Magistratura vo’ cercando

toghe-giustizia

E son di nuovo tutti ancora lì a dirci che non dobbiamo perdere la fiducia nella magistratura, che la magistratura non va delegittimata, che è al servizio del paese e che, in $oldoni, ha sempre ragione anche quando sbaglia.

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello della sentenza della Corte di Strasburgo che sanziona l’Italia perché Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Un danno morale per 10.000 euro (briciole, rispetto al danno morale effettivamente patito) e lo spunto per una revisione del processo.

Già, ma com’è che i magistrati di primo grado, di appello e di Cassazione non se ne sono accorti? Non basterebbe questo per creare quanto meno un clima di legittimo sospetto tra l’opinione pubblica e chi aveva il compito di verificare tutte le condizioni di condannabilità di un uomo?? Perché, minchia, c’è una bella differenza tra una condanna e una sentenza che afferma che qualla condanna non doveva essere comminata. E se questa differenza non la vedono i magistrati chi dovrebbe vederla, il pizzicagnolo all’angolo? E’ a loro che ci affidiamo per far andare avanti la giustizia, non vogliamo dire che possano esserci anche delle sentenze diverse e perfino contrapposte, vogliamo solo dire che questo squilibrio non può essere degno di uno stato democratico e di diritto.

Facciamo un salto indietro. Ai tempi di Mani Pulite la magistratura aveva addosso il sacro crisma dell’unzione da parte dell’opinione pubblica con tanto di invito a non fermarsi. E finché a cadere nel pentolone erano i Craxi e i Forlani tutti erano contenti: era uno shakerare in continuazione la classe politica italiana, finché qualche pera marcia non cadeva giù dall’albero.
E la gente voleva che questi magistrati non si fermassero, a tal punto che quando anziché il pezzo grosso, cadeva nel pentolone il pesce piccolo, il pesce piccolo si meravigliava. Del resto lui non faceva politica, ma magari aveva una fabrichètta e dava i dané, sì, insomma, la bustarèla, la stècca, all’assessore del comune di Legnate sul Groppone per beccarsi l’appalto e vedersi assegnati i lavori di ritinteggiatura dei cancelli degli edifici pubblici. E allora cosa vogliono da noi, che non stiam minga a scaldar le sédie, té, ciapa là, l’è propi ‘nsci che va la vita, e alle elezioni successive il voto era per Berlusconi.

Ecco, io son convinto che non è che la gente che ha votato Berlusconi abbia visto in lui una persona capace e politicamente formata, anzi, penso proprio che a quella gente lì della preparazione politica di Berlusconi non gliene potesse fregare una mazza: chi ha votato Berlusconi ha votato un simbolo, quello dell’imprenditore che ha tante ma tante svànziche e che è riuscito a non farsi mai beccare. Alla gente non piaceva Berlusconi, piaceva l’impunità che lui rappresentava.
Riusciva a metterseli tutti nel sacco, lui, e quando non ci riusciva tutto era colpa dei magistrati comunisti, colpevoli di far politica a colpi di sentenze.

Poi un bel dì l’han condannato pure lui e allora, anziché acquistare fiducia nella magistratura la gente ne ha persa ancora di più. Fino ad arrivare al folle che ha sparato al suo giudice.

Senza arrivare ad aberrazioni del genere, basterebbe essere consapevoli del fatto che la magistratura e le sentenze che emette possono essere oggetto di critica come qualunque altro potere o espressione del pensiero e di esercizio della legge al mondo. A qualcuno andrebbe via la voglia di ammazzare, ad altri quella di sentirsi protetti qualunque cosa dicano o facciano.

31 Views

Cassazione: Sallusti definitivamente colpevole. Condannato a 14 mesi di reclusione. Salvo lo Stato di diritto.

La sentenza salomonica della Cassazione ha sancito che quattordici mesi sono una pena congrua e che Sallusti è colpevole.
Non sono state le difese di Travaglio e Di Pietro a salvarlo.
Neanche il tentativo in “extremis” di un decreto d’urgenza che cambiasse le normative sulla diffamazione e eliminasse il carcere dalla comminazione della pena.

Ora Sallusti potrà chiedere le misure alternative alla detenzione in carcere: gli arresti domiciliari o l’affidamento in prova ai servizi sociali. E’ un suo diritto chiederlo, se lo vorrà e, mi permetto di dirlo, un dovere dello Stato concederle.

Una revisione seria della normativa sulla diffamazione non può che passare per il vaglio del Parlamento.

Ma lo Stato di diritto non ammette scorciatoie.

29 Views

La deformazione del Caso Sallusti

Screenshot tratto sal sito web di Rai News 24

Il caso Sallusti si sta trasformando, più che nella discussione, sia pure animata dai tempi che scorrono inesorabili verso il definitivo pronunciamento della Corte di Cassazione, su tematiche imprescindibili e inderogabili per un sistema democratico come quello della libertà di critica e di espressione, nella difesa ad oltranza e ad ogni costa da parte di un movimento politico e giornalistico acriticamente unito, della persona del giornalista Sallusti che, evidentemente, non deve e non può andare in carcere.

Sallusti è stato difeso da tutti. Tutti. Da Travaglio, da “Repubblica” (che non mi sembrano né un giornalista né una testata tradizionalmente “amiche” del direttore del “Giornale” della famiglia Berlusconi), da esponenti del PD che propongono interrogazioni parlamentari, da una nota su Twitter della Presidenza della Repubblica, da Di Pietro che sottolinea l’urgenza di un problema, quella della abnormità della previsione del carcere per il reato di diffamazione, che esisteva e resisteva lì, nel codice penale, da decenni e decenni, senza che nessuno se ne sia mai accorto..

Ieri sera una notizia su RaiNews24: si sarebbero aperte delle trattative per la risoluzione stragiudiziale del caso Sallusti e per giungere alla remissione della querela.

Ora, risolvere in via stragiudiziale un caso di diffamazione è legalmente possibile. Non so se lo sia anche tecnicamente, proprio nel momento in cui il terzo e definitivo grado di giudizio sta per emettere la sentenza, ovvero se ci siano i tempi materiali per farlo. Se sì si tratterebbe di vedere CHI sta cercando questo accordo di risarcimento.
Se lo stanno cercando gli avvocati difensori di Sallusti, assieme ai legali rappresentanti della parte offesa, possono farlo e va bene. Dovrebbe essere, quella della trattativa, una fase delicata che non abbisognerebbe di pubblicità fino al momento in cui non è andata a buon fine, ovvero fino a quando il risarcimento non sarà versato al querelante nelle forme e nei modi che sono stati pattuiti.

Questo va bene. Non è una cosa anomala, anzi, è perfettamente legale. Non ci si difende dalla galera solo nel processo, ma ci si difende anche fuori dal processo, quando è possibile. E in questo caso è possibile.

Quello che invece no, non va bene per niente, è il coro di quanti, senza essere difensori di Sallusti, esternano sull’argomento rilasciando dichiarazioni che, nel migliore dei casi lasciano indifferenti o addirittura pietrificati.

Pasquale Cascella, portavoce del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha scritto su Twitter: «Il presidente naturalmente segue il caso e si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione».
E’ una frase neutra. E, come tale, soggetta a varie interpretazioni.
Cosa vuol dire che il Presidente della Repubblica “segue il caso”? E cosa significa, soprattutto, che “si riserva di acquisire tutti gli atti di valutazione”?
Gli atti di valutazione ci sono già, li ha emessi la magistratura alla fine di due giudizi di merito, al termine dei quali  è stata emessa una condanna, secondo la quale Sallusti dovrà andare -ed è triste- in carcere e con motivazioni già depositate e pubblicate (quindi consultabili da chiunque).
Non mi risulta che per nessun cittadino italiano indagato e/o condannato per diffamazione sia mai stata diramata una nota da parte del portavoce del Quirinale.
Perché quand’anche il cittadino qualunque si rivolgesse al Capo dello Stato ne avrebbe una risposta diplomatica ma vera: “abbia fiducia nel lavoro della magistratura ed eserciti fino in fondo il suo imprescindibile diritto di difesa”. Altro che acquisire “tutti gli elementi utili di valutazione”!

Ora, però, si dà il caso che il cittadino Sallusti sia anche un giornalista (non un blogger, non una persona che abbia in maniera maldestra o sprovveduta offeso l’onore e la reputazione di qualcuno perché mossa da un istinto di rabbia su un forum, su Facebook, su un newsgroup o altrove), e che stia per andare in carcere.
Era stato lo stesso Sallusti a sollecitare un intervento autorevole, con una dichiarazione al TG de “la 7” di Enrico Mentana: “mi preoccupa il silenzio delle alte cariche dello Stato e del governo che presumo, per motivi di antipatia personale o ideologici, non hanno detto nulla su questa vicenda.”
La palla fu presa al balzo dal deputato Mario Adinolfi che ha a sua volta chiesto un intervento del Presidente della Repubblica. A quale gruppo parlamentare è iscritto il deputato Adinolfi? Al Partito Democratico.

Io penso che su questa vicenda non si sia detto nulla a qualunque livello istituzionale e non si dovrebbe dire molto (ma invece si dice fin troppo) per il semplice fatto che chi aveva qualcosa da dire (cioè la magistratura inquirente, il GIP, il GUP prima, e la magistratura giudicante poi) lo ha già detto.
E’ pieno diritto del Presidente della Repubblica esprimere una sua opinione o un suo auspicio in merito.
Ma si fa quello che dice la Magistratura e solo quello che dice la Magistratura, altrimenti lo Stato di diritto va a pallino, si creano cittadini di serie A e di serie B, e il principio cardine che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge finirebbe, di fatto, con l’essere il piede di porco con cui viene scassinato lo stato di diritto.
E, ancora una volta, può il privato cittadino, incriminato per la stessa causa, andare su un TG a diffusione nazionale e meravigliarsi del silenzio delle alte cariche dello Stato e del governo, quando il Governo è un potere dello Stato completamente indipendente dal potere esercitato dai magistrati?
Risposta: no, non può. Perché il privato cittadino non fa notizia. Sallusti sì.

Le sentenze e la loro pericolosità sulla libertà di opinione e di critica (libertà suprema) non sono tali se non fanno notizia. E fanno notizia solo quando riguardano i giornalisti, perché sono loro quelli che hanno il coltello dell’informazione dalla parte del manico.

Sallusti, dunque, potrebbe andare in carcere. Già, ma in Italia non è che si va in carcere così a casaccio, anche se si è stati condannati a 14 mesi di reclusione. Esiste la sospensione condizionale della pena che viene concessa o non concessa, secondo un articolo del Codice Penale, il 133.
Chissà che cosa dirà l’articolo 133 del Codice Penale? Andiamo un pochino a vedere cosa c’è scritto:
“Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’articolo precedente, il giudice deve tenere conto della gravità del reato, desunta:
1) dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione;
2) dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato;
3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.
Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere del colpevole, desunta:
1) dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;
2) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato;
3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato;
4) delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.”

Può darsi, dunque, che Sallusti abbia dei precedenti penali specifici. Non dovrebbe stupire, visto che un direttore di giornale viene chiamato spesso a rispondere delle affermazioni suppostamente diffamatorie da lui scritte e pubblicate direttamente, o come responsabile della testata. E che il cumulo di eventuali condanne con quella che pende in Cassazione  abbia fatto scattare il superamento dei 24 messi, per cui si applicano le misure detentive (carcere, arresti domiciliari o affidamento in prova ai servizi sociali). E’ una ipotesi, non una certezza.
Sallusti in una sua dichiarazione ha affermato “Non ho prece­denti penali” (cfr. Sallusti, “La verità sul mio arresto”, il Giornale, 23/09/2012).
Wikipedia, alla voce “Alessandro Sallusti” scrive: “Il caso ha suscitato l’interesse dell’FNSI in quanto, essendo stato Sallusti precedentemente condannato per un caso simile, dovrà certamente scontare la pena comminata.”
Io non so chi dei due abbia ragione, ma so che delle due l’una.
E’ possibile, dunque, che Sallusti possa reiterare il reato? La sentenza di appello dice di sì, sulla base di quell’obbligo che ha il giudice di valutare la “capacità a delinquere del colpevole”. E’ una motivazione condivisibile? Non è condivisibile?? Certo, le sentenze si possono criticare, ma non dubito che gli avvocati di Sallusti lo abbiano fatto presente in sede di ricorso in Cassazione.

Nel frattempo tutti i difensori di Sallusti trasversali allo schieramento politico costituzionale, e difensori nell’arena dell’opinione pubblica e non nelle aule di giustizia, insistono su un concetto palesemente e consapevolmente falso: il fatto che Sallusti abbia commesso un reato di opinione.

Il primo a scrivere una cosa del genere è Antonio Di Pietro. Ora, Antonio Di Pietro è un ex pubblico ministero. Dovrebbe conoscere, e di fatto conosce a menadito, il Codice Penale. Quindi sa certamente che il reato di diffamazione a mezzo stampa non è un reato di opinione, ma è un reato contro la persona. Fa parte del capo II del titolo che riguarda proprio i reati contro la persona. Non è un’opinione, c’è proprio scritto sul Codice Penale. Basta leggerlo. E Di Pietro lo ha letto mille volte.
Sul suo blog Di Pietro scrive: “Incredibile ma vero, io difendo Sallusti. Nella mia vita mai mi sarei immaginato di dover difendere un giorno Alessandro Sallusti, uno dei capofila del giornalismo berlusconiano, che io reputo il peggior giornalismo che ci sia.” E va beh, accettiamo la captatio benevolentiae voltairiana che caratterizza l’incondizionata adesione alla difesa di Sallusti che non risparmia neanche Di Pietro.
Ma proseguiamo: “Certo, il caso è diverso quando si tratta di persone che non fanno del giornalismo ma solo attività di dossieraggio. Lì non si tratta più di reato d’opinione o di libertà di informazione ma di associazione a delinquere, e quelli sì che in galera ci devono andare. Ma finire in carcere per reati d’opinione quello mai.” Sul fatto che la diffamazione non è un reato di opinione ho già detto. Quanto all’associazione a delinquere, anche qui c’è da dire che si tratta di una condotta che prevede almeno la partecipazione e l’accordo di tre persone, per cui il sensazionalismo evocato da questa ipotesi di reato mi sembra quanto meno fuori luogo.
Qual è la proposta di Di Pietro? “noi dell’Italia dei Valori sul caso Sallusti, non solo abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare a risposta immediata per mercoledì prossimo, ma proponiamo anche una legge per abolire la pena detentiva sic et simpliciter. Se il governo non ritiene di doverlo fare, possiamo farlo noi in commissione Giustizia come sede deliberante e, in ogni caso, può intervenire il capo dello Stato con un provvedimento di grazia”

L’abolizione della pena detentiva non basta. Occorre depenalizzare la diffamazione. Punto.
Non è sufficiente che una persona non rischi più il carcere. Non deve nemmeno rischiare un processo.
Deve essere velocizzato il procedimento civile (anche mediante il tentativo di conciliazione previa già in vigore) e in quella sede deve essere liquidato il danno.
L’Italia dei Valori in questo senso è lontana anni luce dal trovare una risposta soddisfacente all’abnormità della normativa in tema di diffamazione (a mezzo stampa o no che sia), ma, soprattutto, si muove solo quando a rischiare il carcere sono i giornalisti di grandi testate, quando il caso diventa talmente eclatante da non permettere più di perdere tempo nemmeno al politico che ha intrapreso un gran numero di cause contro Sallusti.
La grazia del Capo dello Stato? E’ una soluzione. Intanto dobbiamo vedere se Sallusti andrà in galera o no. Se ci andrà bisognerà vedere anche se sarà disposto a chiederla la grazia. Ma sia chiaro che il provvedimento di grazia non escluderebbe l’eventuale colpevolezza di Sallusti se domani la sua sentenza fosse confermata dalla Cassazione.

Si riformi la diffamazione, dunque, e lo si faccia presto.
Ma non si sottragga al cittadino Sallusti e ai cittadini italiani lo Stato di diritto in corso d’opera.
Sono d’accordo per tutti i provvedimenti consentiti dalla legge per ridare la libertà al cittadino Sallusti (primo fra tutti l’affidamento in prova ai servizi sociali). Non sono d’accordo con l’adozione di provvedimenti che sembrerebbero, questi sì, “ad personam” proprio nel momento in cui da una parte si sta svolgendo una trattativa e dall’altra la Cassazione deve dare il suo sereno parere. 

Aggiornamento delle 19:47:

“Repubblica” riporta la notizia che la trattativa non stia andando a buon fine e che Sallusti rischi seriamente il carcere.

46 Views

Quer pasticciaccio brutto de Via Panorama

Screenshot da ilfattoquotidiano.it

La misura è ormai colma.
Dovrebbe essere davvero l’ora dell’indignazione nei confronti di un sistema informativo becero e logoro di strali, di attacchi, di accuse e di controaccuse che non fanno altro che distogliere l’opinione pubblica dalla verità e dal bene più prezioso di cui si possa disporre, la conoscenza.

“Panorama” ha pubblicato la notizia secondo cui in alcune intercettazioni, non ancora sbobinate né trascritte, riguardanti Nicola Mancino in qualità di testimone, e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (intercettato non come soggetto di indagine, ma è logico che se io telefono o ricevo una telefonata da un soggetto sottoposto a intercettazione o indagine automaticamente sono intercettato anch’io), il Capo dello Stato avrebbe usato espressioni fuori dalle righe nei confronti di Silvio Berlusconi, Antonio Di Pietro (che ha già detto di volercisi fare sopra mezzo bicchiere, beato lui!) e parte della magistratura.

Ora, sicuramente:
a) queste intercettazioni non sono a disposizione delle parti perché, in quanto non ancora trascritte, sono a disposizione solo dei PM e della procura;
b) parrebbe che queste intercettazioni non contengano niente di “penalmente rilevante”. O, almeno, di rilevante ai fini dell’inchiesta per le quali sono state acquisite;
c) negli articoli pubblicati da “Panorama” non c’è traccia di un virgolettato, di un documento riportato, di una frase contenuta nelle intercettazioni di cui si parla, di un documento, fosse anche acquisito in modo illecito (ci sono fior di giornalisti che sono campioni della violazione del segreto istruttorio, lo ha spiegato questa mattina su Radio Tre il direttore di Panorama su “Tutta la città ne parla”). Insomma, non si riportano prove.

Quindi, la prima cosa che si deve fare (che lo faccia “Panorama” o qualsiasi altro quotidiano o periodico) è tirare fuori i documenti. C’è il segreto istruttorio? Benissimo, o i giornalisti lo vìolano, come accennato sopra e se ne assumono la responsabilità, o attendono che quelle intercettazioni diventino pubbliche con la notifica della copia degli atti di indagine alle difese e alle eventuali parti civili.

E’ una notizia non documentata. Non si fa. Non davanti a fatti di tale interesse e rilevanza per la pubblica opinione.

D’altro canto il Quirinale ha scelto, davanti a una notizia non documentata, di esporre una vibrante protesta in una nota in cui si afferma che il Capo dello Stato non è ricattabile. Se da una parte la pubblicazione da parte di “Panorama” appare come una “accusatio manifesta” ma senza prove, la nota del Quirinale sembra una “excusatio non petita” ma senza accuse. Proprio perché l’accusa non è supportata e non si vede il motivo di una autodifesa preventiva, nel momento in cui una stampa scarsamente attenta alle fonti e ai documenti fornisce notizie generiche e non circostanziate.

Comunque sia, non è detto che siccome una notizia non sia documentata non sia anche vera. Voglio dire, tutto quello che si può rimproverare a “Panorama” (e non è poco) è la mancanza di documenti. Ma non il fatto di aver necessariamente pubblicato una notizia falsa solo perché quei documenti sono mancanti. Può essere una notizia frammentaria, incompleta, errata per certi aspetti, ma non necessariamente e obbligatoriamente falsa.

E allora, indipendentemente dal fatto che quelle intercettazioni vadano distrutte o meno (e ci vorrà il parere di un GIP, ovvero la sentenza di un giudice terzo), ma soprattutto indipendentemente dal fatto che contengano o meno fatti penalmente rilevanti, dobbiamo smetterla con questa storia del penalmente rilevante!) se effettivamente Napolitano avesse parlato male di Di Pietro e se quest’ultimo l’avesse presa a ridere bevendoci sopra, non ci sarebbe fatto penalmente rilevante finché non ci fosse una querela da parte della persona offesa. O finché il linguaggio usato fosse l’espressione di una opinione personale, che anche e soprattutto il Capo dello Stato ha diritto ad avere.

Ma “penalmente non rilevante” non significa “eticamente accettabile”.

E allora che l’opinione pubblica sappia. E sappia presto.

33 Views

Luciano Violante: “il reinsorgente populismo italiano”

“(…) Esiste un blocco che fa capo a ‘Il Fatto’, a Grillo e a Di Pietro, che sta reindirizzando il reinsorgente populismo italiano. Quello di Berlusconi attaccava le procure. Questo cerca di avvalersene avendo individuato in quelle istituzioni i soggetti oggi capaci di abbattere il ‘nemico’ e di affermare un presunto nuovo ordine, che non si capisce cosa sia”

(Luciano Violante, La Stampa, 20 agosto 2012)

24 Views

Nichi Vendola e Sinistra e Libertà chiudono a Di Pietro e aprono all’UDC di Casini

Nichi Vendola - Archivio it.wikipedia.it

Nichi Vendola ha saltato l’ostacolo, scaricando Di Pietro e salendo sul carro del Partito Democratico e aprendo verso l’UDC di Casini.

Ora, per carità, Vendola, anche se pluriindagato e non dimissionario, come alcuni suoi colleghi Presidenti di Regione, può allearsi con chi gli pare, non l’avrei votato comunque.

Ma c’è da chiedersi, e c’è da chiederselo davvero, non per caso o per puro diletto, cosa abbiamo a che fare i valori di un movimento come “Sinistra e Libertà” con quelli dell’Unione di Centro.

Gli uni vogliono aprire alle coppie di fatto, gli altri, probabilmente no. Vogliono allargare i temi della famiglia a un contesto più ampio, come, a puro titolo di esempio, le famiglie omosessuali e gli altri no, gli uni sono laici e gli altri no, si ispirano a valori e sentimenti cattolici, gli uni non dovrebbero avere molti contatti con Comunione e Liberazione (o forse sì?) e gli altri invece probabilmente sì.

Perché se si è vendoliani bisogna essere comunisti ma anche un po’ cattolici, omosessuali pasoliniani dichiarati ma anche attenti alle tematiche del cosiddetto “dissenso”.

Spinte e controspinte che andranno al Governo ma non avranno la necessaria coesione interna per governare.

Potevano dircelo prima che volevano evitare l’effetto Grillo!

48 Views

Dichiarazioni estive di Di Pietro e Casini

Antonio Di Pietro e Pieferdinando Casini

Di Pietro ha affermato, in un’intervista al “Fatto Quotidiano” di oggi, che nei confronti di Napolitano “fossi ancora pm chiederei una condanna politica”.

Ipotesi quanto meno bizzarra perché:
a) i pm non chiedono condanne politiche, chiedono condanne tout-court e l’applicazione delle pene relative;
b) Di Pietro non è più un pm per sua scelta;
c) Di Pietro si dimentica che le condanne politiche le può chiedere proprio ora che è un politico.

Al contempo Casini, parlando di Ingroia ha dichiarato: “sicuramente è il giudice più imparziale del mondo, ma io tra le mie mura domestiche ho il diritto di dire quello che penso” e “Se dovessi essere giudicato da Antonio Ingroia avrei qualche preoccupazione in più”.

Ora, il punto è che Ingroia non è un giudice e, come tale, non giudica, ma chiede a un giudice terzo di emettere delle condanne (o anche delle assoluzioni, se del caso).
E Casini, finché non commette reato ha il diritto di dire quello che pensa nonsolo tra le sue mura domestiche, ma anche fuori. Solo che, come tutti, può essere tranquillamete criticato per quello che dice.

Piccoli esempi di politica estiva spicciola.

40 Views

Negata l’autorizzazione all’arresto per Cosentino. Referendum bocciati dalla Corte Costituzionale. Dio e Mammona

Sono queste le giornatine niente male che ti fanno scricchiolare le certezze, gli ideali, le speranze, e ti fanno rendere conto che stiamo vivendo in un Paese senza alcuna possibilità di riscatto, o, peggio ancora, di speranza.

La speranza di poter contare ancora su una oggettiva, effettiva e tangibile separazione dei poteri giudiziario e politico.

La Camera ha negato l’autorizzazione all’arresto nei confronti del Deputato Cosentino. Atto formalmente ineccepibile. Si discute, si dibatte, ci si rimette alla coscienza di ciascuno, si vota, la Camera respinge. Il massimo del rigore, del garantismo, della legalità e della democrazia. Non ci sono dubbi. Con la differenza che se ad essere accusato di quello stesso reato fosse stato un cittadino non eletto alla Camera dei Deputati, a quest’ora sarebbe già in galera da un bel pezzo.
E se è vero, come è vero, che la Camera non deve entrare nel merito dei fatti (per quello ci sono i processi) ma solo valutare se vi sia stato il cosiddetto "fumus persecutionis" da parte dei magistrati inquirenti nei confronti del Deputato Cosentino, ecco che la Camera ha risposto: "sì, quel fumus persecutionis c’è stato".
Perché non c’è altra questione su cui dibattere. Significa, quindi, che ci sarebbe stato un accanimento ingiustificato da parte della Procura di Napoli nei confronti della persona e dell’operato del Cosentino per motivi meramente politici. Questo voto non può essere interpretato in nessun altro modo.
Perché se fosse un voto sull’opportunità che Cosentino debba attendere il processo che lo riguarda da libero o in stato di detenzione non è materia che afferisce alla Camera, ma al Giudice.

Del resto, dall’altra parte la Corte Costituzionale ha detto "no" ai due quesiti referendari sulla legge elettorale definita "porcellum". I promotori si sono comprensibilmente risentiti, e Di Pietro se n’è uscito con la più infelice delle sue esternazioni. Avrebbe potuto dire, per esempio: "Prendiamo atto della sentenza della Consulta, la rispettiamo, e da domani raddoppieremo il nostro impegno affinché il Parlamento discuta una nuova legge elettorale." Mi sembra un discorso più che sensato. Voglio dire, oltre settecentomila cittadini, tra cui io, si sono visti bocciare un quesito referendario che avevano appoggiato, da parte dell’organo competente a dire "sì" o "no" a quei quesiti. Segno che bisogna trovare un’altra strada. Benissimo. Anzi, malissimo, ma così è stato. Invece Di Pietro ha dichiarato che «L’Italia si sta avviando, lentamente ma inesorabilmente verso una pericolosa deriva antidemocratica, ormai manca solo l’olio di ricino».
E chi l’avrebbe mandata questa Italia verso la deriva antidemocratica, di grazia? Gli stessi giudici che Di Pietro ha spesso invocato, da cui ha invitato gli inquisiti a correre per farsi giudicare e assolvere, se uno crede veramente nella propria innocenza, quell’ordine giudiziario di cui lui stesso ha fatto parte, quella mentalità da giustizialismo sommario che deve applicare la legge, ora che l’ha applicata a suo e a nostro sfavore, avrebbe effettuato una scelta politica e non giuridica.
I giudici che fanno politica è un concetto tipico del berlusconismo. Di Pietro l’ha fatto suo. Infatti ha dichiarato: «Quella della Corte non è una scelta giuridica ma politica per fare un piacere al capo dello Stato, alle forze politiche e alla maggioranza trasversale e inciucista che appoggia Monti, una volgarità che rischia di farci diventare un regime»


C’è solo da decidere da che parte stare. Se da quella dell’inquinamento tra politica e magistratura o quella della effettiva separazione e indipendenza dei poteri. Come disse quel Tale non si può servire Dio e Mammona.

Io sto da quella del sospetto.
22 Views

Di Pietro non votera’ il Governo Monti (e la gente non votera’ lui…)

Allora, tanto perché il mio pensiero sia chiaro:

a) Sono favorevole a un governo tecnico a termine (non "di transizione") e di ampia base parlamentare guidato da una personalità di prestigio. Ritengo che questa personalità sia Mario Monti.

b) Ritengo anche che l’opzione Monti sia l’unica percorribile. Ma è anche, si veda il caso, la migliore.

c) Di Pietro che annuncia di non voler votare il prossimo governo Monti commette un’azione insensata e fuori da ogni contesto di ragionevolezza democratica.

Ho già preso (e definitivamente) le distanze da Di Pietro.

A questo punto difendere l’indifendibile è un atteggiamento, se non suicida, almeno autolesionistico, e non è neanche possibile assistere inermi al continuo scempio di congiuntivi.  Quando ho votato Di Pietro l’ho fatto perché c’era bisogno di una persona che facesse, non che parlasse.
Adesso è tornato il momento dell’importanza delle parole, della normalità, di riprenderci ciò che ci eravamo persi.

Se Di Pietro vuole salire sul carroccio leghista e votare con la stessa legge porcellum di cui ha auspicato l’abolizione per via referendaria faccia pure.

E ci dimostri, finalmente, chi sono i veri alleati di Berlusconi.

19 Views

Antonio Di Pietro e il ritorno alla Legge Reale

"Si deve tornare alla Legge Reale. Anzi bisogna fare la ‘legge Reale 2’. Contro atti criminali come quelli di Roma si devono prevedere arresti e fermi obbligatori e riti direttissimi con pene esemplari"
(Antonio Di Pietro – ottobre 2011)

Io sottoscritto Valerio Di Stefano, di professione libero cittadino, dichiaro davanti a lettori di specchiata onestà, così come ritengo quelli del mio blog, di aver votato "Italia dei Valori" alle ultime elezioni politiche e di non volerlo fare mai più a seguito di questa affermazione che, a parere personale -e, dunque, insindacabile- dello scrivente sostituisce lo stato di polizia allo stato di diritto, dimostra tutta la fragilità della politica che non ha altra scelta se non ricorrere alla forza e alle leggi ad circustantiam, e auspico che l’on. Antonio Di Pietro, nominato e non eletto dal popolo, torni a fare il pubblico ministero se è sua intenzione chiedere l’applicazione di pene esemplari. Sempre e comunque io sottoscritto, ricordo all’on. Antonio Di Pietro che la Legge Reale fu sottoposta a quesito referendario abrogativo, purtroppo fallito. Segno che ci fu un movimento di opinione che ritenne di firmare per chiedere l’abrogazione di una legge evidentemente considerata ingiusta, esattamente come lui ha fatto, assieme ad altri, per l’abrogazione dell’attuale legge elettorale.
Ad ogni buon conto, ancora io sottoscritto penso che sia dovere di ogni cittadino sorvegliare e vigilare affinché non già la politica in senso generico, bensì il partito per cui ha votato, agisca secondo la fiducia riposta.
E io sottoscritto medesimo di cui sopra non ho certo votato Italia dei Valori per mettere una pezza alla mancanza di leggi adeguate alla situazione di emergenza di Roma, ma esattamente perché davanti alla legge i criminali di Roma, di Vigevano, di Monteporzio Catone e persino di Rosignano Marittimo vengano trattati esattamente allo stesso modo.

E siccome questa succitata istessa medesima istanza è stata pienamente disattesa con questa esternazione, io comunque sottoscrivente ma soprattutto pensante, licenzio su due piedi l’on. Antonio Di Pietro e la sua compagine politica.

[…ché a scrivere queste cose sono anche soddisfazioni…]
47 Views

Zazzera alla Camera: “Maroni assassino”

Abbiamo una politica che, quando si tratta di esprimere dei contenuti e di entrare nel merito delle questioni fa del suo meglio per abdicare a se stessa.

E’ una tentazione irresistibile, un bisogno primordiale e ineludibile, una necessità intrinseca nel corpo dei nostri politici, come il bisogno di orinare o andare alla buvette a mangiare il supplì.

L’opposizione, o quella che si autodefinisce tale, potrebbe vincere a mani basse le elezioni stasera: basterebbe che la smettesse di parlare di Berlusconi e, soprattutto, che parlasse un linguaggio nuovo, avulso da quello che siamo abituati ad ascoltare. Che so, a un’espressione come “Bunga Bunga” opporne un’altra come “energie rinnovabili”, a “processo breve” opporre, per esempio, “stato etico”, a “giudici comunisti” rispondere con “mandato politico a termine”, a “rientri forzati in Tunisia” non rispondere nemmeno ma parlare di “software open source nelle pubbliche amministrazioni”.

E invece no. E invece a “Roma ladrona” gli eroi dell’Italia dei Valori (sì, perché mettono la parola “valori” nel loro nome) contrappongono un bel “Maroni assassino”. Et voilà, pari e patta, uno a uno e palla al centro.
La Padania non è nemmeno un’espressione geografica e il deputato Zazzera se ne esce che Maroni sarebbe un assassino. Maroni, tutt’al più, ha dato un morso a una caviglia a un poliziotto (perché prima li morde e poi diventa il loro superiore diretto), suvvia, “assassino” addirittura mi sembra un’espressione sprecata.

Mentre la componente leghista afferma con molto autocompiacimento che loro “con il tricolore ci si puliscono il culo”, mentre gridano “Foera da i ball!”

44 Views

Il discorso di Di Pietro alla Camera sulla fiducia a Berlusconi (cosi’ ci capiamo qualcosina tutti)

Devo dire che io non ci ho capito nulla.
Berlusconi che rampognava Fini, Fini che rampognava Di Pietro e poi rampognava Berlusconi facendogli presente di avere già rampognato Di Pietro.
La destra che se ne andava dall’aula goccia a goccia, Fini che parlava sopra a tuttik, Casini che passeggiava e che non sapeva nemmeno lui dove andare, insomma, il testo dell’intervento di Di Pietro è stato coperto dal vociare degli "onorevoli".

Eccolo qui, magari ci capiano qualcosa in più tutto, ammesso di averne voglia, ormai…

—-

Sig. presidente del Consiglio,
Lei è uno spregiudicato illusionista, anzi un pregiudicato illusionista che, anche oggi, ha raccontato un sacco di frottole agli italiani, descrivendo un’Italia che non c’è e proponendo azioni del Governo del tutto inesistenti e lontane dalla realtà.

Fuori da qui c’è un Paese reale che sta morendo di fame, di legalità e di democrazia e Lei è venuto qui in Parlamento a suonarci l’arpa della felicità come fece il suo predecessore Nerone mentre Roma bruciava.
Quella stessa Roma che anche oggi i barbari padani vogliono mandare al rogo, insieme alla bandiera e all’Unità d’Italia.
Sono sedici anni che racconta le stesse frottole, ma le uniche cose che ha saputo fare finora sono una miriade di leggi e provvedimenti per risolvere i suoi guai giudiziari o per sistemare i suoi affari personali.
Al massimo, ha pensato a qualche altro suo amico della cricca, assicurando a lui prebende illecite e impunità parlamentari, proprio come prevede il vangelo della P2, Cosentino, Dell’Utri e compagnia bella docet!
Anzi, no! Un’altra cosa lei è stato ed è bravissimo a fare, e lo ha dimostrato ancora una volta in questi giorni: comprare il consenso dei suoi alleati ed anche dei suoi avversari. I primi pagandoli letteralmente con moneta sonante, con incarichi istituzionali, con candidature e ricandidature di favore; i secondi ricattandoli con sistematiche azioni di dossieraggio e di killeraggio politico di cui lei è maestro.
Sì, perché Lei, sig. Berlusconi è un vero “maestro”: intendo dire un maestro della massoneria deviata, un piduista di primo e lungo corso, un precursore della collusione e della corruzione di Stato.
Anzi di più. Lei è l’inventore di una forma di corruzione di nuovo conio, più moderna e progredita: cambiare le leggi in modo da non far risultare più reato quel che prima lo era e in modo da non rendere più punibili coloro che prima potevano essere condannati.
Questa mattina, Lei si è gonfiato il petto ricordando un nobile principio liberale: “Ad ognuno deve essere consentito fare tutto tranne ciò che è vietato”.
Certo, ma chi, in Europa, ha scritto con il proprio sangue questo tassello di democrazia liberale non pensava affatto che un giorno si sarebbe trovato davanti ad un signorotto locale che avrebbe dichiarato “non vietato” tutto ciò che gli pareva e piaceva a lui e che non era la legge a governare il sistema ma doveva essere Lui a governare la legge.
Lei, sig. Berlusconi, non è un presidente del Consiglio ma è uno “stupratore della democrazia” che, dopo lo stupro, si è fatto una legge, anzi una ventina di leggi ad personam per non rispondere di stupro!
Lei non è, come alcuni l’hanno definito, uno dei tanti tentacoli della piovra.
Lei è la testa della piovra politica che in questi ultimi vent’anni si è appropriata delle istituzioni in modo antidemocratico e criminale per piegarle agli interessi personali suoi e dei suoi complici della setta massonica deviata di cui fa parte.
Lei, oggi, ci ha parlato della volontà del Governo di implementare la lotta alla corruzione, all’evasione fiscale, alla criminalità economica delle cricche.
E che fa si arresta da solo? O ha deciso di prendersi a schiaffi tutte le mattine appena si alza e si guarda allo specchio?
Lei si è impossessato e controlla il sistema bancario e finanziario del Paese.
Lei controlla le nomine degli organi di controllo che dovrebbero controllare il suo operato.
Lei fa il ministro dello Sviluppo Economico e, come tale, prende decisioni a favore del maggior imprenditore italiano, cioè Lei (e dico maggior imprenditore, non migliore come maggiore e non migliore è l’imprenditoria mafiosa).
A Lei non interessa nulla del bene comune perché si è messo a fare politica solo per sfuggire alla giustizia per i misfatti che ha commesso.
Non lo dico solo io. Lo ha detto pure il direttore generale delle sue aziende, Fedele Confalonieri, ammettendo pubblicamente che “se Berlusconi non fosse entrato in politica noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera”.
Lei si è impossessato dell’informazione pubblica e privata e la manipola in modo scientifico e criminale.

Un esempio? La casa di Montecarlo venduta da Alleanza nazionale. Lei e i suoi amici dell’informazione avete fatto finta di scandalizzarvi nell’apprendere che, dietro quella compravendita, c’è una società off-shore situata in un paradiso fiscale.
Ma si guardi allo specchio, imputato Berlusconi: Lei di società off-shore ne ha fatte ben 64 proprio per nascondere i proventi dei suoi reati societari e fiscali e per pagare tangenti ai politici e ai magistrati e lo ha fatto ricorrendo a quell’avvocato inglese David Mills, condannato per essere stato, a sua volta, da lei corrotto per mentire ai giudici e così permetterle di ottenere un’assoluzione comprata a suon di bigliettoni.
Già! Perché la magistratura che Lei ha corrotto: quella a Lei piace.
Invece, non le piace quella che vuole giudicarla per i suoi misfatti, tanto è vero che ora, al primo punto del suo ”vero programma”, quello di cui oggi non ha parlato, c’è la reiterazione del Lodo Alfano, cioè proprio di quella legge che deve assicurarle l’impunità per un reato gravissimo che lei ha commesso: la corruzione di giudici e testimoni.

Solo per questo fatto, Lei non meriterebbe un minuto in più di rappresentare il Governo italiano e se ancora riesce a starci è solo perché compra i voti ricattando quei parlamentari che si rassegnano a vivere vigliaccamente senza onore o senza coraggio!
Questo è il ritratto che noi dell’Italia dei Valori abbiamo di Lei, sig. Berlusconi!
E Lei, oggi, viene a chiederci la fiducia?
Lo chieda, ma non a noi.
Lo chieda a quelli che ha comprato o ricattato.
Lo chieda ai parlamentari di Futuro e Libertà che finalmente si sono resi conto con chi avevano e hanno a che fare ma non trovano, o non hanno ancora trovato, il coraggio di dissociarsi dal macigno immorale che Lei rappresenta.
Lo chieda al presidente Fini che nel suo discorso estivo a Mirabello ha detto esattamente (ed anzi di più) delle cose che sto dicendo io e ancora indugia a staccare la spina, passando, suo malgrado, da vittima a complice delle sue malefatte!
Lo chieda a tutta quella pletora di disperati che in questi giorni ha convocato a casa sua per offrire loro prebende o per minacciare imbarazzanti rivelazioni e che ora , abbagliati da improvvisa ricchezza o intimoriti dai dossieraggi che Lei ha architettato e commissionato, hanno deciso di vendere la loro anima e il loro onore dandole una fiducia che non merita!
Non lo chieda a noi che siamo stati primi a smascherare le sue reali e criminali intenzioni.
35 Views