La diffamazione e la riforma del processo penale

Giovannino Guareschi, martire del reato di diffamazione.
Giovannino Guareschi, martire del reato di diffamazione.

La Camera dei Deputati ha approvato, con voto di fiducia (di cui si fa sempre un uso smodato e smisurato), la riforma del processo penale con un provvedimento definitivamente “licenziato” di 14 giugno scorso.

Ci sono anche delle importanti novità per quanto riguarda la diffamazione. Quella più importante è l’introduzione dell’articolo 162 ter del codice penale, che riguarda l’estinzione del reato per condotte riparatorie.

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Cosa vuol dire? In buona sostanza che se io diffamo qualcuno (o commetto un altro reato perseguibile con la sola querela di parte remissibile), prima che venga dichiarato aperto il dibattimento posso risarcire il danno (in termini squisitamente monetari, s’intende) ed eliminare le conseguenze della mia condotta (quando questo sia possibile).

La cosa è interessante perché oltre a riguardare il reato di diffamazione (che è perseguibile solo su querela di parte, e la querela può essere rimessa dalla parte offesa in qualsiasi momento del procedimento), interessa molti dei casi che si trovano sul web o che, comunque, hanno l’aggravante dell’uso dei mezzi di propagazione del contenuto (come, ad esempio, la diffamazione a mezzo stampa).

Se vengo incriminato, dunque, posso anche solo proporre alla controparte un risarcimento (ma è meglio se glielo trasmetto materialmente), e non importa se la controparte non lo accetta non trovandolo congruo, l’essenziale è che lo trovi congruo il giudice. Se, poi c’è stata offesa tramite un forum, un commento, un tweet, un post di un blog, su Facebook o altrove, il cancellare questo contenuto contribuisce a rafforzare il convincimento del giudice, perché si sono eliminate le conseguenze negative del reato (ad esempio la possibilità che altri vedano quel contenuto nel corso del tempo).

Una volta verificate queste condizioni (e solo allora), “il giudice dichiara estinto il reato“. Questo vuol dire che il processo muore prima ancora di nascere, si va tutti a casa e tutto finisce lì. Non c’è nemmeno l’elemento soggettivo del giudice che potrebbe o non potrebbe decidere di accordare o meno l’estinzione del reato, perché la formula “il giudice dichiara estinto il reato” è chiara, quasi un imperativo.

L’unico neo della questione potrebbe risiedere nella non congrua entità del risarcimento (in quel caso non sarebbe soddisfatta una delle condizioni necessarie), cioè se io, tra la notifica dell’informazione di garanzia e la prima udienza, mando un risarcimento alla controparte ma il giudice non la trova adeguata alla gravità del fatto, il processo va avanti. In breve, non posso dare del ladro a qualcuno sul web e poi cavarmela con 100 euro.

Fin qui la normativa. Che apre, anzi, spalanca la porta ai diffamatori di professione e moltiplica, con la garanzia dell’impunità, tutti quei comportamenti odiosi che quotidianamente vediamo sul web in generale e sui social network in particolare. Non ci sarà più chi “inciampa” nel reato per aver espresso un’opinione o per un uso discutibile di una espressione particolare, ci saranno persone che diffamano con la precisa volontà di diffamare, tanto, per mal che vada, il commento poi si cancella e si risarcisce la persona offesa.

E il pensiero va a Giovannino Guareschi, col cui ritratto ho voluto iniziare queste riflessioni, che per la diffamazione si è fatto la galera, quella vera, senza sospensione condizionale della pena e senza sconti. Diffamazione d’altri tempi.

 

Pensierino amaro (21/06/2017): ripenso a quei poveri genitori della bambina morta “dimenticata” dalla madre nell’auto al sole per ore che si sono visti invadere gli account Facebook di insulti e offese con un assalto senza precedenti dei soliti diffamatori senza scrupoli, tanto da dover chiudere gli account dopo pochi giorni. Io spero tanto che le nuove norme in tema di diffamazione non siano retroattive e che chi ha infierito con tenacia, determinazione e inaudita violenza verbale venga giudicato secondo il vecchio rito, senza la possibilità di riparare il danno per farla franca. Sarebbe solo uno schiaffo ulteriore addosso a tanto indicibile dolore.

Roseto: il culo come volontà e rappresentazione

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Un culo è un culo. E un culo che sia un culo si chiama “culo” proprio perché è un culo. Non si chiama “lato B” o “le terga”. O “sedere”, giusto per addolcire.

Ciò premesso, accade anche in questa Roseto, piccolo mondo di un mondo picccolo come la chiamerebbe Giovannino Guareschi, in questa ridente cittadina che sempre meno ha da ridere, che un consigliere comunale, nonché segretario locale del PD, tale Simone Aloisi posti (“un po’ per celia un po’ per non morir”, direbbe la Butterfly) su Facebook un selfie che lo ritrae sdraiato su un lettino, con accanto un culo femminile altrove definito “scultoreo” (per noi è un culo e basta). Pochi minuti e il popolo di Facebook, che, si sa, è implacabile sia quando dà dei giudizi positivi che quando dà dei giudizi negativi, si è tuffato a mani basse a difendere il consigliere comunale, oppure a stigmatizzare il contenuto sessista dell’immagine. Alla fine le spiegazioni di Aloisi: “Noto che da uno scherzo tra amici si è scatenato un polverone più grande del previsto, ovviamente chiedo scusa se ho potuto urtare la sensibilità di qualcuno ma di certo non era questa la mia intenzione, è chiara una cosa: il mio ruolo mi impone di mantenere un certo self-control, da oggi in poi cercherò di ricordarmelo. Non ho intenzione di cambiare per colpa della politica, continuerò a scherzare come ho sempre fatto”. Insomma, scherzava e poi, come spessso succede, il gioco gli è sfuggito di mano. Tanto che, adesso, pentito, il post è stato rimosso dal suo profilo Facebook (già, ma se scherzava e se non trova nulla di male in quello che ha fatto perché non l’ha lasciato?).

Fin qui i fatti. Per carità, può capitare a tutti “un momento di fosforescenza” (come scriveva Eduardo De Filippo in “Napoli Milionaria”) e di goliardia senza freni. E, in fondo, dicevamo, non c’è proprio nulla di male in quello che ha fatto l’esponente locale del PD. Già, è vero: non c’è niente di male. Ma non c’è nemmeno niente di bene. Voglio dire, che valore ha una azione di questo genere? Nessuno. Non è una cosa morale o immorale, no, è una cosa del tutto a-morale, che non ha un perché, non ha una causa, non ha una spinta all’origine, non ha niente di niente se non l’effetto dirompente di provocare delle reazioni (ma, in fondo, mi viene da pensare che la bravata sia stata organizzata a bella posta proprio per questo, per vedere di nascosto l’effetto che fa). In fondo tra fotografarsi con un culo a fianco e andare in giro vestite di tutto punto, attopatissime, con un tacco veriginoso, l’andatura ancheggiante e il seno strippato al punto di esplodere, non c’è molta differenza. Tutti e due gli atti hanno un solo scopo finale: quello di essere guardati.

E allora scatta la domanda successiva: cosa me ne frega a me di con chi vai a trascorrere una giornatina sul mare e se questa amica ha, per inciso, un gran bel culo? Ma saranno ben affari tuoi e del tuo privato. Io cosa c’entro? Io mi trovavo su Facebook a leggere il tuo profilo perché, oltretutto, c’è la non piccola discriminante che sei un personaggio pubblico. Tutto lì. Invece mi ritrovo questo cupolone che non dice nient’altro che “Guardami, sono qui.” Va bene, lo vedo che ci sei, e allora?? Niente, nessuna risposta oltre alla mera e banale constatazione dell’esistenza.

La rete, per fortuna, ha la memoria lunga. Ma anche i rosetani che vanno a votare a volte non scherzano.

 

A distanza di pochi minuti dalla messa in linea di questo articolo, l’amico Pasquale Bruno Avolio mi comunica che il post originale non è stato rimosso da Facebook (grazie, prendo atto e correggo) e che la proprietaria del culo ha rivelato coram populo la sua identità. Prendo atto anche di questo e mi nauseo.