Le “Istruzioni per diventare fascisti” di Michela Murgia

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Si fa un gran parlare di questo bel libro di Michela Murgia e del “fascistometro” che lo conclude. E a ragione. Michela Murgia è una brava scrittrice, con un ottimo senso dell’umorismo, che, a detta di Chesterton, in una citazione che la Murgia ama molto, è anche e soprattutto “senso della misura” (della Murgia vi ricordo il vecchio ma esilarante “Il mondo deve sapere”, scopiazzato e trasportato sul grande schermo da Paolo Virzì), dalla scrittura a tratti scarna e asciutta (il suo “Accabadora” è un respiro di sollievo nel panorama desolante delle lettere italiane, pieno di arminute seducenti), teologa fine e intelligente (“Ave Mary” è, prima di tutto, una lezione di metodo su come si scrive un saggio, sia pure destinato al grande pubblico). Queste “Istruzioni per diventare fascisti” sono un gioco gigantesco, un paradosso assurdo, una provocazione continua che tanti (troppi) continuano a prendere tragicamente sul serio. Un rovesciamento totale di prospettive, per cui, sempre per assurdo, il fascismo diventa una forma di governo ben più economica e conveniente rispetto alla democrazia, in cui internet viene visto come un male perché permette di condividere il proprio pensiero (quando per un perfetto fascista non ce ne sarebbe assolutamente bisogno, aderendo più convenientemente al pensiero unico e livellato del capo, destinato a pensare e agire per conto della gente che lo delega), in cui le frasi fatte e gli stereotipi diventano verità assolute a cui aderire pedissequamente (la Murgia, saggiamente, li colleziona e li raccoglie nel “fascistometro”).
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Alessandra Mussolini denuncerà chi offende la memoria di suo nonno (con risp. parl.)

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Cattura

«Avviso ai naviganti  legali a lavoro per verificare il politically correct” di Facebook e di altri social nei confronti di immagini e/o frasi offensive nei confronti di Benito Mussolini: monitoraggio e denuncia alla Polizia Postale»

Alessandra Mussolini pare proprio fare sul serio. Ha messo “a lavoro” (sic!) i suoi legali e adesso chi offenderà la memoria del Duce sui social network se la vedrà con loro.

Mi chiedo se sia offensivo per la memoria della Buonanima sottolineare che Mussolini è stato il firmatario delle leggi sulla razza. O, anche, quello che ha condotto l’Italia in guerra in alleanza con quel brav’uomo di Adolf Hitler.

Non si sa, in breve, quale confine non oltrepassare.

E, comunque, il reato resta l’apologia di fascismo, non l’esprimere opinioni sull’operato e sulla figura di Mussolini, ci mancherebbe anche altro! Alessandra Mussolini denunci pure chi vuole ma non capovolga il senso della storia, perché a scuola quel ventennio buio e repressivo lo abbiamo studiato tutti, ed è grazie a valori come la resistenza e a una costituzione squisitamente democratica e impeccabilmente aperta alla libertà di espressione che la nipote di Mussolini può scrivere queste cose su Twitter.

“Bella ciao” è il canto unificante e di libertà di ogni italiano. Non confondiamo le carte in tavola.

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Viviamo certamente in un’epoca di depravazione e crollo dei valori e dei punti di riferimento se nell’opinione pubblica si insinua il dubbio che il canto partigiano “Bella Ciao” non rappresenti più valore unificante, ma costituisca, al contrario, una rappresentazione “di parte” dei valori della Liberazione. Certo che “Bella ciao” è un canto di parte. E la parte di cui è espressione è quella vincente e vincitrice, quella buona, quella che ha sterminato il fascismo, la parte di chi ha lottato e ha vinto, il partigiano morto per la libertà, il fiore che è sbocciato la mattina in cui ci siamo svegliati tutti e abbiamo trovato l’invasor e ci siamo sentiti di morir. Sono parole che riguardano tutti, sia chi l’invasione l’ha vissuta sul serio e ha visto la Liberazione quella vera, sia chi è nato dopo e la Libertà se l’è ritrovata in mano bell’e fatta. Anche la libertà di andare a Cremona -come è successo recentemente- e fare una commemorazione del duce a braccio destro teso è frutto di quella libertà per cui sono morti i partigiani. Anche la libertà di un lettore di scrivere a un giornale e delegittimare il canto partigiano per eccellenza. E se “Bella ciao” non ha valore unificante mi chiedo allora che cosa lo abbia, “Faccetta nera”? Quando si cominciano a negare i punti fermi tutto il pensiero conseguente crolla miseramente, e se abbiamo ancora la possibilità di dire qualcosa lo dobbiamo al partigiano che ci ha portato via, non al fascista vile e traditor. La storia non si inverte. E “Bella ciao” resta.

Fascismi d’Italia

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Stiamo assistendo a una serie piuttosto variegata e assortita di fascismi di ogni fattura e natura.

Il fascismo è così. E’ maledettamente camaleontico e si trasforma in una serie praticamente infinita di manifestazioni (spesso della stupidità umana).

Il fascismo è, per esempio, vedere la testa della Boldrini protagonista di un pietoso e malfatto photoshop, penzolare sanguinolenta sotto una scritta che dà i brividi solo a leggersela (“Sgozzata da un nigeriano inferocito. Questa è la fine che deve fare.”), figuriamoci a metterla in pratica. Ora, indubbiamente la Boldrini è criticabile per moltissimi suoi atteggiamenti, ma non può essere oggetto di bersaglio e scaricatoio di malumori e dolori di stomaco da intolleranza dei migranti in Italia. Poi l’autore del gesto in questione è stato individuato. Si chiama Gianfranco Corsi, ha 58 anni ed è della provincia di Cosenza. Uniche armi a disposizione un computer e la schiavitù di Facebook.

Il fascismo è, sempre per esempio, tirare un sospiro di sollievo al leggere che è stato individuato l’autore del fotomontaggio contro la Boldrini e scoprire che ne è stato messo in linea un altro (perché i fascismi sono così, si riproducono per partenogenesi), in cui si vede la testa dell’ex presidente della Camera stretta da una pinza in mano a una persona col viso insanguinato. Scusatemi ma non mi va di ripubblicare questo materiale iconografico, ne avreste solo nausea. La scritta, comunque, riporta  “Giustizia per Pamela Mastropietro barbaramente uccisa e fatta a pezzi da una risorsa nigeriana amica della Boldrini”. Anche qui un computer per sparare a zero e spargere intolleranza e male di vivere. Segnalato anche qui l’autore della bravata, solo che non se ne conosce ancora l’identità. Ed è un peccato perché i fascismi dovrebbero sempre avere un nome e un cognome.
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“Forcone” è una parola che non si usa più

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E ora rimettiamo tutto a posto. Le speranze, le manifestazioni, e perfino i neologismi, compreso quel “forconi” che aveva destato tanta curiosità. Chissà chi saranno, cosa vogliono e perché questo nome.

Son tridenti a punta, i forconi, o cosa vuoi che siano, e tanto ti basti. Qualcuno ha insinuato che son burattini coi fili manovrati dalla criminalità organizzata e te non lo sai, ma li vedi disperati.

Ma disperati tanto da entrare in una libreria e minacciare di dar fuoco ai libri, questo no, non ce li vedo.

E basta un pretesto minuscolo per dare l’opportunità a chi ha fatto scempio della cultura e di libri non ne ha letto neanche uno, di definire “fascista” chi a vario titolo si è inserito nella diàtriba.

Vietato toccare la polizia, mi raccomando. Anche se i poliziotti si tolgono i caschi non lo fanno per solidarietà con chi protesta (del resto, con quel lauto stipendio che passa loro lo stato per rischiare la vita ogni volta come potrebbero??), sappiate che è una prassi, è una strategia per abbassare la tensione, quando le manifestazioni si svolgono in modo pacifico e ordinato. Già, ma se si svolgono in modo pacifico che bisogno c’è della polizia coi caschi?

E i “fascismi” additati sono proprio quelli di chi vorrebbe che la polizia difendesse i cittadini dimostranti e prendesse a cuore la loro causa. Che, voglio dire, si può fare, non è una cosa proibita. “Ma come? Le forze dell’ordine devono difendere lo Stato!!” Già, come se lo Stato e i cittadini non fossero la stessa cosa.
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70 anni dalla caduta di Mussolini

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70 anni fa, in questa stessa data, l’ordine del giorno Grandi poneva fine al ventennio del regime presieduto da questo baldo giovine.

L’Italia cadde in una orrenda guerra civile, grazie anche alle Repubblichine fondate da Costui, ridicole roccaforti di un potere messo in discussione dai suoi stessi sodali.

Naturalmente oggi questo anniversario non lo ricorda nessuno. Ma voi non dimenticatevene.

Severgnini, Bersani, gli insulti e il web dei “maleducati”

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Screenshot da www.corriere.it

Sui “fascismi” più o meno linguistici di Bersani pensavo di essermela cavata con una citazione lasciata sul blog a monito dei posteri.

Sull’argomento della interrelazione tra insulto e navigazione del Web, però, è intervenuto di nuovo Beppe Severgnini dalle colonne del Corriere della Sera con un articolo intitolato “Insulto, dunque, navigo”.

Il titolo appare già fuorviante di per sé. Fermo restando che il web è terreno fertile per gli insulti (politici ma anche no), non è detto che chi insulta lo faccia solo in rete (vedo quotidianamente fior di persone che si scannano sul lavoro, sull’autobus, per la strada, nei negozi), ma, soprattutto, il titolo non dimostra la proprietà inversa dell’assunto: “siccome uso la rete sono abituato ad insultare”.

La prima frase dell’articolo di Severgnini parte da postulati e fa considerazioni discutibilissime e perfettamente criticabili. Ed è quello che farò.

“Pierluigi Bersani ha ragione, ma sbaglia aggettivo. Chi approfitta di Internet per insultare gli avversari non è «fascista»: è un maleducato.”
Il postulato “Pierluigi Bersani ha ragione” è chiaramente labile. Non si può basare un articolo che parla della moda dell’insulto politico per stigmatizzarlo con evidente intento didattico su una azione compiuta da un politico proprio mediante l’uso dell’insulto all’avversario. Non me ne importa nulla se “Bersani ha ragione”, perché ammesso che l’avesse (e non ce l’ha!) non si può trattare da insulto quello del “popolo del web” nei confronti del Partito Democratico e del suo segretario e non trattare da insulto (o meglio, trattare da NON-insulto) quello di Bersani nei confronti dei suoi avversari politici. O, forse, Severgnini vuole dirci che chi insulta gli avversari è un “maleducato” solo perché usa il web? E perché mai? Se insulta usando la piazza fisica anziché quella virtuale l’insulto è meno insulto, o, addirittura non lo è?
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I “linguaggi fascisti” del web secondo Pierluigi Bersani

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screenshot da www.repubblica.it

“Vedo che sulla rete sono rivolti al nostro partito dei linguaggi del tipo ‘siete degli zombie, dei cadaveri vi seppelliremo vivi’. Sono linguaggi fascisti e a noi non ci impressionano” (…) “Vengano qui a dircelo vengano via dalla rete. Vengano qui”.

(Pierluigi Bersani, 25 agosto 2012)

[Avevo migliaia di motivi che ritenevo e ritengo validi per non votare Partito Democratico. Adesso ne ho uno in più.]

Benito Mussolini – Mutevolissimo e’ lo spirito degli italiani

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Mutevolissimo è lo spirito degli italiani. Quando io non sarò più, sono sicuro che gli storici e gli psicologi si chiederanno come un uomo abbia potuto trascinarsi dietro per vent’anni un popolo come l’italiano. Se non avessi fatto altro basterebbe questo capolavoro per non essere seppellito nell’oblio. Altri forse potrà dominare col ferro e col fuoco, non col consenso come ho fatto io. La mia dittatura è stata assai più lieve che non certe democrazie in cui imperano le plutocrazie. Il fascismo ha avuto più morti dei suoi avversari e il 25 luglio al confino non c’erano più di trenta persone. […] Quando si scrive che noi siamo la guardia bianca della borghesia, si afferma la più spudorata delle menzogne. Io ho difeso, e lo affermo con piena coscienza, il progresso dei lavoratori. […] Tra le cause principali del tracollo del fascismo io pongo la lotta sorda e implacabile di taluni gruppi industriali e finanziari, che nel loro folle egoismo temevano ed odiano il fascismo come il peggior nemico dei loro inumani interessi. […] Devo dire per ragioni di giustizia che il capitale italiano, quello legittimo, che si regge con la capacità delle sue imprese, ha sempre compreso le esigenze sociali, anche quando doveva allungare il collo per far fronte ai nuovi patti di lavoro. L’umile gente del lavoro mi ha sempre amato e mi ama ancora.

(da Opera omnia, vol. 32, pp. 170-171)

Benito Mussolini e il fascismo femminile

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Il fascismo femminile che porta bravamente la gloriosa camicia nera e si raccoglie intorno ai nostri gagliardetti, è destinato a scrivere una storia splendida, a lasciare tracce memorabili, a dare un contributo sempre più profondo di passioni e di opere al fascismo italiano.

(Benito Mussolini, da Scritti e discorsi, vol. III, p. 109)

Andrea Camilleri: “Sotto il fascismo ero piu’ libero dei giovani d’oggi”

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Andrea Camilleri pare avere scioccàto la platea dei giovani al Festival Internazionale del Film di Roma, con una frase assai ad effetto: "Sotto il fascismo ero più libero dei giovani d’oggi".

Non vedo proprio cosa ci sia da stupirsi o da rimanere scioccàti, è così e basta.

Certo, la libertà di cui parla Camilleri non è quella che i giovani rivendicano per sé, e questo, probabilmente, mette una certa distanza tra la visione della vita del Maestro e quella degli astanti.

I quali sono così prigionieri da non riuscire a vedere neanche il fatto che durante il fascismo è stata varata la riforma dell’istruzione che ha portato l’Italia per decenni ad avere una scuola di eccellenza, smantellata completamente dai tagli ai bilanci delle finanziarie, fatti passare per interventi didattici.

Beninteso, non sia mai che io dica che "si stava meglio quado si stava peggio" o che "quanto c’era Lui i treni arrivavano in orario", perché, chiosando con Troisi, chiunque potrebbe dirmi che sarebbe bastato farlo capostazione, non Capo del Governo, e viandare.

Probabilmente il fascismo è crollato anche per effetto della stessa riforma dell’istruzione portata avanti da Gentile.

Perché quando si forniscono gli strumenti critici ai destinatari dell’educazione poi i regimi devono per forza cadere.
E’ quando l’educazione, la conoscenza e la cultura non ci sono che le dittaturelle modello "soft" o modello "powerful" crollano in modo miserrimo e desolante.

Camilleri è nato nel 1925, nel 1945, quando finì la guerra, aveva 20 anni. Il che significa che ha frequentato le scuole (il Liceo Classico a Porto Empedocle, senza conseguire la maturità, perché nel 1943 lo sbarco era imminente) fino al 1943.
Non c’era solo il moschetto a fare il fascista perfetto, c’era anche il libro.
E sono stati i libri a permettere a intellettuali come Camilleri di rovesciarlo, quel regime.

Il suicidio del fascismo è stato opera della cultura, è per questo che i neo-fascismi postumi e i ventenni (inteso come plurale di "ventennio") di maniera, è per questo che oggi "con la cultura non si mangia", perché con la cultura i giovani vivono, mentre il regime muore.

La libertà dei "tempi di Mussolini" (come li chiamava il mi’ nonno Armando) non era nelle leggi, nella vita o nelle possibilità individuali di agire, ma nell’impossibilità del regime di imbrigliare il pensiero altrui.
Il regime di oggi il pensiero non solo lo imbriglia, ma lo annulla, e fa in modo che questa mancanza di libertà venga avvertita come una ricchezza, quando addirittura non avvertita affatto, in una sorta di narcosi.
Non si ha bisogno della cultura perché non si ha bisogno della libertà.

Ma il Maestro Camilleri può ancora dirlo.
E’ anziano e, con tutto il rispetto, nessuno potrà più ritorcersi contro di lui se parla di regime ai giovani.

A Enzo Biagi andò molto, molto peggio.

A Locorotondo un manifesto per ricordare la morte del Reverendo Benito Mussolini

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A Locorotondo un gruppo di cittadini ha pensato bene di ricordare la portata storica e la valenza di una figura come quella dello Zio Benito, affiggendo un manifesto funebre in cui si ricorda il sessantacinquesimo anniversario della prematura e illogica scomparsa del Caro Estinto.

O lo vedi se aveva ragione Fini a dire che il dissenso è ancora possibile in Italia? O prova a dargli torto…

Libro e moschetto blogger perfetto

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Cameràttiii,

il sogno di un’Itaglia monàrchica e fassistaaaa… schiuma assieme alle acque saline dell’Adriàtticoooo e ai nostri petti esposti fieramente alle palle del nemico se necesàrio.

Essi guardano con asolùto spegio del perìccoloooo il sole che preannuncia un altro ventennio fassìstaaaaa e che infatti tramonta dall’altra parte.

MA NOI LO RADDRIZZEREMO!!!

E porteremo marciando indòmiti ne’ nostri cuoriiii la canzon che ci fu cara da infànti: “Soldatin che cazzo vuoi?” Un, dué, un, duéeeee..

Il saluto romano di Michela Brambilla alla Festa dei Carabinieri di Lecco

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Chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità indicate nell’articolo 1 è punto con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 400.000 a lire 1.000.000.
Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni.
La pena è della reclusione da due a cinque anni e della multa da 1.000.000 a 4.000.000 di lire se alcuno dei fatti previsti nei commi precedenti è commesso con il mezzo della stampa.
La condanna comporta la privazione dei diritti previsti nell’articolo 28, comma secondo, numeri 1 e 2, del c.p., per un periodo di cinque anni.

Legge 20 giugno 1952 n. 645, art. 4

Mussolini era un uomo buono

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"Trovo Mussolini un uomo straordinario e di grande cultura. Un grande scrittore, alla Montanelli, i suoi diari sembrano cronache di un inviato speciale, con frasi brevi e aggettivazioni efficaci come raramente ho letto."

"Non è colpa di Mussolini se il fascismo diventò un orrendo regime. Ci sono testimonianze autografe del duce in cui critica i suoi uomini che hanno falsato il fascismo, costruendosene uno a proprio modo, basato sul ricatto e sulla violenza. Il suo fascismo era di natura socialista."

"Io non ho alcuna intenzione di fare apologia né del fascismo né di Mussolini. Ho scoperto nei diari di Mussolini la figura di un grande uomo. Ha commesso errori ed è già stato condannato dalla storia. Ma da questi scritti viene fuori una figura diversa da quella che ci è stata propinata dagli storici dei vincitori, non era un buffone, non era un ignorante e tantomeno un sanguinario. Era un uomo buono. Mussolini era solo una brava persona che ha fatto degli errori."

(Marcello Dell’Utri)

Neofascisti di Padania

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Bravi ragazzi.
Tutti di buona famiglia.
Visi puliti o, al limite, ancora brufolosi di gioventù.
Insomma, dei delinquenti neanche tanto potenziali.

Il ricco Nord-Est si è espresso nella violenza in nome di una ideologia bislacca e strampalata: guerra al diverso a tutti i costi alla luce di bandiere e di appartenenze di estrema destra. Non sono le ronde leghiste, questi sono ancora peggiori.

Non sono violenze che nascono dal nulla, questi tre bravi ragazzi della Verona bene avevano già  minacciato un ragazzo che indossava una maglietta del Lecce (eh, diàmine, come si permette, a Verona, poi…), preso a sprangate due ragazzi di un centro sociale. Stesso trattamento per un ragazzino che non sapeva andare troppo bene sullo skateboard e per un altro giovane che si era seduto sulla scalinata di Piazza delle Erbe (la piazza del mercato) a farsi i fatti suoi. Intollerabile.

Come intollerabile è sentirsi rifiutare una sigaretta.

E allora "vài che lo amasso", chè poi ci pensa Gianfranco Fini (Presidente della Camera, miga bàe) a dire che l’episodio non ha alcun "riferimento ideologico", ed è perfino meno grave dei fatti di violenza dei centri sociali torinesi contro la Fiera del Libro.

Come se non ci fosse scappato il morto.

Come se fossero davvero dei bravi ragazzi.

Fiuggi: per chi ha fegato!

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Se qualcuno non l’avesse ancora capito, Ciarrapico è un uomo che non rinnega niente del fascismo e che si riconosce, bontà sua, all’interno dei suoi “valori”.Lo ha detto lui stesso a “Repubblica” dopo essersi candidato nel PDL, così, se qualcuno aveva qualche dubbio sulla deriva della formazione di Berlusconi e compagnia cantante, adesso se lo può tranquillamente togliere.

Per quanto riguarda la vicenda giudiziaria di Ciarrapico:

a) è stato condannato a una pena definitiva passata in giudicato a tre anni di reclusione per i fatti della cosiddetta “casina Valadier”;
b) è condannato in via definitiva per finanziamento illecito ai partiti nel 2000
c) nel 1996 è condannato anche nel processo relativo al crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, in primo grado a 5 anni e mezzo di reclusione, ridotti in appello a 4 anni e mezzo. Successivamente gli sono stati condonati 4 anni, e ha dovuto scontare gli ultimi 6 mesi in “detenzione domiciliare” per motivi di salute. La condanna è stata confermata dalla Cassazione. Non ha mai risarcito i danni alle parti civili cambiando continuamente residenza.

Berlusconi gli ha solo fatto una lavata di capo per l’inopportunità delle dichiarazioni contenute nell’intervista a Repubblica e ha continuato a guardare verso il futuro con la sua fronte non più della gioventù, tanto le elezioni le ha già vinte.