Le “Istruzioni per diventare fascisti” di Michela Murgia

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Si fa un gran parlare di questo bel libro di Michela Murgia e del “fascistometro” che lo conclude. E a ragione. Michela Murgia è una brava scrittrice, con un ottimo senso dell’umorismo, che, a detta di Chesterton, in una citazione che la Murgia ama molto, è anche e soprattutto “senso della misura” (della Murgia vi ricordo il vecchio ma esilarante “Il mondo deve sapere”, scopiazzato e trasportato sul grande schermo da Paolo Virzì), dalla scrittura a tratti scarna e asciutta (il suo “Accabadora” è un respiro di sollievo nel panorama desolante delle lettere italiane, pieno di arminute seducenti), teologa fine e intelligente (“Ave Mary” è, prima di tutto, una lezione di metodo su come si scrive un saggio, sia pure destinato al grande pubblico). Queste “Istruzioni per diventare fascisti” sono un gioco gigantesco, un paradosso assurdo, una provocazione continua che tanti (troppi) continuano a prendere tragicamente sul serio. Un rovesciamento totale di prospettive, per cui, sempre per assurdo, il fascismo diventa una forma di governo ben più economica e conveniente rispetto alla democrazia, in cui internet viene visto come un male perché permette di condividere il proprio pensiero (quando per un perfetto fascista non ce ne sarebbe assolutamente bisogno, aderendo più convenientemente al pensiero unico e livellato del capo, destinato a pensare e agire per conto della gente che lo delega), in cui le frasi fatte e gli stereotipi diventano verità assolute a cui aderire pedissequamente (la Murgia, saggiamente, li colleziona e li raccoglie nel “fascistometro”).

E a proposito del “fascistometro”, l’ho compilato anch’io. Ho totalizzato un punto. Sono classificato come un democratico incazzato, ovvero terreno di coltura ideale per il fascismo quello vero (non quello derivante dai paradossi della Murgia), ma questa definizione valeva anche per chi avesse riportato 0 punti. Come a dire che il fascista che è in noi, quali che siano le condizioni di partenza, è sempre pronto ad esplodere come un sozzo bubbone d’un livido paonazzo di manzoniana memoria.

Applausi a Michela Murgia, e voi, razza di infingardi che altro non siete, compratelo (costa solo 12 euro), regalatelo, ma, soprattutto, leggetelo e catapultatevi di sotto dalle risate.

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Alessandra Mussolini denuncerà chi offende la memoria di suo nonno (con risp. parl.)

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«Avviso ai naviganti  legali a lavoro per verificare il politically correct” di Facebook e di altri social nei confronti di immagini e/o frasi offensive nei confronti di Benito Mussolini: monitoraggio e denuncia alla Polizia Postale»

Alessandra Mussolini pare proprio fare sul serio. Ha messo “a lavoro” (sic!) i suoi legali e adesso chi offenderà la memoria del Duce sui social network se la vedrà con loro.

Mi chiedo se sia offensivo per la memoria della Buonanima sottolineare che Mussolini è stato il firmatario delle leggi sulla razza. O, anche, quello che ha condotto l’Italia in guerra in alleanza con quel brav’uomo di Adolf Hitler.

Non si sa, in breve, quale confine non oltrepassare.

E, comunque, il reato resta l’apologia di fascismo, non l’esprimere opinioni sull’operato e sulla figura di Mussolini, ci mancherebbe anche altro! Alessandra Mussolini denunci pure chi vuole ma non capovolga il senso della storia, perché a scuola quel ventennio buio e repressivo lo abbiamo studiato tutti, ed è grazie a valori come la resistenza e a una costituzione squisitamente democratica e impeccabilmente aperta alla libertà di espressione che la nipote di Mussolini può scrivere queste cose su Twitter.

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“Bella ciao” è il canto unificante e di libertà di ogni italiano. Non confondiamo le carte in tavola.

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Viviamo certamente in un’epoca di depravazione e crollo dei valori e dei punti di riferimento se nell’opinione pubblica si insinua il dubbio che il canto partigiano “Bella Ciao” non rappresenti più valore unificante, ma costituisca, al contrario, una rappresentazione “di parte” dei valori della Liberazione. Certo che “Bella ciao” è un canto di parte. E la parte di cui è espressione è quella vincente e vincitrice, quella buona, quella che ha sterminato il fascismo, la parte di chi ha lottato e ha vinto, il partigiano morto per la libertà, il fiore che è sbocciato la mattina in cui ci siamo svegliati tutti e abbiamo trovato l’invasor e ci siamo sentiti di morir. Sono parole che riguardano tutti, sia chi l’invasione l’ha vissuta sul serio e ha visto la Liberazione quella vera, sia chi è nato dopo e la Libertà se l’è ritrovata in mano bell’e fatta. Anche la libertà di andare a Cremona -come è successo recentemente- e fare una commemorazione del duce a braccio destro teso è frutto di quella libertà per cui sono morti i partigiani. Anche la libertà di un lettore di scrivere a un giornale e delegittimare il canto partigiano per eccellenza. E se “Bella ciao” non ha valore unificante mi chiedo allora che cosa lo abbia, “Faccetta nera”? Quando si cominciano a negare i punti fermi tutto il pensiero conseguente crolla miseramente, e se abbiamo ancora la possibilità di dire qualcosa lo dobbiamo al partigiano che ci ha portato via, non al fascista vile e traditor. La storia non si inverte. E “Bella ciao” resta.

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Fascismi d’Italia

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Stiamo assistendo a una serie piuttosto variegata e assortita di fascismi di ogni fattura e natura.

Il fascismo è così. E’ maledettamente camaleontico e si trasforma in una serie praticamente infinita di manifestazioni (spesso della stupidità umana).

Il fascismo è, per esempio, vedere la testa della Boldrini protagonista di un pietoso e malfatto photoshop, penzolare sanguinolenta sotto una scritta che dà i brividi solo a leggersela (“Sgozzata da un nigeriano inferocito. Questa è la fine che deve fare.”), figuriamoci a metterla in pratica. Ora, indubbiamente la Boldrini è criticabile per moltissimi suoi atteggiamenti, ma non può essere oggetto di bersaglio e scaricatoio di malumori e dolori di stomaco da intolleranza dei migranti in Italia. Poi l’autore del gesto in questione è stato individuato. Si chiama Gianfranco Corsi, ha 58 anni ed è della provincia di Cosenza. Uniche armi a disposizione un computer e la schiavitù di Facebook.

Il fascismo è, sempre per esempio, tirare un sospiro di sollievo al leggere che è stato individuato l’autore del fotomontaggio contro la Boldrini e scoprire che ne è stato messo in linea un altro (perché i fascismi sono così, si riproducono per partenogenesi), in cui si vede la testa dell’ex presidente della Camera stretta da una pinza in mano a una persona col viso insanguinato. Scusatemi ma non mi va di ripubblicare questo materiale iconografico, ne avreste solo nausea. La scritta, comunque, riporta  “Giustizia per Pamela Mastropietro barbaramente uccisa e fatta a pezzi da una risorsa nigeriana amica della Boldrini”. Anche qui un computer per sparare a zero e spargere intolleranza e male di vivere. Segnalato anche qui l’autore della bravata, solo che non se ne conosce ancora l’identità. Ed è un peccato perché i fascismi dovrebbero sempre avere un nome e un cognome.

Il fascismo è, ancora per esemplificare, uno che al posto del computer per sparare usa una pistola vera, regolarmente detenuta, seminando il panico per le vie di una città come Macerata e ferendo sei persone, tutte di colore, solo perché voleva vendicare (si legga “farsi giustizia da solo”) la morte della ragazza tossicodipendente fatta a pezzi e occultata da un immigrato. Gli hanno trovato in casa il “Mein Kampf” di Hitler (e qualcuno dirà: “perché, non si può tenere??”), croci celtiche, svastiche, saluti romani, arresti teatrali mentre si faceva avvolgere dalla bandiera italiana. E sulla rete (ma anche fuori) manco a dirlo, manifestazioni di solidarietà a iosa e c’è già qualcuno che lo chiama “eroe”. Il suo avvocato racconta di venire addirittura fermato per la strada e di ricevere attestazioni di stima dai passanti da rivolgere al suo assistito (per il quale chiederà comunque una perizia psichiatrica). I fascismi sono spesso permeati di imbarazzo, e lo crediamo bene.

A scuola i fascismi si travestono da studenti. A guardarli sembrano innocui, hanno sui 15-16 anni, i brufoli come tutti i loro coetanei, ma possono vantare un profilo Facebook di tutto rispetto. Interventi per la commemorazione di figure come Giovanni Gentile (che troppo spesso ci si dimentica essere stato il braccio destro di Mussolini per l’istruzione), fotografie con magliette inneggianti all’ardore, al sacrificio, alla forza fisica, a Dio, alla patria, magari anche al Duce che non fa mai male, e poi vanno in giro dicendo “Sì, io sono fascista”, e nessuno dice loro niente, nessuno li ferma, nessuno comunica un messaggio diverso perché i fascismi fanno paura, anche se hanno solo 15 anni e allora meglio stare lontani, ma il punto è che mentre tu stai lontano loro agiscono. Organizzano dibattiti, presentazioni di libri, invitano questo, invitano quello, sempre tra di loro, sempre tra amici. Hanno gioco facile perché nella scuola italiana regna la più massiccia assenza di pensiero critico che si sia mai verificata nella storia. Nessuna proposta decente per le assemblee di istituto, tranne i soliti tornei di calcetto, di pallavolo, la proiezione dei sempiterni “L’attimo fuggente” o “La vita è bella” in una saletta secondaria, per non parlare del dibattito sulle tossicodipendenze regolarmente snobbato da decine di studenti felici di non poter fare un cazzo per una mattinata intera. E’ logico che su questo terreno dissennato certe proposte per così dire “alternative” trovino un ambiente per attecchire. “Un dibattito sui valori tradizionali, la presentazione di un libro, il ruolo di Giovanni Gentile nella scuola moderna, eh, ma che bello, che figata, bravi, bravi… venite che vi diamo l’aula magna!” Poi vai a vedere il curriculum degli invitati per controllare i loro trascorsi politici e ti viene freddo. Perché per i fascismi non puoi dire, come per tante altre cose, che “son ragazzi”.

Il fascismo è questo e molto altro. Ed è la prima volta che io ne ho paura.

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“Forcone” è una parola che non si usa più

E ora rimettiamo tutto a posto. Le speranze, le manifestazioni, e perfino i neologismi, compreso quel “forconi” che aveva destato tanta curiosità. Chissà chi saranno, cosa vogliono e perché questo nome.

Son tridenti a punta, i forconi, o cosa vuoi che siano, e tanto ti basti. Qualcuno ha insinuato che son burattini coi fili manovrati dalla criminalità organizzata e te non lo sai, ma li vedi disperati.

Ma disperati tanto da entrare in una libreria e minacciare di dar fuoco ai libri, questo no, non ce li vedo.

E basta un pretesto minuscolo per dare l’opportunità a chi ha fatto scempio della cultura e di libri non ne ha letto neanche uno, di definire “fascista” chi a vario titolo si è inserito nella diàtriba.

Vietato toccare la polizia, mi raccomando. Anche se i poliziotti si tolgono i caschi non lo fanno per solidarietà con chi protesta (del resto, con quel lauto stipendio che passa loro lo stato per rischiare la vita ogni volta come potrebbero??), sappiate che è una prassi, è una strategia per abbassare la tensione, quando le manifestazioni si svolgono in modo pacifico e ordinato. Già, ma se si svolgono in modo pacifico che bisogno c’è della polizia coi caschi?

E i “fascismi” additati sono proprio quelli di chi vorrebbe che la polizia difendesse i cittadini dimostranti e prendesse a cuore la loro causa. Che, voglio dire, si può fare, non è una cosa proibita. “Ma come? Le forze dell’ordine devono difendere lo Stato!!” Già, come se lo Stato e i cittadini non fossero la stessa cosa.

E allora, via, è tutto finito, i fuochi d’artificio si sono spenti, l’ultimo bòtto è scoppiato. “Forconi” è una parola che non si usa più, come le ciabatte infradito dell’estate dimenticate da qualche parte nella scarpiera. E’ inverno. E fa un freddo fascista.

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70 anni dalla caduta di Mussolini

70 anni fa, in questa stessa data, l’ordine del giorno Grandi poneva fine al ventennio del regime presieduto da questo baldo giovine.

L’Italia cadde in una orrenda guerra civile, grazie anche alle Repubblichine fondate da Costui, ridicole roccaforti di un potere messo in discussione dai suoi stessi sodali.

Naturalmente oggi questo anniversario non lo ricorda nessuno. Ma voi non dimenticatevene.

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Severgnini, Bersani, gli insulti e il web dei “maleducati”

Screenshot da www.corriere.it

Sui “fascismi” più o meno linguistici di Bersani pensavo di essermela cavata con una citazione lasciata sul blog a monito dei posteri.

Sull’argomento della interrelazione tra insulto e navigazione del Web, però, è intervenuto di nuovo Beppe Severgnini dalle colonne del Corriere della Sera con un articolo intitolato “Insulto, dunque, navigo”.

Il titolo appare già fuorviante di per sé. Fermo restando che il web è terreno fertile per gli insulti (politici ma anche no), non è detto che chi insulta lo faccia solo in rete (vedo quotidianamente fior di persone che si scannano sul lavoro, sull’autobus, per la strada, nei negozi), ma, soprattutto, il titolo non dimostra la proprietà inversa dell’assunto: “siccome uso la rete sono abituato ad insultare”.

La prima frase dell’articolo di Severgnini parte da postulati e fa considerazioni discutibilissime e perfettamente criticabili. Ed è quello che farò.

“Pierluigi Bersani ha ragione, ma sbaglia aggettivo. Chi approfitta di Internet per insultare gli avversari non è «fascista»: è un maleducato.”
Il postulato “Pierluigi Bersani ha ragione” è chiaramente labile. Non si può basare un articolo che parla della moda dell’insulto politico per stigmatizzarlo con evidente intento didattico su una azione compiuta da un politico proprio mediante l’uso dell’insulto all’avversario. Non me ne importa nulla se “Bersani ha ragione”, perché ammesso che l’avesse (e non ce l’ha!) non si può trattare da insulto quello del “popolo del web” nei confronti del Partito Democratico e del suo segretario e non trattare da insulto (o meglio, trattare da NON-insulto) quello di Bersani nei confronti dei suoi avversari politici. O, forse, Severgnini vuole dirci che chi insulta gli avversari è un “maleducato” solo perché usa il web? E perché mai? Se insulta usando la piazza fisica anziché quella virtuale l’insulto è meno insulto, o, addirittura non lo è?

Già una volta in questo blog mi occupai di uno scritto di Severgnini che se la prendeva con l’anonimato in internet, facendo notare come non si trattasse affatto di anonimato ma di pseudonimato, che è tutta un’altra cosa.

Quindi, Bersani non ha affatto ragione quando definisce “fascisti” i linguaggi dei suoi avversari politici. E non ha ragione Severgnini quando dice che no, quelli che insultano via web non sono “fascisti”, bensì “maleducati”.

Va detto, a parziale riconoscimento degli argomenti di Bersani, che si stava riferendo a “linguaggi” e non alle persone che di quei linguaggi facevano uso (si può dire “Libro e moschetto fascista perfetto” senza essere fascisti).
Ma Bersani ha dalla sua l’aggravante di non aver fatto nomi e cognomi dei suoi avversari politici (anche se possiamo bene immaginare quali siano) ed è un po’ come dire che “Chi non beve in compagnia o è un ladro o è una spia”. Riferirsi a un’eterogeità di comportamenti o di persone non è un biglietto da visita che mi sentirei di condividere.

Quanto a Severgnini, non è che se si passa dal “fascisti” al “maleducati” l’insulto sia meno insulto. Anzi, per niente.
La sentenza n. 9799 della Suprema Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale chiarisce che il dire a qualcuno di essere un “maleducato” è una espressione di “indubbio contenuto ingiurioso”. E’ bello, una volta tanto, fare il Travaglio della situazione, e dire a Severgnini che se non è zuppa è pan bagnato.

Certo, “fascisti!”, pronunciato con accento emiliano ricorda un po’ l’inizio di un film sui personaggi di Guareschi, in cui Peppone, ormai deputato, si sveglia dal torpore del sonno nell’aula di Montecitorio e se la prende coi primi che gli càpitano a tiro, tanto, allora come ora, definire “fascista” chiunque fosse fuori da un certo coro era un’abitudine di cui in certi ambienti della sinistra ci si poteva fare vanto.

“Detto ciò, Bersani ha ragione. L’urlo di chi non sa più parlare sta diventando insopportabile. L’avversario non si contesta più: lo si demolisce.”
E te dài con la ragione di Bersani. La politica, si sa, è da sempre “demolizione” dell’avversario. Certo, ci si può (anzi, ci si deve) aspettare (anche da Bersani) che questa demolizione venga fatta sul piano delle idee e non su quello degli insulti ad personam, né tanto meno di quelli ad personas, ma è pur sempre politica, cosa ci si aspetta che facciano i politicanti dell’Italia post-berlusconiana, che rendano l’onore delle armi all’avversario? Che si facciano l’inchino prima di massacrarsi a colpi di judo o di karate? Non è la gara di torte alla frutta per i bisogni della parrocchia! La politica italiana è spartizione e conservazione di potere e di poltrone, non è perseguire il bene comune, e quando c’è qualcosa da spartire l’avversario va annientato, c’è poco da fare.

E’ condivisibile Severgnini quando dice che “Considerare l’insulto come la forma più genuina di democrazia, ed etichettare come pavido chi cerca di essere ragionevole, non è solo irritante: sta diventando rischioso. Se il capo di un movimento, il segretario di un partito e noti commentatori politici usano l’anatema come normale mezzo di discussione, molti si sentiranno autorizzati a fare altrettanto.”
A patto che valga per tutti. Anche per Bersani, che utilizzando l’aggettivo “fascista” usa una etichettatura di maniera e la logica del conformismo delle idee a tutti i costi, per cui chi non è con lui non solo è contro di lui, ma addirittura è il male dell’Italia. Ha detto la stessa cosa di Berlusconi e adesso si ritrova nella sua stessa maggioranza di governo.
La strategia dell’anatema è vecchia come il cucco. La conoscevo da bambino: “Se non tifi per la mia squadra del cuore allora non sei più mio amico”. Gli inciuci cominciavano a insegnarceli già sui banchi delle elementari.

Prosegue Severgnini: “E mentre i capi, i segretari e gli editorialisti si incrociano nelle serate estive, e si sorridono nel gioco delle parti, i loro epigoni trasportano il livore accumulato nei social network, sui blog e nei forum.”
Ma dove li ha visti Severgnini questi editorialisti che si sorridono nelle serate estive?
A “Repubblica” il direttore Mauro si trova in grave imbarazzo per la pubblicazione degli interventi del fondatore Scalfari a proposito della difesa a oltranza del Quirinale nel caso delle intercettazioni telefoniche che riguardano la delegittimazione della Procura di Palermo. Altro che sorrisi nelle sere estive!

Dulcis in fundo: “Oggi chiunque può diffondere un’opinione. Questo, naturalmente, è bene. La libertà in questione ha però dei limiti: nelle buone maniere, nel buon senso e nel codice penale. E qualcuno non lo capisce. Questo, ovviamente, è male.”
Già. Chiunque può diffondere un’opinione. Ma non “oggi”, come dice Severgnini, ma da quando la Costituzione è entrata in vigore. Lo si può fare sulla rete, ma una volta (e ancora oggi) lo si poteva fare nelle piazze, nelle case, nelle scuole, negli ambienti pubblici, nelle sezioni di partito, per corrispondenza o come uno credeva opportuno. E la libertà di critica discende proprio da quella libertà di opinione di cui i Padri Costituenti ci hanno fatto dono e che oggi personalmente uso per dire la mia su quello che ha scritto Severgnini.
La libertà di opinione non esiste da quando esiste internet, esiste da quando l’Italia si è dotata di una carta fondamentale che lo afferma.
Non mi pare che la Costituzione faccia riferimento al “buon senso” o alle “buone maniere”. L’unico limite alla libertà di espressione è il codice penale. Per il resto si può dire quello che si vuole. E qualcuno non lo capisce. E questo è, davvero, il male di cui Severgnini non parla.
Non c’è nessun Galateo, tanto meno non esiste nessuna “Netiquette” in rete (termine odioso e inutile in cui qualcuno ha voluto imbrigliare l’inimbrigliabile) o fuori. Non si può impedire a qualcuno di esprimere un’opinione solo perché, si veda il caso, la esprime in dialetto anziché in buon italiano in un salotto della società-bene. O perché “buon senso” vuole, si veda sempre il caso, che il Capo dello Stato sia persona non criticabile per funzione e definizione.

La legge penale, dunque, a tutela dell’unico limite alla libertà di espressione. La stessa che, applicata nella giurisprudenza, e nei casi concreti di ogni giorno, dice che “maleducato” è offensivo come lo è l’aggettivo “fascista”.

Ma le “buone maniere”… uh, cosa faremmo senza di loro! Magari saremmo solo un po’ più liberi? 

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I “linguaggi fascisti” del web secondo Pierluigi Bersani

screenshot da www.repubblica.it

“Vedo che sulla rete sono rivolti al nostro partito dei linguaggi del tipo ‘siete degli zombie, dei cadaveri vi seppelliremo vivi’. Sono linguaggi fascisti e a noi non ci impressionano” (…) “Vengano qui a dircelo vengano via dalla rete. Vengano qui”.

(Pierluigi Bersani, 25 agosto 2012)

[Avevo migliaia di motivi che ritenevo e ritengo validi per non votare Partito Democratico. Adesso ne ho uno in più.]

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Benito Mussolini – Mutevolissimo e’ lo spirito degli italiani

Mutevolissimo è lo spirito degli italiani. Quando io non sarò più, sono sicuro che gli storici e gli psicologi si chiederanno come un uomo abbia potuto trascinarsi dietro per vent’anni un popolo come l’italiano. Se non avessi fatto altro basterebbe questo capolavoro per non essere seppellito nell’oblio. Altri forse potrà dominare col ferro e col fuoco, non col consenso come ho fatto io. La mia dittatura è stata assai più lieve che non certe democrazie in cui imperano le plutocrazie. Il fascismo ha avuto più morti dei suoi avversari e il 25 luglio al confino non c’erano più di trenta persone. […] Quando si scrive che noi siamo la guardia bianca della borghesia, si afferma la più spudorata delle menzogne. Io ho difeso, e lo affermo con piena coscienza, il progresso dei lavoratori. […] Tra le cause principali del tracollo del fascismo io pongo la lotta sorda e implacabile di taluni gruppi industriali e finanziari, che nel loro folle egoismo temevano ed odiano il fascismo come il peggior nemico dei loro inumani interessi. […] Devo dire per ragioni di giustizia che il capitale italiano, quello legittimo, che si regge con la capacità delle sue imprese, ha sempre compreso le esigenze sociali, anche quando doveva allungare il collo per far fronte ai nuovi patti di lavoro. L’umile gente del lavoro mi ha sempre amato e mi ama ancora.

(da Opera omnia, vol. 32, pp. 170-171)

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Benito Mussolini e il fascismo femminile

Il fascismo femminile che porta bravamente la gloriosa camicia nera e si raccoglie intorno ai nostri gagliardetti, è destinato a scrivere una storia splendida, a lasciare tracce memorabili, a dare un contributo sempre più profondo di passioni e di opere al fascismo italiano.

(Benito Mussolini, da Scritti e discorsi, vol. III, p. 109)

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Andrea Camilleri: “Sotto il fascismo ero piu’ libero dei giovani d’oggi”

Andrea Camilleri pare avere scioccàto la platea dei giovani al Festival Internazionale del Film di Roma, con una frase assai ad effetto: "Sotto il fascismo ero più libero dei giovani d’oggi".

Non vedo proprio cosa ci sia da stupirsi o da rimanere scioccàti, è così e basta.

Certo, la libertà di cui parla Camilleri non è quella che i giovani rivendicano per sé, e questo, probabilmente, mette una certa distanza tra la visione della vita del Maestro e quella degli astanti.

I quali sono così prigionieri da non riuscire a vedere neanche il fatto che durante il fascismo è stata varata la riforma dell’istruzione che ha portato l’Italia per decenni ad avere una scuola di eccellenza, smantellata completamente dai tagli ai bilanci delle finanziarie, fatti passare per interventi didattici.

Beninteso, non sia mai che io dica che "si stava meglio quado si stava peggio" o che "quanto c’era Lui i treni arrivavano in orario", perché, chiosando con Troisi, chiunque potrebbe dirmi che sarebbe bastato farlo capostazione, non Capo del Governo, e viandare.

Probabilmente il fascismo è crollato anche per effetto della stessa riforma dell’istruzione portata avanti da Gentile.

Perché quando si forniscono gli strumenti critici ai destinatari dell’educazione poi i regimi devono per forza cadere.
E’ quando l’educazione, la conoscenza e la cultura non ci sono che le dittaturelle modello "soft" o modello "powerful" crollano in modo miserrimo e desolante.

Camilleri è nato nel 1925, nel 1945, quando finì la guerra, aveva 20 anni. Il che significa che ha frequentato le scuole (il Liceo Classico a Porto Empedocle, senza conseguire la maturità, perché nel 1943 lo sbarco era imminente) fino al 1943.
Non c’era solo il moschetto a fare il fascista perfetto, c’era anche il libro.
E sono stati i libri a permettere a intellettuali come Camilleri di rovesciarlo, quel regime.

Il suicidio del fascismo è stato opera della cultura, è per questo che i neo-fascismi postumi e i ventenni (inteso come plurale di "ventennio") di maniera, è per questo che oggi "con la cultura non si mangia", perché con la cultura i giovani vivono, mentre il regime muore.

La libertà dei "tempi di Mussolini" (come li chiamava il mi’ nonno Armando) non era nelle leggi, nella vita o nelle possibilità individuali di agire, ma nell’impossibilità del regime di imbrigliare il pensiero altrui.
Il regime di oggi il pensiero non solo lo imbriglia, ma lo annulla, e fa in modo che questa mancanza di libertà venga avvertita come una ricchezza, quando addirittura non avvertita affatto, in una sorta di narcosi.
Non si ha bisogno della cultura perché non si ha bisogno della libertà.

Ma il Maestro Camilleri può ancora dirlo.
E’ anziano e, con tutto il rispetto, nessuno potrà più ritorcersi contro di lui se parla di regime ai giovani.

A Enzo Biagi andò molto, molto peggio.
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A Locorotondo un manifesto per ricordare la morte del Reverendo Benito Mussolini

A Locorotondo un gruppo di cittadini ha pensato bene di ricordare la portata storica e la valenza di una figura come quella dello Zio Benito, affiggendo un manifesto funebre in cui si ricorda il sessantacinquesimo anniversario della prematura e illogica scomparsa del Caro Estinto.

O lo vedi se aveva ragione Fini a dire che il dissenso è ancora possibile in Italia? O prova a dargli torto…
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Libro e moschetto blogger perfetto

Cameràttiii,

il sogno di un’Itaglia monàrchica e fassistaaaa… schiuma assieme alle acque saline dell’Adriàtticoooo e ai nostri petti esposti fieramente alle palle del nemico se necesàrio.

Essi guardano con asolùto spegio del perìccoloooo il sole che preannuncia un altro ventennio fassìstaaaaa e che infatti tramonta dall’altra parte.

MA NOI LO RADDRIZZEREMO!!!

E porteremo marciando indòmiti ne’ nostri cuoriiii la canzon che ci fu cara da infànti: “Soldatin che cazzo vuoi?” Un, dué, un, duéeeee..

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