Federico Maria Sardelli bannato per un mese da Facebook

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L’altro ieri mi è giunta una notizia che mi ha fatto rimanere un po’ stercofatto o “cacino” per dirla alla livornese. Non è nulla di che. Il Poeta direbbe che “non vale due colonne su un giornale”, ma forse è proprio per questo che la ospito.

Federico Maria Sardelli è stato bannato per un mese da Facebook per via di un contenuto non consono (non si sa bene perché) alla politica di Zuckerbndfg.

Ecco, si riassume il tutto in poche e desolate parole. Il “contenuto” di cui parlo è quello di cui all’immagine che accompagna queste brevi noticine, una sorta di “meme” (parola bruttissima che i Facebookari usano a chilate ogni giorno) e che ha come massimo dell’offensività, se proprio si va a vedere fino in fondo, il termine “babbei”. Sono solo opinioni critiche. Forti? E sia, la critica non guarda mai alla forza con cui sferra il colpo, la critica è tale proprio perché travalica il senso dei fatti. Sono opinioni (e chiunque cliccando sull’immagine per ingrandirla può leggerle a suo bell’agio) di una persona che può permettersi questo ed altro, essendo Federico Maria Sardelli, oltre che un caro ex compagno di scuola (e, conseguentemente, compagno di una vita), un direttore d’orchestra, compositore, disegnatore, vignettista, fine umorista, esperto dell’opera di Vivaldi, filologo musicale, pittore, romanziere. E uno che è tutte queste cose insieme, le sue opinioni politiche può permettersi di dirle su Facebook, fuori da Facebook, in Italia e all’estero.

Ma attenzione, non sono solo l’autorità e l’autorevolezza di qualcuno a renderlo degno di rappresentare il suo pensiero su un mostro informatico come Facebook, quello possono farlo tutti, magari con un séguito minore, ma certamente a buon diritto. Quello che rende l’opera di Sardelli degna di stare dappertutto (e, quindi, anche su Facebook) è il fatto che non contiene assolutamente nessun tipo di linguaggio sconveniente o che travalichi quella che i giuristi chiamerebbero la “continenza”. Insomma, non c’è nulla di male in quello che ha scritto Sardelli, e secondo me su Facebook, dove, peraltro, siamo abituati a ben altre manifestazioni del pensiero e a opere di diffamazione e distruzione sistematica di questo o di quel soggetto, quelle parole e quelle immagini ci potevano stare. Ma Facebook non ragiona come noi. Anzi, probabilmente affida a qualche algoritmo della malora l’analisi complessa di quello che linguisticamente non può essere etichettato né etichettabile e poi tanto qualcuno ne farà le spese. E’ un assurdo macinino che non ha ragioni comprensibili e che, come i “vaghi de caffè” di un famoso sonetto del Belli, ogni tanto trascina a fondo qualche chicco per ridurlo in polvere. Non una polvere fisica, beninteso, ma una polvere destinata a costituire un silenzio forzato e inspiegato (nonché inspiegabile) a chi deve subire una punizione per una supposta stronzata che sa di non aver commesso (e che, in quanto “supposta” possono cacciarsi dove credono meglio).

A Federico Maria Sardelli solo tanta solidarietà e un pizzico di presa per il culo: o cosa pensavi che fosse, Facebook, l’Utopia di Tommaso Moro? Ovvia, giù, un te la piglià’ che fra un mese ce l’arracconti.

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“L’affare Vivaldi” di Federico Maria Sardelli

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Leggere libri gialli è una delle esperienze più belle della vita, perché il giallo non ha mai un finale aperto, e i finali aperti mettono angoscia. Invece nei gialli c’è sempre un mistero (solitamente, ma non necessariamente associato a un ammazzamento), qualcuno che lo deve risolvere e la risoluzione finale (appunto). Se va bene si viene condotti per mano da un investigatore (professionista o improvvisato) simpatico che ha il pregio di essere sempre lo stesso di episodio in episodio, così si è certi di ritrovare le stesse paranoie (perché l’investigatore un po’ paranoico lo è!) di libro in libro, finché all’autore non viene voglia di accopparlo, come è successo con Poirot, con Miss Marple e come succederà con Montalbano, prima o poi. Potere dell’invenzione!
Ma quando il giallo riguarda i manoscritti e, conseguentemente, la memoria di Antonio Vivaldi, nonché il suo culto tra le persone che lo hanno amato, lì non c’è invenzione che tenga. Anzi, è proprio tutto vero. Il narratore interviene poco (anzi, pochissimo) tra i fatti e i personaggi di cui fa una lista lunga quattro pagine (altro che quegli elenchini di quella buontempona della Christie!) e il recupero di Vivaldi da un oblio durato due secoli è il finale anch’esso obbligato di una storia che si è fatta romanzo ne “L’affare Vivaldi” di Federico Maria “Astio” Sardelli, pubblicato da Sellerio che se non ce l’avete fate solo bene a comprarlo (io l’ho preso su Amazon e mi ci son trovato dimolto bene).

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Federico Maria Sardelli e il fantasma di Pierre Ménard

Ascoltare Federico Maria Sardelli che dirige se stesso, in un barocco cerchio lietamente autoreferenziale, mi ricorda il personaggio di Pierre Ménard in uno dei racconti più famosi di Jorge Luis Borges.

Ménard, scrittore, decide di riscrivere il “Chisciotte” di Cervantes. Non di copiarlo, no, ma proprio di riscriverlo, ex novo, come se si trattasse di un romanzo originale. Il risultato sarà che il “Chisciotte” di Ménard risulterà in tutto e per tutto identico a quello di Cervantes, anche se Borges annota che alcuni passi di Ménard sono, paradossalmente, più avvincenti e convincenti di quelli corrispondenti del monco di Lepanto.

Dunque, Federico Maria Sardelli compone musica barocca. E la Brilliant pubblica il primo CD delle sue composizioni, eseguite dallo storico ensemble “Modo Antiquo“.

Il disco convince fin dalle prime note del “Domine, ad adjuvandum me“. Un “allegro” sardelliano è sempre un allegro un po’ incazzato. E così, quello che in superficie sembra un calco maldestro del “Presto” da “L’Estate” di Vivaldi, assume vita propria proprio perché Sardelli non scrive musica barocca, ma E’ barocco, nel sentire, nell’operare, nel lavorare, nel comporre. E’ uno dei massimi esperti di Vivaldi sul Pianeta, lo conosce talmente bene che non scrive “alla maniera di Vivaldi”, ma è perfino più vivaldiano del Prete Rosso.

Dunque, la “citazione” in Sardelli, non assume mai il valore orrendamente stravinskiano di riscrittura della stessa musica, ma di ricordo, di musica che continua riproponendosi mai uguale, eppure, questo sì, rigorosamente barocca.

Il mio Maestro mi insegnò che il Barocco è andare da un punto a un altro facendo una curva e non per linea retta. Così Sardelli gioca, ripropone, prende note, le varia, ci mette un soprano, un oboe, un violoncello, crea concerti barocchi perfino nella durata, e nell’eterno ritorno circolare della sua musica riesce perfino a fare lo sgambetto a se stesso e a prendersi autonomamente in giro, facendosi strada tra larghi, allegri, allegri molto, allegri assai, fughe, argute o dal sepolcro, un dominegglòria, con musicisti e cantanti che hanno cognomi robusti come Nuti, Mameli, Ceccanti e Pollastri.

Nota di biasimo: il concerto in la maggiore per archi e basso continuo del 2008 il Sardelli poteva anche inciderlo tutto, anziché concedercene due striminziti estratti, Maremma stitica!

Compràtelo, peccatori!

da Federico Maria Sardelli ricevo e volentieri ripubblico:

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