Marco Cappato assolto dall’accusa di aiuto al suicidio di DJ Fabo

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Apprendo in questo momento che Marco Cappato è stato assolto dalle accuse a lui ascritte perché il fatto non sussiste in merito all’aiuto al suicidio per avere accompagnato Fabiano Antonini, in arte DJ Fabo, a morire in una clinica svizzera.

Un forte abbraccio a Marco Cappato per essere riuscito ad affermare il primato della vita del diritto e del diritto alla vita.

La sentenza della Consulta sul caso Cappato: da oggi siamo davvero tutti più liberi

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La notizia a quest’ora non è più una notizia. Le implicazioni della sentenza della Consulta sul processo a carico di Marco Cappato sì. Finalmente la Corte Costituzionale ha stabilito che, con determinati paletti, aiutare qualcuno a realizzare il suo proposito suicida, quando sia affetto da una patologia irreversibile che renda indegne le sue condizioni di vita, non solo è possibile, ma addirittura non costituisce reato ai sensi del famigerato articolo 580 del Codice Penale, pensato e redatto negli anni ’30 e mai scalfito da una qualche disposizione di legge successiva. C’è voluta la Corte Costituzionale, dunque, per riempire una parte della voragine che costituiva il vulnus lasciato incolmato da un Parlamento inerte e da interessi di partito e di parte trasversali a tutto l’arco parlamentare. I cattolici e i benpensanti dicano quello che vogliono: da oggi siamo tutti, ma veramente tutti (anche coloro che di questa sentenza non faranno mai uso, che sono la maggioranza) più liberi di autodeterminare il nostro “fine vita”. E’ la sconfitta della politica nel senso più bieco del termine, che non ha saputo o voluto, nell’arco di un anno, redigere una legge che esimesse la Consulta dal dare il suo parere su una materia così sensibile e delicata, è la sconfitta di tutti coloro che nelle ultime ore hanno tirato per la giacchetta la Corte Costituzionale pregandola di dare un tempo più lungo al Parlamento per decidere in materia. E’, invece, il trionfo dello Stato di diritto e della disobbedienza civile, dello sforzo di tante persone umili e determinate (penso a Beppino Englaro e Mina Welby, alla compagna di DJFabo, senza voler omettere nessuno), della libertà del singolo di autodeterminarsi, del trionfo della Costituzione italiana sui particolarismi e sulle divisioni della società. Restano le parole del comunicato stampa della Consulta che recitava:“La Corte  ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Tutto il resto, come le mie, sono opinioni. Legittime, liberamente esprimibili, ma pur sempre opinioni. Ma lasciateci respirare questo sorso d’aria pura finché c’è.

La telefonata del Senato alla Consulta

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Ricapitoliamo: nel febbraio 2017 Marco Cappato accompagna Fabiano Antoniani detto Dj Fabo, non vedente, tetraplegico, da Milano a Zurigo, presso la clinica Dignitas, dove si pratica il suicidio assistito, per l’ottenimento della morte volontaria, a seguito dell’insostenibilità della sua condizione. A seguito della morte di Antoniani, al rientro in Italia Cappato si autodenuncia alla stazione dei carabinieri di Milano, per il reato previsto e punito dall’articolo 580 del Codice Penale. La Procura della Repubblica chiede l’archiviazione, ma il Giudice per le indagini preliminari dispone l’imputazione coatta. Nel corso del procedimento la stessa procura solleva un’eccezione di costituzionalità dell’articolo 580 c.p. “nella parte in cui ancora prevede la punibilità di coloro che agevolano l’eutanasia di un soggetto, malato terminale, che ha compiuto consapevolmente la scelta di procedere all’eutanasia ma non è materialmente in grado di compierla da solo” (virgolettato da Wikipedia). La Corte Costituzionale, nell’ottobre 2018 ha rinviato al 24 settembre 2019 la decisione sul processo Cappato e ha sollecitato il parlamento italiano a legiferare e porre fine al vulnus che afferisce alla delicata materia. Per quanto riguarda l’accusa di istigazione o aiuto al suicidio, Cappato è stato assolto nel merito. Il 24 settembre si avvicina e si apprende, non senza una punta di infantile stupore, che la presidente del Senato Alberti Casellati avrebbe telefonato informalmente alla Consulta “per chiedere più tempo prima della sentenza” (fonte: M5S via “Il Fatto quotidiano”). L’ufficio stampa della presidenza del Senato riferisce che “la telefonata del Presidente del Senato Elisabetta Casellati al Presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi sul tema dell’eutanasia, alla vigilia dell’udienza fissata dalla stessa Corte Costituzionale per il 24 settembre, è stata una comunicazione meramente informale sullo stato delle iniziative legislative depositate in Senato, così come concordato in sede di conferenza dei capigruppo.” In realtà, secondo quanto riferisce il quotidiano “Il Manifesto”, in Senato è solo il centro-destra a premere fortemente per avere più tempo per varare in pochi giorni una legge sul fine vita, che non è stata articolata nel giro di un anno. Cappato ha reagito così: «Questa telefonata, formale o informale che sia, è una forma di abuso di potere, una pressione esercitata, su richiesta di alcuni partiti politici, dalla presidente del Senato sul massimo organo di garanzia costituzionale. Poiché il presidente della Consulta non è un esponente politico, non può difendersi pubblicamente dall’evidente attacco di non rispettare il Parlamento. A questo punto intervenga il presidente Mattarella». C’è un cittadino italiano che rischia da 5 a 12 anni di carcere e che ha diritto al suo giusto processo, alla certezza del diritto e al diritto alla vita. Il suo procedimento, già così delicato, non può essere fermato o rinviato per l’inefficienza delle nostre istituzioni. La Corte Costituzionale si pronunci con serenità e apra la strada a una interpretazione chiara e non equivoca sulla legittimità costituzionale del dettato dell’articolo 580 c.p. E, soprattutto, che nessuno si metta in mezzo.

Marco Cappato: la giustizia in sospeso

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Il Palazzo della Consulta - foto tratta da Wikipedia -
Il Palazzo della Consulta – foto tratta da Wikipedia –

Tutti sono soddisfatti della decisione salomonica della Corte Costituzionale di rimandare al 24 settembre 2019 la decisione sulla costituzionalità dell’articolo 580 del Codice Penale in materia di aiuto al suicidio, decisione che sbloccherebbe, in un modo o nell’altro, il processo a carico di Marco Cappato per la morte di DJ Fabo e di rinviare al Parlamento il compito di riempire il vuoto legislativo esistente. Tutti soddisfatti, dicevo, perfino lo stesso Cappato. Tutti contenti, tutti felici. Tranne me.

Per l’amor di Dio, non è che la mia opinione sia determinante e fondante nella questione, ma trovo che si stia prolungando oltre ogni ragionevole attesa questo stillicidio e questa cottura sulla graticola di Cappato e dei diritti fondamentali alla vita e alla vita del diritto. Dai giudici di merito di primo grado del processo la palla è stata passata alla Consulta che ora la rilancia (“verticalizzando l’area di rigore”, direbbe un altro Poeta) al Parlamento che dovrebbe produrre un assist formidabile e insaccarla in porta di testa, producendo un testo di legge che colmi tutti i vuoti legislativi esistenti, cosa che questa maggioranza disgraziata giallo-verde non farà mai.

Rimaniamo ancora un anno col vuoto. La Consulta è stata cronometrica nel fissare la data della sentenza di merito che poteva dare già ieri e colmare quel vulnus che tanti additano e liberare Marco Cappato dalla spada di Damocle del dubbio. Tra una sentenza favorevole della Consulta e il suo processo, infatti, ci sono 15 anni di galera. E sono dati su cui non si scherza, o si scherza pochissimo.

La montagna ha partorito il topolino dell’attesa. E chissà il Parlamento quale non-pasticcio combinerà.

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Mimmo Lucano arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina

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Foto tratta da www.repubblica.it
Foto tratta da www.repubblica.it

Il sindaco di Riace Domenico Lucano (detto Mimmo) è stato arrestato ieri e posto ai domiciliari con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e, secondo quanto scrive Annalisa Camilli su “Internazionale”, di affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti.

Il giudice per le indagini preliminari, pur accettando la richiesta di arresti domiciliari per Lucano, ha pesantemente criticato l’impianto accusatorio parlando di “congetture, errori procedurali grossolani, inesattezze”. Cadute le altre pesanti accuse a carico di Lucano, dall’associazione a delinquere alla truffa aggravata, dal falso al concorso in corruzione, dall’abuso d’ufficio alla malversazione. Il procedimento, insomma, si sgretola. Ma Lucano, che è noto in tutto il mondo per il modello virtuoso di accoglienza dei richiedenti asilo a Riace, resta indagato, pare, per aver favorito ed accelerato la permanenza in Italia di alcune ragazze attraverso matrimoni di comodo. Non si sa bene di che cosa si stia parlando, ma tant’è.

Sui social la battaglia è serratissima. Al ritmo di hashtag come #arrestatecitutti, il popolo della sinistra si stringe intorno al sindaco Lucano e rivendica il diritto di non essere arrestati per il reato di umanità. Salvini e la Boldrini, dal canto loro, fanno la solita scaramuccia via Twitter. Ma quello che colpisce di più è che questa sinistra un po’ di maniera e incurante dello stato di diritto, protesta come se non ci fosse una legge, come se Mimmo Lucano non sia stato arrestato su disposizione di un giudice terzo (e vorrei anche vedere che fosse vero il contrario), come se non ci fossero degli estremi di ipotesi di reato (che dovranno essere discussi, verificati, vagliati, ed eventualmente confermati o stralciati), come se il bene debba travalicare il confine del legalmente consentito ad ogni costo. Il che può essere anche vero. Gandhi fece della disobbedienza una bandiera e un vessillo indelebili. Ma andò anche in carcere. Marco Cappato ha aiutato a morire DJ Fabo, ma adesso sta attendendo il pronunciamento della Corte Costituzionale per vedere se deve continuare o no a rischiare 14 anni di galera. E quindi, per quanto io possa essere solidale con Lucano, non trovo nulla di strano nel fatto che sia stato indagato, sia pure per aver aiutato degli immigrati ad avere una vita un po’ più degna di essere vissuta, qui in Italia, combinando (udite udite) nientemeno che dei matrimoni di comodo, per permettere a qualcuno di accelerare le pratiche per la cittadinanza o comunque migliorare il proprio tenore di vita qui.

Si può delinquere anche a fin di bene. O per dimostrare l’incongruità della legge. Come faceva Pannella quando cedeva piccole dosi di sostanza psicotropa per essere arrestato, sottolineando l’abnormità del provvedimento. Però poi le conseguenze si pagano comunque.

E poi, gli arresti domiciliari sono solo delle misure di tipo cautelare. Non sono gli effetti di una condanna nel merito. Io sono convinto che Mimmo Lucano si possa e si debba difendere in tutte le sedi che gli sono consentite e a cui ha accesso. E’ un uomo onesto (anche se è vero che gli uomini onesti possono incappare nelle maglie della legge penale, non sarebbe il solo e non sarebbe il primo), ha fatto tanto bene per la sua comunità ed è sotto una inchiesta che ha dimostrato molti punti critici. Al di là di questo si difenderà in tre gradi di giudizio e allora staremo a vedere se è colpevole o innocente. Ma in Italia non si manda in galera la solidarietà. Si perseguono episodi specifici.

Almeno in questo lasciateci ancora credere.

Massimo Corsaro a Emanuele Fiano: “le sopracciglia le porta per coprire i segni della circoncisione”

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E’ una storia di ordinario parlamento. Massimo Corsaro, Gruppo Misto, manda un commento via Facebook con cui ha insultato ed attaccato il deputato del PD Emanuele Fiano, reo di essere il primo firmatario di una proposta di legge che tende a (re)introdurre i reati di apologia di fascismo (come il saluto romano, ad esempio), una delle poche cose buone che stia facendo il PD -e dàgli e dàgli ci è riuscito- fino ad ora. Il commento recita: “Che poi, le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione…” ed è un chiaro riferimento all’appartenenza culturale e religiosa di Fiano.

Ora, e qui non ci son storie, l’insulto al credo (religioso, filosofico, morale, culturale o politico) inteso ad attaccare la persona è sempre da condannare, proprio perché esula dalle questioni di merito e va a finire su caratteristiche della persona che nulla o quasi dovrebbero avere a che fare con la discussione, ammesso che di discussione, a questo punto, si possa parlare.

Poi se ne esce Renzi tutto pomposo con un tweet in cui lancia l’hashtag #iostoconlele chiedendo contemporaneamente le dimissioni di Corsaro (dimissioni che, naturalmente, sa già che non potrà mai ottenere): da qui la tendenza modaiola-piddina dell’emulazione l’ha fatta da padrona. Tutti i pezzi grossi del Partito hanno scritto parole di comprensibile solidarietà, solidarietà che è arrivata anche da personaggi fuori dal PD come lo stesso Marco Cappato, recentemente rinviato a giudizio per l’aiuto al suicidio di Dj Fabo. Bene. Voglio dire, prevedibile ma bene. Un po’ patetica la scia di emulatori del capo che, come il pifferaio di Hammelin, ha tirato fuori lo zufolo e loro a corrergli dietro incantati come tanti topolini al seguito, ma va ancora bene.

Ce ne fosse UNO, dico UNO che abbia chiesto a Emanuele Fiano di fare una cosa semplice e certamente alla sua immediata portata: querelare Massimo Corsaro. Sono tutti e due partlamentari della Repubblica e hanno tutti i mezzi (non solo economici, voglio dire) per poterlo fare. Perché la solidarietà a colpi di hashtag non basta. Non può e non deve bastare. In un contesto in cui si legifera, certe questioni personali vanno risolte a fil di legge, se no è sempre il solito dài, vieni qui, fatti abbracciare, ma com’è successso, oh, ma che cose orribili che ha detto, hai tutta la mia solidarietà, sei un grande, sei un mito, vai avanti così, tè, ciapa sü…

Perché è chiaro, è tutto “raccapricciante”, “doloroso”, “vergognoso”, un “gesto senza scusanti”, “volgare”, “disgustoso”, ma una volta che si è detto e si è stabilito questo che si fa? Benissimo, è solo Emanuele Fiano che può decidere se querelare o no chi l’ha offeso e nessun altro al di fuori di lui è può darsi benissimo che la sua risposta (rispettabile) a tutto questo sia mettersi a lavorare al progetto di legge contro l’apologia di fascismo, magari lontano da tutto questo chiasso che si sta facendo contro la sua persona. Rispettabile, anche se non condivisibile. Ma l’episodio mi ricorda il caso di Laura Boldrini che per rispondere ad alcuni insulti ricevuti su Facebook li mise in prima pagina per mostrare quanto crudele fosse la gente. E sinceramente non vorrei che questa logica perdente avesse a ripetersi. Sarebbe veramente troppo.