Riflessioni sui cinque bocciati in una scuola elementare di Pontremoli

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Le notizie e le tematiche di discussione hanno il potere di ripetersi a cadenza più o meno annuale.

E siccome le lezioni scolastiche sono terminate (che è ben altro dal dire “è finita la scuola!”) si ricomincia a parlare di bocciature. Ricomincia, cioè, quel carosello trito e ritrito di contrapposizioni ideologiche e dibattiti radiotelevisivi, per cui ci si chiede se la bocciatura scolastica sia o no un sinomimo di fallimento della scuola, della società civile (mai della famiglia o dell’alunno, sia chiaro!) e che senso abbia bocciare degli alunni in un clima di integrazione, convivenza, accettazione del diverso, multietnicità, pluralità di modalità operative, integrazione con il territorio, analisi delle dinamiche comportamentali, frizzi, frazzi, triccheballàcche, ricchi premi e cotillons.

A Pontremoli, all’istituto “Giorgio Tifoni” sono stati bocciati cinque alunni in una stessa classe. Una prima elementare.

Tre sono stranieri, uno è un disabile.

Sul “Giornale” un articolo di Giordano Bruno Guerri titola: “Bocciare i bimbi di sei anni? Orrore che segna per la vita.” E aggiunge: “Ricevere un rifiuto in prima classe segna per sempre. Ed è un fallimento per il sistema scolastico”

Ora, si dovrebbe quanto meno dimostrare, già dal titolo:

a) che bocciare un alunno in prima elementare sia necessariamente un “orrore“;
b) che questo “orrore” debba per forza segnare, e per giunta per sempre;
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