La bomba nel processo penale

prescrizione

L’emendamento al decreto sicurezza che blocca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, qualunque sia la sentenza emessa è un vero e proprio mostro giuridico e meriterebbe di essere cancellata dalla faccia della terra, oltre che dalle carte dei sonnacchiosi senatori che non potranno neanche parlarne, perché tanto il Governicchio porrà la questione di fiducia.

Con questo istituto si svilisce prima di tutto un istituto che esiste ed esisteva nel nostro stato di diritto: lo Stato rinuncia a pretendere di risolvere un procedimento quando sia passato un certo lasso di tempo. La prescrizione è una espressione del diritto all’oblio. Dopo un po’ ci si dimentica di un fatto, si rinuncia ad esercitare l’azione penale perché un poveraccio (o un malandrino) non può essere giudicato anni e anni dopo per quello che ha fatto anni e anni prima. E’ probabile che si parli di un’altra persona (in senso stretto), di qualcuno che non si riconosce più e che non ha più nulla a che fare con il reato che ha commesso (ammesso e non concesso che lo abbia veramente commesso). E allora la questione si chiude.

Stoppando i tempi di prescrizione sine die si ledono i diritti di difesa (che può puntare anche sull’eccessiva durata del processo) e si va contro alla prescrizione costituzionale per cui un procedimento penale o civile deve avere una durata ragionevole, perché una volta ottenuta una sentenza di primo grado praticamente moriranno tutti i giudizi di grado superiore (qual è quel Pubblico Ministero o quell’avvocato difensore che in presenza di una sentenza sfavorevole avrà l’ardire di presentare appello in secondo grado o in Cassazione se sa che la prescrizione è sospesa?? A quel punto nessuno dei due avrà più fretta, e in caso di condanna il difensore avrà tutto l’interesse di mantenere così le cose per evitare che il suo cliente vada in galera, e la sentenza resta nel limbo).

E’ una bomba all’interno del processo penale che potrebbe avere effetti di deflagrazione anche molto gravi. Non si sa che cosa voglia fare di preciso questo governo, ma vi assicuro che non è assolutamente niente di buono.

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Alfie è morto

Alfie è morto, po’ero grillo, e questa è l’unica notizia che conta in questa vicenda dagli aspetti marcatamente britannici e squallidi (e non è detto che i due aggettivi debbano essere per forza sinonimi, ma vi lascio la libera interpretazione di quello che ho scritto).

Non metterò la solita sfilza di foto del bambino, che pure abbondano in rete, alla faccia della privacy e dell’oscuramento dell’espressione del viso per impedirne la riconoscibilità, per attirare visitatori e far leva così sulla pietà spicciola di poche persone.

Quello che colpisce è che in Europa (sia pure l’Europa del Brexit, le appartenenze geografiche non dipendono da un referendum, sia chiaro) si possa ancora morire per una miserevole ragion di Stato, che nell’emettere una sentenza, decreta di fatto la fine delle funzioni biologiche di una persona, e che non esista, in quei luoghi, nessuna possibilità di far valere il diritto alla libertà di cura, valido in Italia per ogni cittadino, esercitato dai genitori in caso di individui di minore età.

Lo so che muoiono tanti bambini nel mondo. Di fame, di guerra, di malattie. E lo so che Alfie è un bambino che i soliti cinici vorrebbero definire “fortunato” perché ha avuto dalla sua l’attenzione dei media e l’opinione pubblica di svariati paesi, almeno finché è vissuto, mentre degli altri non parla nessuno. Ma si dà il caso che qui a morire non sia stata solo la cara persona di Alfie, ma la vita del diritto e il diritto alla vita, là dove il diritto è solo ed esclusivamente generatore di morte e si trasforma inevitabilmente in bigottismo di Stato.

E non mi fate parlare oltre, chè oggi mi girano a volano.

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