Magistratura vo’ cercando

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toghe-giustizia

E son di nuovo tutti ancora lì a dirci che non dobbiamo perdere la fiducia nella magistratura, che la magistratura non va delegittimata, che è al servizio del paese e che, in $oldoni, ha sempre ragione anche quando sbaglia.

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello della sentenza della Corte di Strasburgo che sanziona l’Italia perché Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Un danno morale per 10.000 euro (briciole, rispetto al danno morale effettivamente patito) e lo spunto per una revisione del processo.

Già, ma com’è che i magistrati di primo grado, di appello e di Cassazione non se ne sono accorti? Non basterebbe questo per creare quanto meno un clima di legittimo sospetto tra l’opinione pubblica e chi aveva il compito di verificare tutte le condizioni di condannabilità di un uomo?? Perché, minchia, c’è una bella differenza tra una condanna e una sentenza che afferma che qualla condanna non doveva essere comminata. E se questa differenza non la vedono i magistrati chi dovrebbe vederla, il pizzicagnolo all’angolo? E’ a loro che ci affidiamo per far andare avanti la giustizia, non vogliamo dire che possano esserci anche delle sentenze diverse e perfino contrapposte, vogliamo solo dire che questo squilibrio non può essere degno di uno stato democratico e di diritto.
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Cassazione: Sallusti definitivamente colpevole. Condannato a 14 mesi di reclusione. Salvo lo Stato di diritto.

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La sentenza salomonica della Cassazione ha sancito che quattordici mesi sono una pena congrua e che Sallusti è colpevole.
Non sono state le difese di Travaglio e Di Pietro a salvarlo.
Neanche il tentativo in “extremis” di un decreto d’urgenza che cambiasse le normative sulla diffamazione e eliminasse il carcere dalla comminazione della pena.

Ora Sallusti potrà chiedere le misure alternative alla detenzione in carcere: gli arresti domiciliari o l’affidamento in prova ai servizi sociali. E’ un suo diritto chiederlo, se lo vorrà e, mi permetto di dirlo, un dovere dello Stato concederle.

Una revisione seria della normativa sulla diffamazione non può che passare per il vaglio del Parlamento.

Ma lo Stato di diritto non ammette scorciatoie.

La deformazione del Caso Sallusti

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Screenshot tratto sal sito web di Rai News 24

Il caso Sallusti si sta trasformando, più che nella discussione, sia pure animata dai tempi che scorrono inesorabili verso il definitivo pronunciamento della Corte di Cassazione, su tematiche imprescindibili e inderogabili per un sistema democratico come quello della libertà di critica e di espressione, nella difesa ad oltranza e ad ogni costa da parte di un movimento politico e giornalistico acriticamente unito, della persona del giornalista Sallusti che, evidentemente, non deve e non può andare in carcere.

Sallusti è stato difeso da tutti. Tutti. Da Travaglio, da “Repubblica” (che non mi sembrano né un giornalista né una testata tradizionalmente “amiche” del direttore del “Giornale” della famiglia Berlusconi), da esponenti del PD che propongono interrogazioni parlamentari, da una nota su Twitter della Presidenza della Repubblica, da Di Pietro che sottolinea l’urgenza di un problema, quella della abnormità della previsione del carcere per il reato di diffamazione, che esisteva e resisteva lì, nel codice penale, da decenni e decenni, senza che nessuno se ne sia mai accorto..

Ieri sera una notizia su RaiNews24: si sarebbero aperte delle trattative per la risoluzione stragiudiziale del caso Sallusti e per giungere alla remissione della querela.

Ora, risolvere in via stragiudiziale un caso di diffamazione è legalmente possibile. Non so se lo sia anche tecnicamente, proprio nel momento in cui il terzo e definitivo grado di giudizio sta per emettere la sentenza, ovvero se ci siano i tempi materiali per farlo. Se sì si tratterebbe di vedere CHI sta cercando questo accordo di risarcimento.
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Quer pasticciaccio brutto de Via Panorama

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Screenshot da ilfattoquotidiano.it

La misura è ormai colma.
Dovrebbe essere davvero l’ora dell’indignazione nei confronti di un sistema informativo becero e logoro di strali, di attacchi, di accuse e di controaccuse che non fanno altro che distogliere l’opinione pubblica dalla verità e dal bene più prezioso di cui si possa disporre, la conoscenza.

“Panorama” ha pubblicato la notizia secondo cui in alcune intercettazioni, non ancora sbobinate né trascritte, riguardanti Nicola Mancino in qualità di testimone, e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (intercettato non come soggetto di indagine, ma è logico che se io telefono o ricevo una telefonata da un soggetto sottoposto a intercettazione o indagine automaticamente sono intercettato anch’io), il Capo dello Stato avrebbe usato espressioni fuori dalle righe nei confronti di Silvio Berlusconi, Antonio Di Pietro (che ha già detto di volercisi fare sopra mezzo bicchiere, beato lui!) e parte della magistratura.

Ora, sicuramente:
a) queste intercettazioni non sono a disposizione delle parti perché, in quanto non ancora trascritte, sono a disposizione solo dei PM e della procura;
b) parrebbe che queste intercettazioni non contengano niente di “penalmente rilevante”. O, almeno, di rilevante ai fini dell’inchiesta per le quali sono state acquisite;
c) negli articoli pubblicati da “Panorama” non c’è traccia di un virgolettato, di un documento riportato, di una frase contenuta nelle intercettazioni di cui si parla, di un documento, fosse anche acquisito in modo illecito (ci sono fior di giornalisti che sono campioni della violazione del segreto istruttorio, lo ha spiegato questa mattina su Radio Tre il direttore di Panorama su “Tutta la città ne parla”). Insomma, non si riportano prove.
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Luciano Violante: “il reinsorgente populismo italiano”

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“(…) Esiste un blocco che fa capo a ‘Il Fatto’, a Grillo e a Di Pietro, che sta reindirizzando il reinsorgente populismo italiano. Quello di Berlusconi attaccava le procure. Questo cerca di avvalersene avendo individuato in quelle istituzioni i soggetti oggi capaci di abbattere il ‘nemico’ e di affermare un presunto nuovo ordine, che non si capisce cosa sia”

(Luciano Violante, La Stampa, 20 agosto 2012)

Nichi Vendola e Sinistra e Libertà chiudono a Di Pietro e aprono all’UDC di Casini

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Nichi Vendola - Archivio it.wikipedia.it

Nichi Vendola ha saltato l’ostacolo, scaricando Di Pietro e salendo sul carro del Partito Democratico e aprendo verso l’UDC di Casini.

Ora, per carità, Vendola, anche se pluriindagato e non dimissionario, come alcuni suoi colleghi Presidenti di Regione, può allearsi con chi gli pare, non l’avrei votato comunque.

Ma c’è da chiedersi, e c’è da chiederselo davvero, non per caso o per puro diletto, cosa abbiamo a che fare i valori di un movimento come “Sinistra e Libertà” con quelli dell’Unione di Centro.

Gli uni vogliono aprire alle coppie di fatto, gli altri, probabilmente no. Vogliono allargare i temi della famiglia a un contesto più ampio, come, a puro titolo di esempio, le famiglie omosessuali e gli altri no, gli uni sono laici e gli altri no, si ispirano a valori e sentimenti cattolici, gli uni non dovrebbero avere molti contatti con Comunione e Liberazione (o forse sì?) e gli altri invece probabilmente sì.

Perché se si è vendoliani bisogna essere comunisti ma anche un po’ cattolici, omosessuali pasoliniani dichiarati ma anche attenti alle tematiche del cosiddetto “dissenso”.

Spinte e controspinte che andranno al Governo ma non avranno la necessaria coesione interna per governare.

Potevano dircelo prima che volevano evitare l’effetto Grillo!

Dichiarazioni estive di Di Pietro e Casini

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Antonio Di Pietro e Pieferdinando Casini

Di Pietro ha affermato, in un’intervista al “Fatto Quotidiano” di oggi, che nei confronti di Napolitano “fossi ancora pm chiederei una condanna politica”.

Ipotesi quanto meno bizzarra perché:
a) i pm non chiedono condanne politiche, chiedono condanne tout-court e l’applicazione delle pene relative;
b) Di Pietro non è più un pm per sua scelta;
c) Di Pietro si dimentica che le condanne politiche le può chiedere proprio ora che è un politico.

Al contempo Casini, parlando di Ingroia ha dichiarato: “sicuramente è il giudice più imparziale del mondo, ma io tra le mie mura domestiche ho il diritto di dire quello che penso” e “Se dovessi essere giudicato da Antonio Ingroia avrei qualche preoccupazione in più”.

Ora, il punto è che Ingroia non è un giudice e, come tale, non giudica, ma chiede a un giudice terzo di emettere delle condanne (o anche delle assoluzioni, se del caso).
E Casini, finché non commette reato ha il diritto di dire quello che pensa nonsolo tra le sue mura domestiche, ma anche fuori. Solo che, come tutti, può essere tranquillamete criticato per quello che dice.

Piccoli esempi di politica estiva spicciola.

Negata l’autorizzazione all’arresto per Cosentino. Referendum bocciati dalla Corte Costituzionale. Dio e Mammona

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Sono queste le giornatine niente male che ti fanno scricchiolare le certezze, gli ideali, le speranze, e ti fanno rendere conto che stiamo vivendo in un Paese senza alcuna possibilità di riscatto, o, peggio ancora, di speranza.

La speranza di poter contare ancora su una oggettiva, effettiva e tangibile separazione dei poteri giudiziario e politico.

La Camera ha negato l’autorizzazione all’arresto nei confronti del Deputato Cosentino. Atto formalmente ineccepibile. Si discute, si dibatte, ci si rimette alla coscienza di ciascuno, si vota, la Camera respinge. Il massimo del rigore, del garantismo, della legalità e della democrazia. Non ci sono dubbi. Con la differenza che se ad essere accusato di quello stesso reato fosse stato un cittadino non eletto alla Camera dei Deputati, a quest’ora sarebbe già in galera da un bel pezzo.
E se è vero, come è vero, che la Camera non deve entrare nel merito dei fatti (per quello ci sono i processi) ma solo valutare se vi sia stato il cosiddetto "fumus persecutionis" da parte dei magistrati inquirenti nei confronti del Deputato Cosentino, ecco che la Camera ha risposto: "sì, quel fumus persecutionis c’è stato".
Perché non c’è altra questione su cui dibattere. Significa, quindi, che ci sarebbe stato un accanimento ingiustificato da parte della Procura di Napoli nei confronti della persona e dell’operato del Cosentino per motivi meramente politici. Questo voto non può essere interpretato in nessun altro modo.
Perché se fosse un voto sull’opportunità che Cosentino debba attendere il processo che lo riguarda da libero o in stato di detenzione non è materia che afferisce alla Camera, ma al Giudice.

Del resto, dall’altra parte la Corte Costituzionale ha detto "no" ai due quesiti referendari sulla legge elettorale definita "porcellum". I promotori si sono comprensibilmente risentiti, e Di Pietro se n’è uscito con la più infelice delle sue esternazioni. Avrebbe potuto dire, per esempio: "Prendiamo atto della sentenza della Consulta, la rispettiamo, e da domani raddoppieremo il nostro impegno affinché il Parlamento discuta una nuova legge elettorale." Mi sembra un discorso più che sensato. Voglio dire, oltre settecentomila cittadini, tra cui io, si sono visti bocciare un quesito referendario che avevano appoggiato, da parte dell’organo competente a dire "sì" o "no" a quei quesiti. Segno che bisogna trovare un’altra strada. Benissimo. Anzi, malissimo, ma così è stato. Invece Di Pietro ha dichiarato che «L’Italia si sta avviando, lentamente ma inesorabilmente verso una pericolosa deriva antidemocratica, ormai manca solo l’olio di ricino».
E chi l’avrebbe mandata questa Italia verso la deriva antidemocratica, di grazia? Gli stessi giudici che Di Pietro ha spesso invocato, da cui ha invitato gli inquisiti a correre per farsi giudicare e assolvere, se uno crede veramente nella propria innocenza, quell’ordine giudiziario di cui lui stesso ha fatto parte, quella mentalità da giustizialismo sommario che deve applicare la legge, ora che l’ha applicata a suo e a nostro sfavore, avrebbe effettuato una scelta politica e non giuridica.
I giudici che fanno politica è un concetto tipico del berlusconismo. Di Pietro l’ha fatto suo. Infatti ha dichiarato: «Quella della Corte non è una scelta giuridica ma politica per fare un piacere al capo dello Stato, alle forze politiche e alla maggioranza trasversale e inciucista che appoggia Monti, una volgarità che rischia di farci diventare un regime»


C’è solo da decidere da che parte stare. Se da quella dell’inquinamento tra politica e magistratura o quella della effettiva separazione e indipendenza dei poteri. Come disse quel Tale non si può servire Dio e Mammona.

Io sto da quella del sospetto.

Di Pietro non votera’ il Governo Monti (e la gente non votera’ lui…)

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Allora, tanto perché il mio pensiero sia chiaro:

a) Sono favorevole a un governo tecnico a termine (non "di transizione") e di ampia base parlamentare guidato da una personalità di prestigio. Ritengo che questa personalità sia Mario Monti.

b) Ritengo anche che l’opzione Monti sia l’unica percorribile. Ma è anche, si veda il caso, la migliore.

c) Di Pietro che annuncia di non voler votare il prossimo governo Monti commette un’azione insensata e fuori da ogni contesto di ragionevolezza democratica.

Ho già preso (e definitivamente) le distanze da Di Pietro.

A questo punto difendere l’indifendibile è un atteggiamento, se non suicida, almeno autolesionistico, e non è neanche possibile assistere inermi al continuo scempio di congiuntivi.  Quando ho votato Di Pietro l’ho fatto perché c’era bisogno di una persona che facesse, non che parlasse.
Adesso è tornato il momento dell’importanza delle parole, della normalità, di riprenderci ciò che ci eravamo persi.

Se Di Pietro vuole salire sul carroccio leghista e votare con la stessa legge porcellum di cui ha auspicato l’abolizione per via referendaria faccia pure.

E ci dimostri, finalmente, chi sono i veri alleati di Berlusconi.

Antonio Di Pietro e il ritorno alla Legge Reale

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"Si deve tornare alla Legge Reale. Anzi bisogna fare la ‘legge Reale 2’. Contro atti criminali come quelli di Roma si devono prevedere arresti e fermi obbligatori e riti direttissimi con pene esemplari"
(Antonio Di Pietro – ottobre 2011)

Io sottoscritto Valerio Di Stefano, di professione libero cittadino, dichiaro davanti a lettori di specchiata onestà, così come ritengo quelli del mio blog, di aver votato "Italia dei Valori" alle ultime elezioni politiche e di non volerlo fare mai più a seguito di questa affermazione che, a parere personale -e, dunque, insindacabile- dello scrivente sostituisce lo stato di polizia allo stato di diritto, dimostra tutta la fragilità della politica che non ha altra scelta se non ricorrere alla forza e alle leggi ad circustantiam, e auspico che l’on. Antonio Di Pietro, nominato e non eletto dal popolo, torni a fare il pubblico ministero se è sua intenzione chiedere l’applicazione di pene esemplari. Sempre e comunque io sottoscritto, ricordo all’on. Antonio Di Pietro che la Legge Reale fu sottoposta a quesito referendario abrogativo, purtroppo fallito. Segno che ci fu un movimento di opinione che ritenne di firmare per chiedere l’abrogazione di una legge evidentemente considerata ingiusta, esattamente come lui ha fatto, assieme ad altri, per l’abrogazione dell’attuale legge elettorale.
Ad ogni buon conto, ancora io sottoscritto penso che sia dovere di ogni cittadino sorvegliare e vigilare affinché non già la politica in senso generico, bensì il partito per cui ha votato, agisca secondo la fiducia riposta.
E io sottoscritto medesimo di cui sopra non ho certo votato Italia dei Valori per mettere una pezza alla mancanza di leggi adeguate alla situazione di emergenza di Roma, ma esattamente perché davanti alla legge i criminali di Roma, di Vigevano, di Monteporzio Catone e persino di Rosignano Marittimo vengano trattati esattamente allo stesso modo.

E siccome questa succitata istessa medesima istanza è stata pienamente disattesa con questa esternazione, io comunque sottoscrivente ma soprattutto pensante, licenzio su due piedi l’on. Antonio Di Pietro e la sua compagine politica.

[…ché a scrivere queste cose sono anche soddisfazioni…]

Zazzera alla Camera: “Maroni assassino”

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Abbiamo una politica che, quando si tratta di esprimere dei contenuti e di entrare nel merito delle questioni fa del suo meglio per abdicare a se stessa.

E’ una tentazione irresistibile, un bisogno primordiale e ineludibile, una necessità intrinseca nel corpo dei nostri politici, come il bisogno di orinare o andare alla buvette a mangiare il supplì.

L’opposizione, o quella che si autodefinisce tale, potrebbe vincere a mani basse le elezioni stasera: basterebbe che la smettesse di parlare di Berlusconi e, soprattutto, che parlasse un linguaggio nuovo, avulso da quello che siamo abituati ad ascoltare. Che so, a un’espressione come “Bunga Bunga” opporne un’altra come “energie rinnovabili”, a “processo breve” opporre, per esempio, “stato etico”, a “giudici comunisti” rispondere con “mandato politico a termine”, a “rientri forzati in Tunisia” non rispondere nemmeno ma parlare di “software open source nelle pubbliche amministrazioni”.

E invece no. E invece a “Roma ladrona” gli eroi dell’Italia dei Valori (sì, perché mettono la parola “valori” nel loro nome) contrappongono un bel “Maroni assassino”. Et voilà, pari e patta, uno a uno e palla al centro.
La Padania non è nemmeno un’espressione geografica e il deputato Zazzera se ne esce che Maroni sarebbe un assassino. Maroni, tutt’al più, ha dato un morso a una caviglia a un poliziotto (perché prima li morde e poi diventa il loro superiore diretto), suvvia, “assassino” addirittura mi sembra un’espressione sprecata.

Mentre la componente leghista afferma con molto autocompiacimento che loro “con il tricolore ci si puliscono il culo”, mentre gridano “Foera da i ball!”

Il discorso di Di Pietro alla Camera sulla fiducia a Berlusconi (cosi’ ci capiamo qualcosina tutti)

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Devo dire che io non ci ho capito nulla.
Berlusconi che rampognava Fini, Fini che rampognava Di Pietro e poi rampognava Berlusconi facendogli presente di avere già rampognato Di Pietro.
La destra che se ne andava dall’aula goccia a goccia, Fini che parlava sopra a tuttik, Casini che passeggiava e che non sapeva nemmeno lui dove andare, insomma, il testo dell’intervento di Di Pietro è stato coperto dal vociare degli "onorevoli".

Eccolo qui, magari ci capiano qualcosa in più tutto, ammesso di averne voglia, ormai…

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Sig. presidente del Consiglio,
Lei è uno spregiudicato illusionista, anzi un pregiudicato illusionista che, anche oggi, ha raccontato un sacco di frottole agli italiani, descrivendo un’Italia che non c’è e proponendo azioni del Governo del tutto inesistenti e lontane dalla realtà.

Fuori da qui c’è un Paese reale che sta morendo di fame, di legalità e di democrazia e Lei è venuto qui in Parlamento a suonarci l’arpa della felicità come fece il suo predecessore Nerone mentre Roma bruciava.
Quella stessa Roma che anche oggi i barbari padani vogliono mandare al rogo, insieme alla bandiera e all’Unità d’Italia.
Sono sedici anni che racconta le stesse frottole, ma le uniche cose che ha saputo fare finora sono una miriade di leggi e provvedimenti per risolvere i suoi guai giudiziari o per sistemare i suoi affari personali.
Al massimo, ha pensato a qualche altro suo amico della cricca, assicurando a lui prebende illecite e impunità parlamentari, proprio come prevede il vangelo della P2, Cosentino, Dell’Utri e compagnia bella docet!
Anzi, no! Un’altra cosa lei è stato ed è bravissimo a fare, e lo ha dimostrato ancora una volta in questi giorni: comprare il consenso dei suoi alleati ed anche dei suoi avversari. I primi pagandoli letteralmente con moneta sonante, con incarichi istituzionali, con candidature e ricandidature di favore; i secondi ricattandoli con sistematiche azioni di dossieraggio e di killeraggio politico di cui lei è maestro.
Sì, perché Lei, sig. Berlusconi è un vero “maestro”: intendo dire un maestro della massoneria deviata, un piduista di primo e lungo corso, un precursore della collusione e della corruzione di Stato.
Anzi di più. Lei è l’inventore di una forma di corruzione di nuovo conio, più moderna e progredita: cambiare le leggi in modo da non far risultare più reato quel che prima lo era e in modo da non rendere più punibili coloro che prima potevano essere condannati.
Questa mattina, Lei si è gonfiato il petto ricordando un nobile principio liberale: “Ad ognuno deve essere consentito fare tutto tranne ciò che è vietato”.
Certo, ma chi, in Europa, ha scritto con il proprio sangue questo tassello di democrazia liberale non pensava affatto che un giorno si sarebbe trovato davanti ad un signorotto locale che avrebbe dichiarato “non vietato” tutto ciò che gli pareva e piaceva a lui e che non era la legge a governare il sistema ma doveva essere Lui a governare la legge.
Lei, sig. Berlusconi, non è un presidente del Consiglio ma è uno “stupratore della democrazia” che, dopo lo stupro, si è fatto una legge, anzi una ventina di leggi ad personam per non rispondere di stupro!
Lei non è, come alcuni l’hanno definito, uno dei tanti tentacoli della piovra.
Lei è la testa della piovra politica che in questi ultimi vent’anni si è appropriata delle istituzioni in modo antidemocratico e criminale per piegarle agli interessi personali suoi e dei suoi complici della setta massonica deviata di cui fa parte.
Lei, oggi, ci ha parlato della volontà del Governo di implementare la lotta alla corruzione, all’evasione fiscale, alla criminalità economica delle cricche.
E che fa si arresta da solo? O ha deciso di prendersi a schiaffi tutte le mattine appena si alza e si guarda allo specchio?
Lei si è impossessato e controlla il sistema bancario e finanziario del Paese.
Lei controlla le nomine degli organi di controllo che dovrebbero controllare il suo operato.
Lei fa il ministro dello Sviluppo Economico e, come tale, prende decisioni a favore del maggior imprenditore italiano, cioè Lei (e dico maggior imprenditore, non migliore come maggiore e non migliore è l’imprenditoria mafiosa).
A Lei non interessa nulla del bene comune perché si è messo a fare politica solo per sfuggire alla giustizia per i misfatti che ha commesso.
Non lo dico solo io. Lo ha detto pure il direttore generale delle sue aziende, Fedele Confalonieri, ammettendo pubblicamente che “se Berlusconi non fosse entrato in politica noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera”.
Lei si è impossessato dell’informazione pubblica e privata e la manipola in modo scientifico e criminale. Continua a leggere

L’Italia dei Valori (ennesima non opposizione) e il disastro di www.italiadeivalori.be

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Va bene, ho votato "Italia dei Valori" alle ultime elezioni europee e questo non è un mistero per nessuno.

La prossima volta annullerò la scheda. O, semplicemente non andrò a votare.

Perché non posso credere che questa "unica opposizione" sia talmente credulona da pensare che il problema della pubblicazione delle intercettazioni si possa risolvere semplicemente con l’acquisto di domini e spazi web all’estero, come se l’azione del pubblicare dall’Italia e, quindi, di "spedire" dei contenuti oltre frontiera non fosse già di per sé l’illecito che la legge vuol far passare nel nostro sistema giuridico.

Non ci posso credere invece devo arrendermi.

Devo arrendermi all’evidenza che questa gente tutta internet e informazione cada miserevolmente su un concetto così semplice come quello che prevede che se risiedi all’estero e sei all’estero mentre pubblichi una intercettazione sul tuo sito estero, la cosa è legale, mentre se produci un contenuto in Italia e sei il responsabile italiano di un dominio detenuto all’estero (sì, carcerato) rispondi alla legge italiana lo stesso. Come glielo andiamo a spiegare che se si compra un dominio, ad esempio, .cn (Cina) poi non è detto che quel server sia residente per forza in Cina, anzi, magari si trova negli Stati Uniti e che se immetti in rete dei contenuti dall’Italia che vìolino le leggi statunitensi poi ti fanno un culo così?

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L’Italia dei Valori aggira il DDL del Governo sulle intercettazioni (ma non cambia nulla)

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Lo stratagemma di Antonio Di Pietro per aggirare il ddl del Governo sulle intercettazioni, leggendole direttamente in Aula, e consentirne così la pubblicazione, almeno nei resoconti e nei verbali delle aule della Camera e del Senato, è indubbiamente ingegnoso. Si potrebbe dire, e a buon ragione, che "fatta la legge trovato l’inganno", se non fosse che non c’è nulla di ingannevole in quello che i parlamentari dell’IdV si accingono a mettere in atto.

L’inganno, casomai, risiede nella contraddizione per cui costituirebbe un illecito il pubblicare dati già pubblici, ed è quello che costituisce l’aberrazione della norma e della logica contorta che l’ha dettata. Non si tratta soltanto della limitazione del diritto di cronaca in senso strettamente giornalistico, è il divieto di far circolare fatti e documenti che sono di dominio pubblico.

I primi a pagare non saranno i giornalisti, ma la rete. Saranno i blogger coraggiosi e non sorretti da testate di grido, saranno coloro che avranno l’ardire di "passarsi" le informazioni, saranno quanti credono che la conoscenza di un dato o di un fatto ha senso solo se circola nella comunità, e che perde la sua ragion d’essere proprio quando viene relegata a mera nozione personale, "senza più neanche l’illusione del volo", come diceva Gaber.

Tra Costituzione e poteri deviati

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Nell’ambito del 4° Incontro Nazionale dell’Italia dei Valori dal titolo: "L’alternativa di governo" (in programma dal 18 al 20 settembre 2009).

da: Radio Radicale
Licenza: Creative Commons

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Informazione: l’Italia e’ al 74.o posto

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Moderatore: Marco Travaglio (Giornalista). Relatori: Pancho Pardi (Senatore Italia dei Valori); Nicola Tranfaglia (Storico), Vittorio Occorsio (Presidente associazione "Giovani e cultura"), Antonio Di Bella (Direttore del TG3), Concita De Gregorio (Direttrice de l’Unità), Francesca Fornari (Giornalista e vignettista).

Vasto, 18 settembre 2009

da: http://www.radioradicale.it/scheda/287154
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by/2.5/it/

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