Laura Boldrini: Guten Hashtag!

Non ci sono più parole per raccontare le reazioni verbali e non di Laura Boldrini di fronte alle presunte offese che le giungono.

Infatti, se da una parte le espressioni rivoltele possono far legittimamente pensare a un’intenzione diffamatoria, dall’altra i suoi pasticci telematici prestano il fianco a una interpretazione quanto meno pretestuosa dell’indignazione dimostrata davanti a quelle espressioni suppostamente denigratorie.

Beppe Grillo ebbe, giorni fa, a definire la Boldrini “un oggetto di arredamento del potere, non è stata eletta ma nominata da Vendola”.
Ora, indubbiamente sentirsi definire “oggetto di arredamento” sa molto di soprammobile e può ferire e urtare la sensibilità personale. La Boldrini avrebbe avuto tutto il diritto di rivolgersi alla magistratura per vedere se quelle parole sono o non sono un’offesa o se sono frutto (come io sono convinto) del diritto di critica di Beppe Grillo.

Ma la Boldrini ha contrattaccato, e l’ha fatto sul web, attraverso il suo account Twitter: “Grazie alle parlamentari di diversi partiti per la solidarietà contro un’offesa a tutte le donne. Grazie a chi sta twittando #siamoconlaura”.

Facile la contromossa: “Le critiche sono rivolte a lei, non alle donne italiane. Si vergogni di usarle come scudo per la sua incosistenza.”

Al che, inspiegabilmente, la Boldrini cancella il suo intervento su Twitter. Che viene comunque ripreso da svariate testate giornalistiche, il TG1 in testa. Viene anche ripreso dallo stesso blog di Grillo, ma col passare delle ore viene a mancare sempre di più la fonte diretta. Nessuno, in breve, che si sia preso la briga di “fotografare” il post prima della sua cancellazione. E le notizie riportate di seconda mano sono sempre un po’ antipatiche.

Sono riuscito a ritrovarne tracce sicure, perché il post originale è, purtroppo, stato cancellato anche dalla cache di Google.

Ma andando a cercare proprio su Google la stringa “solidarietà contro un’offesa a tutte le donne” (l’ultima parte dello scritto della Boldrini) si trova che l’intervento, ancorché cancellato, è stato regolarmente indicizzato:

(clicca sull'immagine per ingrandirla)

Qui potete vederlo in versione più ingrandita:

I riferimenti sono chiari, c’è l’indirizzo web dell’account della Boldrini e c’è anche il numero di riferimento del post. Il testo è proprio quello, così com’è stato riportato.

Su Twitter i toni si sono un po’ smorzati (Grazie ai gruppi della #Camera per il sostegno in aula non tanto alla mia persona, ma all’Istituzione che rappresento – Grazie a chi ha firmato una nota di solidarietà nei miei confronti e ai tanti che stanno retwittando)

ma su Facebook la Boldrini rilancia: “Così tanti attestati di vicinanza e solidarietà oltre a farmi piacere sono la prova che chi voleva offendere me ha in realtà offeso tutte le donne. Fuori e dentro la Camera.” In breve, si arroga il diritto di rappresentare tutte le donne (“fuori e dentro la Camera”, ci tiene a precisare, come se ci fosse differenza), anche quelle che possono essere d’accordo con Grillo e, quindi, non sentirsi minimamente offese.

Non esiste la diffamazione di genere e la Boldrini non ne è l’emblema. Abbia almeno la compiacenza di non parlare anche in nome di chi non si sente rappresentata da lei.

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Il decreto-frittella anti-femminicidio

Il decreto anti-femminicidio è nato, e come tutte le cose un po’ fighttòfile, lo si annuncia, debitamente, su Twitter.

Lo hanno chiamato proprio così, “anti-femminicidio”. C’è l’antipulci, l’antizanzare, l’antitetanica, l’antivipera (questa parola è bella, si è anti l’animale e non anti l’effetto del suo veleno). Ora c’è l’anti-femminicidio. E l’eliminazione del trattino è solo questione di tempo e di uso della parola.

Non è una cosa che una donna se lo spruzza addosso e non viene più picchiata e violentata fino alla morte dal marito, dal compagno, dal fidanzato o dal padre (perché se le càpita per colpa dello spacciatorello di turno, come nel caso di una giovane di Castagneto Carducci, quello non è femminicidio??). Non ci si inietta una dose di anti-femminicidio per fermare gli effetti di queste violenze e, eventualmente, ritornare in vita. No, non è così che funziona.

Decreto profondamente deludente. Assolutamente mancante di punti di appoggio seri e convincenti.

Intanto c’è da chiedersi se sia stato effettivamente e chiaramente definito il reato di femminicidio. Se esista, cioè, al di là di ogni ragionevole dubbio, una condotta che venga definita “femminicidio”. E, eventualmente, in che cosa differisca il “femminicidio” dall’omicidio tradizionale. Perché una donna uccisa dal marito perché lo voleva lasciare sia diversa da una donna presa a fucilate da uno sconosciuto. Sono domande a cui il governo (che NON è il legislatore, ma che a lui, in questo caso, si sostituisce) DEVE dare una risposta. Risposta che non c’è.

Ci sono, però, i provvedimenti.

a) Querela irrevocabile. Vuol dire che una volta presentata una querela, questa non può più essere rimessa, ovvero ritirata, e continuerà a produrre effetti sia che la vittima continui a volerlo o no.
Quella di presentare querela, oltre che una facoltà è un diritto. A cui, certamente, si può rinunciare. Io posso denunciare per diffamazione uno che mi ha offeso, magari perché in quel giorno ero arrabbiato, basta che lui mi abbia diffamato davvero. Poi, magari, con il tempo, il tipo mi chiede scusa, io mi convinco che forse ho un po’ esagerato, abbiamo fatto pace, magari è nata anche una bella amicizia, e io DEVO poter rinunciare a quel diritto che ho esercitato, se questa è la mia intenzione.
Chi querela per “femminicidio” è in genere una donna che ha subito delle violenze atroci. Ma, allora, non si capisce perché chiamare “femminicidio” il reato o i reati per cui si procede, visto che la donna è ancora viva. Saranno molestie, percosse, violenze sessuali o meno, lesioni più o meno gravi. Ma la donna è viva, tant’è che propone querela. E vogliamo toglierle non solo il diritto di ritirarla, ma anche il diritto di avere paura. Per sé, e per i propri figli. E, eventualmente, di proteggere la sua persona e quella dei suoi cari. Perché lo stronzo quando è querelato minaccia. Se sa che la donna non può più ritirare nulla, allora si sente perduto, e chi non ha più nulla da perdere non ci pensa due volte ad andare fino in fondo.
Sarebbe bastato rendere perseguibili di ufficio e non più a querela di parte quei tanti reati connessi con il maltrattamento. Ad esempio le lesioni con prognosi inferiori ai venti giorni. Perché non è che lo stronzo, se ti fa un occhio nero guaribile in 15 giorni ti ha fatto qualcosa di bello e di piacevole.
Oppure l’obbligo per il medico curante, per il pronto soccorso, per gli assistenti sociali di segnalare alla magistratura quello di cui vengono a conoscenza durante il loro lavoro.
Oppure poter esercitare l’azione penale anche su denuncia (scritta e sottoscritta) di una persona che non sia necessariamente la diretta interessata ma magari qualcuno che le sta vicino (genitori, parenti stretti, un’amica, il parroco).
Perché una donna che non può ritirare una querela, dove la mandi? A lavorare, dico, ammesso che lavori. A far istruire i propri figli, a rifarsi una vita per proteggerla dallo stronzo di cui sopra che non ha nulla da perdere??

b) Se alla violenza assiste un minore la pena è aumentata di un terzo. La presenza del minore deve essere dimostrata in giudizio, ed è l’accusa che la deve dimostrare. Alla difesa basterebbe poter dire “no, no, il bambino era a letto, dormiva e non ha visto nulla”. Vale il sì dell’accusa come il no della difesa, in mancanza di prove valide e sufficientemente solide.
Guardiamo il reato di percosse. L’art. 581 del Codice Penale stabilisce che:
“Chiunque percuote taluno, se dal fatto non deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito, a querela della persona offesa con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 309. Tale disposizione non si applica quando la legge considera la violenza come elemento costitutivo o come circostanza aggravante di un altro reato.
Cioè, io ti meno davanti a un minore, ma se tu non subisci nessuna “malattia nel corpo” (se, ad esempio, mi limito a darti degli schiaffettini superficiali, che non lasciano lividi, magari anche così, per stuzzicarti un po’) io posso essere condannato con la reclusione fino a sei mesi (a meno che i miei schiaffettini non facciano parte di un disegno più ampio e di un delitto maggiore) aumentati di un terzo. Questo se il giudice è talmente rigido da applicare il massimo della pena. O se gli schiaffettini erano continuati nel tempo e il fatto era di particolare gravità.
Se la pena base dovesse essere di tre mesi (metà del massimo) l’aggravante del minore si annullerebbe con la concessione delle attenuanti generiche, e lo stronzo schiaffeggiatore stavolta se ne tornerebbe con una condanna a tre mesi (o a quattro se il reato è continuato), condizionale assicurata, e se patteggia il rito gli consente uno sconto maggiore.
E’ un caso limite, ma è molto esemplificativo. Ah, naturalmente il tutto è perseguibile a querela di parte, ci mancherebbe altro.

c) Il diritto al gratuito patrocinio per le vittime di violenza. Ma non è un istituto che è sempre esistito? Dove sarebbe la novità?? Chi non può permettersi un avvocato deve poter accedere alla giustizia a spese dello stato sia che sia una vittima sia che si tratti di un imputato e debba esercitare una difesa. Lo sanno anche i muri. E in che cosa consisterebbe la grande novità introdotta da questo punto? Non è ancora chiaro.

d) Anonimato. Riferisce Alfano: “da oggi di dà la possibilità a chi sente o sa di una violenza in corso di telefonare alle forze di polizia non anonimamente, ma dando nome e cognome: a mantenere anonimato e protezione ci pensa lo Stato. Si può quindi intervenire su denunce fatte da terzi soggetti, magari il vicino di casa che ha sentito delle urla”
Allora, se io devo dare il mio nome e cognome, o, comunque, declinare le mie generalità alla polizia a cui telefono per riferire di una violenza in atto, NON SONO anonimo. Sono sempre identificabile dall’autorità giudiziaria. Magari lo stato provvederà a mascherare i miei dati agli occhi del presunto colpevole e della vittima, ma se vengo chiamato in un pubblico processo a testimoniare e a riferire che sì, ho sentito dei rumori e delle liti quella sera, poi difesa e parte civile le mie generalità le vogliono. E questo non è anonimato. E le “denunce fatte da terzi soggetti” non è che vanno firmate? Da quando in qua le forze dell’ordine si muovono sulla base di un signor X che riferisce di essere il signor Y e che dice che il signor Z sta picchiando la moglie??? Non esiste più la responsabilità di chi scrive?

Laura Boldrini esulta: “#Femminicidio, violenza contro le donne, #stalking: bene il decreto del #governo, segno di nuova consapevolezza” (su Twitter, naturalmente!)

Tolgono i diritti alle donne e la chiamano “consapevolezza”.

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I diritti delle donne e il 9 marzo di Geppi Cucciari

E’ il giorno successivo all’otto marzo, quello in cui si fanno bilanci, analisi, riflessioni, previsioni, si esprimono speranze, si pospettano auspìci, il tutto riguardo al tema del “ruolo della donna nella società”, come se le donne avessero un ruolo nella società solo l’otto marzo, come se le donne potessero far sentire la loro voce solo in quella data, come se l’anniversario di una tragedia sia di per sé una festa in cui regalare chicchi di mimosa che hanno ormai perduto ogni odore.

Il “Corriere della Sera”, oggi, pubblica un intervento di Geppi Cucciari. Che non ho mai capito bene chi sia o che cosa faccia nella vita. Cioè, so di per certo che fa l’attrice comica, e che recentemente ha “salvato” lo share della serata finale del Festival di Sanremo, ma mi è sempre sfuggito il motivo della sua popolarità. Non importa, non devo capirlo io, dev’essercene pur uno. Ogni tanto la vedo far pubblicità a uno di questi yogurt che sgonfiano la pancia grazie a un particolare fermento lattico, ma nient’altro.

Diciamo che il suo articolo sul “Corriere” di oggi è quanto di più compiuto io abbia letto o fruito della produzione di questa artista, e tanto sia.

L’articolo si intitola “Buon 9 marzo a tutte (e a tutti)”. Bene, la sfera maschile viene messa tra parentesi. E’ decisamente un buon inizio. Oh, per carità, mi sta benissimo anche essere messo tra parentesi, ma in un clima in cui si invoca tanta parità ed equità di diritti, una bella parentesi è proprio quello che ci vuole.

Il testo non mi entusiasma. E’ una comicità che non mi pare abbia elementi di particolare originalità, quella della Cucciari. E’ uno stile lellacostiano con punte neo-littizzettiane (“Com’è andata, donne? Avete ceduto alle lusinghe della cena con le colleghe, del conto alla romana, dello strip alla californiana? Come avete mostrato il vostro orgoglio uterino? Abbeverandovi di sapere gratuito in un museo, oppure di mojito pagato in un capannone di periferia, magari infilando monete da due euro nella canottiera di uomini dall’incarnato caramellato e muniti di sopracciglia depilate ad ali di gabbiano?”).

Il senso dello scritto ruota intorno al luogo comune (che, in quanto luogo comune, corrisponde a una perfetta verità) del “guarda che democrazia e che diritti hanno all’estero mentre noi in Italia siamo più indietro delle ruote dell’ultimo vagone di un Eurostar”.
Sì, lo sappiamo che all’estero stanno meglio di noi. O, magari, per certi versi, anche peggio. Solo che noi siamo portati a vedere quello che più ci fa bene vedere. Forse perché effettivamente stiamo così male, e siamo messi perfino peggio, che basta veramente poco a superarci.

E dov’è che si sta meglio? Ma in Spagna, naturalmente. Terra di mille diritti (sacrosanti, aggiungo) riconosciuti (giustamente, aggiungo) e legittimati. Ci si può perfino sposare tra gay in Spagna. Non è l’unico paese in cui i matrimoni omosessuali sono riconosciuti, naturalmente, ma è quello in cui il dato in questione salta subito all’occhio, chissà mai perché.
E infatti: “Per dire: cos’ha la Spagna più di noi? A parte Messi, intendo. Di sicuro una legge sulla procreazione assistita degna di questo nome, ad esempio. Che non si mette a contare gli ovuli come fossero «gratta e vinci» e permette persino la fecondazione eterologa. Forse ho sbagliato esempio, ma un viaggetto, Barcellona, lo vale comunque. Bocadillo, sangria e fiocco azzurro. O rosa, se sperate che sia femmina e volete chiamarla come vostra madre.”

E’ bella questa visione della Spagna. Il “bocadillo” (come se in Spagna non si mangiassero anche delle meravigliose ‘tapas’, tradizione gastronomica che ci dà tonnellate di polvere, il faut le dire…), la “sangria” (roba da turisti, su riconosciamolo… Oh, mica che gli spagnoli non la bevono, ma sanno di poter bere molte più cose, e, già che ci sono, lo fanno -magari chi va a Barcellona si degusta anche una “copa” di anisetta, di quelle che ti fanno gridare al miracolo-) e… il fiocco azzurro o rosa.
Sembra un pacchetto turistico. E, per certi versi, lo è. E’ triste che sia una comica a segnalarlo. Certo, i matrimoni gay e la fecondazione eterologa sono diritti incontestati in Spagna, ma c’è il rovescio della medaglia, ovvero che le coppie, spagnole o straniere che siano, per avere un figlio, sborsano una barca di quattrini a una sanità di tipo privato che smuove una quantità di denaro incredibile.

Sono i diritti che si trasformano in industria, dove quello della maternità e della paternità non è solo un diritto, ma è anche, e per inciso, un business.
E’ il business del “bimbo in braccio”, che è un’espressione molto infelice e scoraggiante che dovrebbe essere l’equivalente di “chiavi in mano”, solo che non si parla di automobili, ma di bambini, di madri, di padri, di donatrici di ovociti e di donatori di spermatozoi, tutto pronto, tutto subito, basta farsi un giro in Internet per vedere i siti delle cliniche spagnole e i relativi prezzi di fornitura di n. 1 embrione con garanzia di successo, analisi cliniche relative, cure ormonali per le donatrici, accuratamente selezionate, però, perché non ti salti fuori un bambino coi capelli rossi se la futura mamma e il futuro papà sono mori. O biondi. Vale anche per le coppie omosessuali, ça va sans dire.
Barcellona è lì con la sua movida. Fare un figlio sembra facile almeno come andare a bere un cocktail. Un “Mojito”, naturalmente. Perché fa molto “movida”, el ritmo de la noche, salsa, fiesta, vamos a la playa, ma intanto chi non ha i soldi alle libertà degli spagnoli non può accedere e sono tragedie marginali perché non possono essere narrate come postille alle pagine del Corriere della Sera da una attrice comica che si sgonfia con l’Acidophylus.
Perché nella perfetta Milano-da-bere del Corriere, anche un testo suppostamente comico va calibrato su una serie di stereòtipi duri a morire. Mancavano solo “corrida”, “olé”, “una mano en la cintura”, “un movimiento sexy” e “baila guapa”.

Poi è la volta della Svezia: “Riproviamo: cos’ha la Svezia più di noi? Una legge sulla maternità degna di questo nome, giusto per non scomodare solo gli Abba. E infatti il tasso di disoccupazione femminile è più basso di quello maschile e il papà ha l’obbligo (sì, l’obbligo) di prendersi il congedo di paternità. E anche la differenza tra salari maschili e femminili è tra le più basse al mondo. Forse per quello le donne sono più fertili e a Barcellona ci vanno solo a vedere la Sagrada Familia.”
La legge sulla maternità (e sulla paternità, aggiungerei, ma sempre tra parentesi, così anche la Cucciari è contenta) ce l’abbiamo anche noi, e, comunque, sì, in Svezia la legge è senz’altro migliore. Con buona pace degli Abba, dell’Ikea (citata poco dopo), di Filippa Lagerback (lasciata, per fortuna, fuori dai giochi dell’articolo) e di Stieg Larsson (non citato, forse perché non sta bene tirare in ballo le persone defunte).
Quindi sì, possiamo annunciare trionfanti, addobbando festosi i nostri veroni, che in Svezia la maternità è molto ben tutelata. Per chi ci arriva alla maternità, perché la Svezia è uno dei paesi europei con la più alta incidenza di suicidi tra la popolazione femminile. Depressione, pare. Che sommata alla depressione “post-partum” (tanto sempre di maternità si parla) è un cocktail davvero micidiale, altro che “mojito”.
E, si sa, le svedesi non sono tutte Lisbeth Salander.

E in Romania non vogliamo andare? “Cosa ci sarà mai a Bucarest che non si trovi a Roma, la città più bella del mondo? Una legge sul divorzio degna di questo nome, per dire. Mettiamo che il marito ti scaldi, certo, ma meno di una volta. Mettiamo che tu voglia cambiare elettrodomestico e che il medesimo sia d’accordo. In Italia per divorziare servono il pil del Belgio, avvocati acrobatici e soprattutto anni di attesa, che a una certa età valgono sette volte tanto, come gli anni dei cani.”
In Romania, dunque, si divorzia. Se hai un calo della libido, una prostatite o un principio di impotenza, reversibili o no che siano queste patologie, tua moglie può chiedere il divorzio e ottenerlo in tempi rapidi e efficaci.
Bello! Poi magari viene in Italia a fare la badante perché, dopo aver divorziato, non trova lavoro nel suo paese che, guarda caso, ha un tasso di disoccupazione molto preoccupante.

Ma voi fatevi ingravidare pure a Barcellona, prendete il vostro sacrosanto permesso di maternità a Stoccolma e mandate pure a fare in culo il partner a Bucarest. Sarete delle donne perfette.

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Se non ora quando. Ma io non m’indigno a comando

– Conflitto di interessi
– Tentativo di imbavagliare la stampa
– Scuola pubblica ridotta in ginocchio
– Processo breve
– Le mani sulla RAI
– Abolizione dell’IVA agevolata del 10% sulla pay tv via satellite
– Finanziamenti alle scuole cattoliche
– La nomina di Brancher a Ministro della Repubblica
– Assenteismo parlamentare (4623 assenze su 4693 votazioni parlamentari nella XV legislatura) per il Presidente del Consiglio
– Università immobilizzata
– La tassa di un euro sul biglietto del cinema
– Imposta una tantum del 5% sui proventi da evazione fiscale detenuti all’estero
– Scatti di anzianità e progressioni di carriera dei dipendenti pubblici bloccati
– Telefonate alle trasmissioni televisive
– Trattenute sulle voci accessorie allo stipendio per malattia
– Appartenenza del Presidente del Consiglio alla Loggia Massonica P2
– Depenalizzazione del falso in bilancio
– Abolizione dell’imposta su successioni e donazioni per grandi patrimoni
– Legge Cirami sul legittimo sospetto
– L’editto bulgaro contro Enzo Biagi
– Introduzione del condono fiscale ad usum Mediaset
– Lodo Schifani
– Inappellabilità da parte del pubblico ministero per le sole sentenze di proscioglimento (lodo Pecorella)
– Legittimo impedimento
– Legge Bossi-Fini sull’immigrazione
– Mangano e Dell’Utri
– Mara Carfagna Ministro delle Pari Opportunità
– Sandro Bondi Ministro della Cultura
– Silvio Berlusconi Cavaliere dell’Ordine al merito del Lavoro

e oggi si scende in piazza per contestare quattro o cinque zoccole che toglierebbero alle donne italiane la dignità.

Io non mi indigno a comando!
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Una volta qui era tutta Carfagna: il perbenismo delle donne della sinistra

C’è un inutile, ingiustificato, fuori luogo e francamente insopportabile perbenismo moralistico nella sedicente sinistra italiana che, se comincia così (e ha già cominciato malissimo) non andrà da nessuna parte, tanto meno al Governo del Paese.

Ieri sera a "AnnoZero" Nicki Vendola si è addirittura dichiarato infastidito perché Beppe Grillo, in un intervento filmato ha usato parole sconvenienti, ha detto "cazzo", "coglioni", roba così, e non  va mica bene, no davvero, poi non importa se erano parole largamente usate nell’opera di Pierpaolo Pasolini di cui Vendola è (indubbiamente) profondo e valido conoscitore.

Il perbenismo si usa quando non si hanno argomenti di discussione validi per rispondere alle argomentazioni dell’altro.
Siccome l’avversario politico dice cose a cui non si può rispondere (perché, solitamente, corrispondono alla verità) allora lo si accusa di usare parole volgari ("cazzo" e "coglioni" sono indubbiamente dei volgarismi, ovvero parole usate dal volgo, dalla gente), magari di essere spettinato, di non essersi messo la cravatta o di puzzare di sudore.

C’è un particolare sull’uso del perbenismo che mi preoccupa particolarmente e che richiama la mia attenzione, il fatto che sia sempre di più un argomento -o, per meglio dire, uno strumento– usato dalle donne.

Vedo quotidianamente donne che hanno un’intelligenza straordinaria buttarsi in una battaglia di sessismo e di difesa di un burka dei costumi sessuali con un senso acritico che mi fa spavento. Sono donne che sono contro Berlusconi e insistono ad andare contro se stesse, mandando, se possibili, il Paese alla ulteriore e inevitabile paralisi.

Decenni di femminismo sono serviti a capire e ad accettare che il corpo della donna appartiene solo alla donna e a nessun altro.
Erano gli anni dell’"io sono mia", de "l’utero è mio e lo gestisco io!" o "col dito, col dito, l’orgasmo è garantito!!"
Adesso quelle stesse donne scendono in piazza contro Berlusconi e rivendicano un concetto solo apparentemente analogo ma profondamente diverso, quello che "Il mio corpo non è in vendita!"

Cioè, si scende in piazza contro Berlusconi a dire che "il mio corpo non è in vendita"?
La risposta di Berlusconi è fin troppo prevedibile: "E chi se ne frega se il vostro corpo non è in vendita? Io uso il corpo di chi la vende e/o me la dà gratis, che cazzo volete?"
E lì il discorso si chiude. Perché se la donna che protesta rivendica che "io sono mia" o che "il mio corpo non è in vendita" tutte quelle che la dànno a Berlusconi possono legittiamente rispondere "Anch’io sono mia, infatti mi do a chi mi pare!" o "Il mio corpo, invece, è in vendita, faccio la prostituta di alto bordo, non è reato prostituirsi , ho una visione diversa dalla tua del corpo femminile, quindi, se non ti dispiace, scànsati che mi pari!"

Ci si indigna perché qualche zoccoletta, grazie ai propri favori sessuali abbia raggiunto posizioni di riguardo in politica, nello spettacolo e nella vita sociale? Legittimo e sacrosanto, ma quanto meno retorico e banale, perché i favoritismi sulla base di qualsiasi tipo di favore dovrebbero essere fonte di indignazione quotidiana, a cominciare dalla posizione di svantaggio delle donne nel settore lavorativo privato rispetto a un uomo (che non resta incinto, non si ammala, non ti chiede i permessi, non devi pagargli la maternità etc…), dai favoritismi mafiosi e della criminalità organizzata nei confronti di chi distrugge l’ambiente in cui le stesse donne vivono, dai privilegi delle raccomandazioni, per cui c’è chi conosce uno che conosce un altro, che conosce un altro che si impegna a parlare con il potente di turno.

Tanto, alla sera, tutti torniamo a casa a metterci le ciabatte di sempre, a sentirci felici per aver protestato contro questa Puttanopoli e per aver difeso il ruolo del nostro corpo e del nostro essere persone, non lo abbiamo fatto per noi, no, lo abbiamo fatto per i
nostri figli a cui abbiamo appena allungato qualche decina di euro per la ricarica del cellulare,
"è proprio vero che fa bene un po’ di partecipazione" (*), e allora stasera che nessuno ci disturbi perche’ ce li siamo meritati proprio i "Bellissimi" di Rete Quattro!
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Adesso su Repubblica dicono basta anche gli uomini




Quelli di
Repubblica devono avere letto il mio post di ieri.

Si devono essere resi conto che oltre alle donne che dicono basta al puttanesimo di Stato, forse ci sono anche gli uomini che esprimono un po’ di solidarietà nei confronti delle donne e del loro ruolo posto in ridicolo dai comportamenti delle Rubacuori che fanno del loro corpo quello che vogliono e dalla legittimazione di questi modelli.

Fatto sta che da oggi su Repubblica si indignano anche gli uomini.

E in tutta questa corsa all’indignamento coatto non hanno ancora capito che bisogna dire basta alla mania di protagonismo della gente, uomini o donne che siano, che per un clic pubblicato dal sito di Repubblica venderebbero la propria madre.

Magari se continuano a leggere il blog…
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Io sono un uomo e dico basta a Repubblica che pubblica le foto delle donne che dicono basta

Ci sono delle cose di “Repubblica” che proprio non capisco. A dire il vero sono parecchie, ma questa le surclassa tutte.

Sull’edizione on line del quotidiano appare l’ennesima iniziativa stravagante intitolata “Sono una donna e dico basta”.

Consiste nell’inviare a un indirizzo di posta elettronica di “Repubblica” una propria foto (sempre se si è donne, beninteso) con una formula del tipo “Sono una donna e dico basta”. Sono, sempre a sentire il giornale, delle “Prove tecniche di indignazione” per come Berlusconi tratta le donne perché questa visione del ruolo femminile è distorta, perché è l’ora di dire basta all’immagine che Berlusconi, con le sue televisioni, ha contribuito a dare della donna, perché i puttanesimi assortiti che si leggono sui giornali, che si vedono in televisione, degradano la donna fino a farne mero mercimonio.

Quindi, se non ho capito male, per contrastare la logica le donne che si mostrano, bisogna mostrare le donne.

Certo, non fa una grinza, è il solito, sciagurato e malaugurato conformismo dell’anticonformismo. Per cui chi non riesce ad avere uno spazio in TV può assicurarsi, grazie a “Repubblica”, un momento di notorietà sul web. Come quello che va al supermercato, vorrebbe comprarsi una macchina nuova e poi esce con un ventilatore.

Perché “Repubblica” vuole solo foto di donne, fateci caso. Nessun uomo (anche se volesse cedere in assoluta buona fede a uno di quegli attacchi di generosa partecipazione che vanno sotto il nome di “solidarietà” e che, come tali, non dovrebbero soffrire di sessismo) è ammesso a mettersi un post-it sulla bocca, o sul viso, o a pasticciare la propria foto con un programma di trattamento delle immagini, fosse solo per dire “Sono un uomo e dico basta insieme alle donne”.

L’importante è apparire, dunque, magari, con un po’ di fortuna, si potrà sempre trovare qualcuno che ti telefona, ti manda un SMS, o ti spedisce una mail per dirti che “mi sembra di averti vista su Repubblica, eri davvero tu?” e quella che risponde con falsa modestia “ma sì, ho partecipato solo per solidarietà, sai, non me ne frega nulla della notorietà di un momento” (bugia solenne).

Sono le stesse donne che quando tornano a casa accendono la TV sul “Grande Fratello” (che non è un programma intelligente, si sa, ma lo guardo per distrarmi, e poi sugli altri canali non c’è niente -e metterti un DVD no, vero??-) poi battono le mani davanti a “Ballarò” (finalmente una trasmissione imparziale e poi Crozza fa tanto ridere!), si commuovono per Saviano che interviene a un programma di Endemol e votano Partito Democratico che, infatti, non ha mai fatto niente per promuovere una legge sul conflitto di interesse per impedire a Berlusconi di conquistare un potere che non perderà nemmeno con le elezioni anticipate.
Poi alla fine della loro giornata vanno su Facebook.

Io sono un uomo e dico basta a queste iniziative di Repubblica, da “mandateci la vostra foto contro la censura sul web” a “vestitevi tutti con i calzini turchesi”, e sono con quelle donne che agiscono nel più totale anonimato, ogni giorno, che si fanno un culo così, che si svegliano e protestano con la loro vita, che fanno dell’indignazione la propria bandiera interiore, non l’occasione di un clic.

Mia moglie è indubbiamente una di queste. Ma sono certo che tra chi mi legge ce ne sono molte altre. Che sanno perfettamente che il re è nudo e fa parecchio schifo. E non ci voleva la Magistratura di Milano per farcelo capire.
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