L’inchino e la tagliola

D’improvviso della “tagliola” posta in essere dal Presidente Boldrini non si parla più.

La discussione è stata spostata (e mantenuta) sulle tonnellate di insulti ricevuti dalla terza carica dello Stato in seguito a un sondaggio apparso sul blog di Beppe Grillo.

Intendiamoci: quegli insulti sono veri. La Boldrini è stata pesantemente diffamata.

Naturalmente è stato preso di mira il mezzo (il blog di Grillo) al posto del diffamatore (chi materialmente ha immesso quei contenuti).

Si dà il caso che in Italia la responsabilità penale sia personale e che la diffamazione sia un reato punibile a querela di parte.

Quindi la Boldrini può benissimo querelare gli autori di quelle ingiurie pubbliche e sottostare al giudizio di un giudice terzo. Esattamente come ogni cittadino.

Invece stasera va da Fazio. A far che? Forse che io, se vengo diffamato, ho la possibilità di andare ad esporre il mio pensiero in televisione? E che cos’è “Che tempo che fa?” un tribunale?? Sì, lo so, io non sono il Presidente della Camera. E non è solo per questo che non ho mai usato nessuna ghigliottina con nessuno.

Non ci sono parole per questa distrazione di massa che a colpi di falso giornalismo inizia a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su un “Belìn” messo lì da Grillo, o sul fatto che, tanto per cambiare, Grillo è un pregiudicato perché ha ammazzato tre persone in un omicidio colposo.

Vediamo se anche questa volta la Boldrini dirà che quelle verso di lei sono ingiurie verso tutte le donne. O se qualche donna si sentirà ingiuriata solo perché lo è stata la Boldrini.

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Questa sera Adriano Sofri da Fazio (e vai!!)

E tra poco, a “Che tempo che fa”, nel salotto di Fazio sarà ospite Adriano Sofri.

Bene, cazzo, son proprio contento.

Son proprio contento che in Italia abbiamo un luminare della filosofia, della linguistica e della politica come Noam Chomsky, che va a fare conferenze su linguaggio e mente, risponde gentilmente alle domande dei giornalisti, veste dimessamente con le sue scarpine da ginnastica, ha quasi 90 anni e zompa come un grillo, ma noi gli preferiamo uno che è stato condannato in via definitiva per l’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio Calabresi, accusa sempre rifiutata ma dopo essersene assunta la corresponsabilità morale (si dovrebbe poter affermare, per contrappasso, che Calabresi poteva essere stato il mandante morale della morte di Pinelli, ma sappiamo benissimo che non è così, e quindi la excusatio non petita di Sofri crolla) che non si è mai appellato alle sentenze di condanna che lo riguardavano, che ha caldeggiato fortemente l’indulto del 2006, che diede dello “squadrista” a Marco Travaglio e che scrive su “Libero” perché non ci si può far mancare niente.

Che uno dice, ma mentre c’è Sofri Chomsky è a Roma. Sì. E collegarsi con la sua conferenza no? Mettercisi d’accordo per un’intervista da trasmettere in differita?? Nemmeno, seh, figuriamoci, ci facciamo dire da un anarchico statunitense che non c’è più democrazia in Italia, no, no, molto meglio Sofri, volete mettere??

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I’ Fazio ‘o show!

Fabio Fazio, 10 Settembre 2010, Mandela Forum, 9° Incontro nazionale di Emergency, Firenze

Nun me guarda’
stuorte pecche’
momentaneamente
nun sto’ vicino a te
sto’ cu l’amice
e cu l’amice
io faccio ‘o show.
(Arbore – Mattone)

C’era qualcosa che non mi tornava nell’affaire Brunetta-Fazio.

Sono stato a rimuginarci per giorni (o minutini!) per arrivare al capo di quello che non mi scendeva per il gargarozzo delle prevedibilissime domande di Brunetta, e delle altrettato prevedibili risposte del presentatore di “Che tempo che fa?”

Ed è qualcosa che va ben oltre il pur lauto compenso contrattuale che Fazio non ha fatto conoscere per inesistenti “motivi di privacy” (non si capisce bene se dell’azienda o sua), giacché le dichiarazioni dei redditi di chiunque sono pubbliche (sì, anche le mie, anche le vostre -inutile che facciate quelle espressioni di disappunto-, anche quelle di Fazio).

Fazio, che, non bisogna dimenticarlo, è stato definito da Gubitosi come “non un costo ma una fonte di profitto”, ci ha tenuto a precisare a Brunetta che la sua trasmissione è interamente pagata dalla pubblicità.

Che è un autogol clamoroso.

Perché a me non me ne frega niente se i ritorni pubblicitari coprono i costi di quello che fai. Mi devi dire che il tuo programma, con le varie interviste alla Boldrini, a Jovanotti, allo stesso Brunetta, a Roberto Saviano, a chi ti pare sono servizio pubblico di interesse collettivo. Allora, visto che lo sono, non mi ci metti la pubblicità, perché io non voglio che una libera opinione venga condizionata da un pannolino, un’automobile, una marca di crackers.

Poi se vuoi farmi credere che i cinguettii di Massimo Gramellini o le Jolande e i Walter della Littizzetto siano anch’essi servizio pubblico, mi dispiace ma non ci siamo.

Un servizio di pubblico interesse me lo offri a costo zero sia che tu abbia la pubblicità a farti da stampella, sia che quella trasmissione te la guardino in quattro o cinque. E’ servizio pubblico e basta.

E se facessi servizio pubblico veramente potresti essere pagato dal canone degli utenti e guadagnare anche una cifretta un po’ più ragionevole, che male non ti fa.

 

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Enrico Letta da Fazio e l’IVA al 22% sugli e-book

Il detentore del copyright di questo file, Presidenza della Repubblica, permette a chiunque di utilizzarlo per qualsiasi scopo, a condizione che il detentore del copyright venga riconosciuto come tale. Sono consentiti la redistribuzione, le opere derivate, la modifica, l'uso commerciale ed ogni altro uso.

Mentre era a piangere da Fazio, ieri sera Enrico Letta ha trovato il tempo di rammaricarsi del fatto che i libri di carta hanno l’aliquota iva al 4% mentre gli e-book al 22%. E ha aggiunto che questa è un’ingiustizia.

Mi occupo di distribuire e-book gratis da circa undici anni. Francamente trovo perfino ridicolo che uno un e-book se lo compri, ma questa è deformazione professionale, ognuno faccia quel che crede.

Però un libro di carta

a) lo posso prestare a un amico;
b) posso leggerlo anche tra molto tempo (in casa ho libri del ‘700, si leggono ancora benissimo. La Bibbia di Gutenberg è ancora perfettamente leggibile e ha più di 500 anni);
c) posso usarlo per riparare temporaneamente la zampa del tavolino;
d) se ho freddo posso gettarlo nel fuoco e scaldarmi;
e) se non mi piace lo posso regalare alla biblioteca del paese perché possa essere prestato ad altri.

Mentre un e-book

a) se lo copio e lo passo a un amico commetto reato;
b) tra 500 anni nessuno potrà leggerlo più. Ma neanche tra 10, se è per quello, e verosimilmente morirà assieme all’accrocchio che uso per leggerlo. E con lui moriranno i soldi che ho speso per comprarlo;
c) non fa spessore, e il Kindle sotto la zampa traballante non risolve il problema;
d) non brucia e io muoio di freddo;
e) non potendolo trasferire non posso darlo alla biblioteca che non può prestarlo, a sua volta, ad altri.

Il libro di carta svolge delle funzioni primarie di necessità. L’e-book è un bene di lusso. Chi lo vuole se lo paga, anche se si tratta di qualcosa di immateriale, e caro.

Se, poi, ci sono persone che per necessità personali hanno bisogno di una versione in e-book di un titolo (per esempio i dislessici nei confronti dei testi scolastici) devono averla gratis. Punto e basta.
Ma se una casalinga vuole leggersi “Cinquanta sfumature di grigio” sotto l’ombrellone e non vuole farlo sapere al marito o non vuole far vedere la copertina ai vicini, perché poi nel loro giudizio oltre che casalinga diventa anche un po’ zoccola, allora è bene che se lo compri, e chi se ne frega se col 22% di IVA.

E’ come la gente che si compra un iPhone di ultima generazione, lo paga un bòtto ma poi si lamenta che WhatsApp le chiede 0,89 euro all’anno per continuare a funzionare.

Gente col Kindle, col tablet, con l’Android… tutti lì a pagare 0,99 euro per una coscienza di Zeno o per un fu Mattia Pascal, quando va bene. Ma se si tratta dell’ultimo libro dello scrittore di grido si arriva a pagare più o meno lo stesso prezzo dell’edizione cartacea. Solo che il libro te lo tieni, mentre l’e-book lo prendi e lo butti via.

Ma non inquina. Almeno quello.

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Roberto Benigni e il popolo della Lega

E’ tornato Benigni in televisione.

Fazio lo ha introdotto come uno “a cui vogliamo tanto, tanto, tanto bene”. E giù lodi, citazioni di Federico Fellini, solita sigla da fanfara, applausi, “grazie tante, che gioia, che gioia…”, “che bella presentazione!”, “è tutta una meraviglia… una gioia”, “come passa il tempo!”. E va beh…

Benigni ha usato il suo solito linguaggio, ormai stilizzato, cristallizzato, quanto meno déjà vu (“quanto mi è piaciuto questo centocinquantenario”, “il risorgimento… ma la grandezza di quel periodo…”, “io un applauso glielo rifarei a questa unità…”, “…gente che ha dato la vita…”, “siamo abituati a risorgere”, “ci si voleva bene”, “la fraternità che è questa parola spettacolare”, “è una cosa bellissima”, “quanto ti voglio bene tu non lo sai…”)

Ha usato, il Benigni, anche parole per la crisi della Lega. Doveva essere satira e, probabilmente, lo è anche stata. Una satira non esattamente pungente, come si richiederebbe a un comico che rivolge i suoi effetti ridanciani nei confronti del potere, ma comunque una forma di satira.
Ora, quando il comico prende di mira il potere (cioè sempre!) solitamente non chiede scusa. O non trova giustificazioni e scuse nei confronti di chi il potente l’ha eletto.

E invece:

“…mando un saluto alla base leghista, sono grandi lavoratori, operai, imprenditori eccetera… e quindi sapranno riprendersi, COLTIVARE l’idea del federalismo, che è una bella idea politica, abbandonare quell’altra cosa che è terribile e crea solo disgrazie e le violenze, le secessioni, quelle cose… E’ un popolo straordinario e sapranno riprendersi. Adesso… c’è stato un momento… dico proprio la base, il popolo leghista che sono dei grandi lavoratori, hai capito, questo volevo dirlo proprio perché… perché è importante, ecco, che siamo un grande popolo… un grande popolo… e la fratellanza…”

La cosa più temibile, dunque, sarebbe la secessione. Perché l’antimeridionalismo, l’inserimento del reato di clandestinità degli immigrati, le folle plaudenti ai comizi di Borghezio, l’intolleranza, i commenti sopra le righe a Radio Padania Libera, l’alleanza con Berlusconi, quelle no, non sono cose temibili.

La tendenza a dire e smentire, lanciare satira e addolcirla, fare il comico e affermare che non sono cose serie perché, si sa “si fa per scherzare…”, a tirare il sasso e rimpiattare la mano, oppure porgerla con il sorriso del monelletto alla bacchettata della Signora Maestra di turno (già, ma chi sarebbe la Maestra e quale sarebbe la bacchetta??) è tipica negli italiani, ma non dovrebbe esserlo nei comici. Siamo a una captatio benevolentiae che non trova nessun aggancio con un’espressione plausibile della realtà.

Non ne abbiamo bisogno. Non ne possiamo più.

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Don Andrea Gallo e l’abitudine di dare del tu ai preti

Bisogna che lo affermi fortemente, che mi dà dimolta noja una abitudine di stampo puramente neo-cattolico, che è quella di dare del “tu” ai preti.

L’occasione, nemmeno a farlo apposta, me l’ha data il fazismo spinto alle estreme conseguenze dell’ultima (o penultima, sinceramente non lo ricordo) puntata di “Che tempo che fa…” in cui era ospite Don Andrea Gallo.

Potrei dire molte cose sull’umana simpatia che sinceramente non mi viene suscitata dall’ascolto delle parole di Don Andrea Gallo, e sul fatto che non ho mai letto uno solo dei pur copiosi libri che pubblica, per il semplice fatto che non ne sento l’esigenza, ma non è questo il conquibus.

Non sopporto che si arrivi, in una trasmissione televisiva, a legittimare questo amicismo spicciolo, questa falsa confidenza -o, se si vuole, questa confidenza falsata- che la gente pensa di avere con i sacerdoti.

Quand’ero piccino, il parroco di Vada, la seconda località in cui ho vissuto, che si chiamava Don Antonio Vellutini e a cui ho dedicato e spero di poter continuare a dedicare qualche intervento sul blog, lo chiamavano Don Vellutini e tutti gli davano del Lei. “Buonasera Don VellutiniDon Vellutini, mi volevo confessare… Ho messo incinta la mi’ fidanzata, ci sposa Lei Don Vellutini??”

Già chiamarlo più confidenzialmente “Don Antonio” sembrava uno spregio.

Poi… poi nulla… anzi, i tempi dell’impegno, dell’attivismo, dei gruppi, delle comunità. Ecco, ditemi un po’ voi chi ci ha mai capito qualcosa con le “comunità”… Cosa si mette in comune. E sporattutto, perché? Chi è che regge i fili di certo comunitanismo cattolico ad oltranza per cui uno smette di essere se stesso ed esiste in quanto “membro”? Ma membro perché? E anche qui transeat, sono domande a cui nessuno mi darà mai una risposta.

Ma ecco che questo calderone in cui si mischia tutto e si mette tutto in comune, ci fa perdere di vista il fatto che una volta ai preti si doveva un rispetto almeno formale.
Ora, per carità, non è detto che un prete, solo perché è un prete, non abbia e non conservi ancora degli amici personali. Ma sarà a loro che permetterà di dare del “tu”. Che c’entra tutto questo “Sai, vado a fare gli esercizi spirituali con Andrea (o con Riccardo o con Petronio)” -dove Andrea è Don Andrea, e Riccardo è Don Riccardo e Petronio è Don Petronio-.

Fatto sta che Fazio non ha fatto altro che chiamare “Andrea” un sacerdote come se ci andasse a mangiare la cassoela tutti i giorni. E non è mancato nemmeno il classico riferimento a “Faber”, “Faber” che è Fabrizio De André,

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Filippa Lagerback e l’impegno civile di una soubrette-cittadina



Filippa Lagerbäck lavora come valletta a "Che tempo che fa…"

Ho l’impressione, ogni volta che guardo la trasmissione, che Fabio Fazio, conduttore piuttosto accondiscendente e scarsamente incline allo spirito critico, padrone di casa ingrigito e assai salameleccoso, non la faccia parlare, che le dia poco spazio, a parte le presentazioni di rito (prima fra tutte quelle a lui stesso).

E’ sempre fuori da tutto, relegata a stacchi pubblicitari, intermezzi e introduzione degli ospiti.

Oggi ho trovato un’intervista a Filippa Lagerbäck sul blog di Beppe Grillo, a proposito dell’inquinamento di Milano, dell’impossibilità di reperire mascherine antismog nelle farmacie, della indisponibilità di piste ciclabili, delle strade sporche e sempre piene di escrementi di animali i cui padroni non provvedono a pulire e via denunciando.

L’ha fatto da privata cittadina, non da soubrette. Non ha usato la sua notorietà o il suo "potere" televisivo (chè di potere ne ha ben poco) per attirare a sé, col modello del "testimonial", l’opinione pubblica, non ha rilasciato un’intervista con tono presenzialista, no, ha iniziato a parlare dicendo:

"Ciao, sono Filippa Lagerbäck sono svedese, ma vivo a Milano in Italia da 10 anni e ho scelto di vivere a Milano per l’amore per questo paese, per l’amore per questa città e ho scelto addirittura di far nascere mia figlia in Italia e farla crescere qua a Milano."

E’ chiaro che una che ha un modo così semplice, diretto, carino e pulito di rapportarsi alla TV italiana la fanno parlare il meno possibile. Se no poi dice che Milano è sporca e che figura ci fa la RAI? Soprattutto se è valletta di un format di proprietà di Endemol.

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Nichi Vendola a “Che tempo che fa”

Non so se avete visto "Che tempo che fa" su Rai Tre, stasera.

Io stavo mangiando una bresaolina lèggia lèggia con un po’ di limone, un filino d’olio extravergine d’oliva, cui ho fatto seguire un assaggio di un aspic di carne e cotiche di piede di porco (perché con quattro fettine di bresaola e via si sta difficilmente in piedi) e mi sono apparsi due tipi che hanno detto di chiamarsi Paolo e Luca, conosciuti dal grande pubblico come "Le Iene", cui è stato affidato il compito intellettualmente gravoso di condurre il Festival di Sanremo.

Uno di loro ha detto (ma per scherzare, nèh?) che ama andare in palestra per sentire l’odore del sudore dei maschi, poi ha parlato della nipotina appena nata che appena l’ha presa in braccio le ha "cagato addosso".

Che, voglio dire, sono argomenti che quando uno mangia, la domenica sera, fanno anche piacere. Insomma, uno digerisce meglio, fa spazio tra i succhi gastrici e non ha bisogno dell’apporto serale e caritatevole dello storico Digestivo Antonetto.

Poi è arrivato Nichi Vendola.

Fazio, da conduttore e portatore degli interessi dell’azienda, quando il Presidente della Regione Puglia ha detto che la Fiat fa una macchina tutto sommato mediocre gli ha, di rimbalzo, ribattuto: "E’ una sua opinione, Presidente…"

Ma certo che è una sua opinione, scusa, lo chiami per un’intervista, quello esprime una considerazione personale, di chi deve essere l’opinione, del lattaio all’angolo? Del fioraio del cimitero monumentale? Ne avranno anche loro, indubbiamente, e allora, se ti interessano,  vai e intervista loro. Se inviti Vendola è chiaro che le opinioni sono sue.

No, la considerazione di Fazio era molto più sottile: "E’ una Sua opinione" ma, soprattutto "se ne assume ogni responsabilità" (perché guai a dire che la azienda automobilistica di bandiera fa delle vetturette "mediocri"). Solo che la seconda parte della considerazione Fazio non l’ha detta.

Ma una domanda tremenda gliel’ha fatta. C’è da vergognarsi del servizio pubblico a sentir rivolgere a un politico la seguente questione:

"E’ meglio vincere male o perdere bene?"

Dico, ci si può anche svegliare alle tre di notte e mettersi a piangere per una cosa del genere.

Ma che razza di domanda è?

E lì Nichi Vendola avrebbe avuto l’occasione di mettere l’assist in gol, di prendere al volo l’occasione per una rovesciata di buon senso e di buona politica.

Avrebbe potuto dire: "E’ molto meglio vincere bene!" (perché, notoriamente, la scelta obbligata in Italia è quella tra il male maggiore e il male minore). Avrebbe vinto le elezioni, anticipate o no che fossero, a mano bassa.

Avrebbe potuto dirlo ma non l’ha fatto. Ha preferito rispondere "E’ meglio perdere bene", come per dire che lui perderà, e perderà di sicuro.

E a questo punto c’è da vergognarsi della politica.

E’ il ritorno alla normalità dopo l’ebbrezza delle feste. Domani è solo lunedì.

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Elenco delle cose che mi hanno fatto girare i coglioni in “Vieni via con me”

Fabio Fazio che invita (ma per scherzo, sapete?) Milena Gabanelli ad andare a lavorare perché deve pagare tutti i milioni richiesti nelle cause che la sua coraggiosa trasmissione ha ricevuto in tutti questi anni;

Roberto Saviano che racconta le storie commoventi dei morti nella Casa dello Studente de L’Aquila e non denuncia la storia da piangere della mancata ricostruzione e della dignità dei vivi che non hanno più una città che è stata completamente cancellata dalla memoria degli uomini;

Roberto Saviano che continua a pubblicare per la Mondadori e cita l’articolo 34 della Costituzione sulla scuola e le parole di Pietro Calamandrei;

Fabio Fazio che continua a fare la padroncina di casa della RAI nonostante tutto;

Fabrizio De André tirato fuori a sproposito, anche solo con una citazione da "Il Testamento di Tito", perché fa tanto vangelo laico, che, tradotto, significa "cattocomunista";

i balletti su una versione da commento sonoro ai film del muto degli anni venti, suonata con la pianòla scordata, che costano una barcata di quattrini per due o tre minuti di amenità che non si capisce nemmeno cosa vogliano dire;

Domenico Starnone che ci racconta com’è e come deve essere una scuola ideale ma intanto campa coi diritti d’autore delle sue opere e sarebbe bene che tornasse a guadagnare quanto un insegnante che campa solo del suo stipendio, poi lo vedi come gli passano le rùzze da comparsata televisiva;

il Procuratore Nazionale antimafia Piero Grasso che parla di eliminazione di alcune garanzie solo formali per lo snellimento dei processi penali, ignorando che uno stato che  è disposto a eliminare le garanzie a favore di una giustizia penale più veloce probabilmente non si merita né garanzie né giustizia penale più veloce. E anche perché il Dottor Gian Carlo Caselli non direbbe mai una cosa del genere;

don Luigi Ciotti che ha fatto la litania della legalità, che è la stessa cosa che ci permette di dire che Marcello Dell’Utri non può essere ritenuto colpevole del reato di associazione mafiosa perché non è ancora intervenuta una sentenza definitiva passata in giudicato e che Berlusconi è incensurato;

Roberto Saviano che pronuncia "Iòrghe Luis Bòrghes" per "Jorge Luis Borges";

il ringraziamento a Endemol, che fa capo a Berlusconi anche lei.
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L’ultima puntata di “Vieni via con me”

Hanno ragione Cetto La Qualunque e Beppe Grillo.

Cetto la Qualunque ha ragione quando dice che una evento televisivo-culturale è bellissimo alla prima puntata, interessante alla seconda, sopportabile e passabile alla terza, ma alla quarta puntata ti fa spaccare i cogghiùna.

Beppe Grillo ha ragione da vendere quando dice che il format della trasmissione "Vieni via con me" con Fazio e Savio è di proprietà di Endemol, che Endemol è di proprietà di Mediaset e che il banco vince sempre, e l’illusione di avere una TV alternativa a quella di regime è, appunto, un’illusione, perché "Vieni via con me" è una trasmissione di regime, in cui il tornaconto è sempre e comunque quello del Presidente del Consiglio.

Come ogni copia di "Gomorra" venduta, del resto. Almeno finché Saviano continuerà a pubblicare per la Mondadori.

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Maroni contro Saviano: si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignita’

Lo Stato dev’essere sceso a livelli talmente bassi da aver bisogno, più che di calendarizzazioni dell’eutanasia di governo, di un pronto soccorso immediato che limiti gli effetti dell’aneorisma in atto se un Ministro dell’Interno, che in quanto Parlamentare deve rendere conto dell’operato all’intero popolo italiano, e non soltanto ai suoi elettori, se la prende con Roberto Saviano.

E io non volevo più neanche parlarne di "Vieni via con me", trasmissioncina tutto sommato innocua, elencazione sterile di luoghi comuni recitati da ospiti impacciati e inadeguati, condotta da una personcina in abitino marròn, come il tinello di cui parla Paolo Conte, un po’ perché ne ho già parlato abbastanza e uno rischia di diventare ripetitivo, un po’ perché mi pare, in tutta sincerità, che la qualità complessiva del programma non meriti altre parole: hanno cominciato con Cristiano De André che deve per forza fare il verso a suo padre e cantare "Don Raffaè’" e hanno tenuto solo due o tre minuti un monumento vivente come Beppino Englaro, messo accanto a Fini e a Bersani, e ce la gabellano come televisione di qualità sapendo che è così non perché lo sia effettivamente, ma perché la gente è abituata a vedere di peggio.

Le mosse di Maroni contro Saviano e la RAI sono, comunque, inaccettabili e irricevibili.

Un Viminale furioso perché Saviano ha citato un brano tratto da un’intervista a Gianfranco Miglio rilasciata al quotidiano "Il Giornale" (eeeeehhh!…) il 20 marzo 1999. Eccolo qui:

"Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate."

E’ la citazione di una persona a cui è stata intestata una scuola pubblica ad Adro e che viene considerato essere il padre di un movimento politico.

Cos’è, non si può citare Miglio? E’ sacro?? E non si può muovere una critica in televisione a quanto affermato da Miglio più di dieci anni fa???

Certo che no, tant’è che Maroni ha dichiarato: "Come ministro e ancora di più come leghista mi sento offeso e indignato dalle parole infamanti di Roberto Saviano, animate da un evidente pregiudizio contro la Lega".

Senza, peraltro, ricordarsi di quello che lo stesso Umberto Bossi, con una serie di fini francesismi, aveva dichiarato sullo stesso Miglio:

"Poveraccio", "vecchio fuori di testa che fa un putiferio perché non gli han dato la poltrona", "me ne fotto delle minchiate di Miglio", "arteriosclerotico, traditore", "Ideologo? No, panchinaro", "una scoreggia nello spazio" (cit. in: Marco Travaglio, Miglio col bene che ti voglio, l’Espresso 24 aprile 2009)

Cos’è che è di pregiudizio per la Lega, quello che ha detto Saviano o la citazione di Miglio?

Non si sa bene, ma Maroni prosegue imperterrito: "Ho chiesto al Cda della Rai il diritto di replica".

Ma la replica de che? Una critica è tale perché rappresenta il pensiero di chi la muove, non si sa bene che cosa voglia replicare: replica a una frase di Gianfranco Miglio? A una citazione?? A un dato di fatto???

Perché il punto è questo, il governo morente e uscente (che, tuttavia non uscirà e non morirà tanto presto, sarà un’agonia lunga e dolorosa -per il popolo italiano, beninteso-) sta distorcendo la realtà cercando di negare l’innegabile, ovvero che Gianfranco Miglio abbia detto quelle cose. E non pare proprio che la redazione de "il Giornale" le abbia smentite.

Allora: "Chiedo risposta anche a nome dei milioni di leghisti che si sono sentiti indignati dalle insinuazioni gravissime di Saviano e quindi auspico che mi venga concesso lo stesso palcoscenico per replicare ad accuse così infamanti che devono essere smentite"

Non c’è nulla di peggio di chi si renda portavoce del pensiero e della sensibilità altrui. Dove sono le "insinuazioni gravissime"? A quali frasi si riferisce Maroni? Non è dato di saperlo. Quello che è chiaro è che vuole il "palcoscenico", unico strumento mediatico e di propaganda utilizzato anche dal suo Reggente.

Alla RAI gli hanno risposto picche, che non se ne fa di nulla, nessun diritto di replica, nichts, nata, rien de rien, raus, zò i man da la verzüra! Loris Mazzetti ha dichiarato: "Se noi abbiamo detto cose non vere, cose smentibili se lo abbiamo ingiuriato o offeso, che si rivolga direttamente alla magistratura"

E allora lui si è rivolto al capo dello Stato. Che, voglio dire, come ragionamento non fa una piega. "Giro al presidente della Repubblica e ai presidenti di Camera e Senato la questione, se la Rai deciderà di negarmi il diritto di replica a Saviano".

E’ come rivolgersi al tappezziere, alla ferramenta e all’elettrauto perché al banco della salumeria del supermercato si sono rifiutati di darci un etto di prosciutto crudo.

Come replica a Saviano, così ottenuta, varrebbe poco.
Come show probabilmente sarebbe più divertente di Fazio in vestito gessato marrone (così ci è sembrato alla televisione!).

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Fini e Bersani a “Vieni via con me” con Fazio e Saviano

E dunque domani sera, a "Vieni via con me", da Fazio e Saviano andranno Gianfranco Fini e Pierluigi Bersani.

Leggeranno, come fece Vendola, un elenco di luoghi comuni e la gente, pensando si tratti di un confronto democratico tra due leali avversari politici, batterà le mani e, tanto per cambiare, non ci capirà un belino.

Dicono che li hanno chiamati per stilare (e leggere) una serie di punti che costituiscono i valori della destra e quelli della sinistra. Niente "par condicio", ha detto Fazio ieri sera, solo un elencazione dei valori fondanti dell’uno o dell’altro schieramento.

Questo presupporrebbe un dato almeno imbarazzante da sostenere: che la destra italiana sia portatrice di valori.

E questi valori della destra italiana chi li dovrebbe rivendicare? Fini?? Fini che sta creando il terzo polo con Casini e Rutelli (fino a ieri li avrebbe scannati), Fini il delfino di Almirante, quello dei saluti romani a gogò, il co-padre della Bossi-Fini sull’immigrazione (Bossi nel frattempo è diventato l’avversario di turno, chè senza alleati non si può vivere ma senza avversari si muore).

Ma l’altro dato, forse ancor più difficile da sostenere è il dare per scontato che la sinistra italiana ci sia e abbia dei contenuti originali.
E lì, invece, a portare alta la bandiera nel vuoto ideologico del centro-sinistra, finora incapace di opporre contenuti vitali all’azione di governo ci va Pierluigi Bersani, erede diretto di quel centrosinistra che quando è andato al governo tutto ha fatto meno che approvare una legge sul conflitto d’interesse che inchiodasse qualunque Berlusconi fosse andato al governo.

E questa è la televisione dell’opposizione che fa il 25% di share!
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Via con loro e cosi’ sia

Dio mio la trasmissione di Saviano, Fazio & C…

Per carità, non che io sia stato del tutto preconcezionista nei confronti di un programma che avrebbe dovuto essere di denuncia, dare un po’ di respiro a una televisione ripetitiva, in cui la cosa più guardabile resta “Ballarò” perché molte trasmissioni si sono degradate, fino a fermarsi poco più in alto di certi rotocalchi da uno o due euro, poco più in basso del più economico dei principi attivi delle benzodiazepine e dei tranquillanti.

Ci si aspettava molto, dunque, e a ragione.

E il successo è arrivato, puntuale, non perché sia stato molto quello che ci hanno dato, ma perché in confronto a quello a cui siamo abituati anche una trasmissione mediocre è da dieci e lode.

Dice “Ma c’era Benigni”. Sì, e allora? Non si ha certo bisogno dei comici per sapere che Berlusconi ha tutto. Lo sappiamo da soli, però non reagiamo. Perché? Perché siamo dei vigliacchi, ecco perché, perché abbiamo bisogno di qualcuno che le cose le dica per noi, perché noi non abbiamo le parole, perché c’è andato gratis, perché paghiamo il canone, perché la vita è bella e lui ha citato “Era de maggio”, perché ha fatto la rima stanze/depandànze, perché Saviano era imbarazzato e triste, perché noi stavamo nella comodità dei nostri divani morbidi, con i piedi stanchi e puzzolenti dentro le ciabatte di casa dopo aver lavorato un giorno intero o dopo non aver fatto un cazzo perché licenziati o in cassa integrazione, e allora chi ce lo fa fare di metterci a pensare se c’è un comico che lo fa per noi??

Che poi, diciamocela tutta: era roba vecchia di 12 anni fa quella di Benigni, gli ha dato una rispolveratina e via, come nuova, ad acchiappare il pubblico sbadato e smemorato della televisione.

Ecco il testo di allora (1998):

Io sono il boss della coalizione:
Casini, Fini e ultimamente Buttiglione.
Io sono il Leader, il Salvatore,
la Provvidenza, sono l’Unto dal Signore.

La Standa è mia, il Milan è mio
e la Marini, la Cuccarini le cucco io;
Mentana, Fede, Paolo Liguori,
la Fininvest, Publitalia, Mondadori,
Vittorio Feltri, i due Vianelli
e – se obbediva – forse Indro Montanelli.

Ci ho Panorama, Assicurazioni,
Milano Due, Milano Tre, Sorrisi&Canzoni,
ville in Sardegna, palazzi a Milano,
un conto a Hong Kong, due a Singapore e tre a Lugano,
arei, navi, banche, libretti,
sei elicotteri, duecento doppiopetti.

Ci ho Tatarella e Fisichella,
Marco Pannella e Franco Zeffirella,
Clemente Mastellla, la su’ sorella,
Gianfranco Funari e la su’ mortadella.

Carlo Rossella del Tiggì Un
è mio, è mio il tigi due di Mimun.
Gianfranco Fini, oh yes, Paolo Maldini
Letta, Lentini, Alessandra Mussolini,
Pierferdinando Casini, Fiorello e fiorellini,
la Mondaini e Roberto Formighini.

Ci ho Via dell’Umiltà, c’ho la Segreteria
a via Dell’Anima de li mortacci mia.
Mi manca la Fiat, ma me la piglio,
come ho già preso a Miglio e Scognamiglio;
sarà ancora mia la Presidenza del Consiglio.

Checchè si dica, è mio anche mio figlio
il Padre Nostro… è solo mio
e cosa nostra non è vostra, è cosa mia.
Di aziende e banche ho fatto il pieno
basta così, domani compro il mar Tirreno.
Ma io compro tutto, dall’a alla zeta…
ma quanto costa questo cazzo di pianeta?!
Lo compro io, lo voglio adesso
poi compro Dio: sarebbe a dire compro me stesso.


Ecco, e ora? Come ci siete rimasti?

Ma, si sa, it’s uònderful, duddudududù…

Lo stesso Saviano aveva cominciato bene, con la fabbrica di fango. Quello che la gente può farti se parli di lei, se la critichi, se ne scopri le magagne è un tema nobile, che richiederebbe tutta la serata.

Ne ha parlato sì e no cinque minuti. Poi è passato a Falcone e fin lì va bene, ma quando ha recitato l’elenco delle azioni sintomo della condizione omosessuale (tipo pulirsi le orecchie col cotton fioc anziché con lo stuzzicadenti che fa più “uomo”) per fare da contraltare a Nichi Vendola (che, da parte sua, ci ha deliziato con la lettura dell’elenco dei sinonimi della parola “omosessuale”, solo che si è dimenticato il livornese “frustone” e il pantoscano “pigliànculo”) ho pensato che ormai avevo completamente espiato la mia pena media giornaliera.

Claudio Abbado che è un monumento è stato fatto parlare pochissimo. La cultura sta andando in malora, ma nessuno ha detto niente. Lo sappiamo benissimo che in Venezuela ci sono progetti meravigliosi che tolgono bambini e bambini dalle strade per educarli alla musica e al senso dell’orchestra, ma proprio per questo bisognerebbe incazzarsi ancora di più: loro tolgono la possibile prostituzione dalle strade e noi la facciamo entrare nei palazzi del potere.

Tremonti dice “Fatevi un panino con la Divina Commedia”, bravo, bravo, oh no, sei bravo tu, ma io guarda che ho visto il tuo concerto e mi sono commosso, no, mi sono commosso di più io a leggere il tuo libro, Pompei crolla, è una metàfora della vita…

Pompei non crolla perché è una metafora della vita, ma perché è la realtà della nostra incuria e dello stallo dell’ignoranza al potere.

Cibùm cibùm-bùm…

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La Carmen di Bizet di Barenboim alla Scala va tanto di moda…

Va molto di moda la "Carmen" di Georges Bizet. Come al solito, ogni anno, in occasione della prima rappresentazione della nuova stagione operistica al teatro alla Scala di Milano la gente non parla di altro, i melomani aspettano solo Barenboim sul podio per applaudire l’Ouverture di un’opera di cui non conoscono il resto (per molte opere è sempre così, per il "Guglielmo Tell" di Rossini, ad esempio…).

E quest’anno va bene che è la "Carmen", quando si trattò dell’"Armida" di Gluck, opera tutt’altro che semplice da eseguire, ma soprattutto da ascoltare e che per giunta dura quattro ore stecchite, la gente era pronta a scommettere su quel si bemolle e sfoggiava la partitura dal loggione come se di musica ci capisse qualcosa davvero.
Quest’anno la Scala ha fatto una scelta più nazional-popolare, roba semplice per gente semplice, e lo zerbino Fabio fazio domani sera ci introdurrà al mondo della musica classica attraverso la solita passerella di nomi noti. Per fortuna che Abbado, Pollini e lo stesso Barenboim, per contro, sono persone serie.
Quindi tutti a cercare di scaricare la "Carmen" in qualche modo.

Ve ne offro io una versione che, veramente, è già in circolazione, è legale ed è un’interpretazione storica, la distribuisce LiberMusica ma tanto io non sono razzista. E poi non conviene rischiare il penale per catubare la Carmen, per cui prendetela pure:

  •       Ouverture
    (MP3)
  •       Sur la place chacun passe
    (MP3)
  •       Regardez donc cette petite
    (MP3)
  •       Avec la garde montante
    (MP3)
  •       Une jeune fille charmante
    (MP3)
  •       C'est bien là
    (MP3)
  •       La cloche a sonné (Chour des cigarières)
    (MP3)
  •       La voilà! La voilà!
    (MP3)
  •       L'Amour est un oiseau rebelle (Habanera)
    (MP3)
  •       Carmen! Sur tes pas
    (MP3)
  •       Quels regards! Quelle effronterie!
    (MP3)
  •       Parle-moi de ma mère!
    (MP3)
  •       Reste là maintenant
    (MP3)
  •       Que se passe-t-il donc là-bas?
    (MP3)
  •       Mon officier
    (MP3)
  •       Tra la la la la la la la
    (MP3)
  •       Près des remparts de Séville (Seguedille)
    (MP3)
  •       Voici l'ordre; partez
    (MP3)
  •       Entr'acte
    (MP3)
  •       Les tringles des sistres tintaient (Chanson bohème)
    (MP3)
  •       Messieurs
    (MP3)
  •       Vivat! Vivat le Torero!
    (MP3)
  •       Votre toast
    (MP3)
  •       La belle
    (MP3)
  •       Eh bien
    (MP3)
  •       Nous avons en tête une affaire! (Quintette)
    (MP3)
  •       Mais qui donc attends-tu?
    (MP3)
  •       Halte-là! Qui va là?
    (MP3)
  •       Enfin c'est toi!
    (MP3)
  •       Lalalala - Attends un peu
    (MP3)
  •       La fleur que tu m'avais jetée (Air de la fleur)
    (MP3)
  •       Non! tu ne m'aimes pas
    (MP3)
  •       Holà! Carmen! Holà! Holà!
    (MP3)
  •       Bel officier
    (MP3)
  •       Entr'acte
    (MP3)
  •       Ecoute
    (MP3)
  •       Reposons-nous une heure ici
    (MP3)
  •       Mêlons! Coupons! (Trio des cartes)
    (MP3)
  •       Eh bien? - Eh bien
    (MP3)
  •       Quant au douanier
    (MP3)
  •       C'est des contrebandiers
    (MP3)
  •       Je dis que rien ne m'épouvante (Air de Micaëla)
    (MP3)
  •       Je ne me trompe pas
    (MP3)
  •       Je suis Escamillo
    (MP3)
  •       Holà! holà! José!
    (MP3)
  •       Moi! je viens te chercher!
    (MP3)
  •       Hélas! José!
    (MP3)
  •       Entr'acte
    (MP3)
  •       Dansez
    (MP3)
  •       Les voici! Voici la quadrille!
    (MP3)
  •       Si tu m'aimes
    (MP3)
  •       C'est toi! - C'est moi!
    (MP3)
  •       Où vas-tu? Laisse-moi
    (MP3)
  • Albanese, Licia (Soprano, Micaëla)
  • Bizet, Georges (Compositore)
  • Cehanovsky, George (Baritono, Dancaire)
  • De Paolis, Alessio (Tenore, Remendado)
  • Halévy, Ludovic (Autore del libretto)
  • Lechner, Paula (Soprano, Frasquita)
  • Lycee Francais Children’s Chorus (Coro)
  • Meilhac, Henri (Autore del libretto)
  • Merrill, Robert (Baritono, Escamillo)
  • Peerce, Jan (Tenore, José)
  • RCA Victor Orchestra (Orchestra)
  • Reiner, Fritz (Direttore)
  • Robert Shaw Chorale (Coro)
  • Roggiero, Margaret (Mezzo Soprano, Mercédès)
  • Stevens, Risë (Mezzo Soprano, Carmen)

Licenza: Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5

Se poi ci tenete tanto ad ascoltare la per nulla stereotipata Ouverture, usate pure il lettore virtuale di MP3.

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Parole vuote – Contraddittorio

Ci sono delle parole che stanno perdendo valore. Le stanno svuotando, sono praticamente dei contenenti senza contenuti, sono delle robe tristissime, come Oliver Hardy senza Stan Laurel, come le imitazioni delle Pringles alla paprika del Lidl, come un militare di Brindisi (questa metafora non è mia, è di Stefano Benni, e mi è sempre piaciuta), triste come un Ponce alla Livornese che si è freddato, come un libro di Paulo Coelho, come una locomotiva a nafta della linea Bassano del Grappa-Padova, come un raffreddore in piena estate, come le copertine dei libri della Adelphi di qualche anno fa, come una tisana di biancospino e melissa per dormire.

E più vengono usate più si svuotano di senso e la gente non capisce più un cazzo che cosa vogliano dire.

Ultimamente va assai di moda il



Pare che tutto, per avere un’anima politically correct debba per forza avere un "contraddittorio". State guardando un’intervista in TV? Qualcuno sta parlando male di Berlusconi? Eh, non si può perché ci deve essere il "contraddittorio" dalla parte che si ritiene venga offesa. Già, ma che razza di ocntraddittorio ci può essere in un’intervista che raccoglie solo ed esclusivamente i pensieri dell’intervistato? Nessuno. Non ce ne frega nulla del contraddittorio, perché ogni pensiero, ogni informazione, ogni tipo di messaggio veicolato è, per definizione, fazioso e di parte.

Cominciò a limarci sordo lo zerbino Fabio Fazio quando, intervistando Marco Travaglio, disse che il giornalista non poteva ripetere una circostanza pubblicata su un suo libro a proposito dell’attuale Presidente del Senato Renato Schifani, per il semplice fatto che mancava il contraddittorio. E allora?? Non siamo in un processo penale in cui il contraddittorio è indispensabile, non c’è da creare nessun incidente probatorio, sono le opinioni di un giornalista che, fino a prova contraria, se dice il vero non è perseguibile, se sta diffamando un’alta carica dello Stato deve essere giudicato per quello che ha fatto.

Floris (altro zerbino) a Ballarò (altra trasmissione di regime) ha tenuto Berlusconi in diretta per 20 minuti solo perché il Capo del Governo aveva scambiato una trasmissione per un’aula d’accusa.

Il contraddittorio lo invocano i colpevoli. Per quanto mi riguarda niente contradditori, sono un preconcezionista già di mio.

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