Un giorno da pecora elettrica

Quando si bruciano i libri è segnale di forte o di censura, come è tristemente accaduto nel secolo scorso, o di falsa e spocchiosa saggezza, come accadde per i volumi della biblioteca di Don Chisciotte, messi al rogo dopo un processo sommario per tentare di salvare la mente già malata del povero Chisciano.

Poi ci sono le librerie messe a fuoco. E quando si mette a fuoco una libreria indipendente non è più questione di censura, ma di criminalità organizzata. I libri e le librerie come punto di incontro, come agglomerato umano prima ancora che urbano, fanno paura a chi spaccia. Il sapere porta via clienti alla destrutturazione cerebrale programmata e allora le fiamme, che vengono da sempre viste come purificatrici di una infezione intellettuale che non c’è, fanno il loro dovere, mettendo a rischio la vita di persone innocenti (quelle che abitano nel condominio) e facendo piazza pulita di ogni idea o ideologia possibilmente messa a testo e stampata.

E lo stato? Eh, lo stato non c’era. La libreria “Pecora Elettrica” aveva subìto un precedente attentato, era perfettamente prevedibile che la malavita organizzata avrebbe di nuovo, prima o poi, bussato alla porta e richiesto il conto. Ma non si è fatto nulla per prevenire, anzi, a Centocelle gli sciagurati incendiari hanno avuto vita facile e via libera perché tanto dei libri non importa un fico secco a nessuno. Ma che si aspetta, che ci scappi il morto? Mentre ci facciamo queste domande scontate, dalla risposta che dovrebbe essere anch’essa scontata (ma che non arriva mai da chi dovrebbe arrivare), la cultura, la voglia di incontrarsi per prendere un caffè, dare un’occhiata all’ultima novità uscita, vanno a farsi benedire. Non sono solo carta, sono valori. E’ memoria, è tempo. E’ quello che possiamo trasmettere ai nostri figli. E’ quello che non passa mentre tutto va.

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