Benvenuti sul palcoscenico della democrazia! E’ uscito il DVD di “Al Qaeda! Al Qaeda! (Come fabbricare il mostro in TV)”

Recensire l’opera di un amico è sempre un po’ imbarazzante. Si rischia sempre di andare a finire nella sbavatura benevola del “Oh, ma che bella cosa hai fatto!”, “Ma grazie…”, “Ma no, guarda, sono io che ringrazio te per quello che hai scritto”, “Sì, e io ti ringrazio per lo spazio concessomi e la benevolenza mostratami”. La solita retorica.

E se c’è una cosa di cui un qualunque discorso su “Al Qaeda! Al Qaeda! Come fabbricare il mostro in TV”, il docufilm di Giuseppe Scutellà, tratto dal libro di Luca Bauccio (eccolo l’amico!) “Primo, non diffamare” non ha bisogno, è proprio la retorica.

Il film è molto più dello schiaffo rappresentato dal libro da cui è tratto, è una rappresentazione giustamente impietosa e priva di inutili cammei retorici sulla creazione della figura del “mostro” da parte del mass-medium di turno, una scarnificazione della retorica che troppo spesso fa da contorno, magari davanti a giudici attenti e compiacenti, alle difese degli imputati per diffamazione.
Un falso “palcoscenico della democrazia” che passa dalla prima pagina di un quotidiano alle pieghe dell’eloquio forense più mellifluo passando per il piccolo schermo o facendo capolino in libreria calpestando persone, sensibilità, dignità, onorabilità e senso del decoro.

E il contraltare del lavacro retorico delle colpe del diffamatore (che qui intendo in senso generico e apersonale, esattamente come si è abituati a dire “il Legislatore”) è quello mostrato con sobrietà (e non povertà!) di mezzi facendo scorrere sotto i nostri occhi le esperienze e le testimonianze di uomini come Beppino Englaro, impegnato da sempre non solo per il rispetto della libertà di scelta e di cura, nonché del rispetto della volontà della figlia Eluana, ma anche contro la pioggia di falsità parlamentari, intransigenti e giornalistiche che sul caso di sua figlia sono state costruite in maniera artificiosa e pretestuosa. Di Youssef Nada, accusato di avere finanziato il terrorismo islamico utilizzando fondi della propria banca e successivamente assolto da qualsivoglia accusa. Di Vito Carlo Moccia, presunto fondatore di una setta psicoreligiosa, messo alla gogna dalla logica delle “Velone” e del “dàgli all’untore” della presunta vendetta satirica del metodo-Striscia di berlusconiana fattura. Come Usama el Santawi, reo, probabilmete, solo di essere fondatore dei Giovani Europei per la Palestina. Di donne come Rassmea Salah, derisa e denigrata perché, pur con un accento milanese che farebbe invidia a Delio Tessa, è di religione islamica e porta il velo, e allora se fa la presidente di seggio elettorale viene denigrata e offesa solo per questo. O come Angela Lano, giornalista impegnata per i diritti umani.

Non è solo un incontro con le esperienze e i dolori delle persone, ma un contraltare con la retorica dei TG e delle interviste di regime, che appaiono sotto forma di contributo filmato ormai distorto dal ridicolo, e che mostrano una serie di “bravi cittadini” attaccati alle proprie tradizioni, al proprio territorio, alla propria identità, al punto tale da rigettare tradizioni, territorio e dignità degli altri.

E’ la diffamazione più grave, quella che consiste nell’attribuzione di un fatto determinato. La stessa ipotesi di reato che sta mandando in carcere Sallusti. La stessa che il Tribunale di Jesi ha riconosciuto nei confronti di Magdi Cristiano Allam condannato per diffamazione nei confronti dell’Ucoii.

E Luca Bauccio cosa c’entra in tutto questo? Luca Bauccio è avvocato di indiscussa notorietà nel settore. Nel film, oltre che fare da tramite col canovaccio del suo libro, diventa attore, narratore, voce parlante. Mettendo da parte la toga e parlando a ruota talmente libera che gli extra del DVD immortàlano le sue gaffes e il suo impaccio con la macchina da presa. Segno inequivocabile di un linguaggio aperto, diretto e schietto.

Comprarsi i 60 minuti di questo docu-film (in cui Al Qaeda ha poco o nulla a che fare) è praticamente un obbligo per capire e crescere nella consapevolezza.
Costa solo 8 euro, più 2 di spese di spedizione, parte dei proventi sono devoluti a Islamic Relief e CMSPS. Lo trovate presso:

http://www.dirittozero.com

(potete pagare con Paypal o carta di credito)

E allora, già che ci siamo, facciàmoglielo un appunto a Luca Bauccio (che, poi, è l’appunto che gli faccio sempre, e lui lo sa).
La diffamazione viene vista nella innegabile e allarmante punta dell’iceberg della creazione dei “mostri”. Si tratta dell’aspetto più evidente.
Ma c’è anche l’aspetto più subdolo e insinuante. Quello della prepotenza di chi, querelando un terzo per diffamazione, si attacca a un’espressione che può essere letta sotto vari punti di vista, che può rappresentare una vera e propria critica, o un’opinione soggettiva, e che, ugualmente, sottoposta a qualche pubblico ministero con eccesso di scrupolo, diventa un capo d’imputazione nei confronti del cittadino (giornalista, blogger, commentatore di Facebook, autore di post su forum e quant’altro) “reo” di aver offeso la reputazione di taluno nella zona d’ombra dell’interpretazione e che costituisce una forbice troppo ampia e pericolosa per poter trattare qualcuno come delinquente.
Il diritto all’opinione, alla critica, alla satira (anche a quella più pungente) esistono e sono pienamente disponibili.
Che un cittadino possa rischiare tre anni di carcere solo perché un Pubblico Ministero o un giudice di merito, nell’agire in quella forbice di incertezza, arrivano a scegliere lo spazio più ristretto per inchiodarvici il “malamente” di turno, è francamente inaccettabile.
E lo sappiamo molto bene che chi ha trascinato nel fango queste persone perbene si aggrappa spesso all’esimente del diritto di critica e di satira. E’ financo una strategia difensiva perfettamente prevedibile. Ma vogliamo e dobbiamo restituire a questi diritti la stessa dignità che queste vittime del “palcoscenico della democrazia” hanno visto calpestata.

E’ l’altra faccia della medaglia, la base dell’iceberg che non si vede, quella che si gioca magari in aule di giustizia di provincia, con giudici, pubblici ministeri e avvocati della difesa sempre più lontani dalle dinamiche della rete e dell’informazione (quella vera e coraggiosa, che ce n’è!). Talmente lontani da riuscire ad essere monopolizzati da una parte civile che usa la diffamazione non come difesa di un diritto, ma come grimaldello per far zittire l’altro (soprattutto quando dice la verità).

E’ l’ora di trattare la diffamazione in sede civile. Il rischio di una pena ingiusta è troppo alto per permetterci una legislazione antiquata e/o, in alternativa, delle proposte di riforma ancor più sconcertanti, che ottengono il placet delle aule parlamentari.

Penso proprio che con Luca Bauccio parlerò molto a lungo di questo aspetto (tanto tempo ne abbiamo). Magari un giorno ne trarremo un libro scritto a quattro mani. O, magari un nuovo film. Lo intitoleremo “Cazzate! Cazzate!”. E ci divertiremo un mondo.

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Il 9 febbraio 2009 moriva Eluana Englaro

 

E allora ricordiamoci anche di Eluana Englaro, che ha iniziato a vivere delle sue convinzioni esattamente tre anni fa.

Strappata umanamente agli affetti di chi, indubbiamente, le ha voluto bene fino all’ultimo, non dobbiamo dimenticare che Eluana Englaro morì proprio mentre al Senato della Repubblica i senatori Quagliariello per la maggioranza e Finocchiaro per l’opposizione si stavano scannando per decidere come avrebbero dovuto morire vivendo lei e le persone che si trovano in condizione di non poter decidere della propria personale condizione.

E non dimentichiamoci di Beppino Englaro, uomo integerrimo e di straordinario spessore umano, giuridico e culturale, accusato di omicidio volontario alla fine di un iter giudiziario straziante. L’ho abbracciato una sera e non sapete quanto quell’abbraccio mi abbia fatto bene.

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Beppino Englaro indagato per omicidio volontario su denuncia dell’Associazione “Verita’ e Vita”

E non finisce più.

Lo vogliono morto, sepolto, cadavere, putrefatto, di più, lo vogliono polvere, disperso al vento, mischiato, a seconda della direzione, ora alle sabbie del deserto, ora alle acque degli oceani.

Lo vogliono ridurre al nulla, peggio, lo vogliono condannare all’oblio, perché la pubblica gogna mediatica e bacchettona evidentemente non basta più.

Beppino Englaro è stato indagato dalla Procura della Repubblica di Udine per omicidio volontario su denuncia dell’associazione "Verità e Vita" (e non "Scienza e Vita" come inizialmente riportato da alcune agenzie di stampa).

"Atto dovuto", naturalmente.

E quando mai sarà dovuto l’ultimo atto su questa vicenda? Quando lasceranno in pace i morti e la smetteranno di far morire i vivi?

Beppino Englaro è il destinatario di una ingiustizia a orologeria volgare e ostinata. Ha solo rispettato la legge. E in Italia rispettare la legge è un fatto gravissimo.

Non serve a nulla, anzi, non la guarderanno nemmeno, ma ho spedito all’indirizzo dell’associazione "Verità e Vita" una mail di protesta. So che non è la sola, e, per quello che può servire a Beppino Englaro, è solo una goccia in un oceano di onta e abominio.

Ma è questa:

"La vostra denuncia nei confronti del Sig. Englaro costituisce una pagina deplorevole e inqualificabile in una vicenda che dovrebbe lasciar spazio solo al dolore.

Considerata l’evidenza mediatica che è stata data al caso, e considerato il fatto che viviamo in uno stato di diritto, per cui il reato di omicidio è ancora perseguibile d’ufficio (e mi stupirei del contrario), considero la vostra iniziativa una pervicace e testarda volontà persecutoria nei confronti di un cittadino che ha avuto a cuore solo la volontà della figlia e la determinazione di compierla secondo quanto la legge italiana gli ha riconosciuto.

Quello che avete fatto è semplicemente vergognoso. Mi auguro solo che il Dio in cui molti dei vostri associati credono, vi perdoni per il male che state facendo.

Personalmente non ho nessuna intenzione di farlo."
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Per Marco Tarquini di “Avvenire” Beppino Englaro e’ giudice e boia

Riporto di seguito, senza commenti, ma con qualche senso di malessere a livello gastroenterico, un brano dal commento di Marco Tarquini sull’edizione odierna di "Avvenire":

"Eluana è stata uccisa. E noi vogliamo chiedere perdono ai nostri figli e alle nostre figlie. Ci perdonino, se possono, per questo Paese che oggi ci sembra pieno di frasi vuote e di un unico gesto terribile, che li scuote e nessuno saprà  mai dire quanto. Con che occhi ci guarderanno? Misurando come le loro parole, le esclamazioni? Rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia? Chi insegnerà , chi dimostrerà , loro che certe parole, che le benedette, apodittiche certezze dei vent’anni non sono necessariamente e sempre pietre che gli saranno fardello, che forse un giorno potrebbero silenziosamente lapidarli. Ci perdonino, se possono. Perché Eluana è stata uccisa."
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Schiaffo istituzionale

Signor Presidente,
lei certamente comprenderà come io condivida le ansietà sue e del Governo rispetto ad una vicenda dolorosissima sul piano umano e quanto mai delicata sul piano istituzionale.

Io non posso peraltro, nell’esercizio delle mie funzioni, farmi guidare da altro che un esame obiettivo della rispondenza o meno di un provvedimento legislativo di urgenza alle condizioni specifiche prescritte dalla Costituzione e ai principi da essa sanciti.

I temi della disciplina della fine della vita, del testamento biologico e dei trattamenti di alimentazione e di idratazione meccanica sono da tempo all’attenzione dell’opinione pubblica, delle forze politiche e del Parlamento, specialmente da quando sono stati resi particolarmente acuti dal progresso delle tecniche mediche.

Non è un caso se in ragione della loro complessità, dell’incidenza su diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti e della diversità di posizioni che si sono manifestate, trasversalmente rispetto agli schieramenti politici, non si sia finora pervenuti a decisioni legislative integrative dell’ordinamento giuridico vigente.

Già sotto questo profilo il ricorso al decreto legge – piuttosto che un rinnovato impegno del Parlamento ad adottare con legge ordinaria una disciplina organica – appare soluzione inappropriata. Devo inoltre rilevare che rispetto allo sviluppo della discussione parlamentare non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell’art. 77 della Costituzione se non l’impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso. Ma il fondamentale principio della distinzione e del reciproco rispetto tra poteri e organi dello Stato non consente di disattendere la soluzione che per esso è stata individuata da una decisione giudiziaria definitiva sulla base dei principi, anche costituzionali, desumibili dall’ordinamento giuridico vigente.

Decisione definitiva, sotto il profilo dei presupposti di diritto, deve infatti considerarsi, anche un decreto emesso nel corso di un procedimento di volontaria giurisdizione, non ulteriormente impugnabile, che ha avuto ad oggetto contrapposte posizioni di diritto soggettivo e in relazione al quale la Corte di cassazione ha ritenuto ammissibile pronunciarsi a norma dell’articolo 111 della Costituzione: decreto che ha dato applicazione al principio di diritto fissato da una sentenza della Corte di cassazione e che, al pari di questa, non è stato ritenuto invasivo da parte della Corte costituzionale della sfera di competenza del potere legislativo.

Desta inoltre gravi perplessità l’adozione di una disciplina dichiaratamente provvisoria e a tempo indeterminato, delle modalità di tutela di diritti della persona costituzionalmente garantiti dal combinato disposto degli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione: disciplina altresì circoscritta alle persone che non siano più in grado di manifestare la propria volontà in ordine ad atti costrittivi di disposizione del loro corpo.

Ricordo infine che il potere del Presidente della Repubblica di rifiutare la sottoscrizione di provvedimenti di urgenza manifestamente privi dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza previsti dall’art. 77 della Costituzione o per altro verso manifestamente lesivi di norme e principi costituzionali discende dalla natura della funzione di garanzia istituzionale che la Costituzione assegna al Capo dello Stato ed è confermata da più precedenti consistenti sia in formali dinieghi di emanazione di decreti legge sia in espresse dichiarazioni di principio di miei predecessori (si indicano nel poscritto i più significativi esempi in tal senso).

Confido che una pacata considerazione delle ragioni da me indicate in questa lettera valga ad evitare un contrasto formale in materia di decretazione di urgenza che finora ci siamo congiuntamente adoperati per evitare.

Poscritto

Con una lettera del 24 giugno 1980, il Presidente Pertini rifiutò l’emanazione di un decreto-legge a lui sottoposto per la firma in materia di verifica delle sottoscrizioni delle richieste di referendum abrogativo;

il 3 giugno 1981, sempre il Presidente Pertini, chiamato a sottoscrivere un provvedimento di urgenza, richiese al Presidente del Consiglio di riconsiderare la congruità dell’emanazione per decreto-legge di norme per la disciplina delle prestazioni di cura erogate dal Servizio Sanitario Nazionale. Nel caso specifico, uno degli argomenti addotti dal Capo dello Stato consisteva nel rilievo della contraddizione tra la disciplina del decreto-legge emanando e “un indirizzo giurisprudenziale in via di definizione”;

con lettera 10 luglio 1989 al Presidente del Consiglio De Mita, il Presidente Cossiga manifestò la sua riserva in ordine alla presenza dei presupposti costituzionali di necessità e urgenza ai fini dell’emanazione di un decreto-legge in materia di profili professionali del personale dell’ANAS e affermò: “Ritengo, pertanto, che, allo stato, sia opportuno soprassedere all’emanazione del provvedimento, in attesa della conclusione del dibattito parlamentare sull’analogo decreto relativo al personale del Ministero dell’interno”;

in quella stessa lettera e successivamente nella lettera al Presidente del Consiglio Andreotti del 6 febbraio 1990, il Presidente Cossiga richiamò all’osservanza delle specifiche condizioni di urgenza e necessità che giustificano il ricorso alla decretazione di urgenza, ritenendo legittimo da parte sua – in caso di non soddisfacente e convincente motivazione del provvedimento – il puro e semplice rifiuto di emanazione del decreto – legge;

con un comunicato del 7 marzo 1993, il Presidente Scalfaro, in rapporto all’emanazione di un decreto-legge in materia di finanziamento dei partiti politici invitò il Governo a riconsiderare l’intera questione, ritenendo più appropriata la presentazione alle Camere di un provvedimento in forma diversa da quella del decreto-legge.

Giorgio Napolitano

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Eluana Englaro: il testo del decreto legge vergogna del Governo

«In attesa dell’approvazione di una completa e organica disciplina legislativa in materia di fine vita l’alimentazione e l’idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere rifiutate dai soggetti interessati o sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi».

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S’e’ svejatoooooooo!!!

Sul caso di Eluana Englaro non c’è più pace.

L’accanimento terapeutico del Governo e di chiunque sia interessato, in un modo o nell’altro, a mettere bocca nella vicenda (quando dovrebbe solo starsene zitto), ha raggiunto livelli di violenza inaudita e inaccettabile per chi crede nello stato di diritto.

Berlusconi questa mattina, mosso dall’interessamento di quell’anima pia del Ministro Sacconi, e dall’accordo tri-partisan fra il suo esecutivo, il Cardinale Martino (che ha detto subito "E’ un’ottima cosa!", ma sa un cazzo lui…) e parte della Procura di Udine (che ha aperto un fascicolo per vedere se sia stata effettivamente quella la volontà di Eluana, facendo finta di non sapere che c’è stato un procedimento in questo senso che è durato 17 anni e che si è concluso con una sentenza definitiva passata in giudicato), ha promesso un decreto d’urgenza del governo per impedire a chiunque (cioè a chi si occupa della vita di Eluana Englaro) di sospendere trattamenti come l’alimentazione artificiale o l’idratazione.

Una delle sue solite leggi ad personam.

Ma pare ci si sia messo di mezzo il Capo dello Stato. Che si è svegliato dal suo torpore e ha preso, finalmente, una posizione.

Ha capito anche lui che non si può governare a colpi di decreti, che c’è un iter parlamentare da seguire e che Berlusconi e i suoi non possono tirarlo per la giacca se non sono stati in grado di formulare una legge nelle sedi opportune.

C’è da augurarsi che il risveglio sia definitivo. Lo stato letargico in cui versa la nostra Repubblica lo richiede.

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Rosa Ana De Santis – Il viaggio di Eluana

La tv è scatenata. Si riempie di dichiarazioni e approfondimenti. Tutti scalpitano. Tace solo LA7. Un silenzio intessuto di pudore e rispetto sconosciuto invece a chi è tutto intento a scandire minuziosamente il passaggio dell’ambulanza, i momenti del trasferimento nella clinica di Udine, lo stile e il metodo dei salotti di Porta a Porta esaltatati all’idea di rubare un’immagine in più. Eluana non si vede. Eluana è invisibile. Tenuta nascosta mentre un oceano di parole e teorie in questi ultimi mesi ha raccontato la sua storia agli italiani. Mons. Fisichella si professa rispettoso del dolore della famiglia, ma ravvisa nella scelta del padre errori e confusioni. Più spavaldo è il leader del Movimento della Vita, Carlo Casini, che s’interroga stupito come si possa preferire l’agonia – come la definisce lui – ad una vera e propria eutanasia. Contraddizioni di un’amnesia a dir poco ipocrita.

E’ solo di una domenica fa l’Angelus gridato in cui Benedetto XVI ha parlato della dolce morte come di una risposta sbagliata al dolore. Come si può pensare che un Paese tenuto sotto scacco dal Vaticano possa decidere di legiferare sulla dolce morte, non consegnandola più alla volontà del Creatore e al riscatto del Paradiso? Come si può pensare che si arrivi a questo grado di maturità politica se sul testamento biologico l’accanimento sta nel limitarne il più possibile il senso e l’efficacia, mordendo ai fianchi la libertà dei cittadini sulle proprie vite?

Nel caos di questa corrida di pareri, il Presidente della Camera ha ribadito il valore assoluto del dubbio e quindi la consegna totale della scelta a chi quella vita l’ha generata e ne ha raccolto le volontà e il testamento. Berlusconi ha detto No al decreto. Litiga con le toghe su tutto, non su questo. Ed è quello che ancora meglio dice oggi Sofri dalle pagine di La Repubblica. Ammesso che la letteratura scientifica non abbia un parere unanime, anche se questo a dire il vero significa solo dire che i medici cattolici antepongono ad alcune evidenze scientifiche un concetto della vita che è religioso prima che scientifico e persino umano, esiste un inderogabile principio che vede ciascuno assoluto proprietario di sè, del proprio corpo, del percorso esistenziale che ha vissuto sulla terra. Nulla viene tolto al cielo che ognuno vuole raccontarsi dopo la vita, nulla alla credenze e alla metafisica di una consolazione; ma quaggiù è indispensabile onorare la libertà di tutti su sé stessi e quindi l’autodeterminazione, non consentendo mai che la vita del singolo diventi materia contesa e decisa dalle Istituzioni o dalla Chiesa. Semmai blindare questa libertà con una legge chiara. Che impedisca quello che Beppino Englaro ha vissuto in questi anni. Una via crucis nella quale solo i preti riescono a non ravvisare una spietata disumanità.

Un percorso, quello del padre di Eluana, che intenerisce nel profondo e commuove per la sopportazione lucida e ostinata di una sofferenza che deve essere davvero più grande di ogni umana sopportazione. Con al fianco la mamma di Eluana, ammalata e quasi custodita da suo marito. E poi “Eluanina” – come lui la chiamava – che non c’è più. Strappata alla morte a ogni costo per rimanere attaccata alla terra a vegetare. Senza sentimenti e con un cervello spento che non è in grado di sentire sofferenza. Questo dice l’anestesista Amato del Monte. Eluana è morta 17 anni fa.

E’ la vedova Welby, più di tutti, a ricordare ogni momento il coraggio della scelta di Beppino Englaro. Il desiderio che la volontà di Eluana fosse riconosciuta dalla legge e non avesse le sembianze di una soluzione disperata da consumare in clandestinità e da decorare di compassione in qualche preghiera collettiva. E’ una scelta che parla della vita e della morte con assoluta consapevolezza e senza prigioni della mente. Fondata sulla libertà e sul rispetto. Un modo di leggere l‘esistenza con sacro rispetto, restituendola al suo profondo valore. Quello che ognuno crede giusto.

La legge sul testamento biologico, proprio grazie a questa lunga battaglia, sta andando avanti. Tutta orientata sul modo in cui non considerare alimentazione e idratazione forzata come non-cure, per arrivare al punto di non considerarle accanimento terapeutico e di poter lasciare in stato vegetativo altri morti. Al centro dei lavori sta la ricerca di un modo per ostacolare la scelta e non per regolamentarla. Una risposta, quella delle nostre istituzioni, arretrata, che umilia una storia intera di pensiero e principi. Che umilia questo paese che non è contro la scelta di Beppino Englaro. Lo ricordino i vescovi nelle loro messe deserte. Le stesse messe che condannarono Welby quando rifiutò la ventilazione artificiale e morì. Per Eluana non c’è terapia da interrompere e non c’è più consapevolezza per ribadire la sua volontà. Proprio questo è diventato, a servizio della chiesa e di tanta parte del Parlamento italiano, lo strumento più efficace e più vile per costringere e per negare a una vita di vivere e morire come lei aveva deciso.

Vorremmo che questo momento non fosse aggravato dall’ostinazione quasi grottesca – non fosse così tragica – con cui il nostro Ministro del Welfare è alla ricerca di un escamotage qualsiasi per impedire la fine della morte di Eluana. Un comportamento violento e squalificante per un ministro che non sa riconoscere le competenze e la divisione dei poteri. Un atto che tradisce un radicato disprezzo per la libertà personale e un vuoto imbarazzante di umana pietà. O paura. Fa paura Eluana che ora può morire. Fa paura un padre che sopporta il dolore scevro da ogni egoismo e in totale dedizione della volontà della figlia. Fa paura chiunque parli della vita e della morte, non consegnando la sofferenza e il suo valore ad altra certezza che non sia il significato della propria vita.

Il protocollo è pronto da quasi un mese. Ragionato in ogni minimo passaggio. Eluana sedata e non alimentata e idratata a forza si spegnerà. Insegnando la fatica di una giustizia ottenuta a prezzo di lunghi anni, di accuse e di ostacoli calati dall’alto e dai centri di potere. Sappiamo purtroppo che quelli che oggi versano fiumi di lacrime, si buttano contro l’ambulanza o sostano affranti nelle piazze in protesta, questi stessi sono incapaci di piangere e di avvertire l’ingiustizia profonda di una volontà calpestata, la negazione di una vita per la Vita. A noi piace immaginare senza paradiso il viaggio di Eluana. Libero, come libera sarà lei.

da: Altrenotizie

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Beppino Englaro santo subito!

"Il rifiuto delle terapie mediche, anche quando conduca alla morte, non può essere scambiato per un’ipotesi di eutanasia, ossia per un comportamento che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, esprimendo piuttosto tale rifiuto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale"

"Il diritto costituzionale di rifiutare le cure, come descritto dalla suprema corte, è un diritto di libertà assoluto, il cui dovere di rispetto s’impone erga omnes, nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, non importa se operante all’interno di una struttura sanitaria pubblica o privata"

(TAR Lombardia, Sentenza n. 214, Prof. Vittorio Angiolini e Avv. Franca Alessio contro la Regione Lombardia)

Quest’uomo non è solo il padre di Eluana. Quest’uomo non è solo una persona che ha vinto una sacrosanta battaglia personale. Quest’uomo è il diritto incarnato. Quest’uomo ha portato il diritto dove il diritto non c’era, dove il vuoto legislativo nicchiante e tacitamente accondiscendente ha permesso alla Chiesa Cattolica di usurpare ciò che appartiene solo ed esclusivamente alla persona.
I Tribunali di ogni ordine e grado gli hanno dato ragione. La Chiesa e la politica lo stanno massacrando.

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Eluana Englaro: lo Stato e’ di diritto e morire si puo’!

Lo Stato di diritto, dice Beppino Englaro, esiste, ed è racchiuso in questa pagina della sentenza di appello, confermata oggi dalla Cassazione che dice che Eluana può morire. Subito, senza Vaticano, senza le definizioni di "eutanasia" da parte di AN, senza neanche l’odiosa interferenza della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, espressione legittimata del popolo italiano, che non sa neanche più che esitono le distinzioni e le separazioni tra i poteri dello Stato.

E’ l’unica boccata di ossigeno che ci è dato di respirare in un clima politico assolutamente oscurantista e sprezzante dei diritti individuali, e quello di morire è uno di quelli.

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Eluana Englaro: sia fatta la sua volonta’


Ora lascia, o Signore, che il tuo servo

vada in pace secondo la tua parola;
perché i miei occhi han visto la tua salvezza
preparata da te davanti a tutti i popoli,
luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele.

(Vangelo secondo Luca, 2, 29-32)

E ora lasciamo che la Corte di Cassazione decida e motivi l’inevitabile, e che lasci in pace quest’uomo, simbolo di rettitudine morale e umana, nel suo dolore personale, e lasci libera Eluana Englaro di morire lontana dai vaneggiamenti del Vaticano, dai riflettori dei giornalisti ignoranti e cafoni, dal Governo di Berlusconi, da una vita indegna di essere vissuta e da tutte le schifezze in cui è costretta, ancora oggi, a vegetare. Come tutti noi, del resto. Solo che noi abbiamo una coscienza ma non la usiamo. Eluana la coscienza non ce l’ha, eppure la usa lo stesso. Non è questione di molto. Ha da passà’ ‘a nuttata…

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