Alfie è morto

Alfie è morto, po’ero grillo, e questa è l’unica notizia che conta in questa vicenda dagli aspetti marcatamente britannici e squallidi (e non è detto che i due aggettivi debbano essere per forza sinonimi, ma vi lascio la libera interpretazione di quello che ho scritto).

Non metterò la solita sfilza di foto del bambino, che pure abbondano in rete, alla faccia della privacy e dell’oscuramento dell’espressione del viso per impedirne la riconoscibilità, per attirare visitatori e far leva così sulla pietà spicciola di poche persone.

Quello che colpisce è che in Europa (sia pure l’Europa del Brexit, le appartenenze geografiche non dipendono da un referendum, sia chiaro) si possa ancora morire per una miserevole ragion di Stato, che nell’emettere una sentenza, decreta di fatto la fine delle funzioni biologiche di una persona, e che non esista, in quei luoghi, nessuna possibilità di far valere il diritto alla libertà di cura, valido in Italia per ogni cittadino, esercitato dai genitori in caso di individui di minore età.

Lo so che muoiono tanti bambini nel mondo. Di fame, di guerra, di malattie. E lo so che Alfie è un bambino che i soliti cinici vorrebbero definire “fortunato” perché ha avuto dalla sua l’attenzione dei media e l’opinione pubblica di svariati paesi, almeno finché è vissuto, mentre degli altri non parla nessuno. Ma si dà il caso che qui a morire non sia stata solo la cara persona di Alfie, ma la vita del diritto e il diritto alla vita, là dove il diritto è solo ed esclusivamente generatore di morte e si trasforma inevitabilmente in bigottismo di Stato.

E non mi fate parlare oltre, chè oggi mi girano a volano.

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Checkpoint Charlie

charlie

Comunque sia, l’autorizzazione a staccare la spina al piccolo Charlie è arrivata.

Istintivamente mi viene da rifiutare la logica perversa di una ragione di Stato (o di Stati) che stabilisce con una sentenza la morte di una persona che non può difendersi. Ed è uno di quei casi in cui l’istinto, l’animalità, la rabbia vincono sulla ragione, e qualsiasi cosa la ragione dica o affermi, restano lì a dimostrarti che loro ci sono, che tu ci sei, e che questa cosa proprio no, non ti va giù.

In Europa chi vuol morire per mettere fine coscientemente alle proprie irreversibili e indicibili sofferenze deve emigrare in Svizzera (cioè fuori dall’Unione), e chi vuole che il proprio figlio minore continui a vivere, sia pure attaccato a delle macchine, si vede sbattere la porta in faccia.

E, probabilmente, in Italia una cosa del genere non sarebbe mai accaduta. E non solo perché siamo (ed è vero) una nazione di bigotti, molto affezionata alla presenza del Papa sul proprio territorio, per cui affiliamo tutti quanti il nostro Facebook per scrivere commossi, nel momento in cui Charlie morirà (perché morirà, quasto è certo) per scrivere “Addio, eri un angelo, proteggici da lassù” (fa tanto nazional-popopolar-chic una cosa del genere!), no, non sarebbe mai successa perché abbiamo un diritto che continua a garantire alla volontà dei genitori di un minore un valore superiore, in mancanza di chiare leggi sul tema. Perché, se non ve lo siete ancora dimenticati, nel caso di un minore sono i genitori che decidono. Sempre. O che dovrebbero sempre decidere (stiamo anche noi andando alla deriva con uno stato che impone dodici vaccinazioni obbligatorie e una Costituzione che continua a stabilire che siamo padroni di accettare o rifiutare qualsiasi tipo di terapia). Punto. E se i genitori di Charlie se la sentono di accudire il bambino, tenerlo con loro vita natural durante (sottolineo “natural”, quella vita legata alle condizioni normali di vita, garantite magari anche da macchinari), se pensano che quella vita è vita e vale la pena comunque di essere vissuta, non si vede perché non debbano veder riconosciuta la loro volontà, che è quella di genitori di un minore che per età e per condizioni non può determinarsi autonomamente.

Di più: Charlie è un “checkpoint”, un punto di controllo per le nostre coscienze, chiamate a uscire dallo stato sonnacchioso e quasi comatoso della quotidianità, e a dare una risposta a una Unione Europea che non accetta stati che abbiano in vigore la pena di morte ma poi stabilisce il dovere di morire e non il diritto alla vita. Che esiste, è vero, autentico, e disponibile per tutti.

Aspetto cordialmente i vostri sputi. Sian benedetti.

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La gauche-tsatsiki – Demis Roussos: goodbye and au revoir

Il segreto di un blogger non è parlare di una persona solo quando è morta, ma possibilmente anticipare gli argomenti finché è viva. E di Demis Roussos avevo parlato anni fa, per cui andate a rileggervi il post e saprete.

Oggi che Demis Roussos non c’è più, mi viene da pensare che faceva parte di quella schiera di artisti “europei” che hanno fatto delle loro canzoni una sorta di chiave universale, un passepartout per unire le nazioni del vecchio continente tra 45 giri, LP, musicassette e stereo 8. Come gli Abba, Nana Moskouri, Caterina Valente, Salvatore Adamo, Charles Aznavour, Mireille Mathieu, Di Stefano ora basta, Demis Roussos ha cantato addii (Goodbye my love goodbye), amori (My only Fashination), tormenti spirituali (Profeta non sarò). Cantando in varie lingue, tra cui il tedesco, è stato uno dei primi ad abbattere il muro di Berlino già negli anni ’70 apparendo alla TV della DDR vestito da santone con tuniche enormi, la barba lunga, i capelli alla Kabir Bedi in Sandokan (solo che Demis Roussos ce li aveva già da prima).

In breve, ha fatto più per l’Europa Demis Roussos di quanto non possa fare Tsipras che, difatti, la prima cosa che ha buttato sulla carta è stato un accordo con la destra. E mentre Demis Roussos cala nella fossa, intellettuali come Mikis Theodorakis si staranno rivoltando nella tomba.

E, naturalmente, chi sta applaudento a Tsipras oggi è la stessa gente che al quarto scrutinio delle votazioni per il Presidente della Repubblica italiana applaudirà il candidato imposto da Renzi. Non è neanche più gauche-caviar. E’ solo gauche-feta che torna tragicamente a gola e non c’è gauche-ouzo che ne permetta la digestione.

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Massimo D’Alema trombato alla nomina di Ministro degli Esteri dell’Unione Europea

Alla fine lo hanno trombato, lui Massimo D’Alema, il più rivoluzionario dei progressisti italiani, che non farà il Ministro degli Esteri dell’Unione Europea sotto la neopresidenza di Van Rompuy.

Schultz ha dichiarato: "E’ mancato l’impegno del governo italiano". Il socialista Schulz, peraltro era quel signore che fu proposto per il ruolo di Kapo in uno dei film di mediasèttica produzione dal Presidente del Consiglio Berlusconi non appena assunta la presidenza di turno dell’Unione Europea.

«Faccio i migliori auguri alle persone che sono state nominate – ha commentato D’Alema- . È stato un onore essere stato candidato per un incarico così prestigioso in un momento così importante per l’Europa».

E via di sbrodolature. Sembra il massimo del fair-play, ma il Corriere on line riporta anche una frase ben più amara di D’Alema che avrebbe affermato: "Non è una buona partenza per l’Europa di Lisbona. Hanno prevalso le ragioni di Stato e le esigenze del governo di Londra. Penalizzando le competenze."

Le competenze? Quali competenze può avere una persona che si vanta di essere un uomo del secolo scorso e di non sopportare nemmeno l’orologio, figuriamoci il telefonino o Internet? Uno che non esita a ringraziare il Governo di Berlusconi per il sostegno (lui l’inciucio lo chiama "sostegno") dato alla sua candidatura, quando sappiamo benissimo che la legge per l’assegnazione delle frequenze televisive pubbliche a favore di Berlusconi l’ha fatta lui (dietro compenso minimo sul fatturato, è un prezzo di favor), uno che quando si è trattato di votare la pregiudiziale di costituzionalità sullo scudo fiscale non era nemmeno presente in aula per non sporcare.

E poi dicono che la colpa è dei Socialisti Europei!
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Enzo Rivellini (PDL) parla in napoletano davanti al Parlamento Europeo

Andiamo in Europa a fare delle figure da peracottari e pretendiamo anche di essere presi sul serio.

Il 16 settembre scorso, Enzo Rivellini del PDL ha deciso, forse in sintonia con i suoi compagnucci della parrocchietta della Lega Nord, di usare il dialetto (napoletano, in questo caso), nell’aula di Strasburgo.

Con il risultato che l’intervento, anche se preannunciato, ha creato una difficoltà incredibile per i traduttori e per i colleghi del suo stesso gruppo parlamentare, che non hanno capito un’acca, e questo, orgoglioso del dialetto non come forma di cultura, ma come pretesto di violenza dialogica sugli altri (che avevano l’unico torto di non essere napoletani o di non capire il napoletano) che andava tranquillamente avanti a parlare da solo.

E’ così, purtroppo. Noi balliamo da soli, la gente ci guarda come se fossimo dei marziani, siamo felici e orgogliosi di quello che facciamo, ci sembra perfettamente normale parlare a suon di funiculì funiculà, pizza con la pommarola ‘n coppa, torna a Surriento famme campa’.

Una delegazione di ragazzi della mia scuola è partita proprio ieri per visitare il Parlamento Europeo. avranno pensato "Questi tanto parlano dialetto…", il che magari è anche vero, però che figura…

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Copyright sulle incisioni da 50 a 95 anni: il Parlamento Europeo votera’ il 23 marzo

Il 23 Marzo 2009, il Parlamento Europeo voterà una proposta di Direttiva, che ha l’obiettivo di estendere il termine di protezione per i fonogrammi ed i diritti di artisti interpreti ed esecutori. Questa estensione porterebbe la tutela dagli attuali 50 a 95 anni.

da: http://nexa.polito.it/
Licenza: Creative Commons Attribution 3.0 (Unported) License

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E’ morto Gennaro Olivieri

Si invecchia quando si sentono notizie come quella della morte di Gennaro Olivieri, il mitico giudice arbitro internazionale di "Giochi senza Frontiere", quando sai che assieme a te se lo ricorderanno in due o tre, e anche quando ci si accorge che nomi come il suo, quello di Guido Pancaldi, Giulio Marchetti e Rosanna Vaudetti (i conduttori e commentatori per l’Italia), fanno parte di un mondo tutto tuo, di quando eri bambino, che la mi’ nonna nelle serate d’estate passate a bere acqua e menta, mi diceva "Ovvia, ora si va dalla Lina a vedere ‘Giochi senza frontiere’", chè lei la televisione in casa non l’aveva e poi si poteva sempre andare a fare due chiacchiere…

Non muoiono le persone, muoiono i mondi, e con loro i ricordi.

Attention, trois, deux, un….
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Giuseppe Zaccagni – Estonia sempre più nera: Europa distratta?

Le istituzioni ufficiali dell’Europa democratica e antifascista per ora mantengono il silenzio. E così l’Estonia si spinge sempre più a destra, verso lidi che ricordano gli anni del fascismo e del nazismo. Con il vertice del paese che rispolvera le peggiori tradizioni reazionarie e mette in atto una politica di totale revisione della storia. A Tallin, infatti, il parlamento vara una legge che permette alle amministrazioni locali di smantellare quei monumenti eretti in memoria dei militari sovietici che morirono sul territorio estone durante la Seconda guerra mondiale. E quella battaglia per la libertà del Baltico e per cacciare da quelle terre le SS naziste viene non solo contestata, ma si parla addirittura di aggressione sovietica e di una conseguente “occupazione”. La nuova legge, comunque, viene presentata come espressione di una nuova forma di civiltà democratica. Si sostiene che una certa “arte monumentale” (e questo eufemismo sta per “tombe” nei cimiteri di guerra) può contribuire ad alimentare l’ “odio razziale”. E di conseguenza si considerano i soldati sovietici sepolti in Estonia come i rappresentanti di un’altra razza… Non solo, ma nella legge si sostiene che i fatti dell’ultima guerra vanno considerati come una “occupazione dello stato estone”.

E così via libera per "smantellare i monumenti e qualsiasi altro simbolo in grado di minacciare l’ordine sociale nonchè il prestigio internazionale dell’Estonia". Ma sull’intera vicenda si scatenano le proteste che però coinvolgono solo quella pur agguerrita minoranza che ricorda il valore della guerra antifascista. Il fronte che si oppone – quello della destra – conta sui deputati della “Unione Patriottica”, sul “Partito dei riformatori” ed infine sui socialdemocratici che si sono vergognosamente uniti agli ambienti più reazionari del paese.
Ma nonostante tutta questa situazione di crisi Tallin va avanti nelle sue scelte.

Torna ad ispirarsi a quel 1921 quando i suoi governi si orientarono sempre più verso destra e poi, dopo aver stroncato un colpo di stato comunista nel 1924-25, mirarono a riformare la costituzione in senso autoritario. Sino a giungere a quel 1935 quando venne imposto lo stato d’assedio. Allora vennero soppressi anche i partiti e si costituì una camera corporativa. Ci fu poi, nel 1941 l’occupazione tedesca che si protrasse sino al settembre 1944. L’Estonia fu quindi liberata dall’Armata Rossa. Si impose però un governo sovietico che non riuscì a creare una situazione di reale normalizzazione.

Nell’immediato dopoguerra si registrò poi un massiccio esodo di estoni di origine svedese e tedesca e di dissidenti che non accettavano la nuova situazione politica. Nel Paese restarono, comunque, ampi schieramenti antisovietici, antirussi ed anticomunisti che continuarono ad operare in condizioni di clandestinità. La perestrojka gorbacioviana ha poi contribuito – nonostante tutte le buone intenzioni democratiche – a portare alla luce le tendenze antisovietiche sino a giungere alla proclamazione dell’indipendenza politica: quel totale distacco dall’Urss mentre a Mosca si registrava la farsa del colpo di stato contro Gorbaciov. Era appunto il 20 agosto del 1991.

Ma per l’Estonia la transizione non è finita. L’obiettivo attuale consiste nel cancellare ogni traccia di “regime sovietico”. Ecco perchè anche le tombe dei soldati che vinsero il nazismo danno fastidio. E a Tallin, negli ambienti democratici, la domanda che avanza sempre più è questa: “Cosa pensa l’Europa?”.

da: www.altrenotizie.org

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