L’orizzonte con l’apostrofo di Laura Boldrini

orizzonte

Questi devono essere tempi crudeli e di totale generale disorientamento se un politico (e, dico, un politico) che siede in Parlamento grazie ai voti dei suoi sostenitori, ma che per la Costituzione rende conto all’intero popolo italiano, che, oltretutto, gli paga un lauto stipendio, scrive “un’orizzonte” con l’apostrofo.

E’ successo a Laura Boldrini e le ho fatto “tana” su Twitter solo ieri sera. E il bello è che i follower che hanno commentato (tranne uno, immaginate chi?), siano essi favorevoli o contrari alla politica boldriniana, non se ne sono minimamente accorti, continuando, imperterriti e noncuranti, ora a tessere le lodi ora a lanciarle vagonate di pomodori marci virtuali via web.

Chiariamo bene: io sono perfettamente convinto che Laura Boldrini sappia molto bene come si scrive “un orizzonte”, e che sia consapevole che l’apostrofo non ci va. Non addebito questo errore all’ignoranza. Ma alla sciatteria sì. A quell’atteggiamento precipitoso, cioè, che fa sì che una persona (certamente gravata da decine di impegni) dedichi a pubblicare un contenuto un tempo estremamente limitato. Si scrive, poi non si rilegge, si preme “pubblica” (e “pubblica” vuol dire esattamente “rendi pubblico”, “diffondi”), pare che vada bene così, poi si scivola sulla buccia di banana. Non è esattamente quello che si dice un atteggiamento rispettoso nei confronti dei lettori. O, come in questo caso, dei follower, che non ti chiedono minimamente di scrivere per loro, se lo fai è perché sei TU che hai qualcosa da dire, e il minimo che si possa pretendere è che tu lo faccia nel modo più corretto possibile.

Chi parla male pensa male.

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Certi numeri di Paolo Attivissimo

I follower di Paolo Attivissimo, si sa, sono tanti. Ma proprio tanti. Sulla loro suddivisione, però, Ilaria Bifarini ha postato un’interessante indagine che rileverebbe come il 44% dei followers del cacciatore di bufale sarebbe costituito da account che non corrisponderebbero necessariamente a quello che viene dichiarato (dai followers, si intende, non da Paolo Attivissimo). Poco male, succede a tutti di avere qualche fake. Il problema è che le percentuali nel caso di Attivissimo sono davvero grosse e il fenomeno da “fisiologico” rischierebbe di trasformarsi in “patologico”.
Ecco il post di Ilaria:

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Dell’autorevolezza su Twitter

In una delle sue (molte) interviste rilasciate sul web (quella a cui mi riferisco si può trovare qui), Barbara Collevecchio risponde:

“Il mio profilo social diventerà più diseguale, nel senso che la rete, che era stata tanto declamata come espressione di democrazia, come una piattaforma orizzontale, non si è rivelata tale. Infatti, anche su Twitter, più follower hai, più diventi autorevole ed hai la possibilità di diventare un opinion leader. Quindi si ricrea esattamente la stessa società di tipo verticale che c’è al di fuori del web, con un’elite che conta e tutti gli altri, che contano poco.”

Temo di essere, tanto per cambiare, poco o punto d’accordo con la Collevecchio. Ritengo che una affermazione per cui l’autorevolezza di una persona sulla rete (e in particolare su Twitter) non possa esser direttamente connaturata al numero di “follower” che conta l’account non sia verificabile con i fatti.

Questo perché:

– un account Twitter può essere seguito anche senza che chi lo segue diventi necessariamente un “follower”. Quindi non è possibile quantificare il numero complessivo di persone che leggono quello che una persona cinguetta;

– non è detto che tutti coloro che compaiono come “followers” siano d’accordo con quello che una persona scrive, anzi, spesso si iscrivono proprio per il contrario.
E’ lo stesso caso di quelli che su Facebook si iscrivono a una determinata pagina solo per avere il gusto di attaccare gli altri. Non si può dire in assoluto che quella pagina sia autorevole solo perché ha ricevuto migliaia di “Mi piace”;

– l’autorevolezza, inutile dirlo, te la fai con quello che scrivi. Che può essere anche poco interessante per gli altri. Se non altro perché tu di diventare un “opinion leader” non ne hai proprio nessuna voglia. C’è gente che ha centinaia di followers on line e poi insulta quello, dà del pazzo a quell’altro, denigra quell’altro ancora. E le centinaia di followers che aveva rimangono non perché quella persona sia autorevole (quale autorevolezza può discendere dagli insulti?) ma perché ormai una volta acquisito un contatto è ben difficile perderlo. La gente non ha voglia di sganciarsi e di bloccare. Quei pochi che lo fanno costituiscono si e no il 3-4% del monte-follower. Una cifra decisamente trascurabile;

– su Twitter non importa essersi costruiti una credibilità pregressa per avere dei follower, basta ESSERE qualcuno.
Se domattina qualcuno (e non escludo che qualche buontempone possa averlo fatto) creasse un profilo dedicato al cagnolino Dudù (e il cagnolino Dudù E’ qualcuno, sia pure a suo mal grado) otterrebe ex nihilo una valanga di follower. E potrebbe postare le cose più assurde; scrittori, maitres à penser, politici, personaggi pubblici hanno numeri vertiginosi in quanto a follower, ma non è detto che siano autorevoli, non per questo, almeno;

– con 140 caratteri non si possono postare cose autorevoli. Specialmente se ci si includono gli hashtag o tre-quattro destinatari che poi ritwittano. Il pensiero ha bisogno di spazio.

Nulla è tanto banale da dover essere costretto in meno di 140 caratteri.

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Il pulsante antimolestie di Twitter

Twitter è qualcosa di meraviglioso, peccato che l’ho scoperto troppo tardi.

140 caratteri, praticamente un palpito. Un blogghettino minimale e, soprattutto, niente ansia di avere tanto “follower” (si chiamano così i fans su Twitter) perché, tanto, tutto è pubblico e chiunque può leggere tutto di chiunque altro.

Insomma, semplice, immediato, veloce, accessibile da quasi qualunque piattaforma (esistono blogger come Yoani Sánchez che aggiornano il proprio blog attraverso gli SMS), trasparente, ma soprattutto arma di discussione e di critica nei confronti dei politici (io ho risposto a Laura Puppato e Matteo Renzi). Su Twitter, molto più che su Facebook, ognuno si ritrova davanti al popolo del web.

Al punto che, tempo fa, la deputata laburista Stella Creasy e la blogger Caroline Criado-Pérez, oltre a tre giornaliste, sono state molestate su Twitter nel Regno Unito con l’invio di tweet volgari, offensivi e denigratori, e addirittura alcune minacce di morte.

Sono cose che fanno male. Molto male.

E così, svariate migliaia di utenti ha pensato di chiedere a Twitter di inserire un pulsante antimoltestia. Che non si sa bene come funzionerà dal punto di vista pratico. Cioè, io ritengo di essere stato molestato da qualcuno, clicco sul pulsantino e Twitter mi rimuove il contenuto suppostamente denigratorio e fa tottò all’utente? Sarebbe terribile.

Comunque sia, il direttore generale di Twitter Tony Wang ha commentato: «Mi scuso personalmente con le donne che sono state insultate su Twitter e per quello che hanno sopportato»
Di che si scusa? Non è colpa sua. Non le ha mica scritte lui quelle minacce. Può sentirsi colpito perché la sua piattaforma è stata usata per scopi non propriamente umanitari, ma da qui a scusarsi c’è una bel salto!
Esiste un principio giuridico ormai vigente in tutto il mondo (tranne in Italia, dove, si sa, siamo in leggera controtendenza, specialmente con la sentenza Google) per cui il provider non è responsabile dei contenuti immessi dall’utente. Cioè YouTube non risponde del copyright eventualmente violato dai suoi iscritti.

E poi aggiunge: «La gente merita di sentirsi al sicuro su Twitter».
E certo. Ma se una persona può segnalarmi così, just for, io non mi sento affatto al sicuro.
Io, come tutti gli altri, saremo alla mercè di qualche buontempone, o di qualche integralista, o di qualche personaggio con la sensibilità alle stelle, che se io scrivo “Chi non mangia la Golia o è un ladro o è una spia” e quello/a non mangia la Golia e si sente offeso/a perché non è né un ladro né una spia (si veda il caso), mi sbottoncina e poi, se mi va bene, devo riferire a Twitter il perché e il percome (il mio inglese scritto è pessimo, abbiate pietà!).

Saremo l’uno il Grande Fratello dell’altro, basterà un clic per cancellare pensieri, parole, opere e omissioni. Per la colpa degli altri.

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La pagina Twitter di Laura Boldrini

Incipit della pagina Twitter di Laura Boldrini

Sono andato a visitare la pagina Twitter del Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini.

Viene aggiornato con cadenza irregolare, comunque non quotidianamente.

Vi si trovano comunicazioni sulle sue attività in giro per l’Italia e sugli eventi che ritiene più importanti alla Camera.

Naturalmente il fatto che i lavori della Camera siano stati sospesi non è minimamente riportato

(vedete qualcosa voi? Io no)

 

L’8 luglio scorso, però, la Boldrini utilizza ben tre tweet per parlare del Papa in occasione della sua visita a Lampedusa. Non lo fa per nessun altro evento istituzionale. Le piace il Papa, d’accordo, i fatti di fede attengono alla sfera personale e privata dell’individuo, ma la Boldrini è la terza carica dello Stato e di uno Stato Laico.
Non pretendo che la Boldrini rinunci alle sue opinioni personali (che può esprimere quando non esercita le sue funzioni), mi basta solo che quando scrive sul suo profilo ufficiale (che conta oltre 122.000 “follower”) incarni sì il ringraziamento a un Capo di Stato straniero che viene a farci visita, ma anche e soprattutto quella laicità di cui abbiamo tanto bisogno.

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