi di colpevolezza. Ma nessuno viene “assolto” per prescrizione, e ci mancherebbe anche altro.

Va beh, dice uno, non si viene assolti ma la si fa franca. Vero, ma se la macchina della giustizia è lenta bisogna accettare anche che si fermi, non si può gioire per la condanna di Berlusconi sul filo della prescrizione e poi non riconoscere che è stato proprio questo istituto a salvarlo più volte, non ci sono due pesi e due misure per trattare la prescrizione, o la si accetta come costituente del nostro sistema o la si rifiuta in toto. E magari si va a vivere all’estero dove, secondo Report, le cose vanno molto meglio.

E ci sono varie tipologie di prescrizione: c’è quello che ha commesso un reato “minore” 8 anni fa e che arriva oggi alla prima udienza di primo grado. Il giudice non guarda nemmeno le carte, dichiara estinto il reato e chiude tutto perché la prescrizione in questo caso è di sette anni e mezzo. Quindi non si sa -non esssendo stato aperto nemmeno il dibattimento- se quel tizio era davvero colpevole. Si sa solo che si è tergiversato troppo. E poi c’è quello che è stato condannato in primo e in secondo grado ma che in Cassazione la sfanga. Lì nelle motivazioni sarà evidenziata la sua colpevolezza. Ma non certo nella sua fedina penale.

Parlando del sistema giudiziario inglese la Gabanelli chiude la trasmissione con queste parole: “Il procuratore (nel Regno Unito, ndb) ha discrezionalità, può decidere quali reati perseguire e quali no, i nostri magistrati sono obbligati a perseguirli tutti nello stesso modo.” E meno male, direi. Almeno, in teoria, chi ha subito un torto può vederselo riconoscere in sede penale o civile senza vedersi scavalcato nella classifica dei gradimenti.

E infine: “qual è il senso di tenere in piedi un processo che ti porta fino in Cassazione con una macchina così costosa e lunga per avere falsificato un biglietto del tram!” Il senso è mantenere in piedi dei principii-cardine: diritto di ciascuno di accedere alla legge o di servirsene per difendersi. Se uno ha falsificato un biglietto del tram il minimo che possa attendersi è che chi lo accusa dimostri davanti a un giudice terzo che lo ha falsificato, e che lo Stato gli consenta di andare a dire allo stesso giudice, che poi deciderà, come e perché non lo ha falsificato. Altrimenti veramente siamo qui a montare i pannelli fotovoltaici alle lucciole.

E ad avere bisogno di una informazione un pochino più “adeguata”.

Cancellierato

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Sull’ineffabile “Huffington Post” è apparso ieri un articolo di Luigi Manconi dal titolo “Difendo la Cancellieri dalla cultura del sospetto”.

Nobile intento. Peccato, però, che il sospetto sia una sensazione personale non suffragata da dati di fatti certi. Se un genitore ha il sospetto che suo figlio fumi deve quanto meno sgamargli sigarette e accendino. O sentirgli l’alito che sa di Monopòli di Stato. Non basta una sensazione.

E infatti quella che sta permeando l’aura del Ministro Cancellieri in queste ultime ore, rispetto al suo interessamento diretto per la salute di Giulia Ligresti, non è la cultura del sospetto. Esiste la registrazione di una telefonata la cui trascrizione è stata messa agli atti di un procedimento perché la destinataria era intercettata. Quindi non si sospetta proprio niente. Quello che è stato detto in quella occasione, dal “ti voglio bene” al “povero figlio” è certificato.

Lo scritto di Manconi, quindi, fa acqua fin dal titolo.

E tanto più quando afferma che “Di fronte a una detenuta che rifiuta di nutrirsi è buona prassi e indice di una elevata sensibilità istituzionale (e umana, il che non guasta) attivarsi per capirne le ragioni e verificare che non stia maturando una incompatibilità con lo stato di detenzione.” Ma senz’altro. Ma dovrebbe dirci Manconi quante volte, in tutti i casi (e non sono pochi) in cui un detenuto rifiuta di nutrirsi questa “buona prassi” e questa “sensibilità” vengono messe in atto dal Ministro della Giustizia in persona che chiama i familiari perché li conosce. La Cancellieri desidera esprimere la sua vicinanza alla famiglia Ligresti in un momento così difficile? Benissimo, prende il SUO telefono, in un momento in cui NON svolge il suo ruolo istituzionale e DA PRIVATO CITTADINO, se non commette reato, e non lo commette, chiama chi le pare. Ammetterà Manconi che l’interessamento del Guardasigilli in persona esula alquanto da quel concetto di “buona prassi” ch’egli invoca. Di un detenuto in stato di denutrizione si occuperanno i direttori delle carceri, i volontari, le guardie carcerarie, i magistrati di sorveglianza. Questa è la “prassi”, almeno quella ordinaria. Se poi quella del Ministro è anche “buona” non lo so.

“(…) la decisione di scarcerare Giulia Ligresti non è stata certo presa dal Ministro o dai suoi uffici, ma – come è giusto che sia, in nome della separazione dei poteri e della indipendenza della magistratura – da un giudice che ha ritenuto di poter attenuare le misure cautelari a suo carico.” Ma certamente. E mi viene anche da osservare che ci mancherebbe altro. Giulia Ligresti è stata scarcerata (anche se mi risulta si trovi ancora in stato di detenzione domiciliare, perché le è stata applicata una pena di 2 anni e 8 mesi, superiore dunque alla soglia per beneficiare della sospensione condizionale della pena) a seguito dell’applicazione della sua richiesta di patteggiamento e da un giudice terzo. Ma questo non è il punto. Il punto è se un Ministro possa permettersi DA MINISTRO di telefonare al congiunto di un detenuto e dire “qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me, non lo so cosa possa fare, però guarda son veramente dispiaciuta”“proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti, guarda. Non è giusto, guarda, non è giusto”. Sono dichiarazioni che fanno tremare i polsi. E che in un altro Paese porterebbero alle immediate e dirette dimissioni del Ministro senza neanche passare dal via. Perché allora sì che sorgerebbe quella cultura del sospetto per cui se un Ministro della Giustizia telefona personalmente ai familiari di un detenuto mettendosi a disposizione per tutto quello che possa fare, allora magari non sta svolgendo il suo compito con le necessarie serenità ed imparzialità.

Non è un giustizialismo populista e forcaiolo quello che vuole le dimissioni della Cancellieri, è un pensiero che si basa su dati oggettivi e incontrovertibili, che esulano da ogni eventuale (e per fortuna non intervenuta) pressione sui magistrati.

In fondo, se non è la cultura del sospetto a trionfare, resta pur sempre in piedi l’italianissimo e granitico “A Fra’, che ‘tte serve?”

Camera: approvato il nuovo testo sulla diffamazione

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Ieri sera, in un’Italia sonnacchiosa e disattenta, è stata approvata
alla Camera la proposta di Legge Costa che modifica le disposizioni di
legge in tema di diffamazione (trovate il testo della proposta qui).

Lo scarno comunicato del sito istituzionale recitava:

Ora, cosa ci sarà scritto nella  proposta approvata? Come cambieranno le disposizioni del Codice Penale e delle leggi dello Stato in tema di diffamazione? Andiamo un po’ a vedere cosa dice e che cosa succederebbe se questo testo venisse confermato nella sua approvazione anche al Senato e entrasse in vigore.

Guardiamo i cambiamenti all’articolo 595, che attualmente disciplina la diffamazione semplice e quella aggravata:

“All’articolo 595 del codice penale, i commi primo, secondo e terzo sono sostituiti dai seguenti:
« Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo 594, comunicando con piu persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la multa da euro 1.500 a euro 6.000.
La pena è aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato.

Se l’offesa è arrecata con il mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, si applica la pena della multa da euro 3.000 a euro 8.000.

Si applicano le disposizioni di cui al comma 3 dell’articolo 13 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, e successive modificazioni, nel caso in cui l’autore dell’offesa pubblichi una completa rettifica del giudizio o del contenuto lesivo dell’altrui reputazione.

Alla condanna consegue la pena accessoria dell’interdizione dalla professione di giornalista per un periodo da un mese a sei mesi, nelle ipotesi di cui all’articolo 99, secondo comma»”.

Il primo elemento che salta agli occhi è che sparisce la possibilità per il giudice di comminare la reclusione. Si parla solo di multa.
Tuttavia la diffamazione non è stata depenalizzata. Si finisce pur sempre davanti a un giudice (di pace, magari) e si subisce un processo al termine del quale si può essere assolti o condannati.
Non c’è una soluzione al problema della congestione dei processi per diffamazione nei tribunali  e nelle aule di giustizia italiani.  C’è solo un passaggio di carte dal giudice monocratico (che finora si occupa della diffamazione aggravata) al giudice di pace.
Il passacartismo è uno sport molto praticato nella giustizia italiana.

Ma c’è una cosa nuova che dice che “nel caso in cui l’autore dell’offesa pubblichi una completa rettifica del giudizio o del contenuto lesivo dell’altrui reputazione” si applicano le disposizioni di cui al comma 3 dell’articolo 13 della legge 8 febbraio 1948, n. 47.

Che cosa dice? (O andiamo un po’ a vedere, eh??):  “L’autore
dell’offesa non e punibile se provvede, ai sensi dell’articolo 8, alla pubblicazione di dichiarazioni o di rettifiche.”

Oh, bene, dice uno, se mi accorgo di aver scritto qualcosa di offensivo posso rettificarlo (e se possibile eliminarlo), pubblicare delle dichiarazioni della controparte, insomma, modificare e integrare la notizia dal contenuto suppostamente diffamatorio e non essere punito (se dimostro di averlo fatto prima dell’apertura del dibattimento).

E invece no. O, meglio, non è così semplice. Anzi, funziona proprio in modo terribile. Perché per capire bene dobbiamo andare a vedere come viene disciplinato, secondo il nuovo testo, l’istituto della rettifica.

Intanto la nuova proposta di legge prevede che la rettifica venga fatta «senza commento». In breve, si pubblica la rettifica secondo il testo stabilito dalla controparte richiedente, ma non ci si può aggiungere nulla di proprio. Niente.
Neanche un “mi dispiace”, un “pubblico la rettifica ma ribadisco il mio pensiero”, una integrazione, qualcosa che faccia pensare a un contraddittorio nel merito.

Ma quello che fa spavento è quanto segue:

«Per la stampa non periodica l’autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all’articolo 57-bis del codice penale, provvedono, su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a propria cura e spese, su non piu di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale.
La pubblicazione in rettifica deve essere effettuata entro sette giorni
dalla richiesta con idonea collocazione e caratteristica grafica e deve
inoltre fare chiaro riferimento allo scritto che l’ha determinata»

Quindi:

a) la rettifica deve essere pubblicata “a richiesta della persona offesa” (non vale, dunque, rettificare qualcosa di propria iniziativa);

b) la rettifica deve essere pubblicata a spese del presunto diffamatore su due quotidiani a tiratura nazionale. Per intenderci, se avete offeso qualcuno su un blog o su Facebook, non vale che pubblichiate la rettifica sul blog o su Facebook, cioè nello stesso luogo in cui la presunta offesa avrebbe avuto origine. No, dovete pubblicarla a vostre spese sui quotidiani che la controparte vi indicherà. Per cui se date dello scemo a qualcuno potreste ritrovarvi una richiesta di rettifica da pubblicare su
“Repubblica” e  “Corriere della Sera”. E potrebbe costarvi molto, ma molto di più che affrontare un processo;

c)  rientrano tra gli elementi costituenti il reato di diffamazione anche le immagini: quindi occhio con l’uso disinvolto di immagini “photoshoppate”;

d) per richiedere una rettifica non importa che i pensieri e le azioni attribuiti a un soggetto siano effettivamente diffamatòri nei loro confronti (cosa che viene stabilita da un giudice e non da un sentimento individuale), basta che
siano “ritenuti lesivi” di “reputazione” o “contrari a verità”.

Splendido, vero? Non ne parla nessuno.
Un giorno la rete si sveglierà e si ritroverà a parlare del solito blogger che farà da capro espiatorio  riempendo i social network di espressioni di solidarietà di cui il giorno dopo nessuno si ricorderà più.

Essere indagati oggi

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La ragazza gli corre a fianco. Lui la supera. Ha il passo più svelto e il respiro più lungo. Saranno sì e no 350 metri. Si ferma, l’aspetta, ma lei non viene.

Poi lo avvisano, è successo qualcosa. Lei non corre più. E’ ormai un corpo crivellato di coltellate con accanto un telefonino ormai inutile.

Naturalmente LUI viene formalmente indagato. Gli inquirenti si affrettano chiarire che non sussistono prove a suo carico. Ma allora perché viene indagato? Per dargli la possibilità di difendersi, d’accordo, ma di difendersi da che cosa? Quale accusa gli è stata formalmente rivolta? E, soprattutto, perché? Solo perche era l’ultimo a trovarsi in zona e ad averla vista viva?

Non era stato lui.

In Italia si finisce indagati per questo e per molto, molto meno. La colpa è quella di trovarsi in un determinato luogo (sbagliato) in un determinato momento (sbagliato).

L’essenziale è che il sospetto, il malessere, il disagio di avere in mano un enigma intricato (nessun movente) venga riversato su qualcuno, se non l’assassino qualcuno che potrebbe somigliargli, non importa se non ci sono prove a suo carico.

E’ come un puzzle in cui si “forza” la collocazione di un pezzo. Si vede che non torna, ma lo si tiene così perché si spera che alla fine tutto quadri.

C’è solo di che avere paura.

Berlusconi in Cassazione il 30 luglio

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Roma, la Corte di Cassazione

Ok, si diceva? Ah, sì, Berlusconi.

Berlusconi, o, più esattamente, il processo Mediaset, andrà in Cassazione il 30 luglio. Significa che, salvo rivii, si arriverà a una sentenza definitiva. O forse anche no, perché la Cassazione potrebbe, tecnicamente, rinviare il processo in Corte d’Appello, oltre che accettare il ricorso di Berlusconi e assolverlo seduta stante senza rinvio, o confermare definitivamente (stavolta sì) la setenza degli altri gradi di giudizio.

Perché il trenta luglio? Perché a settembre (ovvero alla riapertura dopo la sospensione dell’anno giudiziario) metà dei reati che vengono contestati all’ex Presidente del Consiglio potrebbero cadere in prescrizione. Questo comporterebbe una dimininuzione della pena inflitta in secondo grado (4 anni di reclusione e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici), che farebbe scendere la reclusione a meno di 3 anni, dunque, non scatterebbe più l’interdizione automatica dai pubblici uffici. Il punto è questo.

Il Prof. Coppi del collegio di difesa di Berlusconi ha dichiarato: “è una fissazione d’udienza tra capo e collo”. Ma perché? Non è stata forse la difesa a ricorrere alla Suprema Corte?

Il PDL si chiede: “Perché tutta questa fretta?” Ma è evidente, per non mandare in prescrizione la parte prescrivibile del processo.

Qualcuno si stupisce ancora che il PDL si stupisca?

Sette anni di desiderio

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Home Page de "Il Giornale"

Come dico sempre io, le sentenze si eseguono, si applicano. Ma si possono tranquillamente discutere. Di più, se si tratta di sentenze che riguardano personaggi pubblici che abbiano o abbiano avuto particolare rilevanza nella vita sociale o istituzionale, si possono esprimere anche quei moti di soddisfazione o di disaccordo radicale che caratterizzano i nostri umori.

Certo, e perché no? La gente sui social network esulta alla sentenza che condanna Berlusconi alla pena di sette anni di reclusione più l’interdizione perpetua ai pubblici uffici. Sì, è legittimo. Magari poco elegante. Certamente si tratta di esternazioni personali. Ma anche questo è possibile.

Poi ci sono quelli del PD che vorrebbero festeggiare, sì, ma, ahinoi, si tratta solo del primo grado di giudizio, per cui siamo in tempo a vedere ribaltato tutto, bisogna aspettare, se festeggi ora rovini tutto, eh, la prescrizione arriva, si sa come funziona la giustizia in Italia, poi figuriamoci, con un politico come lui (e qui si accredita la tesi del tutto berlusconiana per cui le sentenze dei giudici sono politiche, e bisognerebbe spiegare a lorsignori che tre sono i poteri dello stato, ma sono anche indipendenti), ma sì, poi se la vedranno in appello, da qui all’appello deve passare un anno e in un anno nasce un gobbo e va diritto.

Dimenticano Lorsignori che questo procedimento si è svolto col rito del giudizio immediato. Come dice il nostro lettore Baluganti Ampelio, che cos’è il rito immediato?? Andiamo un po’ a informarci… Toh, qui c’è una risorsa che si chiama “Diritto on line” dell’Enciclopedia Treccani. Chissà cosa c’è scritto? Ecco:

“Il p.m. chiede il giudizio immediato cd. tipico, ai sensi dell’art. 453, co. 1, c.p.p., a fronte di una pluralità di presupposti (Bene, T., Giudizio immediato, in Spangher, G., diretto da, Trattato di procedura penale, vol. IV, t. 1, a cura di L. Filippi, Torino, 2009, 408 ss.). In primis, deve sussistere l’evidenza della prova.”

Quindi, per poter accedere al rito immediato è necessario che la prova sia evidente. Ovviamente ci sarà stata una udienza-filtro in cui, sulla base delle richieste dei pubblici ministeri, un giudice preliminare abbia stabilito che quella prova evidente c’era. Poi si va a processo. E il processo di primo grado ha confermato quell’evidenza della prova che era stata stabilita in sede preliminare.

E’ logico che il PD non parlerà mai male del suo prezioso alleato di governo e che abbia tutto l’interesse a sposare un garantismo ad oltranza. E’ coprotagonista di una anomalia della democrazia che sta diventando pericolosa per tutti.

La morte di Stefano Cucchi: sentenza sbranata

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Dopo la sentenza di primo grado emessa per la morte di Stefano Cucchi c’è stato un selvaggio corricorri a dàrgli all’untore fin dalla chiusura dell’udienza.
L'”untore” in questo caso può essere sia il giudice (la povera madre di Cucchi ha detto “me l’hanno ammazzato una seconda volta”) che l’imputato di turno che esce assolto in un gioco perverso delle parti.
Se è certo che alcuni degli imputati sono entrati come gravemente indiziati di reato e usciti come persone prosciolte da ogni accusa, è altrettanto certo che Cucchi è entrato in carcere da vivo e che ci è uscito da morto.
Se la sentenza da un lato afferma che Cucchi sia morto di malasanità, dall’altro lascia aperta ogni incertezza sui segni inequivocabili dei colpi ricevuti dal giovane.
Certa sinistra emotiva ha fatto a brandelli la sentenza (le cui motivazioni saranno rese note solo tra una novantina di giorni) mentre certa destra moralista ha anticipato quelle motivazioni dicendo che sì è andata bene così e che i poveri servitori dello stato non potevano essere condannati (cielo, e perché no?)
È sicuro che alcuni imputati sono stati assolti per non aver commesso il fatto. Cioè per la formula più ampia di assoluzione prevista.
Poi ce ne sono altri che sono stati assolti perché le prove erano insufficienti o contraddittorie. E quelle prove contraddittorie tra accusa e parte civile sono proprio quelle che riguardano la morte di Cucchi come ipoteticamente derivante dalle percosse subite.
Pare impossibile ma in Italia per condannare qualcuno c’è ancora bisogno di prove.

Come Enzo Tortora

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L'arresto di Enzo Tortora

E lui si paragona a Enzo Tortora.
E ad ascoltarlo viene solo il sospetto che ci è fuggito il senso della storia, della dignità di popolo, dell’essere vivi, se ci facciamo imbambolare da uno che per sottrarsi con ogni mezzo alla giustizia che, peraltro, non lo ha mai condannato definitivamente a nessuna pena detentiva, tira fuori una presunta somiglianza con un Signore che non solo non si è sottratto a una pena ancorché non definitiva, ma si è addirittura dimesso dalle cariche pubbliche che pur legittimamente occupava per farsi processare come qualsiasi altro comune cittadino.
In una Brescia che sembrava più che altro un palcoscenico del teatro dell’assurdo, degno più di Beckett e di Ionesco che delle passerelle politicanti che si sono viste, si è consumata l’offesa più grande a chi ha vissuto l’inefficienza della macchina della giustizia sulla propria pelle e ha pagato con la vita una vicenda grottesca e ancora oggi rivoltante.

Wikipedia e la diffamazione di Beppe Grillo contro Rita Levi Montalcini

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Wikipedia è, probabilmente, uno dei contenitori più grandi di dati giudiziari riguardanti i VIP di qualunque tipo, provenienza e settore di appartenenza (pubblico, politico, dello spettacolo, della politica).

Si tratta sostanzialmente di cose di poco o pochissimo conto. Patteggiamenti, soprattutto, o condanne a pene particolarmente miti. Naturalmente ci sono anche le condanne a pene superiori. Del resto, cosa sarebbe la voce di Wikipedia dedicata a Wanna Marchi senza la maggior parte delle riche dedicate alla sua vicenda processuale?

Ci sono anche le assoluzioni. Così, se una persona vuole mettere da parte le imputazioni per le quali è stata portata davanti a un giudice da innocente, se le ritrova sulla enciclopedia più incomprensibile del web a beneficio dell’eternità. Basta pensare ai processi in cui il defunto Franco Califano è stato coinvolto, e di cui no potrà liberare l’immaginario della gente nemmeno adesso che non c’è più.

C’è una insistenza particolare, a volte, nelle voci di Wikipedia. Una volontà di sottolineare, anzi, di rimarcare in maniera sovrabbondante e ridondante che una persona non è esattamente pulita, che qualche sporcizia ce l’ha.

Riguardo al pregiudicato Beppe Grillo, sulla pagina di Wikipedia che lo riguarda apprendiamo che ha patteggiato una pena (quindi non si tratta di una condanna in senso stretto) per aver diffamato Rita Levi Montalcini. Wikipedia ce lo dice nella sezione “Cause e condanna per diffamazione”


e nella sezione “Altri fatti controversi”

Non si tratta di due fatti diversi. Si tratta dello stesso evento. Non ce ne sono “altri” (come per dire “ulteriori”, o anche “di diverso tipo”, oppure “dello stesso tipo ma con differenti dinamiche”).

Non se ne accorgono, non gliene importa. Ripetere un fatto non è renderlo più grave o più evidente, ma riempe ugualmente i vuoti redazionali.

Beppe-Grillo

In morte del DDL sulla diffamazione (i giornalisti restino seduti)

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Dunque, la storia del ddl sulla diffamazione si conclude nel peggiore dei modi, il “nulla di fatto” che fa da epilogo a un iter tortuoso e contraddittorio, fatto di veleni, vendette, sgambetti, contromosse, acrimonia, pelo e contropelo, guarda lì mi ha versato l’acqua sul grembiulino, ora te la faccio pagare.

Che non si sarebbe trattato di nulla di serio lo dimostra il fatto che si sia deciso di mettere mano alle norme sulla diffamazione di fascista e granitica radice all’indomani della sentenza Sallusti che, una volta passata in giudicato, ha posto il problema che, alla fine, la gente il carcere lo rischia davvero.

Ma invece di prendere come segnale di allarme i casi di tanti poveracci che per aver scritto una parola di troppo su un blog, o averla detta a una manifestazione, o, magari, per la tromba delle scale, hanno rischiato la galera, si è atteso che fosse il direttore del Giornale di Berlusconi a finire agli arresti.

E allora indignazioni, grandi battaglie, perfino Marco Travaglio si è scagliato a favore del suo più caro nemico, facendo sula la retorica valtairiana per cui bisogna immortalarsi per la libertà di espressione dell’altro.

L’abbiamo detto più volte che la diffamazione con la libertà di espressione c’entra poco o nulla.
Certo, esistono le esimenti del diritto di cronaca, di critica e di satira, ma la diffamazione è e resta (sempre per quella norma concepita nel Ventennio, assieme a tutto il nostro sistema penale) un reato contro la persona e non un reato di opinione. E c’è cascato anche Travaglio.

Il carcere sostituito dalla pena pecuniaria, poi la sua reintroduzione per mano leghista, Maroni che va da Fazio a “Che tempo che fa” e assicura che l’errore sarà corretto, quelli che dicevano “si è trattato di una provocazione, facciamo mica sul serio”, poi l’ultima trovata per cui il direttore responsabile doveva essere punito con la sola multa, mentre il giornalista autore dello scritto incriminato avrebbe potuto tranquillamente farsi qualche anno in gattabuia, hanno fatto il resto.
Un voto segreto li ha seppelliti.

Ben difficile che la norma trovi una nuova formulazione. E’ destinata a marcire in qualche cassetto del Senato, quando qualcuno la riprenderà sarà completamente putrefatta o in avanzato stato di decomposizione.

I giornalisti, dal canto loro, ci hanno messo il carico da undici. Non volevano il carcere e li posso anche capire, ma tutto è finito a tarallucci e vino con il ritiro di questo progetto giudicato vergognoso (e lo era!) come se, mantenendo la normativa di sempre, il carcere non fosse ugualmente previsto. Lo sanno benissimo, ma era solo un modo per farsi della pubblicità gratuita, giusto per essere “contro” qualcosa, che va tanto di moda esserlo.

Nel frattempo Sallusti è ai domiciliari in casa Santanché, su disposizione del Procuratore della Repubblica di Milano Bruti Liberati e con parere favorevole del tribunale di sorveglianza. Bisogna dire che Sallusti gli arresti domiciliari non li ha mai chiesti, gli sono stati imposti. Lui invoca che vengano a prenderlo i carabinieri per tradurlo in carcere. Non lo stanno accontentando.

Rimane il punto fondamentale sulla diffamazione:

Se qualcuno mi diffama non ho nessun interesse a che vada in carcere. L’onorabilità lesa da una notizia falsa o da una parola sopra le righe non me la ridà certo la prospettiva che il presunto diffamatore rischi la galera, magari a distanza di anni dal fatto e con un forte rischio che il procedimento cada in prescrizione.
C’è bisogno innanzitutto di una rettifica immediata che ristabilisca la verità e/o che metta a testo delle scuse.
E poi c’è bisogno di un risarcimento equo in denaro nei confronti della vittima.

Si può fare domattina. Nel frattempo, per difenderci, l’unico strumento è una normativa imbarazzante e anacronistica.

Diffamazione: carcere per i giornalisti, multa per i Direttori Responsabili

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Che poi uno può chiedersi com’è che in questo blog si parla così spesso di diffamazione e di tutto ciò che ne consegue.

Mah, per esempio perché al Senato è passato un emendamento che punisce il giornalista autore di un articolo considerato diffamatorio con la pena del carcere, mentre il direttore responsabile (che, lo ricordo, ha la responsabilità oggettiva di quello che viene pubblicato su un periodico) soggiace soltanto alla pena della multa.

Una norma chiaramente ad Sallustium che stravolge completamente il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (del resto chi se ne importa, il giornalista rampantello, specialmente se freelance può anche passare un po’ di tempo tra le sbarre ospite delle patrie galere, fatiscenti simulacri di uno Stato che si disgrega, mentre un Direttore Responsabile facoltoso potrà ben permettersi di pagare una multa).

Proprio mentre l’Unione Europea ci fa notare che la diffamazione, in altri Stati, è un illecito da sanzionare in sede civile e non penale.

Noi siamo in leggera controtendenza.