Bicicletta da sinistra con lo stop!

Giorni fa stavo percorrendo una strada. In macchina.

Siccome era una strada cittadina piuttosto frequentata dai pedoni (nei pressi ci sono un asilo e un ufficio postale), procedevo l-e-n-t-a-m-e-n-t-e. Sì e no 30 Km.orari. Che, voglio dire, se prendi in pieno un bambino a 30 Km. orari son guai, ma anche se vai a finire contro un muro non ti fai certo del bene.

A un certo punto mi sbuca una persona, dalla sinistra, dove c’è uno STOP grande come una casa, in bicicletta.

Mezzo centimetro ed era sotto. Ci ho rimesso tre mesi di vita di spavento. Pazienza, di qualcosa bisogna pur morire.

Ma c’è questo maledettissimo vizio di voler considerare che tanto per le biciclette le regole del codice della strada non valgono. Quindi agli STOP, notoriamente, NON ci si ferma, se c’è un SENSO UNICO lo si prende tranquillamente contromano (“eh, ma io andavo in bicicletta”) e si sale sui marciapiedi perché per strada, si sa, c’è traffico. O perché si fa molto prima. O perché ci se la può prendere con i pedoni scampanellando perché non si scànsano.

Piccole quotidiane prepotenze che ci ostiniamo a chiamare “diritti”.

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I diritti delle donne e il 9 marzo di Geppi Cucciari

E’ il giorno successivo all’otto marzo, quello in cui si fanno bilanci, analisi, riflessioni, previsioni, si esprimono speranze, si pospettano auspìci, il tutto riguardo al tema del “ruolo della donna nella società”, come se le donne avessero un ruolo nella società solo l’otto marzo, come se le donne potessero far sentire la loro voce solo in quella data, come se l’anniversario di una tragedia sia di per sé una festa in cui regalare chicchi di mimosa che hanno ormai perduto ogni odore.

Il “Corriere della Sera”, oggi, pubblica un intervento di Geppi Cucciari. Che non ho mai capito bene chi sia o che cosa faccia nella vita. Cioè, so di per certo che fa l’attrice comica, e che recentemente ha “salvato” lo share della serata finale del Festival di Sanremo, ma mi è sempre sfuggito il motivo della sua popolarità. Non importa, non devo capirlo io, dev’essercene pur uno. Ogni tanto la vedo far pubblicità a uno di questi yogurt che sgonfiano la pancia grazie a un particolare fermento lattico, ma nient’altro.

Diciamo che il suo articolo sul “Corriere” di oggi è quanto di più compiuto io abbia letto o fruito della produzione di questa artista, e tanto sia.

L’articolo si intitola “Buon 9 marzo a tutte (e a tutti)”. Bene, la sfera maschile viene messa tra parentesi. E’ decisamente un buon inizio. Oh, per carità, mi sta benissimo anche essere messo tra parentesi, ma in un clima in cui si invoca tanta parità ed equità di diritti, una bella parentesi è proprio quello che ci vuole.

Il testo non mi entusiasma. E’ una comicità che non mi pare abbia elementi di particolare originalità, quella della Cucciari. E’ uno stile lellacostiano con punte neo-littizzettiane (“Com’è andata, donne? Avete ceduto alle lusinghe della cena con le colleghe, del conto alla romana, dello strip alla californiana? Come avete mostrato il vostro orgoglio uterino? Abbeverandovi di sapere gratuito in un museo, oppure di mojito pagato in un capannone di periferia, magari infilando monete da due euro nella canottiera di uomini dall’incarnato caramellato e muniti di sopracciglia depilate ad ali di gabbiano?”).

Il senso dello scritto ruota intorno al luogo comune (che, in quanto luogo comune, corrisponde a una perfetta verità) del “guarda che democrazia e che diritti hanno all’estero mentre noi in Italia siamo più indietro delle ruote dell’ultimo vagone di un Eurostar”.
Sì, lo sappiamo che all’estero stanno meglio di noi. O, magari, per certi versi, anche peggio. Solo che noi siamo portati a vedere quello che più ci fa bene vedere. Forse perché effettivamente stiamo così male, e siamo messi perfino peggio, che basta veramente poco a superarci.

E dov’è che si sta meglio? Ma in Spagna, naturalmente. Terra di mille diritti (sacrosanti, aggiungo) riconosciuti (giustamente, aggiungo) e legittimati. Ci si può perfino sposare tra gay in Spagna. Non è l’unico paese in cui i matrimoni omosessuali sono riconosciuti, naturalmente, ma è quello in cui il dato in questione salta subito all’occhio, chissà mai perché.
E infatti: “Per dire: cos’ha la Spagna più di noi? A parte Messi, intendo. Di sicuro una legge sulla procreazione assistita degna di questo nome, ad esempio. Che non si mette a contare gli ovuli come fossero «gratta e vinci» e permette persino la fecondazione eterologa. Forse ho sbagliato esempio, ma un viaggetto, Barcellona, lo vale comunque. Bocadillo, sangria e fiocco azzurro. O rosa, se sperate che sia femmina e volete chiamarla come vostra madre.”

E’ bella questa visione della Spagna. Il “bocadillo” (come se in Spagna non si mangiassero anche delle meravigliose ‘tapas’, tradizione gastronomica che ci dà tonnellate di polvere, il faut le dire…), la “sangria” (roba da turisti, su riconosciamolo… Oh, mica che gli spagnoli non la bevono, ma sanno di poter bere molte più cose, e, già che ci sono, lo fanno -magari chi va a Barcellona si degusta anche una “copa” di anisetta, di quelle che ti fanno gridare al miracolo-) e… il fiocco azzurro o rosa.
Sembra un pacchetto turistico. E, per certi versi, lo è. E’ triste che sia una comica a segnalarlo. Certo, i matrimoni gay e la fecondazione eterologa sono diritti incontestati in Spagna, ma c’è il rovescio della medaglia, ovvero che le coppie, spagnole o straniere che siano, per avere un figlio, sborsano una barca di quattrini a una sanità di tipo privato che smuove una quantità di denaro incredibile.

Sono i diritti che si trasformano in industria, dove quello della maternità e della paternità non è solo un diritto, ma è anche, e per inciso, un business.
E’ il business del “bimbo in braccio”, che è un’espressione molto infelice e scoraggiante che dovrebbe essere l’equivalente di “chiavi in mano”, solo che non si parla di automobili, ma di bambini, di madri, di padri, di donatrici di ovociti e di donatori di spermatozoi, tutto pronto, tutto subito, basta farsi un giro in Internet per vedere i siti delle cliniche spagnole e i relativi prezzi di fornitura di n. 1 embrione con garanzia di successo, analisi cliniche relative, cure ormonali per le donatrici, accuratamente selezionate, però, perché non ti salti fuori un bambino coi capelli rossi se la futura mamma e il futuro papà sono mori. O biondi. Vale anche per le coppie omosessuali, ça va sans dire.
Barcellona è lì con la sua movida. Fare un figlio sembra facile almeno come andare a bere un cocktail. Un “Mojito”, naturalmente. Perché fa molto “movida”, el ritmo de la noche, salsa, fiesta, vamos a la playa, ma intanto chi non ha i soldi alle libertà degli spagnoli non può accedere e sono tragedie marginali perché non possono essere narrate come postille alle pagine del Corriere della Sera da una attrice comica che si sgonfia con l’Acidophylus.
Perché nella perfetta Milano-da-bere del Corriere, anche un testo suppostamente comico va calibrato su una serie di stereòtipi duri a morire. Mancavano solo “corrida”, “olé”, “una mano en la cintura”, “un movimiento sexy” e “baila guapa”.

Poi è la volta della Svezia: “Riproviamo: cos’ha la Svezia più di noi? Una legge sulla maternità degna di questo nome, giusto per non scomodare solo gli Abba. E infatti il tasso di disoccupazione femminile è più basso di quello maschile e il papà ha l’obbligo (sì, l’obbligo) di prendersi il congedo di paternità. E anche la differenza tra salari maschili e femminili è tra le più basse al mondo. Forse per quello le donne sono più fertili e a Barcellona ci vanno solo a vedere la Sagrada Familia.”
La legge sulla maternità (e sulla paternità, aggiungerei, ma sempre tra parentesi, così anche la Cucciari è contenta) ce l’abbiamo anche noi, e, comunque, sì, in Svezia la legge è senz’altro migliore. Con buona pace degli Abba, dell’Ikea (citata poco dopo), di Filippa Lagerback (lasciata, per fortuna, fuori dai giochi dell’articolo) e di Stieg Larsson (non citato, forse perché non sta bene tirare in ballo le persone defunte).
Quindi sì, possiamo annunciare trionfanti, addobbando festosi i nostri veroni, che in Svezia la maternità è molto ben tutelata. Per chi ci arriva alla maternità, perché la Svezia è uno dei paesi europei con la più alta incidenza di suicidi tra la popolazione femminile. Depressione, pare. Che sommata alla depressione “post-partum” (tanto sempre di maternità si parla) è un cocktail davvero micidiale, altro che “mojito”.
E, si sa, le svedesi non sono tutte Lisbeth Salander.

E in Romania non vogliamo andare? “Cosa ci sarà mai a Bucarest che non si trovi a Roma, la città più bella del mondo? Una legge sul divorzio degna di questo nome, per dire. Mettiamo che il marito ti scaldi, certo, ma meno di una volta. Mettiamo che tu voglia cambiare elettrodomestico e che il medesimo sia d’accordo. In Italia per divorziare servono il pil del Belgio, avvocati acrobatici e soprattutto anni di attesa, che a una certa età valgono sette volte tanto, come gli anni dei cani.”
In Romania, dunque, si divorzia. Se hai un calo della libido, una prostatite o un principio di impotenza, reversibili o no che siano queste patologie, tua moglie può chiedere il divorzio e ottenerlo in tempi rapidi e efficaci.
Bello! Poi magari viene in Italia a fare la badante perché, dopo aver divorziato, non trova lavoro nel suo paese che, guarda caso, ha un tasso di disoccupazione molto preoccupante.

Ma voi fatevi ingravidare pure a Barcellona, prendete il vostro sacrosanto permesso di maternità a Stoccolma e mandate pure a fare in culo il partner a Bucarest. Sarete delle donne perfette.

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Beppino Englaro: la dignita’ di vivere per la dignita’ di morire

Quest’uomo avrebbe bisogno solo di rispetto e di silenzio.

Ha dedicato una vita a cercare di avere il diritto di compiere la volontà della figlia di non avere una vita vegetativa indegna di essere vissuta e di staccare la spina.

Adesso che la Corte di Cassazione gli ha dato ragione ci si è messa la Camera dei Deputati a decidere di sollevare il problema del conflitto di attribuzioni tra politica e magistratura.

Come se la scelta di morire e di disporre della propria vita come meglio si crede fosse un problema politico e non un diritto individuale.

Quest’uomo è stato massacrato dalla giustizia, dalla politica, dalla Chiesa e nonostante questo continua a dire pochissimo e a dirlo con parole semplici, senza farsi scalfire dalle suore obiettrici di coscienza, e continuando a dire quell oche sta dicendo e dimostrando da anni, e cioè che sua figlia voleva così e così sarà, dicano quel che dicano teologi, giuristi e parlamentari.

Quest’uomo non ne uscirà vivo perché lo braccheranno fino ad annientarlo.
Si è permesso il lusso di disobbedire, la legge gli ha dato ragione e gliela faranno pagare cara per aver scoperto il nervo della legge che non c’è e del Parlamento inadeguato a risolvere la matassa.

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The Needle and the Damage Done (omaggio a Neil Young)

Gli americani hanno un modo curioso di vedere la vita e la morte delle persone.
Negli ultimi giorni si stanno arrovellando il cervello su una questione di tipo squisitamente giuridico, ovvero se l’iniezione letale corrisponda o meno ai criteri costituzionali che siano più o meno di carattere vagamente umanitario.
Insomma, il condannato quando viene ucciso soffre inutilmente (ci sarebbe da meravigliarsi del contrario) e bisogna vedere se questa sofferenza inflitta prima di fargli tirare le cuoia faccia parte o no di quei princìpi di rispetto dei diritti dell’essere umano che ogni stato deve rispettare anche in articulo mortis.
Perché ammazzare le persone va bene, ma farle anche soffrire, questo gli Stati Uniti proprio non lo permettono.
Hanno una mentalità da veterinari, e il governo italiano, naturalmente, le va dietro.
Qualcuno guarda già con interesse all’autocritica fatta dalla Corte di Giustizia, ma non si è ancora reso conto che a essere in discussione è l’istituto del coctail letale (espressione orrenda in cui i media sguazzano più che volentieri), non quello dell’esecuzione capitale.
Chissà quando si accorgeranno che il lettino dell’ultimo supplizio non è ortopedico e che non è giusto far venire anche il mal di schiena al malcapitato negli ultimi secondi della sua esistenza terrena.

A scuola Manzoni non si legge più. O se lo si legge viene propinano in salse quanto mai aberranti e in edizioni commentate dai primi professorucoli trovati per strada. E i ragazzi non lo amano.

Eppure basterebbe l’incipit della “Storia della colonna infame” a rivalutarlo ai nostri occhi. Il cattolico più bigotto d’Italia scriveva queste cose, il cattolico più bigotto degli USA si trastulla con le siringhe e i barbiturici…

Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissmi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile.

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