Anche Paolo Virzì è su Twitter!!

Io a vedere l’ultimo film di Virzì ho già deciso che non ci vado. Esce oggi e mi ha già scocciato assai.

Il regista livornese, con cui ho condiviso le lezioni del Bolognesi e del Simi, se l’è presa su Twitter con l’assessore al Turismo e Sport della provincia Monza-Brianza, il leghista Andrea Monti.

Che per un livornese è un po’ come prendersela in chat con un pisano e, appunto, dargli del pisano (cioè quel che è).

E allora quando Monti ha parlato di “buffa retromarcia paracula” da parte di Virzì, questi gli ha risposto “Lei è davvero un assessore? Ma la smetta, abbia rispetto dei cittadini che rappresenta e si tolga quel buffo cappellino” (alludendo al fatto che la foto del profilo Twitter di Monti lo ritrae con un cappello). Il canovaccio di Virzì è facilmente riconoscibile, si tratta della scena del vagone letto in cui Totò dice il classico “Lei? Onorevole?? Ma mi faccia il piacere!” a un attonito onorevole Trombetta.

Ci mancava solo che dicessero: “E io le tolgo il cappello!” “E io me lo rimetto!!”, parafrasando la scena della mano sul fianco e del buco in cui Totò si infila con il dito e il braccio intero. Ma Totò era Totò. Al confronto della sua arte questo scambio di battute non arriva neanche alla dignità di un vaudeville.

E poi ancora Virzì:

“Si dia un contegno, Lei è un uomo delle istituzioni, lasci fare il buffone a noi gente dello spettacolo. Torni a bordo, cazzo!”

Anche qui facilissimo riconoscere i modelli narrativi. Il primo è riconducibile al berlusconiano “Si contenga!” rivolto a Santoro. Dopo i film che gli ha distribuito la Medusa un tributo al Nostro Virzì non è proprio riuscito a non farlo. E poi, quel “Torni a bordo, cazzo!”, che se voleva ritrarre l’interlocutore come uno Schettino, non fa certo di Virzì un De Falco.

E infatti qui Monti ha gioco facile: “Non si dia delle arie, addirittura si crede un buffone? Non esageri cazzo!”

Chiosa lo stesso Virzì: “Personaggi del film più raffinati di voi. Ho sbagliato tutto. Vi meritate le commedie demenziali” e qui la citazione non può che essere che quella di “Ecce Bombo” di Moretti (1978) «Rossi e neri tutti uguali? Te lo meriti, Alberto Sordi!».

Un frullato di Totò, Berlusconi, Schettino, De Falco e Nanni Moretti per rispondere a un leghista. Anche queste devono essere soddisfazioni!

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“Habemus papam”: e ora?

Credo che il fatto che "Habemus Papam" sia il terzo film di Nanni Moretti ad essermi piaciuto (gli altri furono "La messa è finita" e "La stanza del figlio")  dovrebbe preoccuparmi.

Sto invecchiando e non riesco più a raggiungere quel buon sano preconcezionismo di una volta che mi faceva disprezzare Moretti per il solo fatto che fosse Moretti. Era una dote di me stesso che apprezzavo moltissimo.

"Habemus papam" non è un capolavoro, certo, ma convince, nonostante qualche punto debole e alcuni scivoloni evitabili.

Che ne so, mi è sempre piaciuto il fanta-Vaticano. Confesso di avere letto "Lazzaro" di Morris West, di essere rimasto folgorato dalle prime pagine di "La pelle del tamburo" di Arturo Pérez Reverte e di essere andato a vedere (ma in incognita) "Angeli e demoni" (ma questo non lo dirò nemmeno a me stesso).
Guardo le fiction sui papi e le ricostruzioni storiche dei pontificati su RaiStoria.
E soprattutto non ho mai negato di avere delle evidenti contraddizioni interne.
Che ne so perché, mi piacciono le storie di preti. Sarà per legge di contrappasso. O forse, più semplicemente, perché ce ne sono di belle.
Penso di averne viste e lette molte, da quella di un prete affamato e timido interpretato da Alberto Sordi in non so quale film, a Aldo Fabrizi in "Roma città aperta", dal "Diario di un curato di campagna" di Bernanos alla stessa "Vita" di Santa Teresa d’Avila (del resto a studiare letteratura spagnola c’è da perdersi in queste cose), il prete enigmatico di "San Manuel Bueno, martire" di Unamuno, ma anche il geniale ecclesiastico autore del "Lazarillo de Tormes", ridevo leggendo il Guareschi di "Don Camillo" da piccino, insomma, non mi son fatto mancar nulla.

Nemmeno un film con Anthony Quinn del 1968, intitolato "L’uomo venuto dal Cremlino"  in cui interpretava un pontefice dell’Est che, appena eletto papa sente la voglia di mettersi una tonaca normale e andare in giro tra la gente comune, con i servizi segreti del Vaticano che lo riconcorrono un po’ per ogni dove.

Il film di Moretti, dunque. Pellicola scritta su canovacci già visti. Ma efficace.

Michel Piccoli è addirittura strepitoso. Recita in italiano e in presa diretta,  con una naturalezza che gli si confà.

Nanni Moretti (interprete) e Margherita Buy interpretano lo stesso personaggio da sempre, cioè quello del rompicoglioni e della svampita, ma mentre il Moretti-rompicoglioni (psicanalista) riesce a trovare una dimensione umana più accettabile e ludica, la Buy-svampita interpreta la ex moglie di Moretti, psicanalista anch’essa, che non riesce nemmeno a dire ai suoi figli che ha un fidanzato, un altro compagno.

Il film trova il pernio sul tema della solitudine del pontefice, sulla crisi umana che permea certi spiriti che si sentono incapaci di adempiere al loro compito, venuto dagli uomini per convenienze e calcoli politici sottili, e non certo da Dio.
Vivere la dimensione spirituale come pretesto per la dimensione politica può sfiancare chiunque (a parte Comunione e Liberazione, naturalmente…)

La storia è piena di papi che rinunciano, e quello interpretato da Piccoli è a metà tra il Celestino V del "gran rifiuto" e Giovanni Paolo I, quell’Albino Luciani che era andato ben oltre la storia e la teologia, e che in 33 giorni ebbe modo di dire "Dio è madre" mettendo in imbarazzo un bel po’ di gente, sempre intento a ripassare discorsi che non pronunciava e che finiva poi per parlare a braccio.

Ma è anche la psicoanalisi che si inserisce nei dogmi della chiesa, il teatro che funziona da collettore di queste vicende umane, e anche un cenno su come siamo diventati impietosi (la scena in cui un barista dice al papa che il bagno è guasto e che il telefono è utilizzabile solo per questioni di servizio, con una ragazza che gli presta il cellulare).

Bravo Nanni Moretti. Adesso può tranquillamente continuare a starmi placidamente antipatico.
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Rocco Papaleo – Basilicata Coast to Coast – Roseto Opera Prima

“Basilicata Coast to Coast”, o della commedia perfetta, caleidoscopio di trovate e di invenzioni linguistiche, ritmo, ritmo sincopato, jazzistico quanto basta, splendide interpretazioni, assolutamente perfetto nelle trovate, nella trasposizione filmica del tema dell’amicizia al maschile, umoristico senza essere volgare, pur con abbondante uso di volgarismi, inno alle donne impossibili, quelle che si devono sposare entro venti giorni o un mese al massimo, e viaggio, viaggio dal Tirreno allo Ionio, viaggio che vuol dire vita (da Omero ad Antonio Machado nessuno si è mai inventato nulla di diverso), ricerca di sé, esperienza al termine della quale nessuno sarà più lo stesso e ha detto una grossa coglionatura chi ha definito questa pellicola come una “commedia musicale”.

Quattro musicisti lucani mettono l’accento sull’esistenza della Basilicata, ne riscoprono e ne rivivono il gusto percorrendola a piedi in dieci giorni, solo con un cavallo bianco, un cellulare per le emergenze, un computer alimentato a energia solare che vorrei averlo io un impiantino di quelli lì, sì.

Lasciano tutto, mogli, illusioni, ricordi, vite a metà, per percorrere la Basilicata da costa a costa in dieci giorni, contro l’ora e mezza di media di percorrena di un veicolo.

Una Giovanna Mezzogiorno finalmente simpatica e probabilmente anche carina (un po’ più rozza e grassottella, ancorché poco abile nella recita nei dialetti del Sud) si unisce a una banda di sgangherati poeti e musicisti in questo viaggio dell’anima, in cui nessuno si prende mai sul serio e, conseguentemente, non prende sul serio l’Altro.

L’Altro che è amico, fratello, compagno. Una miscela di armate Brancaleone de noàntri con i ricordi fiabeschi dei musicanti di Brema (con tanto di gallo che li segue).

Trovate straordinarie, gag esilaranti, un pensiero per Carlo Levi, un messaggio di speranza, Max Gazzè che non dice quasi nulla e Alessandro Gassman nella parte del tamarro, un po’ stereotipato ma bravo anche lui.

Decisamente papabile. Ma non sarà “papàto”.

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Simona Nicchiarelli – Cosmonauta – Roseto Opera Prima 2010

Alla fine la frescura l’ha fatta da padrona sulle scomode poltroncine in pura plastica dell’Arena delle Proiezioni all’aperto del concorso cinematografico "Roseto Opera Prima", di cui, non so nemmeno se ve l’ho detto, sono, manco a dirlo, giurato, e che jersera è giunto a metà del suo cammino di quest’anno.

Film in concorso "Cosmonauta" di Susanna Nicchiarelli, con Claudia Pandolfi e Sergio Rubini, prodotto dalla Fandango e con tanto di logo "Rai Cinema", per essere un’opera prima di soldini ne ha visti in giro, la regista, che, guarda caso, ieri sera non c’era perché doveva andare a promuovere il film in Francia dove, a dire della presentatrice sarebbe "molto amato", oh, e va beh, e allora che la prèmino i francesi (che, come dice Paolo Conte, ci "rispettano").

Pur senza la presenza della regista il film è gradevole, i ruoli sono ben recitati, la sceneggiatura scorre bene, la storia di Luciana, la protagonista, scorre bene ed è a tratti avvincente fino a suscitare momenti di vera e propria commozione.

Luciana, figlia di Mario, attivo e fervente comunista, morto nel 1957, eredita dal padre un attivismo e una passione politici molto spiccati e sinceri. Si dichiara "comunista" dalla prima scena, e assieme al fratello, malato di epilessia, ripercorre le tappe di una specie di formazione personale non priva di dolori.

Sono gli anni delle conquiste spaziali dei russi, dalla cagnetta Laika al volo di Gagarin, Luciana è intrisa di passione e di propaganda, di idee originali (che le verranno sempre e costantemente rubate, come si fa con tutte le persone intelligenti) e turbamenti interiori, di odio nei confronti della madre (una iconografica Claudia Pandolfi) che, regolarmente, non la capisce, anzi, si sposa in seconde nozze con un fascistone (Sergio Rubini) che autorizza persino a picchiare i suoi figli, eh, le donne italiane degli anni sessanta, altro che boom economico…

Luciana conosce la sezione, gli atti di teppismo, gli amori, i primi approcci alla sessualità regolarmente buttata via con il primo cretino che passa in "sezione" e la rivalità con le "oche", compagne di scuola. Il tutto mentre si aspetta che i russi vadano sulla luna, fino a scoprire che ci andranno gli americani.

Luciana trova in Marisa (interpretata dalla stessa regista) una sorta di madre-sorella che non ha mai avuto. Ma la tradirà ancche lei, aderendo a un bigottismo comunista secondo cui "la reputazione è importante" e che non si amoreggia mai tra compagni di partito.

Il tutto, dicevo, condito da una buona dose di empatia che arriva perfino a commuovere lo spettatore ma c’è qualcosa nel film che non funziona.

La colonna sonora inizia con "Nessuno mi può giudicare", per proseguire con "E’ la pioggia che va…", include "Cuore matto" e "Io che amo solo te",  in cover gradevoli, e forse è proprio l’ultima canzone, quella di Sergio Endrigo ad essere "sincronizzata" con la narrazione storico-cronologica del film.

"Nessuno mi può giudicare" della Caselli è del 1966, e il film comincia nel 1957.

E poi la storia, la storia del comunismo che sembra essersi fermata ai voli nello spazio dell’Unione Sovietica, invece un anno prima del 1957 c’era stato il colpo di mano dei russi in Ungheria, nel 1959 la rivoluzione cubana, Giovanni XXIII e John Fitgerald Kennedy che muoiono nel 1963, il mondo sull’orlo del terzo conflitto nucleare, sono tutti temi di cui una ragazzina come Luciana, sempre in contatto con quotidiani di partito, sezione e compagni, deve per forza essere venuta a conoscenza.

Invece il film resta lì, sospeso, contestualizzato ma non storicizzato, e questo è un vero peccato, perché certa fotografia che ricorda i filmini in Super 8 e la Pandolfi che sembra la massaia del doppio brodo Star sono veramente da salvare.
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Marco Campogiani – La cosa giusta – Roseto Opera Prima 2010



E finalmente si vede del buon cinema a "Roseto Opera Prima". La seconda serata ha visto un minore afflusso di pubblico che ha premiato la indubbia qualità di un film come "La cosa giusta", con Ennio Fantastichini, Paolo Briguglia, Ahmed Hafiene, Camilla Filippi, Samya Abbary per la regia di Marco Campogiani.

Marco Campogiani è regista giovane ma di buon nerbo, poco verboso, estremamente chiaro, lineare, semplice e sintetico nelle sue esternazioni al pubblico che lo hanno presentato come persona compassata che sa andare al nocciolo delle cose senza girarci troppo intorno.

Campogiani ha saputo tenere a bada una presentatrice che stava per svelare troppo della trama del film e ha glissato, da "gentleman" sulla domanda finale: "Sei soddisfatto?" ("E che ne so? Lo deve dire il pubblico" -giustamente!-)

E il film è piacevole, gradevole, indubbiamente "compiuto", meditato, forse, a volergli trovare proprio un difetto, eccessivamente dialogico, ma comincia con un ritmo sincopato, quasi jazzistico (lo so, vi chiederete cosa c’entri il ritmo "sincopato" con un film, so assai io, è un flash che mi è venuto così, ho ancora sonno…) e lo porta fino alla fine.

Due poliziotti di diversa indole, esperienza e carattere si ritrovano a dare la caccia a un presunto terrorista islamico collegato ad alcune cellule di Al Qaeda. Da qui una serie di situazioni tragicomiche accompagnano i due (che, per certi versi, somigliano un po’ a Stanlio e Ollio, essendo l’uno il doppio speculare dell’altro) in un’analisi dell’amicizia al maschile, pasticciona e sincera, che si ritrova nonostante il protagonista perda in un giorno il suo matrimonio e veda sgretolarsi le "certezze" di una vita con una donna sinceramente antipatica e sospettosa.

La parte amara consiste proprio nel mostrare come la fiducia tra un uomo e una donna possa venir meno per pregiudizi.

Film decisamente papabile.

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Marco Chiarini – L’uomo fiammifero – Roseto Opera Prima 2010

Non è iniziata nel migliore dei modi la rassegna "Roseto Opera Prima", dopo lo sfarfallante, e per certi versi maldestro inizio della rassegna con la presenza di Michele Placido e del film "Il grande sogno" che, però, era stato montato male a livello di proiezione, così la gente si è vista le scene random, il finale all’inizio del secondo tempo, come un puzzle che non torna, e il pubblico non ci ha capito un cazzo. Però erano disponibili solo posti in piedi.

Insomma, si comincia bene.

La rassegna è iniziata in modo stanco e accaldaticcio, con le prime tre file riservate alla giuria e alle autorità. Erano mezze vuote.

La presentazione non è stata delle migliori, e va beh, questo càpita, ma la strada è ancora molto lunga e chi ben comincia dovrebbe essere a metà dell’opera, pasticci linguistici come "la prima opera prima" (beh, se l’opera è "prima", certo che è la prima, cosa dev’essere, la seconda?) sono comprensibili ma non dànno una splendida impressione al pubblico.

Il film era "L’uomo fiammifero" del regista teramano Marco Chiarini, che è venuto con la moglie e la bambina e quando la conduttrice ha rivelato che sono in attesa del secondo figlio (perché, voglio dire, un po’ di privacy no? E’ una notizia importante ai fini della visione del film? No, e allora??), il regista ha candidamente ammesso che "io ogni quattro anni devo inseminare", e va beh, bonjour finesse, dopo venti minuti di questo tira e molla il film è cominciato.

Non è nulla di che il film, a dire il vero. Qualche trovata divertente, specie nel finale, ma il costrutto è lento e fa fatica a decollare.

E’ la storia di Simone, ragazzino, manco a dirlo, orfano di madre, oltretutto morta di tumore (perché la sfiga nei film è un ingrediente prezioso) che aspetta l’arrivo dell’uomo fiammifero, ripercorrendo i racconti materni, e inventandosi una serie di personaggi improbabili e degni, giustamente, della fantasia di un bambino.

Alla fine si renderà conto che l’uomo fiammifero non esiste (come Babbo Natale, o la Befana), e sarà solo allora, nel momento della disillusione, che diventerà grande.

Il personaggio del bambino è un misto di Pinocchio (che infatti ha per mamma una fata e che dice che la sua mamma è in cielo), Emil di Lonneberga (Simone viene costretto a starsene in casa sotto il controllo del padre, come Emil doveva andare in punizione nella piccola falegnameria), c’è un po’ di Beckett che non si nega mai a nessuno (tutti aspettiamo Godot), un pizzico di Gian Burrasca che rincorre i maialini, senza pur tuttavia non essere nulla di nessuna di queste componenti.

In genere si comincia sempre con un titolo "piazzato". Cioè con un film che potrebbe non vincere ma per il quale la giuria darà qualche voto.

E se questo è il titolo "piazzato" chissà gli altri.
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E’ gia’ “Roseto Opera Prima 2010” e io ancora no

Stasera comincia l’edizione del Premio Cinematografico "Roseto Opera Prima" 2010, io anche quest’anno farò parte della giuria, pur non capendo nulla di cinema, come spesso mi rimprovera il fido e maieutico Baluganti Ampelio.

Non sono esattamente pronto e determinatissimo, quest’anno mi pare che la manifestazione, a livello di titoli in concorso, sia leggermente sottotono (un titolo di punta e il resto da vedere e valutare), comunque l’elenco dei film che si contenderanno il premio in denaro messo a disposizione dall’Amministrazione Comunale è:

"Cosmonauta" di Susanna Nicchiarelli
"La cosa giusta" di Marco Campogiani
"L’uomo fiammifero" di Marco Chiarini
"Basilicata coast to coast" di Rocco Papaleo
"Il piede di Dio" di Luigi Nardiello
"Dieci inverni" di Valerio Mieli

tutti proiettati da domani sera in avanti, per cui per una settimana intera farò il tiratardi e mi fermerò a discutere con gli altri membri della giuria anche delle minimerrime questioni di fotografia, inquadrature e luci.

Ci saranno un (bel) po’ di incontri corollari e manifestazioni varie, stasera viene Michele Placido (ma perché, i registi dei film in concorso non si fanno vedere?), una serata dedicata a François Truffaut, un’altra sulla musica nel cinema con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese, ma io non ci andrò perché sono profondamente antipatico e prendendo a prestito una battuta di uno che è perfino più antipatico di me, penso che mi si noti di più se sono assente.

Una curiosità: il sito www.rosetooperaprima.it non è stato aggiornato per l’edizione 2010. Un altra risorsa informatica inutilmente inattiva. I costi di mantenimento del dominio inerte su chi gravano?
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Cinquantamila (50000) lacrime per “Mine Vaganti” di Ferzan Ozpetek

E finalmente Ozpetek ha fatto un film degno di questo nome.

"Mine vaganti" non ha nulla della pesantezza, dell’angoscia e della scarsa capacità di concludere che avevano lo stesso "Le fate ignoranti" e "Saturno contro", non ha quella morbosità ossessiva come "La finestra di fronte" ma, soprattutto, quando esci dal cinema, non ti viene voglia di spararti (o di sparare sul proiettore, dipende), come in "Cuore Sacro".

Film veramente bello, dicevo, senza praticamente sbavature, con un cast molto compatto in cui tutti sono bravi allo stesso modo, senza cercare di surclassarsi l’uno con l’altro. E’ bravo perfino Scamarcio, il che è tutto dire.

Delicata la presenza di Nicole Grimaudo e quella di una cammeistica Elena Sofia Ricci che fa la zia-tegame.

La colonna sonora comprende un inedito di Patty Pravo (che firma il brano, scritto con Ilaria Cortese, Marco Giacomelli e Fabio Petrillo), cantato con la bocca sempre più stretta, ma decisamente notevole, mentre della Strambelli nazionale, rieccheggia un "Pensiero stupendo" in una versione dal vivo senza infamia e senza lode.

Il tormentone "50mila" di Nina Zilli, quanto meno non rompe i coglioni, canzonetta gradevole ma tutto sommato sciapitina.

Andate a vedere il film, la cui protagonista neanche tanto nascosta è una Lecce da brivido, che sarebbe proprio bello fosse davvero così, senza traffico e con il sole che la tinge di giallo.
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Roseto Opera Prima: Rosa d’oro a “La siciliana ribelle” di Marco Amenta (and the winner is…)

E alla fine ha vinto “La siciliana ribelle” di Marco Amenta, l’ho votato con convinzione e sono contento che in due edizioni che faccio il giurato il film che ho votato sia poi risultato quello premiato.

La giuria al gran completo è stata chiamata sul palco a fare la passarella di rito e ad applaudire a comando, soprattutto quando si sono avvicendati sul palco i politici e l’assessore alla cultura, poi, chi in abitino firmato, chi in canottiera con ascella aperta, tutti siamo scesi e da lì in poi non ci ha filato più nessuno.

Riporto di seguito il documento ufficiale della giuria, per quello che può valere, tanto lo so che non ve ne frega un accidente:

CITTA

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Federico Bondi – Mar Nero – Roseto Opera Prima 2009

L’ultimo film della rassegna, diciamoci la verità, non è stato gran che.

A riprova del fatto che non basta un’idea eccellente (raccontare i rapporti tra le badanti che vengono dalla Romania e gli anziani che debbono accudire, con tutte le implicazioni che questo comporta), non basta una Dorotheea Petre, indubbiamente tenera, carina e calata perfettamente in una parte che le calza a pennello, ma soprattutto non basta una grande interpretazione di una grande Ilaria Occhini per fare un grande film.

Certi ritmi eccessivamente lenti, una fotografia non sempre impeccabile, a dispetto della scelta del regista Federico Bondi di voler utilizzare le tecniche digitali e soprattutto una Ilaria Occhini troppo radicata nel ruolo della anziana fiorentina brontolona e bubbolatrice, che ci ricorda piuttosto da vicino il ruolo di Adele Papini in "Benvenuti in casa Gori" ("C’è più puntali in questa ‘asa che Cristi sulla croce!!").

Cinque.

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Gianni Di Gregorio – Pranzo di ferragosto – Roseto Opera Prima

E arrivò la sera di "Pranzo di ferragosto" (che si intitola proprio così, non vedo la mania di metterci l’articolo determinativo, se l’autore e regista non ce l’ha voluto). Meno male perché comincio a stancarmi, e anche un filino a rompermi i coglioni di guardare film fino a mezzanotte passata.

Era il film che molti aspettavano, e il regista, Gianni Di Gregorio, che è anche l’interprete della pellicola, è un vero pozzo di San Patrizio di simpatia umana e artistica, un viso alla francese a metà tra i dentoni di Fernandel e il naso di Philippe Noiret, una storia familiare, intima, più che cinematografica, quattro vecchiette che fanno il bello e il cattivo tempo in una Roma deserta col sole di ferragosto che picchia forte.

Film di nerbo, divertente e che fa riflettere, ma con vari momenti di debolezza che, a tratti (e solo a tratti) fanno pensare al perché della concentrazione di un così ampio numero di premi e di riconoscimenti che gli sono piovuti addosso. Dialoghi a tratti troppo teatrali per essere concentrati in una scansione cinematografica di appena 75 minuti.

Piacevole come un bicchiere di vino bianco ghiacciato in un’estate tempestata di piatti a base di pesce. Solo che ce n’è sempre troppo poco.

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Claudio Giovannesi – La casa sulle nuvole – Roseto Opera Prima 2009

"La casa sulle nuvole" di Claudio Giovannesi è un film fresco, piacevole, frizzante e che pizzica il naso come una Schweppes Tonica appena versata in un bicchiere riempito di ghiaccio e limone.

Un film che non vince in senso assoluto, ma convince, questo sì.

Il regista è giovane, e a guardarlo sul palco con la maglia lunga fin sotto la cintura, i jeans larghi, le infradito da lido adriatico (a proposito, ma questi registi esordienti, una camicia e una giacca no, vero??), sembra più giovane ancora.

Ha raccontato, senza che io lo capissi bene, di quando era piccolo e veniva a Roseto degli Abruzzi a pescare le telline, particolare che mi ha fatto pensare "E un bel ‘chi se ne frega non ce lo mettiamo?’", ma devo dire che il film è certamente superiore alle sue doti di eloquenza e affabulazione.

E’ la storia di due fratelli che scoprono di non avere più la casa in cui vivono perché il padre, che li ha abbandonati molti anni prima per andare in Marocco, l’ha venduta a un ristoratore di Marrakesh per un boccon di pizza e per ripianare i suoi debiti.

I due vanno in Marocco a cercare di salvare ciò che ormai non è più salvabile, ritroveranno il padre, faranno pace con il loro passato, non senza qualche situazione (s)piacevole.

Un incrocio tra il romanzo di formazione e il film "on the road", questi due picari recitano bene la loro parte, sia nel mondo arabo che in quello italiano.

E’ una migrazione alla rovescia. Come quella dei protagonisti, appunto. O come quella di chi è andato ad Hammamet. Tutti, comunque, per sfuggire a qualcosa.
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Marco Amenta – La Siciliana ribelle – Roseto Opera Prima 2009

Il fermento c’era, era nell’aria che “La siciliana ribelle” avrebbe fatto piazza pulita degli avversari proiettati fin qui. Opera prima di Marco Amenta, regista istrionico, alquanto verboso, ma fondamentalmente simpatico, umile e partecipativo (durante la sua lunga, articolata e noiosetta introduzione al film non ha nemmeno fatto cenno al numero di chilometri percorsi per presenziare a una rassegna paesana che, per quanto paesana, mette in palio 2500 euro -e spùtaci!-, come aveva fatto il regista di “Diverso da chi?” che ora non mi ricordo come si chiama, abbiate pazienza, ho sonno…), mi è proprio piaciuto.

E’ un film ispirato alla storia di Rita Atria. “Ispirato” vuol dire che si prende la cronaca come un canovaccio, e la si reinventa in chiave narrativa. Non c’è nulla di male, in Sicilia e non solo si fa così dall’amaro caso della Baronessa di Carini in poi. Non si vede perché non si possa farlo con la storia che ha portato al tragico suicidio di Rita, se non altro per ricordare all’Italia sonnacchiosa e distratta, che Borsellino è morto, che Giovanni Falcone è morto, che Rita Atria è morta e che, guarda caso, la mafia è ancora viva.

Prodotto da “Rai Cinema” e, quindi, di proprietà

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Umberto Carteni – Diverso da chi? – Roseto Opera Prima 2009

Finalmente a "Roseto Opera Prima" si comincia a vedere un film quanto meno decente.

Ho detto "decente", e non "capolavoro".

"Diverso da chi" è gradevole, scorre bene, non ha la pretesa di essere una pellicola "impegnata", anzi, rivendica il suo sacrosanto ruolo di "commedia", ma coglie nel segno.

E’ la storia di una coppia gay al tempo del Partito Democratico (peraltro rappresentato con gusto ironico e perfino dissacratorio), la cui stabilità viene praticamente minata dalla dirigente stronza di turno, che, poco a poco, innamorandosi di uno dei due, diretto rivale nella candidatura a sindaco di una città non menzionata, diventerà più morbida, tollerante e perfino incinta.

La Gerini è davvero taaaaantogaruccia, ed è perfino brava nell’interpretare il ruolo della rivale-carogna. A tratti si perde un po’ nella conferma dello sterotipo del ruolo della coatta-sexy, ma sono, appunto, tratti.

Il finale è improponibile e, francamente, raffazzonato. Sciupa un po’ tutto il film che, per il resto, si regge su gag, battute al vetriolo e rappresentazioni di immagini edulcorate di una politica che se fosse davvero così sarebbe decisamente meglio.
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