Quando le francesi ti chiedono l’amicizia su Facebook

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Cominciano chiedendoti l’amicizia su Facebook. Appena un battere di palpebre sullo schermo, un omino che spunta fuori sulla parte sinistra del video, e che ti ricorda che qualcuno ha avuto delle attenzioni per te. Gentile, non c’è che dire.

Hanno nomi francesizzanti. Si chiamano Sophie, Christine, o perfino Bernadette, così se sei un peccatore vai a farti un tuffo nella piscina dell’acqua santa di Lourdes e sei a posto. Insomma, sono donne. E se le guardi in foto sono anche carine, giovani, attraenti, un visino pulito e ordinato, solo leggermente sofisticato, come Audrey Hepburn quando passeggiava per le vie di Parigi in “Sabrina”. Il loro profilo è stato aperto da poco. Giusto qualche foto qua e là, spesso nemmeno un contenuto testuale, nemmeno un gattino, nemmeno un cuoricino, nemmeno una emoticon.

Bussano alla tua porta, una volta che le hai accettate, con un semplice “Ciao!”, spesso senza nemmeno il punto esclamativo finale. Tu rispondi “Ciao!”, e il punto interrogativo ce lo metti non foss’altro che per mostrare un minimo di purtuttavia inesistente entusiasmo. Poi ti chiedono “Come sta?” Ma che bello, ti dànno del lei. Non c’eri più abituato e rispondi, tutto tronfio, “Bene, grazie!” Squisito dialogo di stampo alfieriano.

Qualcuna ti chiede l’età. Gliela dici, e lei ti rivela di avere 40 anni e un figlio, di essere separata e di vivere da sola. Troppa salsiccia al fuoco in un colpo solo, il grasso comincia a liquefarsi e rischia di puzzare di bruciato. Allora, per cambiare discorso, sei tu che chiedi quale attività svolgano. Studentessa, ti rispondono. Su Facebook è pieno così di studentesse di 40 anni che hanno un figlio e che vivono da sole, chissà chi le mantiene, loro e la rispettiva pargolanza, si vede che campano di rendita.

Poi ti arriva la domanda fatidica: “Che cosa cerchi su Facebook?” E io, incalzando: “Nulla, perché?” (sempre scomodare l’Alfieri). E loro “Eh, perché io sono sola (sòla?) e cerco l’amore della mia vita.” Su Facebook?? Ma lo sai, carina, che gente c’è su Facebook? Quelli ti mangiano in un sol boccone, se sogni il principe azzurro.

E alla fine, dopo che hai chiarito che ti va bene che cerchino l’amore della propria vita, ma che quella persona che cercano non sei certamente tu, ti fanno il musetto imbronciato, stile gattina che le ha prese di santa ragione per aver rubato il pesce dal tavolo della cucina, e ti dicono “Ma possiamo sempre rimanere amici, vero?”. “Certo!”, rispondi tu, tanto lo sai benissimo che tra mezz’ora l’avrai dimenticata e lei invece pure. “Mi vuoi dare il tuo numero di telefono, così rimaniamo in contatto su WhatsApp?” Ah, ecco a cosa miravi, stronzetta. Hai bisogno del mio numero di telefono per riempirmi di chiamate pubblicitarie? Se no per cosa lo vuoi? Per fare sesso telefonico a pagamento e sugarmi la carta di credito? E’ roba che ormai non va più di moda, c’era l’144 in Italia per questo, adesso lo hanno tristemente abolito. In fondo era un servizio sociale, anche se costava un po’.

C’è gente così: si divertono a creare dei fake, neanche troppo fatti bene, e poi ti sugano le informazioni personali, che sono il tuo sangue, la tua essenza, il tuo privato. E c’è gente, che magari è sola, o ha voglia di un’avventuretta virtuale (sai che roba!) che ci casca come una pera fracica dall’albero. Ma voi state attentini, sì??

Avviso a quasi tutte le donnine di Facebook

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– Se vi chiedono l’amicizia non è, necessariamente, perché uno ci voglia “provare” a tutti i costi. Che poi “provare” a fare cosa? Non è detto che siate poi così belle o interessanti solo perché qualcuno è magari semplicemente interessato a quello che scrivete. Rilassatevi e non pendetevi troppo sul serio, ché fa male alla salute;

– Se chiedete l’amicizia a un uomo (abitudine insana, si sa, ma c’è pur sempre chi lo fa) e quello vi ringrazia in privato, sta solo compiendo un gesto di cortesia, non è detto che voglia per forza attaccare bottone e portarvi a letto (come correte, voi…), forse, ma proprio forse, vuole essere solo un pochino gentile.

Tiràtevela di meno e cercate di abbassare dimolto la cresta, Facebook non è poi così brutto come lo si dipinge.

Il gruppo Facebook dei fan di “Un posto al sole” da più di 80.000 iscritti

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E’ arrivato il momento, per me, di fare outing, di dire a tutti voi qualcosa che non direi nemmeno alla più intima parte di me stesso.

Ebbene sì, io guardo “Un posto al sole”. Tutte le sere. E se mi perdo qualche puntata me la recupero attraverso “Rai Play”. Insomma, non perdo bòtta, come si suol dire.

Non è una cosa di cui andare particolarmente orgogliosi o di cui menare vanto, ma c’è di peggio nella vita.

Come fan della soap opera di Palazzo Palladini, mi sono iscritto al gruppo Facebook dei suoi fans, per vedere di nascosto cosa scrive la gente. Ovviamente ho postato anch’io degli interventi che sono stati rifiutati perché guai a dire che Rossella è tornata da indica imbruttita e ingrassata. Va beh, fin qui nulla di male.

In risposta a un mio commento, una moderatrice del gruppo (che conta più di 80.000 iscritti, e tutti a discutere se Fabrizio muore o no, se Silvia ha fatto bene o male a mettere le corna a Michele con Giancarlo, di quanto sia stupido l’ex fidanzato di Rossellina, che ora sta quasi con Clara, ma no, non si sa bene, di quanto sia stronzo Ferri etc… etc…), tale Patrizia, mi invita a tacere suggerendomi che a volte il silenzio vale più di mille parole. Le ho risposto che spesso una parola vale più di mille silenzi e quella, per tutta risposta, mi ha cacciato. Non ci ho dormito sopra per tre notti consecutive, come potrete facilmente immaginare.

La cosa buffa è che mentre mi cacciava da tutte le scuole del Regno per la mia piramidale nequizia, mi ha chiesto contemporaneamente l’amicizia. All’una e venti di notte, poi, che, voglio dire, ma la gente non ha di meglio da fare a quell’ora che chiedere l’amicizia a me? Ecco a voi la prova del misfatto. La gente non sa proprio resistere alle tentazioni, peggio di Oscar Wilde. Naturalmente ho rifiutato subito e ho rispedito al mittente la preziosa richiesta. Per un follower in più o in meno non muore nessuno. Però guardate che la gente è strana forte, nevvero??

Manlio Di Stefano (M5S) sull’esplosione di Beirut: solidarietà agli “amici libici”

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L’esponente del M5S Manlio Di Stefano ha fatto una imperdonabile gaffe. A seguito della tragica esplosione di Beirut dei giorni scosri, ha espresso solidarietà “agli amici libici”.

Ora, non ci sono dubbi che sia necessario esprimere solidarietà ai libici, ma si dà il caso che Beirut sia in Libano. Uno scivolone, insomma, a cui Di Stefano ha risposto su Facebook con un tono un po’ stizzito:

“Non ho mai ambito alla fama, quelli come me, ingegneri di formazione, preferiscono lavorare duramente nell’ombra e portare a casa i risultati. Eppure oggi mi trovo addirittura primo nelle tendenze di Twitter e in home page di svariati giornali.
Sarà per l’enorme successo del “Patto per l’Export” col quale stiamo aiutando centinaia di migliaia di aziende italiane ricevendo complimenti quotidianamente da tutte le associazioni di categoria da Confindustria in giù? Sarà perché in questi due anni da Sottosegretario in tutti i Paesi target della mia azione (e sono tanti) l’export italiano è aumentato mediamente di almeno il 15%?
Sarà perché mi occupo da anni anche di Libano dal punto di vista sia politico che commerciale e proprio il 6 luglio ho incontrato il Ministro degli Esteri Nassif Hitti ribadendogli, come già fatto al Ministro dell’Energia, la nostra disponibilità ad aiutarli a ristrutturare le centrali elettriche nazionali per aiutare il popolo libanese? No. No. No e No. Sarebbe troppo lineare, non sarebbe il web, tantomeno la stampa italiana”.

Su Twitter il caso Di Stefano è subito stato catalogato come “di tendenza”, la stampa italiana ne ha parlato con grande evidenza.

Da riportare anche il durissimo commento dell’ex M5S Luis Orellana:

Molti hanno fatto ironia sul tuo errore perché talvolta si sceglie di ridere per non piangere avendo te al Governo.
Anche in questa tua replica (la replica di Di stefano su Twitter, non il messaggio su Facebok, nda) sei vergognoso: attacchi chi ti critica, bastava solo chiedere scusa per l’errore fatto ma il tuo ego smisurato non te lo consente.

E’ vero. Sarebbe bastato che Di Stefano chiedesse scusa. Ma vedo che abbiamo alcune cose in comune: il cognome e l'”ego smisurato”.

Ma sullo svarione degli “amici libici” è cascata anche la rappresentante del M5S Elisa Pirro. Non si è mai soli al mondo:

Le idiosincrasie di Facebook

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Mi succede una cosa strana (un’altra?)

Se, dal computer, mi collego con una delle mie pagine Facebook e tento di mettere in evidenza un post (a pagamento), ricevo un messaggio di errore come questo:

in cui mi si dice, in pratica, che se voglio continuare a pubblicare o mi metto a fare il bravo per svariate settimane e rispetto le loro regole (mi hanno già disattivato e successivamente riattivato l’account due volte!), oppure gli invio i miei documenti: patente di guida e una delle ultime bollette ricevute. O anche l’ultimo estratto conto della mia carta di credito (che cosa se ne faranno mai dei miei movimenti, visto che la maggior parte di loro vanno proprio a Facebook?), insomma, qualcosa che sia intestato a me (gli manderò l’ultima bolletta del gas, che era pari a zero, anzi, mi hanno perfino rimborsato).

La cosa curiosa è che se provo a mettere in evidenza lo stesso post tramite cellulare, tutto va regolarmente a buon fine, e non mi chiedono proprio nulla. Certo, c’è da aspettare che loro “approvino” i contenuti (capirai, cosa sarà mai un po’ di cultura libera, rispetto alle fotografie di piedacci in primo piano, formosità più o meno gradevoli in costume, cuoricini e gattini varii), ma, insomma, il divieto viene bypassato.

Ah, dimenticavo; in pochissimi giorni la pagina Facebook di musicaclassicaonline.com ha raggiunto la non disprezzabile cifra di 200 aficionados (ed è veramente poco, anzi, pochissimo, che è in linea).

Piccole idiosincrasie, grandi soddisfazioni.

Considerazioni in qua e in là

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Sono due o tre giorni che non scrivo un po’ perché mi sembrava di non avere nulla di interessante da dire, un po’ perché sono stato impegnato a rimpinguare le casse di Facebook con la mia carta di credito per la pubblicità ai miei siti (o sytarelli), solo che ho visto che mi “sugavano” un po’ troppo e ho dovuto limitarmi, un po’ perché, secondo le statistiche di matomo.org (o .cloud, ora non rammento), site calati vertiginosamente nelle visite e nelle pagine viste.

Non si fa, ingrati. Che va bene che siamo in estate, va bene che avete altro di meglio da fare che stare a legger me (ma, mi raccomando, qualsiasi cosa facciate fàtela con la mascherina!), ma un tracoloo come quello di queste ultive 24-36 ore non si era mai visto. Cosa vi scrivo a fare, allora? Perché importa a me, e poi le statistiche dicono mille cose diverse. Aruba spara numeri altissimi, Google Analytics dice che il sito sta bene e che, anzi, è in ripresa, Matomo invece indica che siamo al lumicino degli accessi, OWA dice che più o meno siamo stabili. Io non so più a chi dar retta.

Su Facebook la pagina che sta funzionando di più è senza dubbio quella di musicaclassicaonline.com, che sta avendo un putiferio di like e di iscrizioni. Ma anche classicistranieri.com e il post del blog dedicato al sequestro e all’oscuramento del Gutenberg Project ha i suoi fans (è, a tutt’oggi, la pagina più visitata del blog in assoluto, e ne sono contento, quella “inchiesta” mi è costata 12 ore di lavoro -ma ripartite in due giorni-). Insomma, si va avanti. Pagando.

Siamo ancora lontanissimi dai risultati di quella che si autodefisce “concorrenza”, e che io semplicemente definisco “editore”. Ma esistiano da pochi giorni, e, passo dopo passo, andremo lontano.

Se no a che serve Facebook? A mettere i cuoricini?

Finalmente sequestrati gli account Facebook e YouTube di Rosario Marcianò

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Mi fa piacere esprimere la massima soddisfazione per l’operato della Polizia Postale, sezione di Imperia, che su mandato della Procura della Repubblica ha sequestrato gli account social (sicuramente quelli di Facebook) di Rosario Marcianò. E in particolare risultano sequestrati l’account YouTube, la pagina personale di Facebook, e quella denominata “Tanker Enemy”. C’è da dire che nonostante l’iconografia che vi riporto in testa a queste note campeggi indisturbata come un vessillo sulla pagina Facebook incriminata, i post di Rosario Marcianò precedenti alla data del sequestro sono ancora visibili. Inoltre, su Facebook, è possibile inserire ancora dei commenti per cui il sequestro è un po’ a metà. Di certo Marcianò non può più esprimere le sue idee sulle scie chimiche e tutte le tesi complottiste che lo hanno visto, nel bene e nel male (ma soprattutto nel male) protagonista. Dopo svariate vicissitudini giudiziare, tra le quali mi preme ricordare il processo che lo ha visto soccombere con l’accusa di diffamazione nei confronti della giornalista Silvia Bencivelli (che Paolo Attivissimo chiama impropriamente “collega”, forse perché è lui che vorrebbe essere collega di una persona della levatura della Bencivelli). L’accusa per Marcianò è quella di avere postato un video, poi rimosso, in cui invita i suoi seguaci e la popolazione a negare l’esistenza del coronavirus e di scendere per le strade in modo da screare scompiglio nelle forze dell’ordine per intasare la macchina burocratica delle denunce e la magistratura inquirente:

“l’idea migliore sarebbe quella di uscire tutti per strada come facevamo prima in modo tale che poi Carabinieri e Polizia non sappiano più come fare per fermare tutti quanti e gli uffici giudiziari saranno intasati di denunce e non potranno più fare niente. Allora si che loro saranno paralizzati.”

Non è più questione di negare a qualcuno il diritto di opinione, o di esprimere le proprie convinzioni ancorché bislacche, ma di eliminare veri e propri reati dalla rete. In questo caso si parla di istigazione a delinquere. Saranno i magistrati a fare chiarezza sulle reali responsabilità di Marcianò, non certo io. L’essenziale è che questa persona sia stata messa nelle condizioni di non nuocere ulteriormente, anche se dubito che la cosa duri a lungo (sequestrato un account se ne fa sempre un altro).

Il sindaco di Riace Antonio Trifoli pubblica una mail con i dati personali di Jasmine Cristallo

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(Cliccare sull’immagine per ingrandirla)

Non so chi siano né Jasmine Cristallo (che mi risulta leader e portavoce di una parte del movimento delle cosiddette “sardine”) né Antonio Trifoli. Cioè, so benissimo che Antonio Trifoli è il sindaco di Riace, eletto nella lista civica “Riace Rinasce”, vicina alla Lega, già destituito con una sentenza del Tribunale la cui efficacia esecutiva risulta sospesa in virtù del ricorso presentato avverso la stessa sentenza.

Fatto sta che un paio di giorni or sono il sindaco Trifoli ha pubblicato su Facebook il testo di una PEC di Jasmine Cristallo indirizzata alla Questura di Reggio Calabria e all’ufficio protocollo del Comune in cui si comunicava che si sarebbe tenuto un flash mob e che la partecipazione avrebbe previsto la presenza di 150/200 persone approssimativamente. Il tutto senza cancellare l’indirizzo di residenza, l’indirizzo di posta elettronica (quest’ultimo segnalato dalla quasi totalità della stampa, anche se sulla documentazione in mio possesso che premetto a questo intervento l’e-mail PEC non compare) e il recapito telefonico, mettendo così la persona di Jasmine Cristallo all’esposizione di qualunque fanatico che abbia o che abbia voluto perseguitarla a vario titolo. Adesso tutti sanno dove abita (e saperlo, purtroppo, non dovrebbe essere un grosso problema, visto che gli archivi comunali dell’anagrafe di stato sono pubblici e pubblici sono i dati in essi contenuti), a quale indirizzo di posta elettronica risponde (e questo potrebbe essere un problema abbastanza facilmente risolvibile, basta “switchare” le impostazioni della casella in modo che riceva posta elettronica esclusivamente da account altrettanto certificati e che rimandi indietro le mail provenienti da account di posta elettronica tradizionale che sovente sono i più utilizzati per il mail bombing denigratorio). Resta (come se fosse poco), il problema del numero del cellulare e, più in generale, l’atteggiamento di chi, alla carlona, ha pubblicato su un social una mail (cercando di avvalorare la propria tesi circa il numero dei partecipanti al flash mob), senza preoccuparsi di sbianchettarne i passaggi salienti e/o i dati personali che non interessavano a nessuno. O, forse, interessavano solo ai soliti leoni da tastiera.

Il messaggio è restato in linea per pochissimo tempo (è stato quasi immediatamente cancellato), ma ormai il danno era fatto. Jasmine Cristallo ha dichiarato:

“Eccovi il signor Antonio Trifoli. Non l’ho mai incontrato di persona, ma tra poco succederà: in tribunale”

mentre Trifoli, azzardando una francamente incomprensibile scintilla di difesa ha detto:

“La mia intenzione era soltanto quella di evidenziare il numero esatto delle persone che hanno partecipato all’iniziativa e per errore ho pubblicato sul mio profilo Facebook anche l’indirizzo di Jasmine Cristallo. Stamane le ho telefonato spiegandole questo e chiedendo scusa. Non è mio costume fare certe cose, anzi sono contento quando qualcuno viene a Riace per manifestare pacificamente. Io non sono Mimmo Lucano, ma non sono né leghista né razzista come spesso mi dipingono”.

E ancora:

“Per una svista – si legge sul suo profilo – è  stata pubblicata per poco tempo, sotto i tanti commenti di una testata locale, una nota in cui vi erano alcuni dati della sig.ra Jasmine Cristallo. Porgo a lei le mie più sentite scuse e la aspetto al Comune di Riace per offrirle un mazzo di fiori e per scambiare 4 chiacchiere con lei, per farle capire che non sono così cattivo e pieno di pregiudizi, come invece sono stato descritto”.

Sarà, però intanto i soliti haters hanno cominciato a minacciare velatamente perfino la figlia dell’attivista e questo è seriamente preoccupante.

Leggerezza o atto doloso che sia, la privacy di una persona sarebbe stata pesantemente violata. E non si può non offrire tutta la propria solidarietà a Jasmine Cristallo che in questo frangente è senz’altro il soggetto più debole e compromesso.

Casapound: Facebook dovrà riattivare gli account. Il rapporto tra l’utente e il social “non è assimilabile al rapporto tra due soggetti privati”

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Il 9 settembre scorso Facebook disponeva la sospensione degli account relativi alla pagina principale di Casapound e Forza Nuova per violazione della policy del social network. Stessa sorte per quelle ospitate da Instagram, articolazione di Facebook. E’ singolare che questo oscuramento sia avvenuto proprio nei giorni del dibattito sulla fiducia al Governo Conte bis. Oltre alle pagine ufficiali dei due partiti di estrema destra sono stati sospesi gli account afferenti a responsabili nazionali, locali e provinciali. La motivazione principale era quella relativa all’incitamento all’odio:

“Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram”

Con sorprendente tempismo (dovuto alla richiesta da parte di CasaPound di una procedura d’urgenza) il giudice civile del Tribunale di Roma Stefania Garrisi ha accolto nella sua totalità il ricorso presentato e ha condannato Facebook al pagamento di 800 euro per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordinanza, e al pagamento delle spese di lite che sono state fissate in 15000 euro.

Le motivazioni sono particolarmente interessanti:

“È infatti evidente il rilievo preminente assunto dal servizio di Facebook (o di altri social network ad esso collegati) con riferimento all’attuazione di principi cardine essenziali dell’ordinamento come quello del pluralismo dei partiti politici (49 Cost.), al punto che il soggetto che non è presente su Facebook è di fatto escluso (o fortemente limitato) dal dibattito politico italiano, come testimoniato dal fatto che la quasi totalità degli esponenti politici italiani quotidianamente affida alla propria pagina Facebook i messaggi politici e la diffusione delle idee del proprio movimento. Ne deriva che il rapporto tra Facebook e l’utente che intenda registrarsi al servizio (o con l’utente già abilitato al servizio come nel caso in esame) non è assimilabile al rapporto tra due soggetti privati qualsiasi in quanto una delle parti, appunto Facebook, ricopre una speciale posizione: tale speciale posizione comporta che Facebook, nella contrattazione con gli utenti, debba strettamente attenersi al rispetto dei principi costituzionali e ordinamentali finché non si dimostri (con accertamento da compiere attraverso una fase a cognizione piena) la loro violazione da parte dell’utente. Il rispetto dei principi costituzionali e ordinamentali costituisce per il soggetto Facebook ad un tempo condizione e limite nel rapporto con gli utenti che chiedano l’accesso al proprio servizio”.

Facebook, dunque, non sarebbe un qualsiasi soggetto privato, ma un’entità che deve strettamente attenersi al rispetto della Costituzione Italiana proprio per la sua funzione di facilitatore di rapporti umani e di conoscenza. E, attenzione, la condizione fondamentale perché una pagina di un partito politico possa venire oscurata dal social è la “violazione dei principii costituzionali e ordinamentali”. Quindi le regole interne di Facebook passano in secondo piano rispetto all’interesse prevalente e preminente del principio costituzionale che si asserisce violato. E qui Facebook avrebbe commesso una grave violazione dell’articolo 49 della Costituzione italiana:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale

Da parte di Facebook nessun commento all’ordinanza. Solo un laconico:

“Siamo a conoscenza della decisione del Tribunale Civile di Roma e la stiamo esaminando con attenzione”

Renzi blocca lo shitstorming contro Corrado Formigli

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E’ cominciato tutto con unaintervista rilasciata da Matteo Renzi al giornalista Corrado Formigli, conduttore di Piazzapulita su La7. Ma Renzi non ha gradito inizialmente i toni e i contenuti dell’intervista (e va beh…) e dopo la trasmissione sono apparse sui social network informazioni, notizie e fotografie circa la casa privata di Corrado Formigli. Naturalmente Formigli non gradisce (e ci mancherebbe anche altro!) e riferisce:

“Ho scritto a Renzi quello che era successo, segnalandogli e mandandogli anche i link delle pagine dove c’era la foto della mia casa, per invitarlo a controllare le pagine del suo partito: mi sembrava un fatto grave quello che era successo. Un messaggio inviato privatamente su whatsapp a Renzi, dopo il quale mi sono ritrovato la questione della mia casa pubblicata da lui senza il mio consenso”

e, successivamente

“Tutto questo su pagine Facebook riconducibili a Iv. Alcune ‘unofficial’, ma che sono comunque di iscritti alla pagina nazionale e due pagine locali del partito”

In un’intervista a ADN-Kronos, inoltre, il giornalista ha dichiarato:

“Il mio invito è fare pulizia di queste pagine: indicare l’abitazione di un giornalista da parte di sostenitori di un partito politico è qualcosa che ha a che fare con lo squadrismo”

E ancora:

“Un’operazione scorretta. Io ho molti messaggi di Renzi ma non mi sono mai permesso di pubblicarli così, senza chiedere un suo consenso. Invece Renzi ha sostanzialmente pubblicato il contenuto della nostra conversazione in un post per continuare la sua battaglia politica, anche se io, da padre di famiglia, non volevo dare rilievo pubblico alla questione”.

Formigli conclude rivolgendosi a Renzi:

“Non capisco perché equipari la sua situazione alla mia. C’è una dimensione pubblica della vicenda della sua casa: cosa c’entra la mia casa? Io non sono un senatore, non sono stato presidente del Consiglio, non ho avuto soldi dentro Open… Morale della favola: tu fai l’intervista che evidentemente è sgradita nelle domande e il giorno dopo ti ritrovi la casa pubblicata su Facebook dai sostenitori del partito di Renzi.
Ognuno tragga le sue conclusioni”.

Ma Matteo Renzi difende il giornalista e definisce una “porcheria” la pubblicazione delle foto della sua casa. Lo fa tramite un messaggio Facebook:

“Dopo Piazza Pulita di giovedì sono apparse sui social notizie su Corrado Formigli e sulla sua abitazione privata. Con dettagli, commenti, critiche. Formigli stesso mi ha scritto stanotte per “sensibilizzare” su quella che lui definisce “una porcheria”: la sua casa “messa in mostra con foto, indirizzo e dettagli”.
Sono d’accordo con lui. È davvero “una porcheria” e invito tutti quelli che hanno voglia di ascoltarmi a non rilanciare messaggi sulle case private di un personaggio pubblico. Certo: rimane il fatto che le porcherie sono sempre tali. Sia quando si fanno ai giornalisti, sia quando si fanno ai politici. Le foto della mia casa, fatte entrando in una strada privata e violando il domicilio, la pubblicazione dei miei conti correnti, la fuga di notizie su cui nessuno indaga costituiscono per me fatti altrettanto gravi. Ma anche se su questo non ho avuto solidarietà da Formigli o da altri penso che noi dobbiamo essere fieri della nostra serietà.
Pubblicare materiale sulla casa privata di un giornalista o di un politico è, davvero, “una porcheria”. Vi prego di non farlo. E di rispettare la privacy delle persone. Noi siamo diversi dagli altri, noi.”

Tra i commenti che sono seguiti alla pubblicazione della difesa renziana:

“I furbetti imparino cosa comporta utilizzare il livore”

“Era logico che qualcuno gli rendesse pan x focaccia”.

“Spero che abbia imparato la lezione”.

“Quello che è stato fatto è reso e con gli interessi !!”.

“Torna al tuo posto, Corrado, e smettila di fare le boccacce a Matteo”.

“Chi la fa l’aspetti…”.

“Formigli è una gran faccia di ….. bronzo. Senta anche lui come sono amare alcune medicine”.

“Noi siamo diversi. Ma non si puo’ sempre essere corretti e buoni con chi non se lo merita”

Il tutto condito dall’hashtag #colposucolpo.

Alle 7.17 di oggi è apparso su Twitter un ulteriore intervento sulla questione:

Facebook oscura la pagina di Francesca Totolo. Siamo tutti a rischio.

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Io non so chi sia Francesca Totolo.

Da quel poco che ho potuto vedere su Internet, è una signora (altrimenti nominata “dama sovranista”) delle cui idee non condivido una virgola. E va beh, può capitare.

La seguo su Twitter, così come seguo svariate altre persone, non con particolare entusiasmo.

Ma è accaduto che ieri, a seguito della pubblicazione di quella che la stessa Totolo definisce una “schedatura” di chi c’è dietro al movimento delle sardine, la sua pagina Facebook (“Dama sovranista”, appunto) è stata oscurata dopo che una serie di post su Facebook aveva invitato a segnalarla:

Cioè, è bastato che qualcuno (più di uno, probabilmente) si attivasse, che segnalasse la presunta scorrettezza “ogni giorno almeno due volte” (sembra la posologia di un medicinale), per fare oscurare una pagina che aveva raccolto oltre 22.000 like? Ma allora basta veramente poco per vedersi tappare la bocca su Facebook. Come se non bastasse il fatto che si è in casa loro e in casa loro (come spiegavo in occasione della messa off line della pagina delle 6000 sardine) si fa quello che loro dicono, senza se e senza ma. Probabilmente se Francesca Totolo avesse avuto un blog personale ospitato su qualche server indipendente anziché affidarsi a Facebook e Twitter a quest’ora sarebbe ancora in linea. Ma basta veramente che qualcosa non piaccia a qualcuno perché questo qualcuno ti segnali agli amministratori e ti faccia segare la possibilità di scambiare opinioni con chi ha deciso di seguirti.

Ripeto, non è in discussione la legittimità del fatto. Probabilmente Facebook avrà le sue ragioni (che non è detto siano perfettamente e pienamente condivisibili) per bannare una pagina dai suoi domini (ragioni che spero siano state debitamente riferite alla Totolo). Ma altrettanto probabilmente (anzi, sicuramente) non è più possibile far sottostare la permanenza su Facebook alle segnalazioni arbitrarie dei suoi utenti. E’ logico che ci sarà sempre qualcuno che si sveglia la mattina assieme a te e che legge i tuoi interventi e siccome non ha nulla da fare ti segnala perché non è d’accordo. Siamo tutti sotto tiro, non ci sono santi che tengano. Ognuno può essere bannato in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione. Moltiplichiamo il tutto per i valori esponenziali che raggiunge questo meccanismo perverso a livello di dibattito politico e raggiungeremo il risultato finale: una censura imprevista e imprevedibile la cui mannaia si abbatte su ciascuno di noi. E’ toccato alle 6000 sardine, è toccato alla Totolo. Qui non c’è destra e non c’è sinistra, c’è solo da chiedersi chi sia il prossimo.

La pagina “6000 sardine” oscurata e poi ripristinata su Facebook

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Questa notte, la pagina “6000 sardine”, presente su Facebook è stata oscurata per alcune ore (beato chi ha avuto il tempo di controllare e ricontrollare in orario notturno la presenza o l’assenza della pagina dal web), probabilmente per un tentavio di sabotaggio da parte delle forze e degli utenti sovranisti o, comunque, contrari al movimento, che avrebbero segnalato in massa la pagina a Facebook per contenuti non ben meglio identificati.

Successivamente è stato tutto un gridare allo scandalo e all’attentato alla democrazia, alla libertà di espressione, di pensiero, di manifestazione, al tradimento, all’ingiustizia di Facebook, tanto che in una pagina di riserva, intitolata “6000 sardine 2” (originale!) i gestori hanno scritto:

“La pagina 6000 sardine è stata oscurata. In mancanza di post offensivi, violenti o lesivi dei diritti della persona, è stata comunque bersaglio di un gran numero di segnalazioni. Questo ha automaticamente generato l’oscuramento della pagina. Siamo fiduciosi che possa tornare on-line nelle prossime ore, ma non abbiamo certezza dei tempi. Si vede che un mare silenzioso fa molto più rumore di quanto si possa pensare”

Non è che il mare silenzioso e pescoso faccia rumore. E non è nemmeno un problema di democrazia. Il punto è che Facebook ha le sue regole, che si è dato da sé, e che il movimento sardinesco ha accettato al momento in cui ha aperto una pagina (ci sarà pure un responsabile). Questo regolamento sottosta alle leggi dello stato italiano (ma nemmeno sempre, ad esempio, non è detto che in caso di un post diffamatorio nei confronti di una persona quel post venga automaticamente rimosso o l’utente che lo ha scritto debba venire per forza censurato anche a seguito di una o più segnalazioni) ma quello che vale più di tutto è che se sei su Facebook stai al loro gioco, anche se il gioco è sporco e non ti piace, come nel caso in cui una pagina viene oscurata o sei tu che per un qualsiasi contenuto vieni oscurato senza particolari spiegazioni (è accaduto a persone che conosco di essere oscurate per aver usato la parola “negro”, o per aver usato della satira nei confronti del Movimento 5 Stelle). Probabilmente, nel caso delle 6000 sardine il blocco è stato precauzionale, i contenuti fatti fagocitare dagli imperfetti ma implacabili algoritmi di Facebook, poi, visto che non c’era nulla di offensivo o di particolarmente malizioso, hanno ripristinato il tutto. Potevano tranquillamente non farlo, o farlo per qualche ora, qualche giorno, un mese o due. E non è una questione di democrazia: se vuoi dire quello che vuoi senza essere censurato da nessuno ti fai il tuo sito web, o il tuo social network, o il tuo blog, o il tuo forum, e lì scrivi quello che ti pare. Se scegli Twitter o Facebook o Instagram sei in casa d’altri, e se in casa d’altri qualcuno ti dice di non fumare perché non è consentito, tu non fumi, anche se in quel momento non stai facendo necessariamente qualcosa di male. Se vuoi fumare vai fuori, o a casa tua. Semplicemente. E’ ingiusto? E’ antidemocratico? E’ così. E la colpa non è certo di Facebook.

Il sondaggio “Personalità del 2019” a Radio Romania Internazionale

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Carissimi amici, Radio Romania Internazionale continua il tradizionale sondaggio rivolto ai suoi ascoltatori e utenti Internet, ma anche ai suoi amici sulle reti sociali, invitandovi a valutare quali delle personalità del presente hanno segnato di più, in senso positivo, l’andamento dell’umanità nell’anno che sta per concludersi. In base alle vostre opzioni, la nostra emittente nominerà “La personalità del 2019”.

Chi potrebbe essere e soprattutto perché? Sarà un politico, un leader di opinione importante, un imprenditore, un grande atleta, un celebre artista, uno scienziato o, semplicemente, una persona sconosciuta al grande pubblico, che però vanta una storia esemplare? Come al solito, la risposta appartiene a voi.

Aspettiamo le vostre proposte, accompagnate dalle motivazioni, direttamente sul sito www.rri.ro, inviando un commento all’articolo, via e-mail, all’indirizzo ital@rri.ro, su Facebook, Twitter e LinkedIn, sempre come commento, su WhatsApp al numero +40744312650, via fax al numero +40 21 3190562, o per posta, all’indirizzo Via Generale Berthelot 60-64, CAP 010165, casella postale 111, Bucarest, Romania.

Vi ricordiamo che, in base alle vostre scelte, la Personalità del 2018 a RRI è stata designata la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Nel 2017, il titolo è andato alla grande tennista romena Simona Halep, ex numero 1 mondiale, mentre nel 2016 al presidente americano, Donald Trump.

La personalità del 2019 a RRI sarà annunciata nei nostri programmi e sulle reti sociali il 1 gennaio 2020.


Redazione Italiana
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Cosa cavolo succede a Jovanotti?

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Ecco, io pagherei a sapere cosa cavolo sta succedendo a Jovanotti che ogni 3 x 2 me lo ritrovo sulla mia pagina di Facebook sotto forma di annuncio sponsorizzato, e adesso addirittura si parla di uno “scandalo” che avrebbe addirittura “SCOSSO” (notate le majùscole) per cui sono o sarebbero addirittura necessarie “le nostre preghiere”. Fino a poco tempo fa usavano la faccia del cantante per sponsorizzare un metodo piuttosto bieco e dozzinale per far soldi facilmente. E la gente condivide, commenta, uh, hai voglia te, in una parola sola “ci casca”. Ora, se uno fosse l’artista in questione, un bel querelone a questi signori non gleilo leverebbe nessuno, perché è chiaro come il sole che stanno sfruttando la sua immagine, il suo nome e la sua celebrità per compilare delle notizie da strilloni di giornali e senza nessuna logica. C’è anche l’immagine del conduttore del TG2 a fare da contorno a questa che appare una evidente operazione di photoshopping, per cui, se vi capita di andare su Facebook e di trovare delle robe simile, NON cliccate su “scopri di più” perché potrebbe esserci di tutto. Che poi, voglio dire, a me Jovanotti non piace neanche, guarda te se lo devo difendere in rete…

Le foto dei presunti assassini di Mario Cerciello Rega

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Sui social e sulle edizioni on line dei principali quotidiani italiani stanno circolando documenti fotografici agghiaccianti.
Il primo in assoluto è la foto di uno dei due fermati per l’assassinio di Mario Cerciello Rega, in una caserma dei Carabinieri, con i polsi ammanettati e una benda sugli occhi. Scelgo di non ripubblicare questa immagini (e l’altra dicui vi parlerò tra qualche riga) un po’ perché la potete trovare tranquillamente in rete se proprio siete così morbosi da volerla vedere, un po’ perché ritengo doveroso non dare ulteriore risonanza (sia pure nei limiti dell’utenza di questo blog).
Mi chiedo dunque se sia decente e rispettoso di uno stato di diritto trattare un cittadino straniero fermato (e quindi custodito dallo Stato) in modo da superare ogni limite alla decenza e al tollerabile. Non si pensa alle conseguenze che gesti simili possono comportare (e le conseguenze a cui faccio riferimento sono sia il trattamento inumano del fermato, sia la diffusione della foto che non ha nessuna ragion di esistere) e la cosa più grave è che questo tipo di iconografia è stata diffusa proprio da ambienti o persone vicine ai carabinieri. Viviamo in uno stato di diritto. Abbiamo dato i natali a Cesare Beccaria, tanti per intenderci.
Io non so se l’uso delle manette sia stato legale e legittimo nel caso in specie, non faccio né il magistrato né l’avvocato, ma certamente risulta anomalo l’uso della benda sugli occhi. Per fare cosa? Per impedirgli di vedere, d’accordo, ma questo impedirgli di vedere non suona un po’ come una pena accessoria e ingiustificata? Per un reo confesso, poi.
L’altra foto che circola insistentemente, grazie anche a un articolo bello e intelligente pubblicato da Wired, è quella relativa alla bufala dei cittadini nordafricani inizialmente sospettati dell’assassinio del povero carabiniere. Nello screenshot relativo ad un post su una pagina Facebook si vedono quattro fotografie di cittadini nordafricani, con la dicitura “Catturati”. Vi si legge anche: “3 cittadini di origine marocchine (sic!) e uno di origine algerine… se uccidi uno di noi… hai il tempo contato e ti trascineremo davanti ad un giudice!” La pagina Facebook su cui è apparsa l’immagine dei quattro nordafricani (che non c’entravano niente con il delitto, evidentemente) risulterebbe, sempre a detta di Wired, “amministrata da due carabinieri attualmente in servizio”.
L’Arma dei Carabinieri, naturalmente e doverosamente, ha aperto delle inchieste disciplinari per far luce su ambedue i casi. Vedremo in seguito se ci saranno aspetti di interesse e competenza delle rispettive Procure della Repubblica.

La solidarietà a Matteo Renzi #siamotuttiMatteoRenzi?

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Ieri è successo che, mentre stavamo aspettando il responso del popolino della rete che ha messo al sicuro le chiappe del Ministro dell’Interno, sono stati arrestati i genitori dell’ex Primo Ministro Matteo Renzi. Una volta posti ai domiciliari con l’accusa di bancarotta fraudolenta e false fatturazioni, la notizia è diventata subito, come si dice in questi casi, “virale”. Talmente virale che su Twitter si è scatenata una vera e propria gara di solidarietà nei confronti dell’ex capo del governo. Come se l’arrestato fosse lui. Ora, voglio dire, io capisco l’empatia che può nascere da una notizia del genere, ma che le colpe dei padri possano in qualche modo ricadere sui figli è un Dio che è morto da quel dì. Mi sono immerso in questo sciropposo liquame buonista e ho trovato il commento di uno che diceva che era vergognoso che i genitoria siano stati arrestati nel momento in cui il figlio si trovava a più di 600 Km. di distanza per lavorare. Non era andato a lavorare, Matteo Renzi, ma a presentare il suo libro a Torino (appuntamento poi annullato) e la presentazione di un libro, fino a prova contraria, è propaganda (a se stessi o al libro, si veda il caso), non lavoro. Anche se i suoi soldini se li sarà senz’altro guadagnati. L’ho fatto presente e mi hanno detto che non ho presente che cosa sia un lavoro intellettuale. Cioè, lo hanno detto a me! E va beh, così sia. Nessuno ha detto, come si dovrebbe dire in questi casi, che c’è il Tribunale del Riesame, e che i coniugi Renzi possono far valere le proprie opposizioni al provvedimento del GIP in quella sede, magari, se proprio ci tiene, augurando loro miglior fortuna. No, c’è gente che ha persino insinuato (come ha fatto lo stesso Renzi su Facebook) che la singolare coincidenza temporale dell’arresto dei genitori di Renzi e del processo di piazza con assoluzione piena a Salvini non sia poi una coincidenza vera e propria, rimestando nel torbido e riportando alla luce quella giustizia ad orologeria tanto cara al berlusconismo d’antan, cosa che non si addice affatto a tutto ciò che ha a che fare con Matteo Renzi. O magari sì, si veda il caso. Fatto è che ovunque si leggono hashtag deliranti tipo #siamotuttiMatteoRenzi (parlino per sé, i miei genitori non sono mai stati posti agli arresti domiciliari!) oltre all’inevitabile #iostoconMatteoRenzi (ma non si sa che cosa abbia fatto Matteo Renzi o quale sia il suo ruolo in questa vicenda). Forse qualcuno pensa che hanno colpito i genitori per colpire il figlio, una sorta di giustizia che, come una scheggia impazzita, prescinde da un concetto fondamentale: la responsabilità penale è personale (cioè, nessuno paga al posto di un altro). E il piagnisteo continua. gli hashtag sono i più utilizzati su Twitter, di Salvini salvo ormai non si ricorda più nessuno e il piagnisteo continua. Non c’è nessuna gogna né ingiusta né aberrante per Matteo Renzi, rendiamocene conto. Forse così facendo potremmo ricominciare a parlarne a mente serena.

Chi cazzo è Maria Siruingo?

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Questa mattina mi sono svegliato e il blog era invaso da una quindicina di commenti di spamming tutti uguali provenienti dall’account Facebook intestato alla signora Maria Siruingo, probabilmente esperta in prestiti personali a tassi di interesse vantaggiosissimi (sic!). Sono stati molti gli articoli “infettati” da questa attività di spamming, dai più recenti a quelli più vecchi ma comunque molto frequentati.

Ho provveduto a bloccare l’account della Siruingo in modo che non possa più far danno, ma ho conservato uno dei suoi commenti in linea a perenne memoria di quello che può e sa fare la gente quando si tratta di imbrattarti il blog. Insomma, sono cose che fanno girare le scatole. Spero di aver provveduto così a limitare i danni al minimo e che cose di questo genere non si verifichino più. Nel caso chiuderò i commenti da Facebook, tanto per quel poco che commentate -infingardi!- il modulo commenti di WordPress va più che bene.

Stupide cretinerie e deficienze imbecilli

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Certo che bisogna veramente essere dei cretini patentati e aver studiato su Facebook per realizzare dei “meme” (parola orrenda che viene usata ad ogni pie’ sospinto sui social media, dove circola di tutto e di più, soprattutto per quanto riguarda l’uso di un linguaggio arbitrario che fa rabbrividire e scendere i gomiti all’altezza dei coglioni) di questo genere. Quindi, qui i casi sono due, o chi l’ha realizzato e diffuso (“condividendolo”, come si usa dire, usando una bella parola per una brutta cosa) è veramente un cretino che ha creduto per un momento che Cesare Battisti, il terrorista arrestato due giorni fa in Bolivia, fosse la stessa persona di quel Cesare Battisti, patriota, giornalista, geografo, politico socialista e irredentista italiano, come recita la Benemerita, oppure chiunque sia stato a diffondere queste bestialità antistoriche lo ha fatto sapendo che si trattava di una evidente forzatura della realtà, e allora non è un cretino ma un imbecille di primissima categoria. Fare della propaganda politica (oltretutto su un partito come il PD che è già morto per conto suo) su queste cose è fuori dal mondo, non è una cazzata falsa, è una cazzata vera, senza contare che non è affatto vero che è stato il governo Conte ad arrestare Cesare Battisti, ma la polizia boliviana (un paio di esponenti del Governo Conte hanno, tutt’al più, fatto le belle statuine all’aeroporto di Ciampino, per attendere l’arrivo del pluriomicida, indossando le divise delle forze dell’ordine alla prima occasione disponibile). Sono i social network, bellezze, non ci sarebbe da stupirsi di nulla, e allora mi spiegate perché io mi ci incazzo ancora? Su, via, ditemelo…

Facebook mi scrive che io sono “importante” per loro. E a me vengono i brividi.

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Ogni tanto Facebook mi scrive: “Valerio, sei importante per noi…”

Generalmente avviene quando mi propongono di ripubblicare dei contenuti (ditesto o fotografici) di quanlche anno fa.

E, cazzo, io ho paura. Perché prima di tutto essere “importanti” per qualcuno è una bella responsabilità. E poi perché non è vero un accidente. Io non sono importante per Facebook. Casomai lo saranno i miei dati, i miei contatti, il mio numero di telefono, il mio indirizzo e.mail, tutto quello che gli serve per propormi la pubblicità che leggo ogni volta che mi collego.

Dicono anche che per loro sono importanti i miei ricordi. Ma dopo un anno i miei ricordi non me li “ricordo” più nemmeno io. Magari li ho rimossi, magari non me ne frega più niente. Magari quello che pensavo un anno o due anni fa non corrisponde più a quello che penso oggi. Perché me lo ricordano? Ditemi chi sono e non mi dite chi ero.

E che Facebook si dimentichi di me, ogni tanto. Mi farà solo bene.

Chi ha paura di Cappuccetto Rosso?

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Non siamo in un paese normale, in cui, pure, il tema della solidarietà nei confronti degli altri dovrebbe essere preponderante, tanto che non dovrebbe esistere un “Prima gli italiani”, ma un “Prima chi ha bisogno”, se, come sta accadendo, la notizia del rapimento della volontaria Silvia Romano in Kenya viene corredata da una sorta di torrente fluviale di hate speeching in cui la trattano da “oca giuliva”, e le dicono che se avesse continuato a fare la volontaria nel contesto più umile e discreto della parrocchietta tutto questo non le sarebbe accaduto, condendo le violente considerazioni con un prosaico “Se l’è andata a cercare”.

Sono gli stessi imbecilli che pontificano che si deve andare ad aiutare i neri in casa loro e non accoglierli in casa nostra, ma poi quando qualcuno ci va è un’oca giuliva che se l’è andata a cercare, quindi cosa ci possiamo fare noi se Cappuccetto Rosso è andata dritta dritta in bocca al lupo cattivo? Oltretutto ci costerà un sacco di soldi in operazioni umanitarie, missioni all’estero, riscatto.

E di Cappuccetto Rosso ha parlato ieri nella sua rubrica “il Caffè” del Corriere della Sera Massimo Gramellini che, da par suo, ha scritto testualmente: “Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto.”

Gramellini parla di “smanie di altruismo” e dà ragione agli imbecilli di cui sopra che sottolineano il “cosa vuoi mai farci adesso?” di gucciniana menoria. Ma non è che le smanie di altruismo non sono altro che quella che i cattolici da sempre chiamano “vocazione”, quella che ti fa andare anche in un “villaggio sperduto” del Kenya a rischiare la pelle per dare una mano alla popolazione di lì e fare qualcosa in cui credi fermamente? Ma a chi ha dato fastidio Silvia Romano, alias gramelliniano Cappuccetto Rosso, nel fare la propria scelta di vita? Ai commentatori folli di Facebook e Twitter che dal calduccio delle loro case si collegano con i loro computerini o i loro smartphone della malora per riversare strali di veleno sotto forma di byte apparentemente innocui e protetti da una forma di pseudonimato quando non di anonimato vero e proprio per cui chi vuoi che vada a cercarli, e poi, anche se fosse, “abbiamo sempre espresso un’opinione”. Ai giornalisti di regime che non trovano altro da fare che dare ragione ai suddetti imbecilli comodosi, che vorrebbero la volontaria cameriera nelle mense della Caritas piuttosto che in Kenya ad aiutare i bambini come voleva lei (e, ripeto, si tratta solo di sacrosante scelte).

E così lo sbaglio di Silvia Romano è stato solo suo, e il caso del suo rapimento è diventato un’occasione da parlarne durante un caffè: “Ah, signora, mi lasci dire, questi giovani d’oggi sono proprio degli spericolati senza sale in zucca, abbiamo tante situazioni di povertà in Italia, che cosa ci combinava andare fin laggiù??”

E la tazzina vuota ricade sul piattino facendo rumore. Il caffè è finito, i giudizi sommari sono stati dati, Silvia Romano è nelle mani dei rapitori ma del resto se l’è voluta. Appuntamento con un’altra tazzina a domani, quando di Silvia si parlerà sempre meno.

Stefania Pucciarelli: da casalinga a Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani

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Stefania Pucciarelli:

– ha il diploma di studi di scuola media inferiore;

– ha precedentemente svolto la professione di casalinga;

– è Vicepresidente del gruppo del Senato L-SP-PSd’Az dall’11 luglio 2018;

– secondo quanto riportato dalla sua pagina di Wikipedia sarebbe stata attenzionata dalla giustizia “A causa di un like messo sotto un post su facebook in cui si diceva: «Certe persone andrebbero eliminate dalla graduatoria dal tenore di vita che hannoE poi vogliono la casa popolareUn forno gli darei» ” [giugno 2017]

– ha commentato con la frase «se uno deve pagare per essersi difeso, è meglio che la mira la prenda per bene» la notizia della condanna al risarcimento di 120.000 euro nei confronti di un cittadino che aveva sparato a un gruppo di ladri rom; [luglio 2012]

– nel settembre 2012 ha scritto: «un bambino deve avere un papà maschio e una mamma femmina, è quello che regola la natura per la riproduzione» ; 

– ha affermato che «non abbiamo paura di dirci cristiani e di difendere la famiglia naturale e tradizionale»

– ha scritto «Ora capisco perché le zecche dei centri sociali non vanno a tirar sassi nei comizi del Pd e dei 5 Stelle: in loro hanno trovato chi li tutela» ; [2015]

– ha dichiarato «finalmente al campo rom di Castelnuovo Magra sono tornate le ruspe»; [alcuni giorni or sono]

Stefania Pucciarelli è stata eletta presidente della Commissione diritti umani di Palazzo Madama.

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Le amicizie finiscono

Reading Time: 2 minutesLe amicizie finiscono, sissignori. Una mi è finita stasera. A distanza di un’ora dal folle e irreversibile “Addio!” (retaggio melodrammatico da vaudeville d’antan) sono ancora vivo. Segno che alla fine di qualcosa si può sopravvivere. Il che è già qualcosa che consola e che ti rende più consapevole delle cose (belle) che hai. Tua figlia, i libri, il blog, la radio, un computer su cui installare Linux e quei sigarini che devi essserti dimenticato nella càntera di cima.

Una volta per finire un’amicizia ci si mandava a fare in culo cordialmente. Io con quell'”amico” lì lo facevo praticamente tutti i i giorni, che quando il vaffanculo è stato definitivo si può dire che nemmeno me ne sono accorto. Poi la controprova: l'”amicizia” su Facebook è stata cancellata. Bloccato, interdetto. Ecco, è così che si fa oggi. Si blocca una persona su Facebook, su WhatsApp. Non la si guarda più, la si cancella dalla vista così ci si illude che non esista, che non continui ad avere una vita e un pensiero propri, e che in un certo senso non ci riguardi più. La vita, ovviamente, è molto più complicata di un clic. Ma al mio “amico” è piaciuto così, cosa gli posso fare?

Gli posso dire che ha cominciato a tradire la nostra amicizia quando mi ha cantato una mezza messa dicendomi delle cose vere per metà (ma l’altra faccia della luna, ovviamente, non me l’ha mostrata. Troppo buia, troppo oscura, troppo piena di sassi e di buche per essere minimamente presentabile) e che ora non c’è più rimedio, come se, da amico, io avessi potuto giudicarlo, criticarlo, insultarlo, denigrarlo per quello che mi nascondeva.

E così ci siamo mandati cordialmente a fare in culo l’uno con l’altro e ora se non altro so con chi avevo a che fare. Nessun rimpianto, no, sono troppo vecchio. Ma ho bannato a mia volta TRE suoi amici di Facebook un po’ perché mi piacciono le rappresaglie e un po’ perché non mi andava di averci ulteriormente a che fare (oh, sarò padrone…).

Certo però che miseria!

Il compleanno disertato del bambino autistico

Reading Time: < 1 minuteUn bambino autistico di quattro anni di Cavezzo ha compiuto gli anni. Nessuna occasione migliore per festeggiare e invitare gli amichetti assieme alle loro famiglie. Ed è quello che ha fatto la sua mamma, inviando 18 inviti attraverso WhatsApp ad altrettante famiglie di bambini. Bene, su 18 ragazzini invitati, solo uno si è presentato al compleanno del bambino autistico. Appena tre hanno risposto declinando l’invito e sugli altri è calato un tombale silenzio, un imbarazzo assoluto. Silenzio, dicevo. Nulla di nulla. Neanche un semplice “Mi dispiace, ma a quell’ora mio figlio va a buddismo”. Sarebbe stato probabilmente già qualcosa. Lo sfogo della madre su Facebook ha avuto un effetto a dir poco virale e la vicenda è rimbalzata agli onori della cronaca su tutti i giornali.

Ora è chiaro che se ci sono delle responsabilità da trovare, vanno ascritte ai genitori dei bambini invitati. Immagino che siano tutti più o meno coetanei dell’invitato, e cosa volete che sappiano i bambini di confermare o declinare un invito, del fatto che il loro compagno festeggi gli anni, delle aspettative della sua mamma che voleva soltanto fare una festa? Nulla. A quell’età non hanno nemmeno il cellulare (anche se qualcuno in famiglia, glielo comprerebbe più che volentieri). E allora questo svarione, questa scivolata su una cacca di cane depositata sul marciapiede, questa stercofigura è proprio da ascrivere a chi esercita la patria potestà. Che, poi, rappresenta il referente diretto della famiglia con cui hanno a che fare la scuola, la società e le istituzioni.

Famiglie amare.

Matteo Camiciottoli: frase offensiva verso Laura Boldrini? Oggi è cominciato il processo di merito

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Matteo Camiciottoli, sindaco leghista di Pontinvrea (SV), nel 2007 pubblicò una frase piuttosto infelice nei confronti di Laura Boldrini: “Gli stupratori di Rimini? Scontino gli arresti domiciliari a casa della Boldrini”.

Si riferiva a un episodio in cui un gruppo di immigrati africani furono accusati di aver aggredito e stuprato una turista polacca e di avere successivamente aggredito un trans peruviano. I presunti autori dei crimini furono posti agli arresti domiciliari, circostanza questa che ha fatto indignare Camiciottoli che ha scritto: “Potremmo dargli gli arresti domiciliari a casa della Boldrini, magari le mette il sorriso”. Alla Boldrini la cosa non è piaciuta (e vorrei anche vedere!) e ha querelato il sindaco leghista per diffamazione.

Questa mattina, presso il Tribunale di Savona, si è svolta la prima udienza del processo a carico di Camiciottoli. Non sappiamo come sia andata, né se ci sia stata una sentenza. Nel caso ve ne darò conto.

La cosa più alienante è leggere su “il Giornale” che il sindaco “Scherzò sulla Boldrini”. Cioè, quello che ha convinto un Pubblico Ministero a citare direttamente a giudizio l’autore di un commento su Facebook sarebbe un gioco, uno scherzo, una zuzzurellata, una bagatella come si dice in giuridichese. Eppure la sua valenza apertamente offensiva, soprattutto nei confronti di una donna è evidente (provatevi a dire le stesse frasi nei confronti diu un uomo e vedrete cadere tutto il castello della pubblica accusa). Ma non solo. Si legge anche “Querelato. E ora processato. È il destino di Matteo Camiciottoli, sindaco leghista di Pontinvrea che lunedì, nel Tribunale di Savona, comincerà la sua battaglia per la libertà di espressione.” Dunque per i redattori de “il Giornale”, quella di lunedì non è l’udienza verso uno che ha oggettivamente diffamato, ma addirittura l’apertura di una vera e propria battaglia per la libertà di espressione.

Ed è un vero peccato, oltre che una cosa ridicola, scambiare la libertà di espressione per libertà di diffamare, di dire tutto, tanto è uno scherzo, di mettere sotto i piedi la dignità di una persona perché “tanto è così che funziona” e perché “Siamo su Facebook, si comportano tutti così”. Con chi sto io? Né con Camiciottoli né con la Boldrini, ma dalla parte della libertà di espressione quella vera. Camiciottoli, se si reputa innocente avrà tutte le possibilità e le libertà di far valere le sue tesi in un pubblico dibattimento che sta facendo crescere l’interesse della rete, anche perché si tratta del primo e del più altisonante dei procedimenti scaturiti dalle varie querele che Laura Boldrini ha presentato per difendere la sua onorabilità massacrata a colpi di commenti e di tweet sui social network, sui blog, sulle piattaforme di discussione “virtuali” (che brutto aggettivo!)

Est modus in rebus, ma quello che è certo è che tutto si può dire.

La lobby di Wikipedia vince ancora

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Così tutto è finito a tarallucci e vino. Il Parlamento Europeo ha votato a larga maggioranza l’approvazione della Link Tax e delle altre norme di riforma del copyright ma ha lasciato fuori dall’applicabilità di questi articoli di legge i “progetti collaborativi”. In pratica Wikipedia.

Era già tutto largamente previsto, tant’è che nel mio post di ieri avevo già largamente profetizzato (scusate se me la tiro un po’) che Wikipedia sarebbe uscita perfettamente indenne dalla tenzone per cui aveva addirittura minacciato il pericolo di chiusura.

Google, Facebook, Yahoo e altri giganti del web dovranno pagare un giusto compenso ai rispettivi editori per gli estratti dai giornali on line che pubblicano. Wikipedia no. Wikipedia è al di là della stessa legge, non può essere toccata, non deve essere interrotta nella sua infinita produzione di informazioni (spesso anche senza senso logico, o con grammatica e ortografia incerte), non può sborsare nemmeno un centesimo delle copiose donazioni dei suoi utenti per pagare quello che utilizza. E’ incredibile ma è così.

E questa lobby ha messo le mani su qualcosa di molto più grande della cultura, ha messo le mani sulla conoscenza. Siamo arrivati all’assurdo di credere che tutto ciò che non è scritto su Wikipedia non esiste e questo è di una tristezza somma.

Scriveva Eduardo: “‘O tiempo d’e ‘llacreme è fernuto. Mo’ è tiempo ‘e core mosso e faccia tosta“.

Il Ministro del Rancore e lo spazzacorrotti

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C’era una canzone di Renzo Arbore che si intitolava “Je faccio ‘o show”. Non se la ricorda nessuno, ma pazienza. In compenso ieri Salvini lo show lo ha fatto sul serio, aprendo in diretta Facebook, e seguito da 30.000 fans (neanche tantissimi, a dire il vero), il plico proveniente dalla Procura della Repubblica di Palermo e contenente l’informazione di indagine per il reato previsto dall’articolo 605 del codice penale, firmato dal Procuratore in persona Lo Voi e esteso sotto forma di lettera gentile, breve, concisa ma chiara e netta.

Lo show è continuato con il solito attacco alla magistratura, rea soltanto di non essere stata “eletta dal popolo” come lui. Che non è stato nemmeno eletto, ma nominato, come diceva Beppe Grillo quando era ancora vivo. Poi se l’è presa con i suoi tradizionali avversari:  Roberto Saviano, Gad Lerner, Matteo Renzi, Fiorella Mannoia. No, dico, se la è presa con Fiorella Mannoia, quella di pesca forza tira pescatore e dimmi dimmi mio signore. La cantante. Che male può fargli una canzonetta? Non si sa. Ma l'”eletto dal popolo” che spettacoleggia su Facebook ci ricorda da vicino il Berlusconi che, pure, se la prendeva con i magistrati gridando al colpo di stato e all’uso politico della giustizia. Solo che lui non aveva bisogno di Facebook, aveva i giornali e le televisioni per condizionare l’opinione pubblica italiana.

Intanto che Salvini fa ‘o show, il ministro della giustizia Bonafede è orgoglioso del decreto “spazzacorrotti” che sta per essere discusso in Parlamento. Quello che prevede l’istituzione della laida figura del pentito. Perché sarà introdotta una norma che prevederà la non punibilità del corrotto che, dopo essere stato folgorato sulla via di Damasco e una volta pentitosi, si autodenuncia entro sei mesi dal fatto, sempre che non sia stato indagato prima, restituendo il maltolto e dando ampie indicazioni alla magistratura su dove trovare il denaro da restituire. Non si sa che fine faccia il corruttore, ma queste sono cose secondarie. Ora, se un corrotto può farla franca fingendo un provvidenziale ravvedimento che lo salvi dal gabbio, vi immaginate un ladro di autoradio (ma si rubano ancora le autoradio??) che non può andare dal giudice a dire “Restituisco la refurtiva, ma non processatemi”?? Siamo all’assurdo che per un furtarello si va in galera e non ci sono santi, e per aver preso mazzette ce la si può cavare facendosi spuntare l’aureola dei bravi cittadini redenti, quando il reato di corruzione desta un allarme sociale notevole. Per uscire indenni da una accusa di diffamazione bisogna mettere mano al portafoglio e risarcire il danno prima che cominci il dibattimento (sempre se il giudice lo accetta), per una corruzione basta un “mea culpa”. E che cazzo!

E’ uno spettro da seconda repubblica che non spaventa ormai più nessuno. Però inquieta non poco.

Federico Maria Sardelli bannato per un mese da Facebook

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(cliccare sull'immagine per ingrandirla)
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L’altro ieri mi è giunta una notizia che mi ha fatto rimanere un po’ stercofatto o “cacino” per dirla alla livornese. Non è nulla di che. Il Poeta direbbe che “non vale due colonne su un giornale”, ma forse è proprio per questo che la ospito.

Federico Maria Sardelli è stato bannato per un mese da Facebook per via di un contenuto non consono (non si sa bene perché) alla politica di Zuckerbndfg.

Ecco, si riassume il tutto in poche e desolate parole. Il “contenuto” di cui parlo è quello di cui all’immagine che accompagna queste brevi noticine, una sorta di “meme” (parola bruttissima che i Facebookari usano a chilate ogni giorno) e che ha come massimo dell’offensività, se proprio si va a vedere fino in fondo, il termine “babbei”. Sono solo opinioni critiche. Forti? E sia, la critica non guarda mai alla forza con cui sferra il colpo, la critica è tale proprio perché travalica il senso dei fatti. Sono opinioni (e chiunque cliccando sull’immagine per ingrandirla può leggerle a suo bell’agio) di una persona che può permettersi questo ed altro, essendo Federico Maria Sardelli, oltre che un caro ex compagno di scuola (e, conseguentemente, compagno di una vita), un direttore d’orchestra, compositore, disegnatore, vignettista, fine umorista, esperto dell’opera di Vivaldi, filologo musicale, pittore, romanziere. E uno che è tutte queste cose insieme, le sue opinioni politiche può permettersi di dirle su Facebook, fuori da Facebook, in Italia e all’estero.

Ma attenzione, non sono solo l’autorità e l’autorevolezza di qualcuno a renderlo degno di rappresentare il suo pensiero su un mostro informatico come Facebook, quello possono farlo tutti, magari con un séguito minore, ma certamente a buon diritto. Quello che rende l’opera di Sardelli degna di stare dappertutto (e, quindi, anche su Facebook) è il fatto che non contiene assolutamente nessun tipo di linguaggio sconveniente o che travalichi quella che i giuristi chiamerebbero la “continenza”. Insomma, non c’è nulla di male in quello che ha scritto Sardelli, e secondo me su Facebook, dove, peraltro, siamo abituati a ben altre manifestazioni del pensiero e a opere di diffamazione e distruzione sistematica di questo o di quel soggetto, quelle parole e quelle immagini ci potevano stare. Ma Facebook non ragiona come noi. Anzi, probabilmente affida a qualche algoritmo della malora l’analisi complessa di quello che linguisticamente non può essere etichettato né etichettabile e poi tanto qualcuno ne farà le spese. E’ un assurdo macinino che non ha ragioni comprensibili e che, come i “vaghi de caffè” di un famoso sonetto del Belli, ogni tanto trascina a fondo qualche chicco per ridurlo in polvere. Non una polvere fisica, beninteso, ma una polvere destinata a costituire un silenzio forzato e inspiegato (nonché inspiegabile) a chi deve subire una punizione per una supposta stronzata che sa di non aver commesso (e che, in quanto “supposta” possono cacciarsi dove credono meglio).

A Federico Maria Sardelli solo tanta solidarietà e un pizzico di presa per il culo: o cosa pensavi che fosse, Facebook, l’Utopia di Tommaso Moro? Ovvia, giù, un te la piglià’ che fra un mese ce l’arracconti.

Filippo Nogarin ha perso il privilegio di essere livornese

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Filippo Nogarin, sindaco di Livorno, nei giorni scorsi ha perso un bene più che prezioso, la livornesità. Quella che io chiamo, con un latinismo neologistico, la “labronitas”. Ed è quanto di peggio posssa accadere a un livornese o, si veda il caso, a chi Livorno rappresenta con la sua carica elettiva.

Livorno è città di accoglienza da sempre. Non finirò mai di dirlo, a Livorno abbiamo i Valdesi, gli ortodossi, gli ebrei, la comunità olandese, quella inglese, e non so quanti altri rivoli, fiumi, ruscelli di culture diverse che convivono pacificamente nella stessa città, a suon di cacciucco, cinqueccinque e ponci. A Livorno siamo fatti così (o, meglio, lo eravamo fin quando io Livorno la frequentavo più da vicino, adessso, magari, le cose saranno un po’ cambiate anche lì) e quindi un Sindaco che pubblica un post su Facebook in cui scrive che il Porto della città è aperto ad accogliere la nave Aquarius col suo carico di miseria e povertà, e che questa disponibilità all’accoglienza è già stata comunicata al Ministro dei Trasporti e al Presidente della Camera, quel Sindaco, dicevo, non fa altro che compiere, con un gesto di apertura, la volontà di tutti i livornesi. Ed è lui stesso parte della sua città, perché davanti a uno scempio del genere, un livornese non potrebbe fare altro che spalancare le porte e il cuore a chi soffre, e a chi dice che i livornesi per la loro generosità ti metterebbero la casa in capo, con questo gesto rilanciano al raddoppio e in capo ti ci mettono la città intera.

Poi è successo qualcosa. Qualcosa che non sa più di ospitalità e apertura nei confronti di chi ha bisogno, ma che ha il sapore, piuttosto, di opportunismo politico e di fetide alleanze con i partiti più fascistoidi, xenofobi e razzisti del panorama parlamentare: quel post su Facebook è stato eliminato (per fortuna c’è sempre chi ha la buona, anzi, buonissima abitudine di farne uno screenshot). Perché? Perché non era compatibile con la linea generale del governo e in particolare con le trovate del Ministro degli Interni, quindi si torna indietro, non si fa più, tutto cancellato, annullato. Niente più solidarietà, niente più accoglienza, niente più porto aperto, niente più assistenza umana e materiale verso chi ha bisogno. Si torna indietro e ci si libera, così, di quella “labronitas” tanto cara, ma che in casi come questo può costituire un fardello gravissimo da portare.

E i livornesi?? Mah, ai livornesi fondamentalmente gl’importa una sega se il sindaco fa i pastrocchi su Facebook. Quello che duole, e duole molto, è l’opportunità persa di sentirsi ancora città, comunità, unità profonda di culture e spiritualità diverse. Per buttarglielo nel culo ai governanti e a chi li ha votati. E’ per questo che Nogarin dovrebbe solo dare le dimissioni da sindaco di una città che è altro da come si comporta, ma chissà se questo sarà compatibile con i diktat del governo.