Il “femminicidio” (ohibò) di Antonietta Gargiulo

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Poi c’è quella triste storia di Antonietta Gargiulo, la moglie del carabiniere che ha ucciso le figlie e si è suicidato, dopo aver sparato tre colpi anche a lei, che adesso è ricoverata in fin di vita.

I giornalisti hanno di nuovo estratto dal cilindro la parolina magica, quella che mette d’accordo tutti e su cui tutti sono d’accordo, quel bruttissimo vocabolo che dovrebbe essere cancellato perfino dal dizionario, ammesso e non concesso che ci sia mai entrato: femminicidio.

Ora, si dà il caso che la signora sia in condizioni disperate ma ancora viva. Parlare di “femminicidio” in questo caso mi sembra come minimo prematuro, ma, comunque, inopportuno. Michela Murgia, che è una persona intelligente, dice in un suo recente tweet che la parola “femminicidio” non fa leva tanto sul fatto che sia stata uccisa una donna (no, macché!) quanto sul PERCHE’ sia stata uccisa. Dimenticandosi del fatto che non c’è proprio nessuna differenza tra l’uccisione di una donna per un raptus di follia da gelosia o volontà di non separarsi, e un povero gioielliere che si vede sparare dal rapinatore a cui non voleva consegnare la refurtiva. E’ come se, chiamandolo “femminicidio”, l’omicidio assumesse una valenza di gravità superiore proprio per una appartenenza di genere e non per il fatto in sé.

Una povera donna già seppellita prima ancora di essere morta in un cumulo informe di carta stampata. Questo è davvero ciò che indigna.

Ester Pasqualoni uccisa a coltellate nel parcheggio dell’ospedale di Sant’Omero

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Ester Pasqualoni, oncologa, persona di straordinario spessore umano, civile e culturale,  è stata uccisa.

Voi non la conoscevate, ma io sì. La vidi per la prima volta il giorno dei ricevimenti generali dei genitori per la classe di suo figlio, che avevo alle Scuole Medie. Diventammo subito amici, tanto che lei mi chiese di farle delle traduzioni dallo spagnolo perché da Cuba le erano arrivati dei documenti da parte di alcuni ciarlatani che andavano ciaqnciando che il veleno degli scorpioni cubani era efficace nella cura dei tumori e avevamo deciso di sgominarli sputtanandoli su questo stesso blog. Poi non se ne fece di niente per motivi che non mi piace stare qui a ricordare.

Mi ha curato quando ne ho avuto bisogno (anche se non era per patologie oncologiche, fortunatamente) e, sempre quando ho avuto necessità, mi ha messo nelle mani dei suoi colleghi migliori e più stimati.

Ci sentivamo ogni tanto. L’estate scorsa ci siamo visti diverse volte con la bambina (mia figlia, sì). Insomma, le volevo bene, e devo dire che voler bene a Ester era facile. Anche e soprattutto quando morì Fabrizio, il suo compagno.

Oggi è stata presa a coltellate da uno stalker che aveva preso a perseguitarla e che lei aveva denunciato due volte. Stava andando a prendere la sua auto al parcheggio dell’ospedale in cui lavorava (Sant’Omero). Pare che non abbia neanche sentito dolore e che sia morta sul colpo. Stupide e magre consolazioni.

Non è vero che gli stalker vanno denunciati e basta, perché denunciarli non serve a nulla, se non a incattivirli e a renderli ancora più tenaci nella loro azione persecutoria. Vanno denunciati e identificati subito e messi nelle condizioni di non nuocere. A cosa è giovato a Ester avere presentato due segnalazioni alla magistratura se poi queste segnalazioni -secondo quanto riferisce Caterina Longo,  un’amica, già candidata alle elezioni europee del 2014 nelle file di Forza Italia, lista “Berlusconi per Chiodi”, all’agenzia ANSA e in una successiva intervista a Radio Capital- sono state archiviate per difetto di forma (anche se “la 27a ora” sul Corriere on line riferisce che un provvedimento di allontanamento era stato firmato per poi essere revocato)  e non si è arrivati a nessuna misura di interdizione di qualsivoglia tipo nei confronti del persecutore? Ester si è affidata allo stato, chiedendo aiuto e protezione. Oggi è morta. E c’è da chiedersi fino a dove deve spingersi un energumeno per essere “attenzionato” (bruttissima parola!) al punto da diventare un oggetto di indagine, e non essere lasciato libero di seguire la propria vittima fino nel parcheggio di un ospedale e sgozzarla.

E adesso immagino il prudor scribendi dei pennivendoli da giornalino locale, che si beatificheranno l’anima lorda di congetture pruriginose, fare uso del termine “Femmincidio”, un brutto linguaggio per una brutta storia, ma sì, ne succedono tante, merita il primo piano, e quindi perché non sprecarci una parola che va tanto di moda, che, specialmente con “stalker” è un abbinamento che va sempre bene nei pranzi luculliani di fame da notizia pruriginosa della gente?

Ma è una storia che vale solo due colonne su un giornale. Ce ne sono tante. Andiamo, su, via…

Screenshot di una porzione della notizia riportata dall'agenzia ANSA
Screenshot di una porzione della notizia riportata dall’agenzia ANSA

Note del 22/06/2017: Questo post viene aggiornato e modificato in tempo pressoché reale. Scusate. Il presunto assassino di Ester Pasqualoni, secondo quanto riferisce il giornale radio regionale di Radio Uno alle 12,10, è stato ritrovato in fin di vita nella sua abitazione (ma “La Stampa” riferisce più genericamente che si trattava di “un appartamento”) di Martinsicuro. Spero che i medici facciano di tutto per salvarlo per poterlo vedere a difendersi dall’accusa di omicidio premeditato in un pubblico dibattimento e davanti a un giudice terzo.

Il Fatto Quotidiano riferisce che “la Pasqualoni aveva presentato al commissariato di Atri non una denuncia per stalking, ma un esposto, a inizio 2014.” e che “All’esposto erano seguiti degli approfondimenti e il successivo ammonimento del questore.” Successivamente, “ad aprile 2014 quando, trovandosi a camminare per Roseto degli Abruzzi, dove risiedeva, aveva chiamato i carabinieri segnalando che l’uomo era passato con l’auto e sembrava la stesse riprendendo. A quel punto, proprio a fronte dell’esistenza del provvedimento di ammonimento, i carabinieri di Roseto avevano fermato l’uomo, sequestrandogli la telecamera che aveva in macchina, e trasmesso un fascicolo in Procura.” Dopo la convalida del sequestro, il PM a cui era passata la pratica “aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo che era stata comunicata anche alla parte offesa che avrebbe fatto, tramite il suo legale, richiesta di accesso agli atti ma nessuna richiesta di opposizione.” Il giornale aggiunge che “Dopo l’archiviazione del fascicolo da parte del gip, nessun’altra denuncia. Il provvedimento di ammonimento tuttavia era ancora in corso, non essendo mai stato revocato.”

Nota del 23/06/2017: E invece il formalmente ancora presunto assassino di Ester Pasqualoni è morto. Così non ci sarà nessun processo (il reato è estinto per morte del reo) e nessuno pagherà. Tristezza nella tristezza. Con questa nota chiudo gli aggiornamenti di questo post: sono stati ben 14 in meno di due giorni. Adesso lo do per definito e definitivo. Su una cosa mi sono sbagliato, che questa storia (e avevo ripreso i versi di una canzone di Guccini) non valeva due colonne su un giornale. E invece sono stati tanti i giornali (anche a tiratura nazionale) che se ne sono occupati. In un solo giorno soltanto questo post (che è l’ultimissima ruota del carro) ha totalizzato più di duecento visualizzazioni. Oltre alle notizie ci sono stati gli approfondimenti e perfino gli accessori inutili (come quelli del GR3 Regionale dell’Abruzzo che ha insistito su alcuni aspetti della vita affettiva di Ester, aspetti del tutto estranei alla vicenda della sua tragica e assurda morte). Solo che da oggi non se ne parlerà più. Basta. La notizia ha esaurito il suo effetto dirompente, non “rende” più ascolti, l’audience si è progressivamente andata esaurendo ed è sparita dalle home page dei giornali più consultati. Andiamo, su, via…

Screenshot da corriere.it con l'indicazione dell'avvocato Caterina Longo secondo cui l'ordine di allontanamento nei confronti dell'aggressore sia stato revocato.
Screenshot da corriere.it con l’indicazione dell’avvocato Caterina Longo secondo cui l’ordine di allontanamento nei confronti dell’aggressore sia stato revocato.

fatto

Non ha stato lui, ha stata lei!

Screenshot dal sito ansa.it

Quello dei tre bambini di Lecco doveva essere per forza di cose un assassino, e, sia chiaro, di sesso maschile. Punto, non poteva e non doveva essere niente e nessun altro.

Lo aveva detto il Ministro degli Interni Alfano: “Noi non daremo scampo a chi ha compiuto questo gesto efferato. Inseguiremo l’assassino sinche’ non l’avremo preso e poi lo faremo stare in carcere sino alla fine dei suoi giorni”. Perché ‘o malamente è ‘o malamente.

Del resto quale migliore storia da dare in pasto a una opinione pubblica vacanziera e domenicale di quella di un uomo che ammazza i suoi tre figli, ferisce la loro madre e se la dà a gambe con la sua nuova compagna dopo aver finito il turno di lavoro e aver guidato tutta la notte da Lecco a Bari?

Sarebbe stato pane saporito e prezioso, anche se un po’ raffermo, per le trasmissioni che campano sulla violenza degli uomini puzzoni e traditori contro le donne madri e, proprio per questo, belle, innocenti, angeli, e costituzionalmente incapaci di fare del male, soprattutto ai figli. Si sarebbe potuto usare la parola “femminicidio” per l’ennesima volta, quanto meno preceduta dall’aggettivo “tentato” che ci rivela che se non è zuppa è pan bagnato, ovvero che il puzzone in questione se non è riuscito ad ammazzarla, quanto meno ci ha provato.

E invece è stata lei. Una donna. Una mamma. Di tre figlie. E le ha ammazzate tutte e tre. Tre femminicidi. Ora com’è che se le avesse ammazzate un uomo sarebbe stato un assassino, mentre ora che si è scoperto che è stata la madre è una “donna disperata“? E non ci dovrebbe stare una donna, per quanto disperata, in carcere fino alla fine dei suoi giorni, seguendo l’Alfano-pensiero?

E non c’era nessuna ragione di non dare scampo a chi aveva commesso l’efferato crimine: era già lì. Ma vi immaginate l’inseguimento (mancato), fino in Albania, del presunto assassino? Peggio di Monsieur Fix con Phileas Fogg nel giro del mondo in ottanta giorni.

Perché il suo delitto è stato mille volte peggiore di quello di aver ucciso le sue figlie, lui ha commesso il reato di non entrarci niente. 

Ucciso con 87 coltellate. Fermata l’amante. Alla faccia del femminicidio!

E’ la dimostrazione evidente di come il concetto di “femminicidio” sia estremamente labile e relativo.

Un uomo di 57 anni, nel foggiano, è stato ucciso con 87 coltellate. E’ stata fermata la sua amante, presunta colpevole dell’omicidio. La relazione durava da 10 anni. Sembra che l’uomo non fosse disposto a lasciare la famiglia e la moglie per lei.

E su, via, parliamone di questi uomini cattivi che ammazzano le povere mogli, fidanzate, amanti e compagne. Per motivi di gelosia, perché non sanno reagire al fatto che la loro donna sia diventata ex e che stia con qualcun altro.
Parliamone, soprattutto in televisione, che la cosa fa audience. Donne che scompaiono, persone indagate per il loro omicidio, bambini lasciati soli, testimoni a intermittenza e nessuno che dica la verità: “Non siamo venuti a capo di niente!”
Parliamo anche del “coraggio” di tutte quelle donne che avevano commesso l’unico errore di innamorarsi dell’uomo sbagliato, al momento sbagliato e nel luogo sbagliato (hai detto nulla!!).

Ma 87 coltellate sono 87 coltellate. Non è un cadavere, è un colabrodo. Ed è una donna ad averle inferte. Si sta anche indagando se giorni prima la donna gli abbia offerto o no un cappuccino al veleno. Che, voglio dire, anche quello non è che sia proprio un corretto alla sambuca.

Donne che uccidono gli uomini. O si è inaugurata un’altra stagione di romanzi gialli, o il legislatore, nella sua miopia, non ha visto una verza.

…e continuavano a chiamarlo femminicidio

Marilia Rodrigues Silva Martins, 29 anni, brasiliana, in stato di gravidanza, è stata uccisa nell’ufficio in cui lavorava. Presunto colpevole il suo amante nonché datore di lavoro.

A Bari, Paola Labriola, 53 anni, psichiatra, è massacrata a coltellate. Presunto autore del gesto un suo paziente.

Ad Avellino Clotilde Sensale, 76 anni, commerciante titolare di un negozio di abbigliamento sportivo nel centro storico è stata presa a coltellate per cinque euro. Il suo presunto assassino è un pregiudicato di 41 anni.

Il primo è un femminicidio, gli altri due no.

Il perché è facilmente intuibile.

Perché la donna brasiliana uccisa era incinta, e per giunta dell’uomo con cui aveva una relazione. Era bella, almeno così l’hanno fatta apparire. Una donna giovane, bella, sola in Italia, lontana dal proprio paese e, soprattutto, madre.
Basta questo per inquadrare il fatto nella categoria del “femminicidio”. Perché la vittima, prima ancora che donna è “femmina”, proprio per i motivi di cui sopra. Non è solo un essere umano, è qualcosa di più. E’ una categoria a sé, e proprio per questo fa notizia.

Una donna che curava le persone con disturbi mentali invece no. Non era giovane, o almeno non più giovanissima, anche lei è stata uccisa sul luogo del suo lavoro, non era affatto incinta, no, probabilmente aveva dei figli già grandi, ma questo desta poco interesse per la pubblica opinione dèdita a scandalizzarsi ad ogni “femminicidio” sospinto.
Così come una donna di 76 (“capirài, non pubblicano nemmeno la foto sul giornale, tutt’al più sulla lapide o sugli annunci funebri”), che “sì, povera donna, tutto quel che si vuole, era anche dinamica per la sua età, brutta cosa essere ammazzati per cinque euro, non si discute” (perché la gente pensa questo!) ma queste, appunto, sono donne, non femmine. Cadaveri, non vittime.

E’ come se parlare di “femminicidio” avvicinasse le assassinate agli altari e sacrificasse tutte le altre. Come se l’omicidio per motivi passionali avesse più dignità di essere condannato e aborrito di quello per mano di un povero malato o perpetrato per motivi così futili come una banconota da cinque euro.

Siamo irrimediabilmente stupidi da dividere i morti in serie A e serie B.

Il decreto-frittella anti-femminicidio

Il decreto anti-femminicidio è nato, e come tutte le cose un po’ fighttòfile, lo si annuncia, debitamente, su Twitter.

Lo hanno chiamato proprio così, “anti-femminicidio”. C’è l’antipulci, l’antizanzare, l’antitetanica, l’antivipera (questa parola è bella, si è anti l’animale e non anti l’effetto del suo veleno). Ora c’è l’anti-femminicidio. E l’eliminazione del trattino è solo questione di tempo e di uso della parola.

Non è una cosa che una donna se lo spruzza addosso e non viene più picchiata e violentata fino alla morte dal marito, dal compagno, dal fidanzato o dal padre (perché se le càpita per colpa dello spacciatorello di turno, come nel caso di una giovane di Castagneto Carducci, quello non è femminicidio??). Non ci si inietta una dose di anti-femminicidio per fermare gli effetti di queste violenze e, eventualmente, ritornare in vita. No, non è così che funziona.

Decreto profondamente deludente. Assolutamente mancante di punti di appoggio seri e convincenti.

Intanto c’è da chiedersi se sia stato effettivamente e chiaramente definito il reato di femminicidio. Se esista, cioè, al di là di ogni ragionevole dubbio, una condotta che venga definita “femminicidio”. E, eventualmente, in che cosa differisca il “femminicidio” dall’omicidio tradizionale. Perché una donna uccisa dal marito perché lo voleva lasciare sia diversa da una donna presa a fucilate da uno sconosciuto. Sono domande a cui il governo (che NON è il legislatore, ma che a lui, in questo caso, si sostituisce) DEVE dare una risposta. Risposta che non c’è.

Ci sono, però, i provvedimenti.

a) Querela irrevocabile. Vuol dire che una volta presentata una querela, questa non può più essere rimessa, ovvero ritirata, e continuerà a produrre effetti sia che la vittima continui a volerlo o no.
Quella di presentare querela, oltre che una facoltà è un diritto. A cui, certamente, si può rinunciare. Io posso denunciare per diffamazione uno che mi ha offeso, magari perché in quel giorno ero arrabbiato, basta che lui mi abbia diffamato davvero. Poi, magari, con il tempo, il tipo mi chiede scusa, io mi convinco che forse ho un po’ esagerato, abbiamo fatto pace, magari è nata anche una bella amicizia, e io DEVO poter rinunciare a quel diritto che ho esercitato, se questa è la mia intenzione.
Chi querela per “femminicidio” è in genere una donna che ha subito delle violenze atroci. Ma, allora, non si capisce perché chiamare “femminicidio” il reato o i reati per cui si procede, visto che la donna è ancora viva. Saranno molestie, percosse, violenze sessuali o meno, lesioni più o meno gravi. Ma la donna è viva, tant’è che propone querela. E vogliamo toglierle non solo il diritto di ritirarla, ma anche il diritto di avere paura. Per sé, e per i propri figli. E, eventualmente, di proteggere la sua persona e quella dei suoi cari. Perché lo stronzo quando è querelato minaccia. Se sa che la donna non può più ritirare nulla, allora si sente perduto, e chi non ha più nulla da perdere non ci pensa due volte ad andare fino in fondo.
Sarebbe bastato rendere perseguibili di ufficio e non più a querela di parte quei tanti reati connessi con il maltrattamento. Ad esempio le lesioni con prognosi inferiori ai venti giorni. Perché non è che lo stronzo, se ti fa un occhio nero guaribile in 15 giorni ti ha fatto qualcosa di bello e di piacevole.
Oppure l’obbligo per il medico curante, per il pronto soccorso, per gli assistenti sociali di segnalare alla magistratura quello di cui vengono a conoscenza durante il loro lavoro.
Oppure poter esercitare l’azione penale anche su denuncia (scritta e sottoscritta) di una persona che non sia necessariamente la diretta interessata ma magari qualcuno che le sta vicino (genitori, parenti stretti, un’amica, il parroco).
Perché una donna che non può ritirare una querela, dove la mandi? A lavorare, dico, ammesso che lavori. A far istruire i propri figli, a rifarsi una vita per proteggerla dallo stronzo di cui sopra che non ha nulla da perdere??

b) Se alla violenza assiste un minore la pena è aumentata di un terzo. La presenza del minore deve essere dimostrata in giudizio, ed è l’accusa che la deve dimostrare. Alla difesa basterebbe poter dire “no, no, il bambino era a letto, dormiva e non ha visto nulla”. Vale il sì dell’accusa come il no della difesa, in mancanza di prove valide e sufficientemente solide.
Guardiamo il reato di percosse. L’art. 581 del Codice Penale stabilisce che:
“Chiunque percuote taluno, se dal fatto non deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito, a querela della persona offesa con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 309. Tale disposizione non si applica quando la legge considera la violenza come elemento costitutivo o come circostanza aggravante di un altro reato.
Cioè, io ti meno davanti a un minore, ma se tu non subisci nessuna “malattia nel corpo” (se, ad esempio, mi limito a darti degli schiaffettini superficiali, che non lasciano lividi, magari anche così, per stuzzicarti un po’) io posso essere condannato con la reclusione fino a sei mesi (a meno che i miei schiaffettini non facciano parte di un disegno più ampio e di un delitto maggiore) aumentati di un terzo. Questo se il giudice è talmente rigido da applicare il massimo della pena. O se gli schiaffettini erano continuati nel tempo e il fatto era di particolare gravità.
Se la pena base dovesse essere di tre mesi (metà del massimo) l’aggravante del minore si annullerebbe con la concessione delle attenuanti generiche, e lo stronzo schiaffeggiatore stavolta se ne tornerebbe con una condanna a tre mesi (o a quattro se il reato è continuato), condizionale assicurata, e se patteggia il rito gli consente uno sconto maggiore.
E’ un caso limite, ma è molto esemplificativo. Ah, naturalmente il tutto è perseguibile a querela di parte, ci mancherebbe altro.

c) Il diritto al gratuito patrocinio per le vittime di violenza. Ma non è un istituto che è sempre esistito? Dove sarebbe la novità?? Chi non può permettersi un avvocato deve poter accedere alla giustizia a spese dello stato sia che sia una vittima sia che si tratti di un imputato e debba esercitare una difesa. Lo sanno anche i muri. E in che cosa consisterebbe la grande novità introdotta da questo punto? Non è ancora chiaro.

d) Anonimato. Riferisce Alfano: “da oggi di dà la possibilità a chi sente o sa di una violenza in corso di telefonare alle forze di polizia non anonimamente, ma dando nome e cognome: a mantenere anonimato e protezione ci pensa lo Stato. Si può quindi intervenire su denunce fatte da terzi soggetti, magari il vicino di casa che ha sentito delle urla”
Allora, se io devo dare il mio nome e cognome, o, comunque, declinare le mie generalità alla polizia a cui telefono per riferire di una violenza in atto, NON SONO anonimo. Sono sempre identificabile dall’autorità giudiziaria. Magari lo stato provvederà a mascherare i miei dati agli occhi del presunto colpevole e della vittima, ma se vengo chiamato in un pubblico processo a testimoniare e a riferire che sì, ho sentito dei rumori e delle liti quella sera, poi difesa e parte civile le mie generalità le vogliono. E questo non è anonimato. E le “denunce fatte da terzi soggetti” non è che vanno firmate? Da quando in qua le forze dell’ordine si muovono sulla base di un signor X che riferisce di essere il signor Y e che dice che il signor Z sta picchiando la moglie??? Non esiste più la responsabilità di chi scrive?

Laura Boldrini esulta: “#Femminicidio, violenza contro le donne, #stalking: bene il decreto del #governo, segno di nuova consapevolezza” (su Twitter, naturalmente!)

Tolgono i diritti alle donne e la chiamano “consapevolezza”.

“Femminicidio” e altre parole orrende

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Femminicidio è una delle parole più ributtanti che la fantasia linguistica degli italiani abbiano mai infilato a forza nei vocabolari.
Perché genera la convinzione che l’omicidio di una persona di genere femminile sia più odioso e vergognoso di quello di uomo. Perché è vero che esiste omicidio ma non si può inventare anche maschicidio o, peggio che mai, uominicidio.
Il femminicidio propone una fattispecie che se non è di reato poco ci manca. È un termine strettamente emotivo e legato alla cronaca. Come se fosse molto più grave l’uccisione di una giovane donna da parte del suo fidanzato, marito o amante rispetto a quella di una signora anziana che viene colpita da un proiettile perché è entrata in una gioielleria durante una rapina e ha visto in faccia i rapinatori.
È una parola massmediologica, che aumenta la sua pericolosità con l’uso.
Fabiana, una ragazza di 16 anni, è stata uccisa a coltellate e bruciata dal suo fidanzatino.
Cazzo è un fidanzatino? Un fidanzato mignon? Un boy friend formato tascabile? Si allude a un morosetto di tenera età. E proprio l’età e il diminutivo ci fregano.
Se è un fidanzatino vuol dire che stendiamo un velo pietoso sulla gravità del fatto, tanto che il Vescovo della sua diocesi ha già invocato il perdono.
Un fidanzatino è come un bambino.
Solo che fidanzatino è diminutivo di fidanzato, ma bambino non è diminutivo di bambo. Non è la stessa cosa.
Nel nostro vissuto un bambino non potrebbe mai uccidere nessuno. Anzi, i bambini sono buoni, si perdona loro tutto, cretini che siamo a non pensare che un bambino o un giovane non possano rendersi responsabili dei più efferati crimini.
E allora restiamo pure in infusione dei più pettegolistici talk show televisivi nazional-popolari. Qualche femminicidio per le nostre bavose brame ci verrà servito sicuramente.