Il caso dei due marò: riflessioni sollecitate

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Questo post è dedicato a Patrizia P. che mi ha sollecitato a riflettere in proposito.

A dire il vero non solo lei, ma anche altri, sia pure alla spicciolata, mi hanno chiesto che cosa ne pensi io della vicenda dei due “marò” prigionieri in India perché sospettati di aver ucciso due pescatori, due persone, non si sa bene se in acque internazionali o meno, cittadine indiane, dopo averli scambiati per pirati.

Ora io già ho fatto fatica a capire che cosa fosse un “marò”, pensavo fosse una invocazione alla Santa Vergine in napoletano.

E ho fatto fatica anche a capire quello che è successo. E, soprattutto, il perché di tanta incondizionata -e, oserei dire, acritica- solidarietà nei confronti dei nostri militari.

Allora, questi due nostri soldati avrebbero ucciso (secondo le accuse) due persone di nazionalità indiana. Quindi avrebbero commesso un omicidio.
Ora, potrebbero averlo commesso con tutte le attenuanti del caso. Che sono, appunto, attenuanti.
Potrebbero dire di aver agito per legittima difesa, perché si sono trovati attaccati in acque internazionali e non potevano fare altro che uccidere per salvaguardare la propria incolumità. Ma, appunto, bisogna vedere se la reazione è o no proporzionale al pericolo. Dubito che una imbarcazione di pirati abbia lo stesso armamentario di una nave militare. Questi “assalitori” non potevano essere neutralizzati in modi meno definitivi? I nostri militari dovrebbero difendere un ordine precostituito, non creare ulteriori azioni per fomentare il “disordine”. Sono addestrati e pagati per questo.
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