Gli uomini sono tutti pezzi di merda

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Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.
Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.

E così, il neorisorto programma RAI “La TV delle ragazze”, si è fatto notare per la battuta della Finocchiaro che, circondata nello spot da bambine curiose e particolarmente vivaci (anche se evidentemente indotte a recitare una parte), annuncia di dover dire loro una cosa “molto, molto importante”. Le bambine reagiscono con comprensibile curiosità e alla fine l’arcano si svela: “Gli uomini sono tutti pezzi di merda”. “Anche il mio papà??” chiede ignara una bambina. “Soprattutto il tuo papà”, risponde stronzissima la Finocchiaro.

Tutto lì. E’ ovvio che su quotidiani come “il Giornale”, il “Secolo d’Italia”, “Libero” e altri si è scatenata una caccia all’attrice, rea a loro dire di aver veicolato messaggi negativi, di aver svilito la figura paterna, di aver detto una parolaccia (Infatti loro “merda” la abbreviano “m.” che non ho mai capito a che cosa serva, ma a qualcosa servirà). La Lega pretende dall’attrice scuse pubbliche e immediate, Capitanio del carroccio invoca provvedimenti disciplinari a carico dell’attrice. E va beh, ma è satira. la satira travalica ogni cosa, deforma la realtà e la piega allo scopo di far ridere e riflettere. E’ chiaro che non è vero che tutti gli uomini siano dei pezzi di merda, ma la generalizzazione è propria del processo umoristico e l’ironia nasce proprio da questo.
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Faccio in fretta un altro inventario

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C’era qualcosa che non mi tornava nella decisione de “Il Fatto Quotidiano on line” di rinunciare all’uso delle licenze Creative Commons. Non che non fosse un suo diritto, beninteso, bene o male gli articoli che pubblicano sono di loro proprietà e possono decidere di cambiare clausole per il copyright quando vogliono. Salvo farci un po’ la figura dei geek “pentiti”.

Ma mi sembrava un fatto che, comunque, non si spiegava “da solo”.

Adesso è tutto chiaro: “il Fatto Quotidiano” (non solo la versione on line, ma tutto l’accrocchio editoriale) è quotato in borsa.

Il giornale dei lettori, quello che aveva come unico padrone il pubblico che lo leggeva e che poteva decretarne la sorte, comprandolo o no, adesso è (anche) una forma di investimento.

E allora io che lo compro (o che non lo compro) non sono più padrone di una bella cippa di nulla se, più su di me che vado in edicola a comprarmi il giornale in senso di quotidiano c’è qualcuno che va in banca a comprarsi il giornale nel senso di azioni.

Se prima c’era una qualcosa che era anche mio, in virtù del fatto che compravo un quotidiano che non percepisce alcun finanziamento pubblico, e che mi legittimava a riprodurre notizie, commenti, cronache e corsivi, adesso quel “qualcosa” non c’è più. O, meglio, è di importanza secondaria. Ma, soprattutto, appartiene ad altri.
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“l’Unità” e la pubblicità on line a “il Giornale”

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(cliccare sull'immagine per ingrandirla)

Sarebbe uno screenshot da “senza parole”, e cercherò di usarne il meno possibile.

Nella home page de “l’Unità” (quotidiano suppostamente del PD) è apparsa la pubblicità de “il Giornale” (quello che è di Berlusconi e nemmeno troppo suppostamente).

Non in maniera diretta, ma certamente in modo evidente e chiaro.

“il Giornale” viene chiaramente segnalato con la pubblicità di Cubolibri, che offre un abbonamento alla versione digitale a solo 20 euro al mese (un mese gratis, e ci state bene!).
C’è anche una sorta di riproduzione del quotidiano degli alleati di governo in formato tablet, che in maniera ineccepibile si riconosce nel riquadro pubblicitario.

“Sfoglia il Giornale” non significa genericamente “sfoglia il quotidiano”, ma “sfoglia QUEL quotidiano”. E’ la maiuscola che frega.

Potete vedere il tutto ingrandendo l’illustrazione di questo articolo.

Non ho parole. O, meglio, le avrei. Ma non posso.

Sallusti arrestato per evasione

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da: www.ilgiornale.it

Michela Murgia, che è scrittrice finissima e, in quanto tale, dotata di un senso dell’umorismo senza pari, ha scritto “Le vittime piacciono alla gente, bisognerebbe farsene una ragione. E’ per questo che ci fanno i programmi televisivi apposta.”

Ha ragione da vendere. La “vittima” è categoria estremamente appetibile dal punto massmediologico, e sì, bisognerebbe farsene una ragione. Ciò di cui, invece, NON riesco a farmi una ragione, è l’atteggiamento di chi tende, a torto o a ragione, a farsi vittima, perché poi, così, poi, piace alla gente che, di riflesso, ne parla.

Le ultime evoluzioni (assai INvolutive, invero) del caso Sallusti sono una chiara e trasparente dimostrazione di tutto questo.

Se Sallusti è stato condannato a SCONTARE i suoi 14 mesi qualche ragione c’è.

Le ragioni sono contenute nelle motivazioni della sentenza di Cassazione, che parlano, tra l’altro di una “spiccata capacità a delinquere, dimostrata dai precedenti penali dell’imputato”.

Bon. Si può dire che il carcere per Sallusti sia una conseguenza estrema e remota delle estreme e remote pene per il reato di diffamazione. Credo che nella storia d’Italia esista un solo precedente in questo senso, quello di Giovanni Guareschi. Ma Guareschi era Guareschi e, soprattutto, si era negli anni ’50. Si può dire tutto questo, certo, così come si è detto che Sallusti ha commesso un reato di opinione, giustificazione che ormai non incanta più nessuno.
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In morte del DDL sulla diffamazione (i giornalisti restino seduti)

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Dunque, la storia del ddl sulla diffamazione si conclude nel peggiore dei modi, il “nulla di fatto” che fa da epilogo a un iter tortuoso e contraddittorio, fatto di veleni, vendette, sgambetti, contromosse, acrimonia, pelo e contropelo, guarda lì mi ha versato l’acqua sul grembiulino, ora te la faccio pagare.

Che non si sarebbe trattato di nulla di serio lo dimostra il fatto che si sia deciso di mettere mano alle norme sulla diffamazione di fascista e granitica radice all’indomani della sentenza Sallusti che, una volta passata in giudicato, ha posto il problema che, alla fine, la gente il carcere lo rischia davvero.

Ma invece di prendere come segnale di allarme i casi di tanti poveracci che per aver scritto una parola di troppo su un blog, o averla detta a una manifestazione, o, magari, per la tromba delle scale, hanno rischiato la galera, si è atteso che fosse il direttore del Giornale di Berlusconi a finire agli arresti.

E allora indignazioni, grandi battaglie, perfino Marco Travaglio si è scagliato a favore del suo più caro nemico, facendo sula la retorica valtairiana per cui bisogna immortalarsi per la libertà di espressione dell’altro.

L’abbiamo detto più volte che la diffamazione con la libertà di espressione c’entra poco o nulla.
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Tra “cretinetti” e “pecorella” l’orrendo degrado della battaglia e di chi dalla ragione passa al torto

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E non c’è nient’altro se non perdita di dignità e di consapevolezza delle cose, se il quotidiano del signor Berlusconi tratta da “cretinetti” una persona caduta da un trespolo per l’alta tensione e che giace in ospedale dopo essere stato arrostito dalla corrente elettrica, rivelando al mondo intero che si tratterebbe, a detta dei suoi editorialisti, di ben altra cosa di un “eroe”.

Poi, però, ci spiegano perché dovremmo ritenere il signor Abbà un eroe. E, soprattutto, perché, secondo costoro, ci sarebbe il bisogno di dividere il mondo in “eroi” e “cretinetti” (“noi amore voi odio”, “noi pace voi guerra”, “noi Stanlio voi Ollio”, ve li ricordate??) come se non esistessero le persone che fanno le cose perché le ritengono, secondo la LORO morale, più semplicemente, GIUSTE.

Oh, non è che solo per questo tutti devono entrare nei gruppi della No-Tav. Ma è proprio perché non abbiamo bisogno di alcun eroe che non c’è bisogno di nessun “cretinetti”.

Che poi “Cretinetti” è cognome che sa di vecchie commedie all’italiana con Alberto Sordi e Franca Valeri che fa la sciùra meneghina, una leghista “ante-litteram” che ha reso schiavo il marito che finisce per crederla morta salvo poi ricredersi.

“Cretinetti” è un nomignolo un po’ d’antan, più o meno come chiamare Larry Semon “Ridolini”.
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Schettino e Auschwitz

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…però una cosa c’è da dirla: che sia pure nella pluralità delle opinioni e degli orientamenti politici che, pure, fanno parte del normale dibattito e delle dinamiche democratiche di scambio delle opinioni, i quotidiani italiani sono sempre improntati al massimo garbo lessicale, a una critica ferma ma espressa in modi civili, a una dialettica misurata con la stampa straniera, e alla ricerca di titoli di prima pagina assolutamente sereni ed obiettivi.

Avvenire: Boffo si dimette

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E ora, dopo quelle del pregiudicato Boffo, aspettiamo le dimissioni del pregiudicato Feltri.

Da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere. L’attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano ‘Il Giornale’ guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da ‘Libero’ e dal ‘Tempo’, non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l’ha oggi e non l’avrà domani.
Qualcuno, un giorno, dovrà pur spiegare perchè ad un quotidiano, ‘Avvenire’, che ha fatto dell’autonomia culturale e politica la propria divisa, che ha sempre riservato alle istituzioni civili l’atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che è loro dovuto, che ha doverosamente cercato di onorare i diritti di tutti e sempre rispettato il responso elettorale espresso dai cittadini, non mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei governi presieduti dall’onorevole Berlusconi, dovrà spiegare, dicevo, perchè a un libero cronista, è stato riservato questo inaudito trattamento.

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Marco Travaglio – L’informazione delle denunce anonime

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Buongiorno a tutti.
Io penso che quando si assume un picchiatore poi non ci si può meravigliare se quello picchia e domandarsi se il picchiatore assunto ha avuto un mandato diretto sugli obiettivi da picchiare, oppure se se li sceglie lui pensando di compiacere il padrone, penso sia abbastanza indifferente.
Vittorio Feltri è stato riassunto da Silvio Berlusconi, non da Paolo Berlusconi che è l’editore finto, l’editore pro forma per aggirare la legge Mammì: voi sapete che se dovesse essere vero che Silvio è il vero… il mero proprietario, come direbbe la legge Frattini, del Giornale dovrebbe perdere tutte le concessioni televisive perché la legge Mammì punisce ogni violazione di sé medesima con la revoca e lo spegnimento delle televisioni. Ecco perché l’escamotage di Paolo Berlusconi, ma ancora una volta come già ai tempi della cacciata di Montanelli e dell’assunzione di Feltri pure stavolta il direttore del Giornale è stato deciso da Silvio e non da Paolo, come lo stesso Feltri ha confessato bellamente

Intervista a Luigi Crespi sul caso Feltri – Boffo

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Intervista di Radio Radicale a Luigi Crespi sul caso Feltri – Boffo (30 agosto 2009)

Registrazione tratta da:
http://www.radioradicale.it
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by/2.5/it/

Berlusconi sul caso Feltri-Avvenire: “Io sono un liberale autentico”

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«Certo che mi dispiace l’assalto del Giornale al direttore di Avvenire. Ma io, posso giurarlo, non ne sapevo niente di niente. E comunque sono un liberale autentico, mai che mi sia intromesso nelle scelte editoriali dei direttori Mediaset per dare la linea o suggerire servizi, figurarsi se l’avrei fatto con Feltri su una cosa del genere. Mi offende la sola idea che qualcuno possa pensarlo…»

Silvio Berlusconi, La Stampa, 30 agosto 2009