Marco Pusceddu inserisce su Facebook la foto di una donna che allatta al seno: bannato per 24 ore

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In un articolo di Arturo Di Corinto su “Repubblica” leggo che un giovane iscritto a Facebook, Marco Pusceddu, ha pubblicato in una pagina a carattere antirazzista una foto di una donna nera che allatta al seno un bambino bianco (probabilmente albino).

Secondo quanto riportato dall’articolista, in una dichiarazione Marco Pusceddu avrebbe chiarito che qualla immagine “serviva da veicolo per parlare di determinate questioni. A distanza di qualche giorno, esattamente il 28 gennario, Facebook rimuove tale immagine e mi blocca l’account per 24 ore”.

Sinceramente non mi pare una cosa così grave. Certo, può destare (ed effettivamente le desta) qualche perplessità il fatto che possa essere classificata come sconveniente, pornografica o, comunque, contraria alle regole di Facebook la immagine di una donna che allatta un bambino al seno, ma il punto è proprio questo, Facebook ha le SUE regole (certo, non chiare, e questo va riconosciuto) e se ti vanno bene ci stai dentro, se non ti piacciono vai fuori.

Internet è piena di luoghi in cui il padrone di casa fa quello che gli pare. Mailing-list, newsgroup, forum, siti web, blog. Io stesso ho censurato l’intervento di un lettore, una volta. Una volta sola ma l’ho fatto. Avevo le mie ragioni. Giuste? Sbagliate?? Non scritte??? Erano le mie.

Pusceddu ha aggiunto: “Il fatto di essere loro ospite come utente non significa che si debba accettare passivamente la loro posizione od andarsene via se non ci piacciono le loro regole.”

No? E perché mai? Non esiste un diritto a stare su Facebook. Non esiste nemmeno un diritto ad avere Facebook. Se, per assurdo, domattina quelli di Facebook si decidessero a staccare la spina ai server e a fare fagotto nessuno potrebbe reclamare alcunché.

E, in fondo, cosa è successo? Che hanno sospeso l’account di un utente per 24 ore. Nulla di irrimediabile, esistono ancora le e-mail, i telefoni cellulari, Twitter, ti puoi aprire un blog…

E invece no, niente, Facebook, Facebook e ancora Facebook. Come se il NON essere su Facebook corrispondesse all’esclusione dalla vita sociale e telematica. Ma non è così.

Pusceddu conclude con: “Ritengo che l’atteggiamento di Facebook sia un’umiliazione per tutte le donne e le mamme, per la società civile in sé stessa. Allattare al seno non è osceno. Una madre che allatta non è pornografia!”

Indubbiamente per la nostra cultura una madre che allatta non è pornografia, ma non esiste soltanto la nostra cultura su Facebook, ne esistono altre che potrebbero restarne turbate (come quella musulmana, ad esempio -e non rispondetemi “Io non credo che un musulmano si scandalizzerebbe per l’immagine di una madre che allatta al seno, prima andate a chiederlo a lui!!-) e, magari, Facebook ha inserito questa tipologia di immagini tra quelle da evitare PROPRIO sulla base di un “eccesso di scrupolo”. E, comunque, sono affari suoi. A meno che non vogliamo negare a Facebook il sacrosanto diritto di stabilire quali sono le regole in casa sua.

Pusceddu proclama una iniziativa di protesta: astenersi dal collegamento a Facebook per tre giorni. Auguri.

Wikipedia potrebbe accedere direttamente agli interventi statali come “servizio pubblico”?

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Un articolo di Arturo Di Corinto, probabilmente scritto per il mensile di Emergencydel gennaio 2012 (ma comunque leggibile qui) pone alcune questioni di interesse a proposito di Wikipedia:

“La domanda da farsi é (…): un ?servizio pubblico? come Wikipedia che rende accessibile a tutti e gratuitamente, il tesoro della conoscenza, ha diritto o no a finanziamenti diretti da parte delle istituzioni?”

La risposta è: certamente no.

In primo luogo perché Wikipedia NON è e NON SVOLGE  un servizio pubblico.

Non è un servizio pubblico -lo stesso autore mette questa espressione tra virgolette- in quanto legata a  una fondazione internazionale con sede negli Stati Uniti, la Wikimedia Foundation INC., che la gestisce come progetto.
A chi andrebbero le sovvenzioni statali? A un ente straniero, perché l’associazione Wikimedia Italia dichiara espressamente di non aver alcun controllo su Wikipediain italiano.
Non svolge un servizio pubblico in quanto un servizio pubblico, per essere tale, dovrebbe avere carattere di imparzialità, pluralismo e scientificità, caratteristiche, queste che, seppur rivendicate, non possono essere assicurate (se non altro per l’assenza di un comitato scientifico che supervisioni le voci che vengono poste on line).

Come contribuente sarei molto contrariato se i soldi che pago in tasse dovessero andare a un simile progetto e non, ad esempio a una biblioteca pubblica.

Per cui, semplicemente, chi vuole Wikipedia continui, per favore, a pagarsela.