Il “femminicidio” di Roberto Saviano e il neo-femminismo postumo

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Su “Rai News 24”, poco fa, c’era una signora che parlava, e piuttosto animatamente, con sicura passione e partecipazione civile, dell’ennesimo omicidio ai danni di una giovane ragazza da parte dell’uomo che amava. Alcuni aspetti di questo evento sono già stati oggetto di un mio post precedente.

Nel frattempo lo scrittore Roberto Saviano, da parte sua, ha già parlato di “femminicidio”, coniando un neologismo di dubbio gusto ed efficacia. La vittima di un omicidio non viene vista come DONNA, ma come “femmina”. Non come entità autonoma e pensante, dunque, caratterizzata dalla propria diversità e sessualità, ma come genere.
“Omicidio” viene da “homo”. Vuol dire che è stata uccisa una PERSONA. Occasionalmente “homo” ha anche a che fare con l’italiano “uomo”. Se vogliamo sottolineare il fatto che ad essere ammazzata è l’altra parte dell’uomo, bisognerebbe parlare di DONNICIDIO (altrimenti l’omicidio sarebbe un “maschicidio”).
Le donne sono persone, non generi umani, e Saviano dovrebbe saperlo.

E, come sempre, ci si chiede “se non ora quando?”, abusando, e forse in modo poco carino, del titolo di un romanzo di uno dei più grandi scrittori italiani. Sì, è vero, dobbiamo giungere alla visione di una donna non più oggetto di desiderio o di possesso, ma come essere libero e autonomo, ma chi è che ha mai detto il contrario? Quando si dà la colpa ad un sistema politico che ha regolarmente ridotto le donne a persone di serie B non ci si ricorda di figure come Tina Anselmi, Nilde Jotti, o, tanto per fare il nome di una viva, di Emma Bonino.
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