Io non firmerò la petizione per l’allontanamento dalla polizia dei responsabili della morte di Federico Aldrovandi

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Screenshot da: www.ilfattoquotidiano.it

Ho seguito con passione, interesse, partecipazione emotiva, commozione e non so dirvi quant’altro (ma voi lo sapete), la vicenda che ha portato alla condanna dei quattro poliziotti definitivamente colpevoli della morte di Federico Aldrovandi.

Mi ha fatto schifo vedere insultata Patrizia Moretti e sentir vomitare a sproposito una serie di epiteti senza senso e senza vergogna.

Ma non posso firmare la petizione on line lanciata dal comitato “Verità per Aldro” e che chiede l’espulsione dei poliziotti colpevoli dalle forze di polizia, proponendo che venga rivista la normativa “in modo che i condannati in via definitiva, anche a meno di 4 anni vengano automaticamente allontanate dalle forze dell’ordine, a cominciare dai quattro poliziotti riconosciuti colpevoli dell’omicidio di Federico”.

Per la cronaca i quattro poliziotti sono stati condannati a tre anni e mezzo. Per due di loro è in corso un’indagine per diffamazione aggravata, e occorrerà vedere se la nuova pena, qualora vengano definitivamente considerati colpevoli, cumulata con la precedente supererà o meno i quattro anni di reclusione.

Non posso firmarla perché:

a) non credo alle petizioni on line in cui un indirizzo IP può aderire più e più volte. Possiamo firmare io e mia moglie, ad esempio, ma, in teoria, potrei inventarmi dieci identità fittizie, tanto ad aprire una casella di posta elettronica, qualora servisse, non ci vuole niente, e se lo facessero in cento, anziché cento firme ce ne sarebbero mille;
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Don Andrea Gallo e l’abitudine di dare del tu ai preti

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Bisogna che lo affermi fortemente, che mi dà dimolta noja una abitudine di stampo puramente neo-cattolico, che è quella di dare del “tu” ai preti.

L’occasione, nemmeno a farlo apposta, me l’ha data il fazismo spinto alle estreme conseguenze dell’ultima (o penultima, sinceramente non lo ricordo) puntata di “Che tempo che fa…” in cui era ospite Don Andrea Gallo.

Potrei dire molte cose sull’umana simpatia che sinceramente non mi viene suscitata dall’ascolto delle parole di Don Andrea Gallo, e sul fatto che non ho mai letto uno solo dei pur copiosi libri che pubblica, per il semplice fatto che non ne sento l’esigenza, ma non è questo il conquibus.

Non sopporto che si arrivi, in una trasmissione televisiva, a legittimare questo amicismo spicciolo, questa falsa confidenza -o, se si vuole, questa confidenza falsata- che la gente pensa di avere con i sacerdoti.

Quand’ero piccino, il parroco di Vada, la seconda località in cui ho vissuto, che si chiamava Don Antonio Vellutini e a cui ho dedicato e spero di poter continuare a dedicare qualche intervento sul blog, lo chiamavano Don Vellutini e tutti gli davano del Lei. “Buonasera Don Vellutini… Don Vellutini, mi volevo confessare… Ho messo incinta la mi’ fidanzata, ci sposa Lei Don Vellutini??”

Già chiamarlo più confidenzialmente “Don Antonio” sembrava uno spregio.

Poi… poi nulla… anzi, i tempi dell’impegno, dell’attivismo, dei gruppi, delle comunità. Ecco, ditemi un po’ voi chi ci ha mai capito qualcosa con le “comunità”… Cosa si mette in comune. E sporattutto, perché? Chi è che regge i fili di certo comunitanismo cattolico ad oltranza per cui uno smette di essere se stesso ed esiste in quanto “membro”? Ma membro perché? E anche qui transeat, sono domande a cui nessuno mi darà mai una risposta.

Ma ecco che questo calderone in cui si mischia tutto e si mette tutto in comune, ci fa perdere di vista il fatto che una volta ai preti si doveva un rispetto almeno formale.
Ora, per carità, non è detto che un prete, solo perché è un prete, non abbia e non conservi ancora degli amici personali. Ma sarà a loro che permetterà di dare del “tu”. Che c’entra tutto questo “Sai, vado a fare gli esercizi spirituali con Andrea (o con Riccardo o con Petronio)” -dove Andrea è Don Andrea, e Riccardo è Don Riccardo e Petronio è Don Petronio-.

Fatto sta che Fazio non ha fatto altro che chiamare “Andrea” un sacerdote come se ci andasse a mangiare la cassoela tutti i giorni. E non è mancato nemmeno il classico riferimento a “Faber”, “Faber” che è Fabrizio De André,