LiberLiberate anche “Anna Karenina”!!

L’edizione Liber Liber di “Anna Karenina” di Lev Tolstoj segue le sorti di quella di “Madame Bovary”, solo che il problema delle licenze (soprattutto per quello che concerne la versione in audiolibro) è molto più complesso e intricato. Vediamo:

Le note sull’e-book (dotato di codice ISBN e venduto regolarmente su Amazon e iTunes al prezzo di 0,49 euro) dicono:



Dunque, a parte il fatto che “sì” affermativo si scrive con l’accento, il testo è protetto da diritti d’autore. Andiamo a vedere sul link indicato quale è la licenza per questa ripologia di edizioni: vi si legge che
“i testi protetti da diritto d’autore possono essere utilizzati e copiati solo per uso personale. Quindi, non possono essere inseriti in collezioni di testi on-line; non possono essere ceduti a terzi (i quali dovranno scaricarli direttamente dal sito di Liber Liber); non possono essere utilizzati a fini commerciali, ecc. “

L’assurdo è che mentre sul file materiale, fisico, che contiene l’opera di Tolstoj è indicato la totale protezione dell’opera, sulla pagina di download dei file è indicato che l’opera è disponibile con la licenza Creative Commons
Creative Commons “Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale”

Quindi, da una parte, io quell’opera non la posso cedere a nessuno, ma dall’altra mi si apre una finestra per cui, a determinate condizioni (cioè che io mantenga la licenza originaria, non la usi per scopi commerciali, attribuisca correttamente la paternità dell’opera) quell’opera può circolare liberamente. Delle due l’una. Quale è l’interpretazione corretta? Naturalmente Liber Liber non ce lo dirà mai, e noi non lo pretendiamo, figuriamoci, una organizzazione che ha chiesto (e mai ottenuto) il sequestro di questo blog non ci invierà nemmeno due righe di chiarimento. Ma il chiarimento lo dovrebbe in primo luogo non tanto a noi quanto ai suoi utenti e visitatori, che hanno il diritto di sapere che cosa possono e che cosa non possono fare con un contenuto.

Bene. Adesso andiamo a vedere cosa ne è della lettura di Silvia Cecchini, ugualmente disponibile presso la cosiddetta “biblioteca”. La lettura è condotta in maniera più o meno pedissequa sulla stessa opera di riferimento, ed è anch’essa distribuita secondo la licenza
Creative Commons “Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale” con le stesse limitazioni della versione e-book. Quindi, io non posso distribuire l’e-book originale però secondo altri posso distribuirlo, mentre posso tranquillamente redistribuire l’audiolibro che da quell’opera (pubblicata evidentemente su autorizzazione, ma non si sa di chi, nè Liber Liber lo rivela) è tratto. Il mistero si infittisce. Soprattutto se di va a vedere il sito della lettrice, Silvia Cecchini, che si chiama www.ascoltalibri.it e che, pure, redistribuisce “Anna Karenina”. Vi si legge, anche qui che:

Audiolibri Gratuiti de Gli Ascoltalibri sono distribuiti con Licenza: 
Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale
E’ quindi vietato riprodurre queste opere per fini commerciali o pubblicitari, o caricarli su siti che contengono qualsiasi pubblicita’. “

Questa signora dovrebbe prima di tutto dimostrare che la mera presenza di pubblicità su un sito sia un “fine commerciale” (quando il contenuto non viene minimamente venduto), ma noi siamo tolleranti e rispettiamo il suo volere.

Ma andiamo ora a vedere cosa succede su Amazon. Qui il libro della Cecchini, distribuito in questa pagina, è addirittura dichiarato di Pubblico Dominio. Quindi di che cosa si sta parlando?? Se è di pubblico dominio posso utilizzarlo come voglio, sia che io lo venda, sia che il mio sito abbia delle pubblicità oppure no. Ecco lo screenshot del conquibus:

Le critiche degli acquirenti (finora soltano due) non sono molto lusinghiere. Scrive il signor Danilo Dara: “Pessima lettrice Silvia Cecchini, che ha voglia e lo si vede di finire in fretta, pessima produzione con correzioni raffazzonate e frasi ripetute due volte – senza che la lettrice se ne accorga – in continuazione. “

Dopo questa considerazione, siamo ancora qui a chiedere a Liber Liber e a Silvia Cecchini, di togliere Anna Karenina dai binari dei treni e di dirci una volta per tutte che cosa possiamo e che cosa non possiamo fare con lei.

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Liber Liberate “Madame Bovary”!

L’edizione Liber Liber di “Madame Bovary” di G. Flaubert non è libera. Vediamo perché:

  • l’e-book

Dalle note introduttive al testo si evince che lo stesso è protetto da diritto d’autore. Si tratta di una pubblicazione realizzata “su gentile concessione”, come si suol dire in editoriese. Titolare dei diritti sulla traduzione di Bruno Oddera e sulla pubblicazione è la Fratelli Fabbri Editori, cortesemente ringraziata per la politesse.
Quindi il lettore finale, la persona che materialmente scarica dal sito di Liber Liber il testo del romanzo flaubertiano non ha la libertà di darlo a sua volta a chi vuole: a un amico, a un gruppo di persone, a chi meglio crede. Può solo tenerselo per sé e, tutt’al più, indicare agli interessati dove andare a prenderselo.
Le altre biblioteche elettroniche e digitalizzate, inoltre, non possono redistribuirlo a loro volta.

Madame Bovary” nella versione Liber Liber in formato epub viene anche venduto attraverso Amazon e iTunes, oltre ad essere disponibile sul sito gratuitamente per tutti.

Ha due prezzi: 0,49 euro e 4,99 euro.

Che cosa differenzia le due versioni non è noto. Non si sa, cioè, se la versione epub gratuita, quella a 0,49 euro e quella a 4,99 euro siano esattamente identiche oppure no. In caso positivo il prezzo finale di vendita dipenderebbe esclusivamente dalla volontà dell’acquirente di aiutare in maggiore o minor misura la biblioteca, in caso negativo non si sa in che cosa sia più ricca la versione più costosa, se in note critiche, introduzioni, appendici di studiosi di letteratura francese, concordanze (hai visto mai?) o quant’altro. Né il sito dice qualcosa, in un senso o nell’altro.

Qualcuno deve comunque aver comperato queste versioni del libro. Vediamo che cosa ne pensa la gente:

“Non mi dilungherò troppo! Si tratta di un capolavoro di Lev Nicolaev TolstoNon, a coloro a cui ho chiesto una recensione, l’ha sminuito dicendo che “Anna Karenina” è una storia d’amore…” (cliente Amazon)

Va bene tutto, ma Madame Bovary” è di Flaubert, non di Tolstoj!

“Libro sicuramente bellissimo, ma io sono madrelingua spagnolo e mi sono stuffata di correggere gli errori sul kindle. Solo nel primo capitolo avrò trovato al meno 50 orroriiii ortografici, un disastro. Non lo leggo piu, me lo compro in spagnolo da una editoriale.” (Estefa)

Insomma, reazioni non troppo lusinghiere, quando non addirittura fuori binario.

  • l’audiolibro

Nel novembre 2018, Liber Liber pubblica la versione in audiobook di “Madame Bovary”. Il testo letto da Cristiana Melli è lo stesso dell’edizione e-book, così come il codice ISBN riportato alla pagina di download.

Ma quello che non quadra è la licenza riportata. Mentre per il libro elettronico non c’erano dubbi (non si può né copiare né redistribuire a terzi), la versione audio (che, ripeto, contiene lo stesso testo della versione e-book) prevede la licenza Creative Commons che, questa volta sì, consente la rappresentazione, la distribuzione e la copia purché il tutto venga a sua volta redistribuito con la stessa licenza e non a fini commerciali.

Cioè, io (secondo Liber Liber) posso redistribuire l’audiolettura ma non posso redistribuire il testo originale?? E perché Liber Liber cambia la licenza di un’opera che è proprietà della Fratelli Fabbri Editore? E come può Liber Liber cambiare i termini di una concessione al lettore finale su qualcosa che non è suo e su cui agisce solo in regime di concessione? Non sono critiche, sono domande (credo legittime) che il lettore si pone per rispondere a una domanda molto semplice: “Che cosa posso fare con questo testo senza il pericolo di finire sub iudice??”. La risposta non l’avremo mai. O, quanto meno, sono certo che Liber Liber non verrà certo a darla a noi. Ma il dubbio è stato espresso, e la povera Madame Bovary, che, pure,tanti guai ha avuto nella sua breve esistenza terrena romanzesca, oggi, è ben lungi dall’essere libera di circolare come vuole. Questo, almeno, è certo.

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#unlibroèunlibro: allora pagàtelo!

Rosa Polacco per #unlibroèunlibro - Pubblicato su gentile autorizzazione

#unlibroèunlibro è l’hashtag che contraddistingue la protesta in rete di quanti ritengono ingiusta l’applicazione dell’IVA al 4% per i libri di carta e al 22% per gli e-book.

Sembra una protesta giusta e legittima e invece non lo è.

Cominciamo a considerare il supporto. La carta per l’aliquota più bassa e il lettore per il libro elettronico. E’ evidente e chiaro come il sole che il libro di carta ha tutta una serie di lunghezze di vantaggio su quello cosiddetto “virtuale”: dura di più (fra 50 anni potremo leggere gli stessi e-pub e Kindle come li leggiamo oggi? Ne dubito fortemente), si può prestare (l’e-book non lo puoi trasferire senza infrangere il copyright) e il costo, sia pur superiore, non lo rende inaccessibile.

Dunque, il libro di carta è un bene di prima necessità. Pensate alla carta usata per stampare i libri di testo per le scuole di ogni ordine e grado. E’ normale che l’imposta sul valore aggiunto sia bassa per i beni di prima necessità. Già i libri di testo costano un bòtto, se si applicasse il 22% anche a quelli staremmo freschi [e adesso lo so cosa state per chiedermi: e gli alunni con difficoltà che devono usare per forza i libri in versione elettronica? Semplice: per loro i libri devono essere gratis. E non ci sono discussioni.] L’e-book è, indubbiamente, un bene di lusso. Sia che si tratti del testo che viene letto attraverso un dispositivo, sia che si tratti del dispositivo stesso.

E’ facile per autori, editori e lettori farsi belli con una battaglia di questo genere. E’ facile e anche comodo. E’ gente che spende fior di quattrini per comprarsi l’IPad e ci paga il 22% di IVA tranquillamente e senza profferir verbo, e poi si lamenta se l’ultimo best seller di grido viene gravato da una percentuale d’importa alta. Per certi versi mi sembra lo stesso ragionamento che sottende alle esternazioni di chi si lamenta di dover pagare 0,89 euro l’anno per mantenersi WhatsApp e poi fa una capanna di cambiali per potersi permettere l’ultima versione dell’IPhone.

E se glielo dici ti rispondono che “è cultura”. Sì, la cultura è il contenuto, non l’involucro. Lo Stato è liberissimo di tassarti l’involucro-carta a una percentuale e quello elettronico a un’altra. E poi, avete voglia di comprare cultura in formato proprietario, con tutti i DRM e gli accidenti che li spacchino? Pagàteli, Maremma ciuca, cosa volete dall’opinione pubblica?

Per carità, sono queste inizative modaiole da sinistra radical-chic di maniera che tramontano in pochi giorni. Però fanno perdere un sacco di tempo.

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Domande intelligenti: e-book o libri di carta?

Sono più di vent’anni che mi occupo di e-book, testi elettronici (non dànno la scossa se li leggete, tranquilli!) e uso del computer per l’analisi e la lettura dei testi letterari e poetici, ma tanto sapete assai voi.

In tutto questo tempo, soprattutto quando dico che gestisco una biblioteca per la (re)distribuzione di e-book gratuiti, vedo la gente che mi guarda schifata (schifata soprattutto di non capirci una beata verza) e mi dice “Nonnò, io i libri li compro in libreria e solo di carta”.

Primo, chi t’ha chiesto niente (tutt’al più gli e-book che redistribuisco sono lì per essere, appunto, donati a chi li vuole, non imposti a chi non sa cosa farsene), secondo anch’io i libri li compro in libreria, non vedo dove altrimenti dovrei, a parte il fatto che posso averli anche gratuitamente per breve tempo prendendoli in prestito in biblioteca.

Poi aggiungono: “Gli e-book non potranno mai sostituire i libri di carta!”

Ma certo che no. A parte quando si vuol leggere “50 sfumature di grigio” e lo si compra in formato elettronico perché bisogna fare le fighette con l’e-book reader sulla spiaggia e non far vedere ai vicini di ombrellone che si sta leggendo un libro erotico un po’ maialotto perché se no ti prendono per una signora disponibile e con qualche perversione sessuale (la prima circostanza non è necessariamente vera, la seconda sì).

Comunque la carta è il supporto più durevole. Quindi non c’è proprio storia né competizione. A parte il fatto che nessuno ha mai voluto competere ma solo offrire qualcosa in più. Le “50 sfumature di grigio” comprate in formato cartaceo, potranno disgraziatamente essere lette ancora tra 20 o 30 anni. Quelle in formato e-book quasi certamente non sarete più in grado di utilizzarle, perché cambieranno le codifiche, i DRM, i formati, e li avete pagati una decina di eurini, mica pizza e fichi!

La Bibbia di Gutenberg, stampata oltre 500 anni fa è ancora perfettamente leggibile, non credo che un file PDF, anche di quelli gratuiti che redistribuisco io, potrà mai arrivare a tale traguardo.

Quindi, la carta è imbattibile. Come ci siete rimasti? Pensavate che andassi in giro col tablet a leggere?? Ci siete rimasti male, eh??

Ma ci sono ancora tutti quelli che non passeranno mai al libro elettronico (e chi gliel’ha mai chiesto??) perché non sanno resistere al profumo delle pagine di un libro, quelli che vanno in libreria per sniffare, insomma. C’è chi tira di coca e chi tira di libri. Si difendono dicendo che annusare libri non dà dipendenza. E’ vero. Dovrebbe darne il leggerli, non l’annusarli. Insomma, se siete dei feticisti del libro prendetevela con voi stessi, non tiratelo nello scodellaminestre agli e-book perché proprio non è il caso, nevvero??

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Ma tutto questo Alice non lo sa

Alice Munro teikna av Andreas Vartdal - This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 1.0 Generic license

Forse gli ultimi due “grandi” a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura sono stati Gabriel García Márquez e Harold Pinter. A parte loro calma piatta, tranne, forse, il sussulto di dignità che si deve a José Saramago e alla sua opera.

Gli italiani non si ricordano nemmeno il nome dei loro connazionali scrittori che sono stati insigniti di questa onoreficenza. Dario Fo è vagamente rammentato, Eugenio Montale è già ormai tristemente e ingiustamente messo da parte, di Pirandello giusto “Il Fu Mattia Pascal” “perché è nella lista dei libri da comprare”, Carducci è ridotto a un paio di versi da mandare a memori, e tra alberi a cui tendevi la pargoletta mano non c’è più l’ombra di un Quasimodo troppo imbarazzante per portarselo appresso.

Il Premio Nobel per la Letteratura è una sorta di lotteria per gli editori. Chi si è assicurato i diritti di traduzione vince una paccata di denari. In fondo basta ritirare fuori un file e un titolo che veniva dato per esaurito da anni riappare con una fascettina rossa sui banchi delle librerie solo perché l’autore ha vinto il Nobel.

Qualche intellettaloide da prima serata dirà che, quest’anno, il fatto che un Nobel sia stato assegnato a una donna (Alice Munro) è un segnale assolutamente positivo (perché c’è gente così!). Herta Müller (2009), Doris Lessing (2007), Elfriede Jelinek (2004) non se li ricorda nessuno. Eppure abbiamo comprato i loro libri nel momento in cui sono state insignite del premio (perché se vince il Nobel deve essere brava per forza!) e Wisława Szymborska è rimasto solo Roberto Saviano a citarla.

Siamo così falsamente femministicamente protesi verso il nuovo, che mettiamo da parte il fatto che nel 1926 fu una donna italiana a vincere il Nobel, Grazia Deledda. Oggi la rivendiamo negli e-book a 0,99 euro.

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Enrico Letta da Fazio e l’IVA al 22% sugli e-book

Il detentore del copyright di questo file, Presidenza della Repubblica, permette a chiunque di utilizzarlo per qualsiasi scopo, a condizione che il detentore del copyright venga riconosciuto come tale. Sono consentiti la redistribuzione, le opere derivate, la modifica, l'uso commerciale ed ogni altro uso.

Mentre era a piangere da Fazio, ieri sera Enrico Letta ha trovato il tempo di rammaricarsi del fatto che i libri di carta hanno l’aliquota iva al 4% mentre gli e-book al 22%. E ha aggiunto che questa è un’ingiustizia.

Mi occupo di distribuire e-book gratis da circa undici anni. Francamente trovo perfino ridicolo che uno un e-book se lo compri, ma questa è deformazione professionale, ognuno faccia quel che crede.

Però un libro di carta

a) lo posso prestare a un amico;
b) posso leggerlo anche tra molto tempo (in casa ho libri del ‘700, si leggono ancora benissimo. La Bibbia di Gutenberg è ancora perfettamente leggibile e ha più di 500 anni);
c) posso usarlo per riparare temporaneamente la zampa del tavolino;
d) se ho freddo posso gettarlo nel fuoco e scaldarmi;
e) se non mi piace lo posso regalare alla biblioteca del paese perché possa essere prestato ad altri.

Mentre un e-book

a) se lo copio e lo passo a un amico commetto reato;
b) tra 500 anni nessuno potrà leggerlo più. Ma neanche tra 10, se è per quello, e verosimilmente morirà assieme all’accrocchio che uso per leggerlo. E con lui moriranno i soldi che ho speso per comprarlo;
c) non fa spessore, e il Kindle sotto la zampa traballante non risolve il problema;
d) non brucia e io muoio di freddo;
e) non potendolo trasferire non posso darlo alla biblioteca che non può prestarlo, a sua volta, ad altri.

Il libro di carta svolge delle funzioni primarie di necessità. L’e-book è un bene di lusso. Chi lo vuole se lo paga, anche se si tratta di qualcosa di immateriale, e caro.

Se, poi, ci sono persone che per necessità personali hanno bisogno di una versione in e-book di un titolo (per esempio i dislessici nei confronti dei testi scolastici) devono averla gratis. Punto e basta.
Ma se una casalinga vuole leggersi “Cinquanta sfumature di grigio” sotto l’ombrellone e non vuole farlo sapere al marito o non vuole far vedere la copertina ai vicini, perché poi nel loro giudizio oltre che casalinga diventa anche un po’ zoccola, allora è bene che se lo compri, e chi se ne frega se col 22% di IVA.

E’ come la gente che si compra un iPhone di ultima generazione, lo paga un bòtto ma poi si lamenta che WhatsApp le chiede 0,89 euro all’anno per continuare a funzionare.

Gente col Kindle, col tablet, con l’Android… tutti lì a pagare 0,99 euro per una coscienza di Zeno o per un fu Mattia Pascal, quando va bene. Ma se si tratta dell’ultimo libro dello scrittore di grido si arriva a pagare più o meno lo stesso prezzo dell’edizione cartacea. Solo che il libro te lo tieni, mentre l’e-book lo prendi e lo butti via.

Ma non inquina. Almeno quello.

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Rivoluzione tra le biblioteche multimediali

Dunque, vediamo un po’, allora, si diceva che ho da comunicarvi che a partire da tra quasi subito (o, comunque, tra pochissimo tempo), le mie biblioteche subiranno delle modifiche. I domini cosiddetti “minori” punteranno direttamente alla madre di tutte le biblioteche (classicistranieri.com), o, quanto meno, ad alcune delle sue sezioni.

In pratica “spariranno”:

http://www.classicistranieri.eu e http://www.classicistranieri.it che reindirizzeranno al .com.

Non sarà più direttamente accessibile nemmeno http://www.classicistranieri.org, ma reindirizzerà alla sezione “Musica Classica”. Ho deciso di far “fuori” anche http://www.controversi.org (e qui mi piange il cuore), ma chiunque digiterà quell’indirizzo si ritroverà ugualmente sulle mie audioletture. Anche literaturaespanola.es e bibbiaonlinemp3.com punteranno ai tag o alle risorse corrispondenti di classicistranieri.com. In pratica non viene perso niente, e io risparmio un po’ di dindini. Del resto non vi ho mai chiesto niente, quindi, se permettete, faccio un po’ il cavolo che mi pare, nevvero? :-). Oh!

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Tutti quanti, tutti quanti, tutti quanti voglion fare e-book!

Non si fa altro che sentir parlare di e-book.

Sarà il Salone Internazionale del Libro di Torino, sarà lo slogan della “Primavera digitale”, sarà che oggi se non hai un tablet o un lettore dedicato non sei più nessuno, sarà che, ultima notizia (pubblicata su Repubblica.it) in ordine di tempo, le donne acquistano libri digitali a contenuto erotico (e capirai!), sarà che c’è Amazon, sarà che li vendono, sarà quello che volete ma di e-book non si fa altro che parlare. E spesso a sproposito.

Mi occupo di e-book da dieci anni. Prima me ne interessavo da altrettanto tempo. Fanno vent’anni in tutto. Qualcosa penso di essere in grado di dire.

La prima cosa è che dovunque si tenti di fare un minimo di dibattito la domanda, tanto per cambiare, è sempre la stessa: riuscirà l’e-book a soppiantare il libro di carta?

E se le domande sono sempre le stesse lo saranno, automaticamente, anche le risposte. Quella standard è quella del feticista che risponde più o meno con un “Nessuno potrà mai togliermi il piacere del tatto di un libro e del profumo della carta, gli e-book non vinceranno mai sul caro vecchio libro di carta!”. Dimenticando che ci sono intere biblioteche da sniffare a suo piacimento e che nessuno le chiuderà di certo.

Poi c’è l’altro feticista, quello della tecnologia, per cui ormai un tablet o un I-Phone sono alla portata di tutti, ed ecco che, come per miracolo, tra breve non ci saranno più zaini pesanti per gli alunni delle scuole (è un ritornello purtroppo molto in voga anche nel Movimento 5 Stelle), che basterà cliccare qui o cliccare là per avere l’accesso al sapere, il tutto con un “comodo” tréspolo da portarsi dietro. Dimenticando che una cosa è l’accesso alla cultura e altra cosa sono i contenuti culturali.

La chiamano “primavera digitale” ma forse nessuno si è accorto che Michael Hart, il fondatore del Project Gutenberg, pensava già dal 1971 che un testo in formato digitale potesse essere di grandissimo aiuto per la ricerca e per l’umanità. Che un libro in formato digitale avrebbe aperto nuovo orizzonti al modo di leggere un testo e alla sua libera circolazione.

Insomma, sembra si siano svegliati tutti oggi. Lo hanno fatto per un motivo molto semplice: sugli e-book si è cominciato a far soldi. Non sono più un “prodotto” alla portata di tutti (grazie all’intuizione dello stesso Hart di far circolare testi liberi da copyright) ma, semplicemente, una “modalità”, neanche tanto libera, di far circolare gli stessi contenuti.
Se una volta non aveva senso farlo, adesso un e-book si può vendere e farci dei bei soldini. E’ per questo che se ne parla.

Non c’entra niente il pericolo che l’e-book possa soppiantare la carta. State tranquilli, non accadrà mai.
La Bibbia di Gutenberg fu stampata su carta (buona!) e possiamo leggerla a quasi seicento anni di distanza. Probabilmente l’e-book che compriamo su Amazon oggi, tra dieci anni, DRM o no, non potremo più leggerlo. Perché non sappiamo se tra dieci anni ci saranno ancora dispositivi in grado di farci vedere quel file che oggi abbiamo comperato. Perché un libro di carta lo possiamo prestare a un amico senza che nessuno possa dirci niente, mentre se duplichiamo e redistribuiamo l’ultimo e-book, anche solo “d’occasione” (tornerò presto su questa storia degli instant-e-book), uscito in occasione della vittoria dello scudetto della Juve, commettiamo un reato. Perché la carta dura da sempre, l’e-book ha pochissime decine di anni.

Qualcuno gli e-book li vende a pochi centesimi. La cultura viene ridotta al rango della partita in televisione o del film che guardi in Pay-TV. Costa pochi centesimi averlo su un dispositivo e fa figo. Il prezzo più basso di un e-book sul mercato equivale a una telefonata di pochi minuti con lo scatto alla risposta. Ma non ci si può scaricare la coscienza di non aver letto il “Don Chisciotte” con un movimento di una manciata di centesimi dalla carta di credito, per poi poter dire: “Sì, ce l’ho qui sullo Smartphone!!”
Si rischia di fare come quando da studenti ci chiedevano se avevamo letto i “Promessi Sposi” e c’era qualcuno che si alzava e diceva “Sì, io ho guardato lo sceneggiato!”. Come se le scorciatoie per la cultura avessero mai portato a qualche risultato utile.
Mediamente il prezzo della versione e-book di una novità non è molto più conveniente di quello della corrispondente opera cartacea (è solo un file!) e presenta dispositivi di gestione dei diritti che un libro cartaceo non ha. Sull’ultimo volume di Erri de Luca, ad esempio, rispetto al prezzo di copertina di 11 euro, l’e-book costa 7,99. Il risparmio è appena di 3,01 centesimi (fonte: bol.it). Il gioco non vale la candela.

Arriveremo alla fine del Salone del Libro di Torino che ciascuno avrà detto la sua sul tema della moda del momento ma ben pochi avranno le idee chiare.

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E’ morto Michael S. Hart, il fondatore del Project Gutenberg

Michael Hart, il padre degli e-book, se n’è andato, martedì scorso, in punta di piedi, a soli 64 anni.

E’ stato un attivista, uno scrittore, un giornalista, una persona simpatica.

Nel 1971 ebbe un’idea formidabile: prendere il testo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America e digita(lizzar)lo. Nel quasi doppio senso di "renderlo disponibile in formato digitale" e "trascriverlo manualmente copiandolo parola per parola".
E’ stato un amanuense benedettino dei nostri giorni.
Di più. Ha dato, per primo dopo la rivoluzione di Gutenberg, il via a una nuova concezione del libro.
Ha fondato l’ineguagliabile e ineguagliato Gutenberg Project, in cui ogni opera scaricabile è presente in almeno un formato leggibile da qualsiasi piattaforma.

Al di fuori degli Stati Uniti il progetto è stato spesso imitato. Anche in Italia alcune pallide imitazioni hanno tentato di muovere dei passi nella direzione segnata da Hart, allontanandosene tuttavia abbastanza presto per opportunità economiche e di mercato, di accordi con grandi aziende, o per semplice colpa di incapacità  di quanti hanno partecipato ad alcuni dei singoli progetti.

Dobbiamo molto a Michael Hart. Ed è per questo che ricordarlo non è un atto scontato o, tanto meno, retorico.


Obituary:

Michael Stern Hart was born in Tacoma, Washington on March 8, 1947. He died on September 6, 2011 in his home in Urbana, Illinois, at the age of 64. His is survived by his mother, Alice, and brother, Bennett. Michael was an Eagle Scout (Urbana Troop 6 and Explorer Post 12), and served in the Army in Korea during the Vietnam era.

Hart was best known for his 1971 invention of electronic books, or eBooks. He founded Project Gutenberg, which is recognized as one of the earliest and longest-lasting online literary projects. He often told this story of how he had the idea for eBooks. He had been granted access to significant computing power at the University of Illinois at Urbana-Champaign. On July 4 1971, after being inspired by a free printed copy of the U.S. Declaration of Independence, he decided to type the text into a computer, and to transmit it to other users on the computer network. From this beginning, the digitization and distribution of literature was to be Hart’s life’s work, spanning over 40 years.

Hart was an ardent technologist and futurist. A lifetime tinkerer, he acquired hands-on expertise with the technologies of the day: radio, hi-fi stereo, video equipment, and of course computers. He constantly looked into the future, to anticipate technological advances. One of his favorite speculations was that someday, everyone would be able to have their own copy of the Project Gutenberg collection or whatever subset desired. This vision came true, thanks to the advent of large inexpensive computer disk drives, and to the ubiquity of portable mobile devices, such as cell phones.

Hart also predicted the enhancement of automatic translation, which would provide all of the world’s literature in over a hundred languages. While this goal has not yet been reached, by the time of his death Project Gutenberg hosted eBooks in 60 different languages, and was frequently highlighted as one of the best Internet-based resources.

A lifetime intellectual, Hart was inspired by his parents, both professors at the University of Illinois, to seek truth and to question authority. One of his favorite recent quotes, credited to George Bernard Shaw, is characteristic of his approach to life:

 "Reasonable people adapt themselves to the world.  Unreasonable
people attempt to adapt the world to themselves. All progress,
therefore, depends on unreasonable people."

Michael prided himself on being unreasonable, and only in the later years of life did he mellow sufficiently to occasionally refrain from debate. Yet, his passion for life, and all the things in it, never abated.

Frugal to a fault, Michael glided through life with many possessions and friends, but very few expenses. He used home remedies rather than seeing doctors. He fixed his own house and car. He built many computers, stereos, and other gear, often from discarded components.

Michael S. Hart left a major mark on the world. The invention of eBooks was not simply a technological innovation or precursor to the modern information environment. A more correct understanding is that eBooks are an efficient and effective way of unlimited free distribution of literature. Access to eBooks can thus provide opportunity for increased literacy. Literacy, and the ideas contained in literature, creates opportunity.

In July 2011, Michael wrote these words, which summarize his goals and his lasting legacy: “One thing about eBooks that most people haven’t thought much is that eBooks are the very first thing that we’re all able to have as much as we want other than air. Think about that for a moment and you realize we are in the right job." He had this advice for those seeking to make literature available to all people, especially children:

 "Learning is its own reward.  Nothing I can
say is better than that."

Michael is remembered as a dear friend, who sacrificed personal luxury to fight for literacy, and for preservation of public domain rights and resources, towards the greater good.

This obituary is granted to the public domain by its author, Dr. Gregory B. Newby.

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Corriere della Sera: “L’e-book cambieranno la conoscenza!”

– Ti chiami "Corriere della Sera"??
– Vuoi occuparti anche tu di cultura???

Ma figùrati, non c’è problema, di CULTURA® te ne diamo a ballini, sempre e comunque.

E poi vanno dimolto di moda gli ibùc, non lo sapevi??

E allora quale migliore occasione per fare un bell’

ERRORE GRAMMATICALE(Tm)???

Di’ pure a tutto il mondo che ti legge ollàin

"L’ebook cambieranno la conoscenza"

e ti trasformerai come per incanto nel quotidiano più stampato, comprato, letto e finanziato pubblicamente d’Italia.

Un bell’investimento (e i consigli te li diamo gràtisse, poi dinne male…)

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Sandra Mazzinghi recensisce il mio “Nunc et in hora mortis nostrae”

Nel 1995 scrissi un racconto.

Fin qui nulla di strano perché un momento di "prudor scribendi" càpita a tutti nella vita ed è megli aver scritto una storia di poche pagine che il classico "romanzo della propria vita", quello con cui qualcuno, inevitabilmente, viene a tediare amici e parenti con copie dattiloscritte, stampate al computer con caratteri pidocchini pidocchini (si sa, per risparmiare carta e per non abbattere alberi, oltre che per attentare biecamente alla vista del lettore) o, peggio ancora, manoscritte.

Il racconto si intitolava e si intitola ancora "Nunc et in hora mortis nostrae".

L’idea del titolo con l’ultimo verso dell’Ave Maria in latino mi venne dal granitico incipit de "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, libro che a quel tempo non amavo e che ho letto per intero, dopo vari tentativi generazionali, alla veneranda età di 43 anni trovandolo straordinario.

Per lo stile, invece, mi richiamai a un racconto di Julio Cortázar, narratore argentino mai abbastanza apprezzato, che si intitolava "La señorita Cora", una specie di intreccio di monologhi interiori che mi interessò molto, a quel tempo (e anche adesso).

Il mio "Nunc et in hora mortis nostrae" venne fuori in un’ora, pestavo sulla tastiera del computer come un ossesso (il programma era l’editor del Dos, non mi ricordo quale versione ma con cautela potrei dire che era la 6.2) e alla fine non lo rilessi nemmeno, cominciai a mandarlo in giro così com’era ed ebbe, nella limitatezza della sua diffusione, i suoi fans.

Qualche anno dopo lo ripresi, ne uscì una versione in e-book formato LIT per la biblioteca elettrinica di un caro amico che non ho più risentito (ciao Massimo!) e ne feci anche una versione in PDF che è ancora possibile scaricare su Lulu.com

Fine dell’ora della nostra morte. Amen.

Proprio ieri Sandra Mazzinghi, livornese, scrittrice di buon nerbo e acuta osservatrice (come tutti quelli che scrivono davvero) ha pubblicato sul sito www.manidistrega.it una segnalazione del mio racconto (che ormai non si può più chiamare "recensione", visto che lo scritto è tutto meno che recente).

La recensione è reperibile all’indirizzo

http://www.manidistrega.it/tx/consigli_parliamodi.asp?id=619

Scrive tra l’altro Sandra Mazzinghi:

"Scritto in prima persona, con lo sguardo di un bambino che rievoca lucide sensazioni senza esitare. L’ambiente della stanza dove è ricoverato e dove sogna la sua casa e la sua cameretta, è descritto con grande abilità, con uno stile che ti trascina via e ti porta a vivere le emozioni di paura, timore e comunque amore appena scoperto."

Senti lì… e io che credevo di aver scritto una cazzata!

Comunque, per chi volesse andarselo a cercare, il racconto "Nunc et in hora mortis nostrae" è reperibile a questi indirizzi:

http://www.lulu.com/content/172978 (PDF)
http://www.superlibri.com/distefano-nunc.lit (LIT)

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Valerio Di Stefano – E-book a pagamento, ma con i soldi pubblici

Si riapre il dibattito del libero accesso alla conoscenza pagata con i soldi dei cittadini.

[ZEUS Newswww.zeusnews.it – 04-04-2006]

L’e-book è ancora una volta al centro delle polemiche. Nella sezione "Scienza e tecnologia" di "Repubblica on line", un articolo di Alessandro Longo riferisce dell’ennesimo faraonico progetto per la realizzazione di una Biblioteca Digitale Europea e della conseguente digitalizzazione e messa a disposizione degli utenti di Internet del patrimonio librario delle biblioteche.

Non è la prima volta che si parla (anche e soprattutto a sproposito) della digitalizzazione del mondo. Dalle titaniche imprese di Google alla convocazione di 20 consulenti per la supervisione dei lavori di quest’ultima iniziativa, la mania tipicamente borgesiana di realizzare un catalogo dei cataloghi, una fotocopia nel mondo del virtuale del mondo librario reale sembra essere uno dei crucci principali del primo gruppo di potere (pubblico o privato) di turno.

 

Non mancano le cifre, naturalmente pompate, che prevedono, entro il 2008, oltre due milioni di opere digitalizzate a disposizione del pubblico.

In Italia le biblioteche statali, regionali e universitarie, secondo quanto riferito da Paolo Galluzzi, direttore del Museo di Storia della Scienza di Firenze, dovrebbero far confluire i loro progetti di digitalizzazione nel famigerato Internet Culturale, il portale culturale istituzionale che è costato ai contribuenti italiano oltre 37 milioni di euro e che continua ad essere un immenso contenutore vuoto.

Effettuare una ricerca tra i fondi digitalizzati delle biblioteche italiane è una pura illusione, si viene costantemente rimandati a una pagina che comunica: "Spiacenti, il servizio è temporaneamente sospeso." Come dire che un servizio pagato con i soldi pubblici non è disponibile per i cittadini.

E’ un dato che non deve stupire. Se esistono opere pubbliche destinate alla sanità, all’istruzione, al lavoro, alla giustizia che sono regolarmente inutilizzati (scuole, ospedali, servizi, tribunali) questo è il primo e più eclatante esempio di sperpero di pubblico denaro nel mondo della cultura in rete.

Non è un caso che riguardi proprio il bene culturale primario per eccellenza, il libro, con tutte le implicazioni che questo comporta. Ma non è finita. Quanto è già stato pagato con i soldi pubblici sarà a pagamento.

Secondo Longo, in una prima fase gli utenti potevano soltanto leggere i libri sul proprio browser, in forma gratuita, mentre l’operazione di download, disponibile solo successivamente, sarà a pagamento, con la motivazione ufficiale di rifondere i costi a quelle biblioteche che avranno messo a disposizione le singole opere digitalizzate.

Appare a dir poco scandaloso che ciò che viene pagato con il denaro di tutti debba essere ulteriormente pagato, ma sembra proprio che questa sia la direzione che intende prendere il progetto italiano dell’erigenda Biblioteca Digitale Europea.

Come è ovvio e prevedibile, la possibilità di rilasciare i contenuti con licenze alternative (ma non opposizione) al tradizionale regime di copyright, non è stata lontanamente presa in considerazione. Le biblioteche non hanno un soldo, e i soldi pubblici che dovrebbero servire per finanziare questi progetti restano nella disponibilità dei ministeri. Che li usano per creare strutture che dovrebbero accogliere il contributo delle biblioteche, a cui, tuttavia, andranno gli spiccioli degli utenti finali: studenti, insegnanti, utenti residenti in luoghi disagiati o in paesi con una grave penuria di biblioteche.

Anche in questo l’Italia non è alle prime armi. Dagli anni ’90 e per quasi dieci anni l’e-book è stato soprattutto il pretesto per la creazione di Onlus e organizzazioni attraverso le quali raccogliere quote associative e donazioni deducibili dalla dichiarazione dei redditi, dietro una facciata di volontariato. La Biblioteca Digitale Europea non fa altro che amplificare questa logica consolidata e renderla più forte in una prospettiva che anziché portare la conoscenza al servizio di tutti in una prospettiva libera la fa passare da una serie di inutili balzelli.

Innumerevoli le obiezioni che si potrebbero muovere sull’uso dei formati digitali più o meno proprietari e sul rispetto delle norme del diritto d’autore da parte delle singole biblioteche (come è noto le leggi sul copyright presentano delle varianti anche notivoli da Stato a Stato). E’ altamente improbabile che l’utente finale possa accedere a edizioni recenti di opere letterarie, cinematografiche o musicali.

Una volta vagliato il contenuto alla luce di quanto disposto dalla legge 633/41 e successive modifiche, all’utente finale non resta altro che digitalizzare quanto è stato messo a disposizione a pagamento e restituirlo gratuitamente alla comunità.

Si metterebbero in moto così quei meccanismi che fanno dell’opera libera un’opera liberata non solo rispetto alle leggi, ma anche e soprattutto rispetto alle coscienze degli individui.

 

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Valerio Di Stefano – E-book: il libro a più dimensioni

Un recente sondaggio effettuato dalla biblioteca digitale Classici Stranieri chiedeva ai visitatori se il libro elettronico avrebbe sostituito prima o poi il tradizionale libro cartaceo.

 

La questione degli e-book è sempre stata abbastanza dibattuta in rete, ma, probabilmente, nei risultati del sondaggio si inizia a intravedere un’inversione di tendenza da parte del pubblico che, sebbene influenzato all’inizio dai romanticismi che da sempre caratterizzano la visione del libro di carta come oggetto concreto e materiale, ha fornito una percentuale di risposte che, trattandosi dell’argomento in questione, può essere ritenuta interessante. Oltre il 50% ha detto che sì, il libro digitale ha ottime chances per sostituire il libro di carta.

 

Non si tratta certo di un risultato da sottovalutare se è vero, come è vero, che la storia dell’e-book in rete è complessa e articolata. Come spesso accade nelle cose di Internet, anche per gli e-book ci si è ritrovati a dover definire e regolamentare un settore che, per le sue caratteristiche peculiari di novità tecnologica e di offerta, non aveva una sua collocazione ben definita nell’immaginario degli utenti.

 

Perché leggere un qualsiasi libro, dall’opera di letteratura al saggio, dal racconto breve al manuale tecnico, al computer o a un altro dispositivo quando è possibile acquistare il corrispondente cartaceo, con maggiore comodità di lettura?

 

Sembrava una risposta senza soluzione, e invece le tendenze del pubblico di Internet stanno dimostrando che se non indispensabile, un libro digitalizzato è quanto meno utile e può avere possibilità di sostituire nell’uso la carta che resta, comunque, a parere di chi scrive, uno dei mezzi principali e più efficaci per la diffusione dell’informazione scritta. 

Dell’e-book si parla ancora, nonostante le notizie che lo davano ormai per morto e sepolto: si sa, quando si vuole accentrare l’attenzione del pubblico su un oggetto qualsiasi, basta dire in giro che quell’oggetto sta per chiudere la sua vita commerciale o concludere la sua presenza naturale nel costume delle persone, ne uscirà un mito che la gente difficilmente farà cadere nell’oblio!

 

Questo lo si deve soprattutto alla nascita, negli ultimi 4-5 anni, di biblioteche online a distribuzione gratuita che hanno portato davvero l’e-book alla portata di tutti, superando i limiti naturalmente imposti dai faraonici progetti di digitalizzazione, magari realizzati all’ombra di sigle faraoniche e con dosi massicce di burocrazia (c’è perfino chi vi ha realizzato una OnLus) e con contributi volontari quasi mai apportatori di quella scientificità spicciola di cui ha diritto ogni lettore, anche quelli digitali.

 

E’ stata anche superata l’impasse imposta dalle sterili polemiche sui formati più o meno "aperti" e/o più o meno "proprietari" in cui questo tipo di informazione avrebbe dovuto essere distribuita in rete.

 

All’inizio ci fu perfino chi, sulla base di una non ben meglio identificata autorità accademica, arrivò perfino a dettare alcune norme su cosa avrebbe dovuto essere (e soprattuto su come non avrebbe dovuto essere) un e-book.

 

Naturalmente, come sempre accade in questi casi, i fatti hanno dato torto a chi pretendeva di disegnare il futuro di un fenomeno tanto interessante quanto complesso, e il pubblico di Internet si è interessato sempre di più agli e-book come oggetti portatori di contenuti piuttosto che come files portatori di una tecnologia o di una filosofia.

 

Se nel 2001 Riccardo D’Anna nel suo (bel) saggio "e-Book, il libro a una dimensione" (ADN Kronos Libri) rispondeva ad alcune domande di base sul ruolo dell’e-Book nella trasformazione che riguarda la parola scritta, oggi è possibile dire che l’e-book, almeno a detta del pubblico, ha trovato una sua naturale collocazione privilegiata nell’uso comune.

 

Considerata la velocità con cui la tecnologia diventa vetusta, non si tratta di un traguardo da poco. Esistono tutti gli estremi per poter dire che l’e-book si sta rapidamente trasformando da curiosità e vezzo tecnologico in oggetto portatore di conoscenza.

 

Dove andrà l’e-book, però, ancora una volta, lo deciderà l’utente della rete

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