La bella persona di Federica Angeli

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Io fino a due ore fa questa donna non sapevo nemmeno che esistesse, figuriamoci chi fosse.

Lo so, sono un infingardo.

Poi su Twitter ho letto una notizia che la riguarda. E cioè che con quella di oggi fanno 105 procedimenti contro di lei per diffamazione vinti. Cioè, io per UN caso di presunta diffamazione mi sono letteralmente disperato per un anno e mezzo rovinandomi la vita e rovinandola a chi mi stava intorno, e questa ragazza del ’75, giornalista dal cuore puro, ne ha affrontate ben 105. E senza perderne nemmeno una (che, voglio dire, nella diffamazione ci è inciampato perfino Marco Travaglio). Che non è chiaro se siano esattamente 105 cause, 105 udienze, 105 processi, quanti siano andati in sentenza definitiva passata in giudicato, quanti in sede civile e quanti in sede penale, ma 105 è sempre un numero altissimo, superiore alla capacità di sopportazione di ogni essere umano.

Fa inchieste di cronaca nera e giudiziaria. Si è occupata delle relazioni tra la criminalità organizzata di Ostia e la pubblica amministrazione, e dal 17 luglio 2013 vive sotto scorta per essere stata minacciata di morte (alla sede del Fatto Quotidiano le è stata perfino recapitata una busta con una pallottola dentro). Dalle sue inchieste e dalle sue denunce sono scaturiti processi e operazioni di polizia giudiziaria.

Come minimo dovevo comprare un paio di suoi libri. Sono andato su Amazon e ho ordinato un vecchio titolo venduto ancora a poco più di 8 euro (avete mai trovato un libro di carta di normale distribuzione a meno di 9 o 10 euro? Io no). Si tratta di “Rose al veleno”, scritto insieme a Emilio Radice. Poi ho ordinato anche “A mano disarmata”, uscito quest’anno, ma su Amazon non lo avevano disponibile (son due volte che mi dànno buca!) e me lo fanno spedire da Hoepli. Facciano un po’ come gli pare, basta che arrivi e presto.

Perché una persona come Federica Angeli è una di quelle che vale la pena di essere incontrata. Ovunque.

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Renzi: la dittatura della minoranza (e altre storielle amene)

Il compagno R., nel giustificare il contingentamento dei tempi di dibattito al Senato sulla riforma che porta il nome dell’illustre costituzionalista Maria Elena Boschi, ha parlato di una disgrazia cosmica da sventare, quella della “dittatura della minoranza”.

Da che mondo è mondo in un regime democratico (cioè non nel nostro, che è regime tout-court) l’esistenza di una minoranza, magari frammentata in varie correnti politiche, diverse per ispirazione e per finalità, minoranza che si dovrebbe chiamare più propriamente “opposizione” (perché i gruppi politici non si considerano per i numeri che portano, ma per la finalità istituzionale che hanno) è da sempre sinonimo di garanzia e di pluralismo. Parlare di “dittatura della minoranza” è una chiara contraddizione in termini. La dittatura, se mai, la farebbe la maggioranza se l’opposizione non esistesse e se non esistessero regole certe che regolano il dibattito parlamentare.

Ma queste regole certe ci sono. C’è l’articolo 72 della Costituzione che recita: “La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.”

Finito, non c’è discussione. Non ci sono “tagliole” o regolamenti parlamentari che tengano. Il regolamento del Senato quando istituisce la cosiddetta “tagliola” non è anticostituzionale, come asserisce Travaglio sul “Fatto Quotidiano” di oggi. E’ semplicemente inapplicabile quando si tratta di disegni di legge in materia costituzionale.

E’ uno scippo di democrazia di bassa lega quello perpetrato con la scusa di poter andare tutti in vacanza dopo l’8 agosto (diàmine, non si possono mica disdire il secchiello, la paletta e le formine per far contenta la Costituzione!).

La Boschi dice che, comunque, si passerà per un referendum confermativo. Non vedo l’ora di mandarli a casa!

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Faccio in fretta un altro inventario

C’era qualcosa che non mi tornava nella decisione de “Il Fatto Quotidiano on line” di rinunciare all’uso delle licenze Creative Commons. Non che non fosse un suo diritto, beninteso, bene o male gli articoli che pubblicano sono di loro proprietà e possono decidere di cambiare clausole per il copyright quando vogliono. Salvo farci un po’ la figura dei geek “pentiti”.

Ma mi sembrava un fatto che, comunque, non si spiegava “da solo”.

Adesso è tutto chiaro: “il Fatto Quotidiano” (non solo la versione on line, ma tutto l’accrocchio editoriale) è quotato in borsa.

Il giornale dei lettori, quello che aveva come unico padrone il pubblico che lo leggeva e che poteva decretarne la sorte, comprandolo o no, adesso è (anche) una forma di investimento.

E allora io che lo compro (o che non lo compro) non sono più padrone di una bella cippa di nulla se, più su di me che vado in edicola a comprarmi il giornale in senso di quotidiano c’è qualcuno che va in banca a comprarsi il giornale nel senso di azioni.

Se prima c’era una qualcosa che era anche mio, in virtù del fatto che compravo un quotidiano che non percepisce alcun finanziamento pubblico, e che mi legittimava a riprodurre notizie, commenti, cronache e corsivi, adesso quel “qualcosa” non c’è più. O, meglio, è di importanza secondaria. Ma, soprattutto, appartiene ad altri.

Comprare “il Fatto Quotidiano“, oggi, non è poi molto diverso dal comprare la licenza di un sistema operativo per un computer: si compra un permesso (quello a leggere), non un bene (il giornale con gli articoli dentro).

Nella notazione scacchistica questa mossa la segnerebbero con un solenne “??“. Senza contare che negli scacchi si ricorda anche il “matto dell’imbecille”: nemmeno tre mosse e hai perso la partita. E io non gioco a scacchi.

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Bisogna interagire con Ruggito del Coniglio. Con due “g”.

A volte sul “Fatto Quotidiano”, anche quando si parla di temi radiofonici come il successo de “Il ruggito del coniglio”, si deve “interaggire” con due g. Proprio non resistono, non “gliela” fanno a non scriverlo.

E non sono errori che scappano all’intervistato (che può anche aver pronunciato “interaggire”, ma il trascrittore ha comunque il dovere di correggerlo) o a chi deve impaginare il giornale e ha fretta. No. Sono errori che si buttano lì, non si sa perché.

Una volta forzare l’orgografia significava essere piacevolmente “interiggenti”.

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Roseto degli Abruzzi: parole grosse dal sindaco Enio Pavone nei confronti di Dalia Collevecchio

Screenshot tratto da www.primadanoi.it

“Cominciò con la luna sul posto
e finì con un fiume d’inchiostro
è una storia un poco scontata
è una storia sbagliata.”

(De André – Bubola)

A Roseto degli Abruzzi succede che una delegazione di “Sinistra e Libertà”, rappresentata da Dalia Collevecchio (che, per inciso, è una mia amica, e in quanto tale sa benissimo che non la penso come lei, e questo ci permette di andare a prenderci un aperitivo insieme quando ne abbiamo voglia senza troppa falsa “politesse”), vada a parlare con il sindaco Enio Pavone su un tema di tangibile tragicità, il caro-affitti e i contributi del Comune per le famiglie meno abbienti e in difficoltà.

Durante il confronto sarebbero volate parole grosse, il linguaggio sarebbe degenerato (con uso di espressioni come “urinare fuori dal vaso”), il sindaco avrebbe usato come parametro di valore contro Dalia Collevecchio le sue 7300 preferenze, grazie alle quali è diventato primo cittadino e rappresentante di TUTTI i rosetani, anche di quelli che non lo hanno votato. Lei di preferenze ne ha avute soltanto 16.

La stampa e il web locali riportano, effettivamente, dei virgolettati del sindaco. Ma bisogna fare bene attenzione a non cadere nella trappola dei discorsi riportati e/o ricostruiti da una fonte secondaria. Ovvero un qualcuno che ha sentito il sindaco che diceva qualcosa, e lo riporta a un giornalista il quale, a sua volta, lo riporta ai suoi lettori abusando delle virgolette, che sono un sussidio ortografico da usare con molta parsimonia.

Dunque, non sappiamo ESATTAMENTE che cosa abbia detto il sindaco Enio Pavone rivolgendosi alla persona di Dalia Collevecchio.

Ma sappiamo ESATTAMENTE che cosa il Sindaco ha confermato. In un’intervista al quotidiano abruzzese on line “Prima da noi”, a firma Marirosa Barbieri, Enio Pavone dichiara: “Ho detto che lei ha preso pochi voti, sì. E’ la verità: ho riportato esattamente il fatto che ha preso 16 voti quando si è candidata.”
Benissimo. Il “fatto” è che Dalia Collevecchio ha preso 16 preferenze. Ma questo non lo nega nessuno. Il sindaco sfonda una porta aperta. I dati elettorali, con le relative preferenze, sono dati pubblici. Quindi non c’è nessun valore aggiunto nel riferire un puro e semplice dato, peraltro mai contestato da nessuno. E’ come dire che l’erba è verde mentre, invece, il mare è blu. Non fa una grinza ma non si aggiunge niente di nuovo. E’ dal maggio del 2011 che è così.
Cosa si insinua dietro questa dichiarazione solo apparentemente neutra? Il fatto che una persona abbia ottenuto solo 16 preferenze non vuol dire che non esista, men che meno che non possa parlare. O che valga poco. Il parametro tipicamente facebookaro del “Io ho 5000 amici, tu ne hai solo 200” è valido, se del caso, per le logiche fricchettone da social network. La politica, la democrazia, la libertà di opinione e di parola sono cose ben diverse.

Nella stessa intervista Pavone dichiara: “Visto che Sel è per le spiagge libere, loro sono per il tutto pubblico, poi però non si capisce chi deve pulire sti beni, ho detto: visto che è così brava vada a pulire lei. Sì l’ho detto. Non voglio rispondere più ora. Non meritano le mie risposte. Le dichiarazioni di Sel non meritano alcuna risposta.”
A parte il fatto che non si capisce che cosa abbia a che vedere la posizione della Collevecchio sulle spiagge libere in tutto questo. Non stavano forse parlando, o non dovevano forse parlare della politica comunale sugli affitti?
Perché denigrarla? Conoscendo Dalia Collevecchio non ho nessun dubbio che svolgerebbe con molto senso civico un compito di operatrice ecologica, lei che, certamente non è una mezza dottoressa (anche perché di mezzi dottori non ne ho mai visti, o uno ha il titolo di dottore o non ce l’ha) ma una persona laureata in filosofia e insegnante nella scuola pubblica.
Quanto alle “dichiarazioni di SEL” che “non meritano nessuna risposta” è indubbiamente diritto del sindaco tacere su qualunque cosa egli ritenga immeritevole di replica (salvo poi il corrispondente diritto di critica da parte dell’opinione pubblica, che si può e si deve esercitare anche e soprattutto nei confronti del silenzio).
Non può essere tollerato, invece, l’attacco denigratorio personale che, proprio in virtù di quel silenzio sul merito del contendere, viene a sostituirsi alle idee e al confronto, base logica di ogni comunità di individui democraticamente costituita.

Il caso è balzato agli onori nazionali grazie a un post sul blog della psicologa Barbara Collevecchio (che non è parente dell’auspicata pulitrice di spiagge) su “il Fatto Quotidiano”. Il pezzo si intitola “Piccoli soprusi quotidiani di politici esaltati dal potere. Sindrome clinica?”
Non ci ho capito molto, in verità. Perché non mi pare che ricostruisca bene i fatti. Piuttosto cita l’esternazione dell’ego dei politici citando la casistica di Gasparri e Formigoni. Non so esattamente se Dalia Collevecchio, ancorché citata per contrappasso e non certo per analogia, si senta onorata da tale compagnia.
Ma non ho particolarmente apprezzato una parte del linguaggio della Collevecchio (B.!) quando parla di Dalia come “ragazza precaria della scuola. Ora, indubbiamente, Dalia una “ragazza” lo è. Sono io, piuttosto, che non lo sono più. Ed è anche “precaria della scuola”. Due affermazioni vere, ma che messe insieme la dipingono un po’ come la piccola fiammiferaia di turno.
E qui parte una considerazione successiva: Dalia, nella rappresentazione complessiva della vicenda (ANCHE e SOPRATTUTTO quella ricostruita dai quotidiani) è vista come soggetto debole. In quanto donna, in quanto precaria, in quanto “ragazza”, in quanto esponente di un movimento minoritario.
Nel testo del post di Collevecchio (B.!) è sì presente il nome di Dalia ma, curiosamente, non si fa il nome del sindaco di Roseto Enio Pavone. Quello lo fanno i commentatori, non lei. Ecco perché ci ho capito poco, perché mancano i personaggi, mancano i termini della questione, manca il “chi avrebbe detto cosa”.

Dalia Collevecchio, non lo si dimentichi, aveva tutto il diritto ad essere rispettata come interlocutrice ma non in quanto donna, ragazza o precaria, bensì in quanto PERSONA.

E in questo trucco narrativo è caduta con tutte le scarpe anche la stessa Sinistra e Libertà, che invece di agire si è limitata a definire il Sindaco Pavone “un sessista sconsiderato, uno sciacallo e pure un opportunista”.
Come se ripagare la denigrazione con la stessa moneta ripari, in un certo qual modo, l’essere passati dal piano delle idee a quello dell’attacco personale. Come se due denigrazioni facessero una sola dignità.

“E’ una storia un po’ complicata…”

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Luciano Violante: “il reinsorgente populismo italiano”

“(…) Esiste un blocco che fa capo a ‘Il Fatto’, a Grillo e a Di Pietro, che sta reindirizzando il reinsorgente populismo italiano. Quello di Berlusconi attaccava le procure. Questo cerca di avvalersene avendo individuato in quelle istituzioni i soggetti oggi capaci di abbattere il ‘nemico’ e di affermare un presunto nuovo ordine, che non si capisce cosa sia”

(Luciano Violante, La Stampa, 20 agosto 2012)

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La carica delle 116000 firme sul “Fatto Quotidiano”

Screenshot da www.ilfattoquotidiano.it

Lo confesso, ho firmato anch’io la petizione de “il Fatto Quotidiano” a favore dei magistrati palermitani. L’ho fatto sapendo benissimo che non sarebbe servito a niente. Non perché, come dice Antonio Padellaro in un editoriale di qualche giorno fa, l’ondata emotiva della solidarietà si sarebbe stemperata nel giro di un amen, complice la calura estiva, no, ma per il semplice fatto che non credo a questo tipo di sondaggi telematici che identificano il mittente solo attraverso un indirizzo e-mail.

Nel mio caso, potrei settarmi un numero infinito di caselle di posta elettronica e “firmare” con nomi fasulli che nessuno andrebbe mai a controllare, basta che quella casella e-mail esista in quel momento e che sia abilitata a ricevere un generico messaggio di ringraziamento.

Con questo non intendo dire che le 116.000 firme ricevute siano tutte farlocche, ma che possono, in ipotesi e anche in pratica, essere falsate nel numero e nella provenienza.

Meglio, dunque, il classico tavolinetto per strada, con qualcuno che autentichi le firme, come per i referendum, o, semplicemente, riportare gli estremi di un documento di identità presentato contestualmente. Si può fare. Così si sa (si saprebbe) che a una firma corrisponde una persona e QUELLA persona identificata. Certo, ci vogliono i volontari e con il web si fa molto prima. Ma ci si espone anche alle critiche e alle firme fasulle.

Dunque ho firmato. Ma non perché mi interessino le sorti di Ingroia e degli altri magistrati coinvolti nel ricorso alla Consulta da parte del Capo dello Stato in quanto persone, ma perché ritengo imprescindibili, da parte di tutti, i principi di verità e di trasparenza quando ci sono delle ipotesi di reato così gravi, nonché il diritto a una informazione completa nei confronti del cittadino.

Firmare sul “Fatto Quotidiano”, insomma, è diventata una “tendenza”. Un po’ come comprarsi l’I-Phone. Solo che tra migliaia di persone che si comprano l’I-Phone per fare i fighetti quello che se lo compra perché effettivamente ci lavora passa inosservato.

Personalmente sono anche un po’ stufo della passerella mediatica offerta tutti i giorni al VIP di turno. Mi fa piacere sapere che hanno firmato, tra gli altri, Barbara Palombelli, Ficarra e Picone, Luca Zingaretti o chi per loro. Anzi, a dire il vero non me ne importa nulla (non credo che loro siamo interessati al fatto che ha firmato Valerio Di Stefano, quello che ha un blog…). Però le pagine si riempono di motivazioni, pensieri, giustificazioni, frasi lapidarie, di accompagnamento, di sintesi sul perché un personaggio di pubblico rilievo è stato spinto a firmare. Ma saranno bene affari suoi? Firmano come privati cittadini o come attori, giornalisti, magistrati, cantanti, soubrettes, intellettuali e affini?

Ogni tanto fa bene leggere il contributo di una signora di 98 anni che allega la fotocopia della carta d’identità a una lettera che spedisce al giornale perché non ha modo di firmare via internet, perché qui come altrove, c’è chi ci mette in gioco il personaggio, e chi si mette in gioco di persona. 

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I grandi racconti dell’ottocento sul “Fatto Quotidiano”: per molti, ma non per tutti

Su “Il Fatto Quotidiano (oggi vi parlerò due volte di questo giornale) è iniziata ieri la pubblicazione giornaliera di una serie di classici (“stranieri”? Finora par di sì…) del racconto dell’800. Si è iniziato con Cechov e si prosegue con Maupassant.

Per carità, nulla da dire. O, meglio, sì.

E’ certamente bello e perfino un po’ romantico pubblicare un racconto dell’800 al giorno. In fondo in Europa ce ne sono a centinaia, l’arte della narrazione breve si è perfezionata via via e in maniera sempre nuova e uniforme, dai racconti di Balzac a quelli di Verga, dal favolistico al verismo, naturalismo e realismo più spinti. C’è di tutto, insomma.

La collana “I grandi racconti”, curata da Silvia Truzzi si è avvalsa, fino ad oggi (non so se sia una semplice coincidenza) delle traduzioni tratte da alcuni volumi pubblicati dalla Garzanti.

Ora, probabilmente, quindi, ci sarà un accordo con la Garzanti che non credo permetta a chiunque di accedere ai propri diritti d’autore (o, come in questo caso, di traduzione) solo per gli occhi belli color del mare e perché a qualcuno piace far filtrare un po’ di cultura sotto gli ombrelloni dei bagnanti che leggono il “Fatto”, voglio dire, un minimo di soldini questi signori li vorranno, per poter consentire la ripubblicazione e la diffusione di ciò che è di loro proprietà.

Fosse anche solo con la pubblicizzazione della pubblicità al volume (che si trova in fondo ad ogni racconto pubblicato) da cui è tratta la short story in questione, il ritorno d’immagine per la Garzanti è evidente.

Ora, quale sia l’effettivo valore dell’accordo tra Garzanti e “Fatto Quotidiano” non lo sappiamo.

Sappiamo, però, che con il corrispettivo di quel valore, il “Fatto” avrebbe potuto commissionare a traduttori professionisti una nuova traduzione di quegli scritti (oltretutto brevi, non ci vuole molto tempo a tradurre una novella di Maupassant, a meno che non presenti delle peculiarità specifiche, e se dovesse presentare delle peculiarità specifiche, molto semplicemente, non la si pubblica e si passa ad altro), acquisendo per sé i diritti di traduzione. A quel punto avrebbe potuto:

a) pubblicarli liberamente;
b) metterli sotto una licenza Creative Commons e permetterne la circolazione e la riproducibilità sul web, purché non a scopo di lucro; così anche chi non legge “il Fatto” avrebbe avuto modo di leggerli o di averli e di passarli a qualcuno;
c) trarne degli e-book da vendere anche a prezzo simbolico (voglio dire, qualcuno a un euro l’uno se li compra);
d) (ri)pubblicarli in una antologia cartacea da vendere assieme al giornale (come si fa per altri tipi di opere, DVD, libri d’inchiesta, enciclopedie);
e) riempire secondo sensibilità, credo filosofico, religioso o politico.

Che dire? Una bella occasione mancata per fare della cultura libera qualcosa di più e di più durevole rispetto al semplice usare il giornale del giorno prima per incartare il pesce o vedersi spedire Cechov e Maupassant nel bidone della carta.

Tanto poi si ricicla tutto.

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La mamma single di Padova su “il Fatto Quotidiano”

Su “il Fatto Quotidiano” di ieri, un articolo di Chiara Paolin fa il punto sugli italiani, la crisi e le vacanze. Pare, in soldoni, che molti italiani rinunceranno alle ferie di sempre, o si accontenteranno di passarle in tono “minore”.

Poi c’è il caso di Alessandra da Padova. 43 anni, madre di due bambini piccoli, separata dal marito, con un guadagno di 2300 euro al mese. Anche il marito guadagna più o meno la stessa cifra.

Aveva visto una interessante offerta per le sue vacanze e quelle dei suoi figli: una settimana in un villaggio in Sardegna a 3000 euro. Però, purtroppo, ha fatto il calcolo di quanto ancora le rimaneva da pagare di IMU, delle bollette, del bollo e dell’assicurazione per la sua automobile, asilo e scuola elementare per i bambini, sport e cure mediche, e via, le vacanze in Sardegna saltano.

I suoi genitori hanno un appartamento a Jesolo, e hanno comprato vent’anni fa la casa in cui lei stessa e i bambini abitano. Nella casa di Jesolo i nonni materni hanno ospitato i bambini per il mese di luglio. Poi ci sono i suoceri, ovvero i nonni paterni dei bambini, che vivono in Cadore. E loro i piccoli li ospitano in montagna in agosto. Purtroppo si tratta di appartamenti non molto grandi con una sola camera da letto e bisogna un po’ accontentarsi.

Alessandra dice: “Mi rendo conto dei miei limiti, del fastidio che ho provato stendendo l’asciugamano sul bagnasciuga in mezzo a tanta gente, quando di solito andavamo in posti belli, alberghi carini, spiagge col mare blu. Per fortuna i bambini sguazzano felici anche in quell’acqua grigiastra, e giocano tutto il giorno con la sabbia come fossero a Miami. Sono piccoli, ancora.”

Certamente guadagnare 2300 euro al mese, vivere in un appartamento di proprietà (dei genitori!) e non avere un affitto da pagare, poter contare sull’aiuto economico di un-per-scelta-ex marito che probabilmente non fa il precario della scuola, avere genitori e suoceri disposti a ospitare i figli al mare e in montagna, sono quelle cose su cui tutti possono contare.

Sarà colpa dell’IMU, quindi, e delle spese da affrontare (ma quelle non le affronta nessuno, notoriamente, perché nessuno paga bollette, cure specialistiche, assicurazione per l’auto, istruzione) se un italiano non si può permettere neanche una settimana striminizita da 3000 euro in Sardegna, che, poi è un prezzo stracciato (chi è che non spende almeno 3000 euro l’anno per una settimana di vacanza??)

E i bambini che, però, si sa, sono piccoli, guarda caso si divertono lo stesso anche senza “alberghi carini” e “spiagge col mare blu”. Ma, appunto, sono piccoli, loro, e non si rendono conto che oggi non potersi permettere una vacanza da 3000 euro è un segno inequivocabile di imminente povertà.

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Mi hanno fregato il giornale!

Entri al lavoro con il TUO giornale sotto il braccio.

Il TUO giornale non è TUO perché ne condividi il contenuto. Non necessariamente. E’ TUO perché l’hai pagato un euro e venti presso il tuo edicolante e quell’euro e venti non l’hai rubato a nessuno.

Hai da fare. Sono solo scartoffie ma le DEVI fare (anche questa cosa del DOVER fare delle operazioni completamente inutili e/o voluttuarie non è mica da ridere…). Tempo totale delle scartoffie tre minuti. Tre minuti sono poco più della durata di una delle prime canzoni dei Beatles. Insomma, fai finta di cantare “We can work it out” e di starci largo.

Poi torni ESATTAMENTE dove avevi poggiato il TUO giornale. Non c’è più.

Non puoi nemmeno dire che te lo hanno fragato, perché accuseresti qualcuno di furto. “Qualcuno l’ha visto??” No, non l’ha visto nessuno. E tu, cazzo, l’avevi messo proprio lì. Ti senti scemo, anzi, ti ci fanno sentire. Perché TU lo sai che l’avevi messo lì (sì, proprio lì!!) ma loro lo sanno meglio di te che non c’era e comunque nessuno lo ha visto. Sicché, se nessuno lo ha visto è segno che, probabilmente, non c’era. Contorto quanto vi pare ma provate a metterci un briscolino, voi!

Il giornale in questione era “Il Fatto Quotidiano”. In breve, io non sono libero di comprarmi la Gazzetta del Rancore in pace (oh, ma sarò padrone??) che qualcuno me lo catuba. Non so se perché se lo voleva leggere lui o perché non voleva che lo leggessi io.

Speriamo gli metta fógo.

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La Wikipedia italiana e la definizione della SNAI

Qualche ora fa, su Wikipedia, alla voce italiana “SNAI”, appariva questa definizione:

“è una Società per Azioni Italiana che si occupa della gestione soldi finti gestiti da mafiosi bulgari”.

“Il fatto quotidiano”, all’indirizzo
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/28/domeniche-bestiali-wikipedia-prende-snai-insaputa/211514/
ha riportato il screen-shot della definizione (ora eliminata, la voce è stata ripristinata nella sua versione “pulita”) e ha richiamato l’opera di un “buontempone” come frutto dell’autore della fantasiosa modifica.

E’ la dimostrazione di come Wikipedia possa essere tranquillamente “bucata” non solo nella tecnologia (perché è evidente che Wikipedia sia aperta alle modifiche di chiunque), ma anche e soprattutto nell’espressione delle opinioni della gente che ha bisogno di distogliersi sempre più dal mito del “punto di vista neutrale” e ha voglia di usare uno strumento (il Wiki) per quello che è, cioè un mezzo di compartecipazione, non certo per essere succubi delle decisioni sull’enciclopedismo del primo arrivato.

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