David Puente pasticcia con le sentenze della Corte Costituzionale

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C’è molta disinformazione sull’obbligo vaccinale, ma questo lo sapevamo da tempo.

Gira da svariate ere geologiche in rete una citazione di una sentenza della Corte Costituzionale (la dichiarata 308/90) che reciterebbe (erroneamente) quanto segue:

“Non è permesso il sacrificio della salute individuale a vantaggio di quella collettiva. Ciò significa che è sempre fatto salvo il diritto individuale alla salute, anche di fronte al generico interesse collettivo.”

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: quella citazione NON ESISTE in NESSUNA sentenza della Corte Costituzionale. Ma esiste qualcosa di simile nella sentenza n. 307 (e NON 308) del 1990:

“Tale rilievo esige che in nome di esso, e quindi della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato, restando così legittimamente limitata la sua autodeterminazione, a un dato trattamento sanitario, anche se questo importi un rischio specifico, ma non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri. Un corretto bilanciamento fra le due suindicate dimensioni del valore della salute – e lo stesso spirito di solidarietà (da ritenere ovviamente reciproca) fra individuo e collettività che sta a base dell’imposizione del trattamento sanitario – implica il riconoscimento, per il caso che il rischio si avveri, di una protezione ulteriore a favore del soggetto passivo del trattamento. In particolare finirebbe con l’essere sacrificato il contenuto minimale proprio del diritto alla salute a lui garantito, se non gli fosse comunque assicurato, a carico della collettività, e per essa dello Stato che dispone il trattamento obbligatorio, il rimedio di un equo ristoro del danno patito.”

Ciò detto, David Puente, nel maldestro tentativo di debunkare la notizia (ci riesce solo parzialmente, in realtà) in un articolo del 9 marzo 2021, intitolato “Lo stato di emergenza è stato annullato dai tribunali? Il messaggio su WhatsApp che disinforma” (se vi interessa cercàtevelo con Google, io non intendo produrre traffico a beneficio di questa pubblicazione), pubblicato su Open Online, rimanda, attraverso un link, al testo della sentenza 308/90 che nulla ha a che fare con la materia del contendere, visto che la sentenza che ci interessa è la 307 dello stesso anno. Sarebbe bastata una piccola, piccolissima dose di attenzione in più da parte di Puente, per riuscire a trovare il corretto riferimento. Invece no, linka una sentenza che riguarda la legge della Regione Liguria riapprovata il 15 novembre 1989. Cosa ha fatto Puente? Ha preso per buono il riferimento (sbagliato) della sua fonte, ha fatto una ricerca su Google, ha trovato un testo che nulla aveva a che vedere con i suoi parametri, e ha scritto che quella frase NON si trova nella sentenza. Per forza, era la sentenza sbagliata! Se c’è un filo conduttore che ci riporta alla verità delle dinamiche dei fatti, questo è proprio l’errore. Puente voleva dimostrare la falsità di una citazione, ma ha preso per buono il fatto che il riferimento a quella sentenza fosse proprio quello del documento originale. Invece anche quello era sbagliato, e l’errore si è protratto mettendolo vieppiù nei pasticci.

Ma un brivido mi percorre la schiena. Leggendo quello che scrive Puente nel suo articolo apprendo che:

“C’è un’altra sentenza, la 307/1990 che riguarda proprio il tema dei vaccini dove viene dichiarato legittimo l’obbligo vaccinale siccome questo rispetta l’articolo 32 della Costituzione italiana:”

A sostegno della propria tesi, Puente cita una parte della sentenza, la seguente:

“Da ciò si desume che la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 della Costituzione se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacchè è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale.”

Il problema è che Puente cita solo UNA parte (certamente quella che più si confà alla sua linea di pensiero) della logica che sottende al pronunciamento della Consulta. Infatti, proseguendo la lettura nel testo della Corte, si apprende quanto segue:

“Ma si desume soprattutto che un trattamento sanitario può essere imposto solo nella previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario, e pertanto tollerabili.”

Com’è che David Puente “taglia” questa parte fondamentale? Si può imporre un trattamento sanitario SOLO se questo non incide sulla salute del soggetto. Questo è il senso, il nòcciolo, il Kern della questione. Una informazione “monca” di questo particolare è una non-informazione. Di più, appare come un tentativo poco riuscito di piegare a sé un testo di altissimo valore giuridico che concilia le esigenze della collettività ma contempera anche quelle del singolo. Eppure c’è un sacco di gente che dà retta a questi “debunker” che partecipano a trasmissioni televisive e radiofoniche che amplificano il loro pensiero fino a farlo apparire corretto, tanto nella forma quanto nella sostanza.

Da parte mia, con questo, vi è solo la soddisfazione di aver debunkato il debunker ancora una volta. Ma è una magra soddisfazione. Certa gente non cambierà mai. Ma gli conviene?

Opera rivela che il sito del Ministero della Salute ha delle pagine non sicure

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Insomma, metti che tu ti colleghi al sito del Ministero della Salute (che non è questo blog, voglio dire, è un sito istituzionale e di informazione di primario interesse e dovrebbe costituire un servizio per il pubblico di non scarza rilevanza), clicchi su un link (interno!) e Opera ti rimanda il segnale che quel sito NON è sicuro, come ci rimani? Voglio dire, io pago le tasse, che vanno anche a finire nella creazione di siti web dei vari ministeri del Governo italiano, sono un cittadino interessato a ottenere delle informazioni sulla salute pubblica (mica bruscolini!) e ricevo il segnale che quel sito o quella pagina NON sono SICURI?? Chi rilascia il certificato SSL? E come mai io con uno strumento aperto, libero e gratuito alla portata di tutti come WordPress non ho MAI avuto un problema di sicurezza dei contenuti (l’unico problema che ho avuto riguardava la scadenza del certificato che Aruba non mi aveva rinnovato automaticamente per un errore)? E, voglio dire, perché si spendono fior di quattrini nella realizzazione di siti istituzionali che poi dànno problemi di sicurezza, quando possiamo non avere problemi senza spendere niente? The answer, my friend, is blowin’ in the wind.

Il ricatto della punturina

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Io non sono vaccinato.

Davvero, non ho ricevuto nemmeno la prima dose. Non è una scelta politica o ideologica. Ho solo (solo?) avuto, all’età di 20 anni, una reazione importante alla somministrazione di un vaccino antitetanico, un inizio di anafilassi che ha rischiato di portarmi al Creatore. Ma sono ancora qui.

Non sono un no-vax. Non sono nemmeno uno scettico. Sono solo uno che ci tiene alla propria pelle e che prende le sue dovute precauzioni.

Dal 6 agosto, come molti miei “correligionari” (li chiamano così gli idioti di Facebook) non potrò più andare a consumare un caffè a un tavolo interno di un bar, né in piscina, o al cinema, o a teatro.

Ma c’è di più. Sono un insegnante, anche se non amo parlare della mia professione in pubblico. Prendetelo come un dato, questa è la mia professione. Tra qualche tempo, neanche troppo, sarò costretto a vaccinarmi, considerato l’orientamento inequivocabile del governo di rendere obbligatoria la vaccinazione anti Covid-19 per il personale scolastico. Insomma, da una parte rischio di avere ancora delle gravi conseguenze e degli importanti effetti collaterali, dall’altra rischio seriamente il lavoro. Perché non si sa ancora che cosa accadrà a chi, una volta approvato il dispositivo di legge, o insisterà a non volersi vaccinare, o manifesterà la volontà di proseguire sulla sua scelta, ma si parla addirittura di sospensione dal ruolo con il posto rilevato da un precario. Così dovranno pagare due stipendi. Ammesso e non concesso che chi sarà sospeso dal ruolo lo stipendio lo conservi (l’altra ipotesi, remota ma realistica, è quella del licenziamento).

Ed è questa la faccia sconvolgente dell’azione di governo. Se non ti vaccini e non cedi al ricatto della punturina, non lavori più e non puoi accedere neanche ai mezzi di trasporto (altro che caffettuccio al bar!), comunque tu la pensi. “La Costituzione? Eh, beh, la Costituzione, si fa presto a parlare del diritto alla libertà di cura, ma qui ci sono dei giovani che rischiano di contagiare e di essere contagiati, non si può guardare tanto per il sottile.” Già, ma allora perché non impongono l’iniezione anche agli studenti? Non dico ai minori di 12 anni, ma almeno a quelli di età superiore. E perché io, come insegnante, quando ricevo in presenza i genitori, non ho il diritto di richiedere (sono un pubblico ufficiale, posso farlo) il green pass per vedere se sono vaccinati o no? No, questo non è assolutamente previsto, ti vaccini tu, che sarai anche non vaccinato, ma almeno negativo (a meno che non si vogliano mettere in dubbio le risultanze delle analisi cliniche), che non hai mai giocato a racchettoni sulla spiaggia, che non sei mai andato in piazza a fare lo scemo quando l’Italia ha vinto gli Europei, che non fai lo struscio nel centro città per il weekend, che vai sempre in giro con la mascherina anche se non è più prescritto, perché le precauzioni non sono mai troppe, che stai a casa ed esci il meno possibile (essere degli asociali può salvare la vita a volte).

Dicono che bisogna evitare a tutti i costi la DAD a settembre, unica responsabile del disatro totale delle risultanze deludenti delle prove INVALSI, per cui gli alunni non conoscono più l’italiano, non hanno dimestichezza con la matematica e parlano l’inglese come Stanlio e Ollio. Nessuno dice che la DAD ci ha salvato la vita. Nessuno dice che, nonostante la distanza, le difficoltà, le connessioni scolastiche che non ci sono, ci sono alunni e alunne che hanno raggiunto delle eccellenze, testimoniate dai voti attribuiti dal consiglio di classe, perché quando i ragazzi studiano, guarda caso, riescono. Ma per loro fa più una lezione frontale di un sussidio digitale. E’ sempre più efficace scrivere sulla lavagna che invitare gli alunni a cercare una soluzione su internet, fosse anche su quello scempio di Wikipedia. Non ti vaccini perché se no rischi di stare male? Se oltretutto sei favorevole alla DAD te ne puoi andare per strada. Chi ha più bisogno di te? Di te che fino ad ora dovevi compilare il registro elettronico, partecipare ai consigli di classe, ai collegi docenti, ai ricevimenti generali dei genitori, alle riunioni di dipartimento, ai consigli di classe straordinari, agli esami di stato. Di te che il fatto che questi ragazzi non conoscano l’italiano lo sapevi da almeno 20 anni (e dovevi insegnare loro lo spagnolo, figuriamoci un po’, questi non riconoscono un complemento oggetto da un trattori a cingoli, e io devo parlare di “accusativo personale”). Di te che, se non vuoi fare la punturina o hai avuto quello che hai avuto, ora puoi anche andare a chiedere l’elemosina.

Spamming 1: Vaffanculo chiunque tu sia (sì??). I 2.900.000 dollari della signora Diana

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Vaffanculo a te, chiunque tu sia, spammer di merda, che ti fingi una donna o, peggio ancora, lo sei veramente, per mandarmi una mail in cui ti dichiari vedova e affetta da un “pericoloso cancro” (perché le disgrazie non vengono mai sole) nonché costretta su un letto d’ospedale per propormi, con modalità inespresse e comunque incerte, una donazione di 2.900.000 US$ a favore degli emarginati, gli orfani, le vedove, le persone handicappate, attraverso la tua casellina di posta elettronica su Gmail (ma almeno te la chiudessero!), e a me a leggere viene un accidente, non perché io creda minimamente alla veridicità di quello che affermi (chi, in possesso dell’equivalente di 2.900.000 dollari verrebbe proprio a cercare ME per fare della beneficenza? Lo sanno tutti che io sono tirchio, taccagno e avido di denaro) ma perché mi fa schifo il dover pensare che esista al mondo della gente che spende il proprio tempo inventandosi storie strappalacrime sulla pelle di chi il cancro ce l’ha veramente, e non ha da parte neanche un dollaro per sputtanarselo allegramente in chemioterapici. Vaffanculo perché potresti propormi un servizio, un attrezzo per allungare il pene, un accesso a un sito porno, la promessa di arrivare in prima pagina su Google, come fanno tutti gli altri. E invece no, ti ostini a sfruttare la condizione di chi sta male davvero, e allora vaffanculo per la terza volta, speriamo che il cancro ti venga davvero, che ti passi la voglia di inondare la mia casella di posta elettronica con queste immondizie, che “ti chiavassero la moglie tutti i morti delle guerre/e ti nascesse un figlio che assomiglia a Berlinguerre!” (op. cit.), fascio che non sei altro. E la prossima volta le mail fattele tradurre da uno bravo, invece di usare Google Traduttore, che oltretutto si vede!

Saluti mia cara,
Come stai e la tua famiglia.
Sono la signora Diana, una vedova malata che scrive dal letto d’ospedale a causa di un pericoloso cancro e di un ictus che mi ha attaccato. La mia vita non è più garantita, quindi voglio fare questa solenne donazione. Voglio donare $ 2,900.000,00 MILIONI di dollari per aiutare gli orfani, le vedove e le persone handicappate attraverso di te perché non c’è più tempo per me su questa terra. Prendo questa decisione perché non ho figli che erediterà la mia ricchezza dopo la mia morte.

Ho bisogno della tua risposta urgente per maggiori dettagli prima che sia tardi perché le mie condizioni di salute peggiorano ogni giorno.

Sinceramente tuo
La signora Diana.

Diffamazione e Corte Costituzionale: verso l’eliminazione della pena detentiva

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Ci siamo.

La misura del carcere (o, se si preferisce, della detenzione) per il reato di diffamazione a mezzo stampa, così come previsto dal comma 3 dell’articolo 595 del Codice Penale sta per essere spazzata via per sempre. E non si tratta certo di una notizia buona solo per i giornalisti, ma per qualsiasi cittadino.

Purtroppo è una notizia buona solo a metà. Ma andiamo a un anno esatto fa, quando la Corte Costituzionale fu investita della questione, ovvero se sia o no legittima la pena carceraria per coloro che, con il mezzo della pubblicità (vi rientra anche il web), ledano l’onorabilità di un terzo assente. Quello della diffamazione è un reato contro la persona punibile a querela di parte, ma è evidente che i confini non sono così netti, visto che coinvolge anche altri aspetti, quali la libertà di pensiero, di stampa e di parola. Occorreva, quindi, trovare un giusto equilibrio tra gli interessi del diffamato e quelli dell’indagato. La Corte decise, come in altri casi (si veda quello di Marco Cappato) salomonicamente di rinviare al Parlamento la responsabilità di trovare una soluzione legislativa adeguata. Tempo massimo per approvare una legge di riforma della materia, un anno.

E in Parlamento, effettivamente, giacciono ancora dei provvedimenti che non sono mai andati all’approvazione delle rispettive aule, o, se ci sono andati, non hanno mai visto la luce sotto forma di provvedimento di legge effettivo, approvato, controfirmato, pubblicato ed operante.

In breve, che cosa ha fatto il Parlamento per il cittadino (sia esso giornalista o no) che si dovesse ritrovare impigliato nelle maglie della giustizia per un commento di troppo su Facebook, una frase ambigua su un blog, uno sfogo eccessivo nella verbosità, magari dopo un confronto acceso nei confronti di chi non si può difendere (e accade tutti i giorni)? Assolutamente NIENTE. Il Legislatore è stato completamente passivo ed inerte, totalmente inadempiente sulla materia, facendo così trascorrere il tempo inutilmente, tanto che la patata bollente sta per tornare in mano alla stessa Corte Costituzionale.

La quale, con ragionevole certezza, deciderà per l’incostituzionalità della norma, anche sotto la pressione di sentenze di condanna della Corte Europea (si veda, a puro titolo di esempio, il caso Sallusti vs. Italia). Ma, come vi dicevo, non è una bella notizia.

In primo luogo perché è il Parlamento e non la Corte Costituzionale il luogo deputato a questi adempimenti, in secundis perché la Corte, operando motu proprio, non farebbe altro che amputare la normativa, rendendola monca, priva di quella organicità e compiutezza che. pure, sono da aspettarsi quando si tratta di mettere mano a una materia così delicata. E’ come tagliare un braccio, una gamba o un piede a una persona solo perché sono andati in cancrena, e non poter prevedere, se non nel lungo termine, la possibilità dell’impianto di una protesi, o prevedere un periodo riabilitativo. Tolto il carcere, dunque, rimarrebbero le pene pecuniarie (la sola “multa”, che è quella che commina il giudice, non il vigile urbano, quella è la contravvenzione). E le pene pecuniarie che resterebbero, sarebbero ancora troppo esigue per fare da deterrente. Si vocifera di una revisione di queste sanzioni, che andrebbero da 10.000 a 50.000 euro (voglio dire, uno può anche non averli, ma questo è un altro discorso), ma questo non può certo deciderlo la Corte Costituzionale.

Resta immutata la non punibilità di chi querela per motivi assolutamente temerari. In questo modo, e in presenza di pene pecuniarie di particolare rilevanza, chi si sente diffamato può continuare a dare scacco al blogger, al giornalista, al commentatore, intimorendolo, facendogli passare anni di attesa del processo e, soprattutto, senza che debba rifondere le spese legali al malcapitato in caso di soccombenza.

Vi è, senza dubbio, una sproporzione tra pena e comportamento. Ma, ad esempio, non c’è ancora nessun tipo di previsione di rimedi riparatori civilistici, per decongestionare i Tribunali italiani dalle migliaia di cause risarcitorie in tema di diffamazione.

Come si vede, non ci sarà nessun bilanciamento tra gli interessi della libertà di informazione, stampa, opinione e parola e quelli di chi da questi interessi venga ingiustamente leso. Ma sarà comunque un primo passo che cancellerà una normativa vergognosa che qualche giudice fin troppo zelante può sempre applicare a proprio personale arbitrio. La seduta della Corte Costituzionale per decidere sull’intricato tema si terrà il prossimo 22 giugno. Da allora saremo tutti più liberi. O forse anche no.

Il Garante della Privacy ha disposto il blocco dell’app PA-IO

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Il Garante della privacy ha ordinato in via d’urgenza alla società PagoPA di bloccare provvisoriamente alcuni trattamenti di dati effettuati mediante la predetta app che prevedono l’interazione con i servizi di Google e Mixpanel, e che comportano quindi un trasferimento verso Paesi terzi (es. Usa, India, Australia) di dati particolarmente delicati (es. transazioni cashback, strumenti di pagamento, bonus vacanze), effettuato senza che gli utenti ne siano stati adeguatamente informati e abbiano espresso il loro consenso. (Vedere qui)

Ecco il testo del Provvedimento:


Provvedimento correttivo nei confronti di PagoPA sul funzionamento dell’App IO – 9 giugno 2021

Registro dei provvedimenti
n. 230 del 9 giugno 2021

IL GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI

NELLA riunione odierna, alla quale hanno preso parte il prof. Pasquale Stanzione, presidente, la prof.ssa Ginevra Cerrina Feroni, vicepresidente, il dott. Agostino Ghiglia e l’avv. Guido Scorza, componenti, e il cons. Fabio Mattei, segretario generale;

VISTO il Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (Regolamento generale sulla protezione dei dati – di seguito, Regolamento);

VISTO il decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, recante il Codice in materia di protezione dei dati personali (di seguito, Codice);

VISTO l’art. 64-bis del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, (di seguito, CAD), che, al comma 1, prevede le pubbliche amministrazioni “rendono fruibili i propri servizi in rete, in conformità alle Linee guida, tramite il punto di accesso telematico attivato presso la Presidenza del Consiglio dei ministri”;

VISTO l’art. 8, comma 3, del decreto legge 14 dicembre 2018, n. 135, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 febbraio 2019, n. 12, che prevede che, per la progettazione, lo sviluppo, la gestione e l’implementazione del punto di accesso telematico di cui al predetto art. 64-bis del CAD, la Presidenza del Consiglio dei Ministri si avvale della società PagoPA S.p.a., istituita con d.P.C.M. 19 giugno 2019, ai sensi del comma 1 del medesimo art. 8 del d.l. 135/2018 (di seguito, PagoPA o Società);

VISTI lo schema di Linee guida di cui all’art. 64-bis del CAD, trasmesso al Garante dall’Agenzia per l’Italia digitale (di seguito, AgID) per il parere previsto dall’art. 71 del CAD – in una prima versione in corso di aggiornamento – il 3 maggio 2021, e la valutazione di impatto sulla protezione dei dati, trasmessa dalla Società il 26 giugno 2020, relativa alle caratteristiche dei trattamenti illo tempore effettuati, in fase di sperimentazione;

RILEVATO che il predetto punto di accesso telematico è costituito dall’App IO per dispositivi mobili (scaricabile gratuitamente dagli app store di Apple e Google) e dall’insieme dei sistemi e delle componenti tecnologiche messe a disposizione da PagoPA (di seguito, nel loro complesso, Piattaforma IO), ed è integrato con la piattaforma di cui all’art. 5, comma 2, del CAD (c.d. “Piattaforma PagoPA”);

VISTO il provvedimento n. 102 del 12 giugno 2020 (doc. web n. 9367375), con il quale il Garante, oltre a rilasciare il parere sullo schema di provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate adottato ai sensi dell’art. 176 del decreto legge 19 maggio 2020, n. 34 – convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n. 77, in materia di “tax credit vacanze” (c.d. bonus vacanze) – ha altresì autorizzato l’Agenzia delle entrate ad utilizzare la Piattaforma IO, ai sensi degli artt. 58, par. 3, lett. c), del Regolamento e 2-quinquiesdecies del Codice, nel rispetto delle seguenti prescrizioni:

l’utente deve essere informato della possibilità di disattivare le notifiche push e anche sui trattamenti effettuati in caso di attivazione delle stesse, assicurando, in ogni caso, che il contenuto delle notifiche si limiti ad avvisare l’utente della necessità di consultare l’App, senza fornire indicazioni di dettaglio relative al mittente e al contenuto del messaggio oggetto della notifica (punto 5.2 del provvedimento);

occorre garantire che la predetta App non preveda l’adesione automatica a tutti i servizi ivi disponibili e alla relativa messaggistica, adottando misure tecniche e organizzative necessarie a garantire agli utenti la possibilità di scegliere gli Enti erogatori da cui ricevere la predetta messaggistica (c.d. modalità opt-in), anche nella fase sperimentale (punto 5.3 del provvedimento);

deve essere assicurata la legittimità del trasferimento dei dati personali verso Paesi terzi, considerato che, per la gestione della Piattaforma IO, PagoPA si avvale di alcuni fornitori (tra cui Microsoft, Google, Instabug e Mixpanel) che effettuano trattamenti al di fuori dell’Unione europea (punto 5.4 del provvedimento);

VISTO, inoltre, il provvedimento n. 232 del 26 novembre 2020 (doc. web n. 9492345), con il quale il Garante si è espresso, ai sensi degli artt. 58, par. 3, lett. c), del Regolamento e 2-quinquiesdecies del Codice, in merito all’utilizzo dell’App IO per l’attuazione del Programma infrannuale di rimborso in denaro (c.d. cashback) di cui all’art. 1, commi da 288 a 290, della legge 27 dicembre 2019, n. 160, da parte del Ministero dell’economia e delle finanze, richiamando le predette prescrizioni e riservandosi ogni ulteriore valutazione all’esito della complessiva istruttoria in merito ai trattamenti effettuati nell’ambito dell’App IO quale punto di accesso telematico di cui all’art. 64-bis del CAD;

RILEVATO, altresì, che, da ultimo, l’art. 42, comma 2, del decreto legge 31 maggio 2021, n. 77, ha previsto che “le certificazioni verdi COVID-19 di cui all’articolo 9 del decreto-legge 22 n. 52 del 2021, sono rese disponibili all’interessato […] anche tramite il punto di accesso telematico di cui all’articolo 64-bis del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82”, e che il Garante, nel rendere il parere con il provvedimento adottato in data odierna, sullo schema di decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri di attuazione, che disciplina i trattamenti connessi all’attivazione della Piattaforma nazionale-DGC per l’emissione, il rilascio e la verifica delle certificazioni verdi Covid-19, si è riservato di effettuare ulteriori approfondimenti sull’utilizzo dell’App IO;

CONSIDERATO che il predetto punto di accesso telematico rappresenta una delle c.d. piattaforme abilitanti al centro delle politiche di trasformazione digitale della pubblica amministrazione e che l’App IO, allo stato scaricata da circa 11,5 milioni di utenti, attualmente rende disponibili oltre 12 mila servizi erogati da più di 5 mila enti a livello nazionale e locale;

RITENUTO, pertanto, necessario assicurare che, nelle more dell’adozione delle citate Linee guida attuative dell’art. 64-bis del CAD e della valutazione complessiva del Garante sui trattamenti che si intendono effettuare attraverso il predetto punto di accesso telematico, i trattamenti di dati personali attualmente in essere, o che si intendono a breve avviare, attraverso la Piattaforma IO, avvengano comunque nel rispetto del Regolamento e del Codice;

CONSIDERATI i recenti approfondimenti istruttori di carattere tecnico-giuridico effettuati d’ufficio, per tali ragioni, sulla base dell’analisi del codice sorgente dell’App IO, della documentazione disponibile in rete, relativa anche alle librerie software richiamate all’interno dell’App, nonché dell’osservazione del comportamento tenuto dalla stessa durante la sua esecuzione su un dispositivo mobile, con particolare riguardo alle sue interazioni con i servizi di Google LLC (di seguito, Google), Mixpanel Inc. (di seguito, Mixpanel) e Instabug Inc. (di seguito, Instabug), società stabilite negli Stati Uniti, responsabili del trattamento di PagoPA, che si avvalgono anche di sistemi informatici (risorse elaborative e di memorizzazione) ivi ubicati e di ulteriori fornitori anch’essi stabiliti in Paesi terzi;

RILEVATI i gravi elementi di criticità emersi nel corso dei predetti approfondimenti istruttori, che richiedono un immediato esame dell’Autorità, in ragione dei rischi di elevata probabilità e gravità che presentano per i diritti e le libertà degli interessati di seguito illustrati:

A) le interazioni dell’App IO con i servizi di Google e Mixpanel: l’App IO, all’atto del primo avvio e durante la sua esecuzione sul dispositivo di un utente, archivia talune informazioni sullo stesso e, in alcuni casi, accede a informazioni già archiviate, per trasmetterle a Google e Mixpanel. In particolare:

con riferimento all’utilizzo delle librerie software di Google, è emerso che l’App IO, al suo primo avvio su un dispositivo Android, effettua in modo automatico l’inizializzazione dei servizi Firebase di Google, creando così un identificativo univoco associato all’installazione dell’App, che sarebbe necessario, nel caso in esame, solo ai fini dell’invio di notifiche push da parte di Google. Tale identificativo viene, invece, generato, per impostazione predefinita, in relazione ai dispositivi di tutti gli utenti dell’App IO, a prescindere dalla volontà di ciascuno di avvalersi di tale servizio di notifica, e viene utilizzato anche nell’ambito di alcune interazioni dell’App con i servizi Firebase Analytics di Google che consentono, quantomeno, di monitorare le installazioni dell’App IO sui dispositivi degli utenti. Ciò, senza che sia chiara la finalità di tale trattamento e, peraltro, senza che l’utente ne sia adeguatamente informato e sia messo nelle condizioni di esprimere, in modo consapevole, il consenso previsto dall’art. 122 del Codice;

con riguardo, invece, alle librerie software di Mixpanel, si osserva che, come anche evidenziato da PagoPA nella determinazione di acquisto di tale servizio, disponibile sul sito della Società, queste rappresentano uno “strumento di analisi dei prodotti tecnologici volto a comprendere il comportamento degli utenti dei singoli prodotti, a visualizzarne, segmentarne ed analizzarne i dati, al fine di misurarne il successo e la diffusione e individuarne, per questa strada, aree di miglioramento” ed “è in grado di offrire informazioni dettagliate e in tempo reale su come le persone interagiscono con l’App in modo da potersi concentrare sulle funzionalità di maggior impatto e innovare più velocemente i servizi digitali resi disponibili al cittadino sull’App”. Gli accertamenti tecnici effettuati hanno evidenziato che le librerie di tracciamento di Mixpanel, presenti all’interno dell’App IO, sono state configurate per inviare automaticamente e sistematicamente i dati relativi a una pluralità di eventi (generati nel corso dell’utilizzo dell’app da parte dell’utente) ai sistemi di Mixpanel, unitamente a un identificativo unico dell’utente. Ciò, senza che l’utente, anche in questo caso, ne sia adeguatamente informato e sia posto nelle condizioni di esprimere il consenso di cui all’art. 122 del Codice. Le informazioni inviate a Mixpanel riguardano, tra le altre, il bonus vacanze dell’Agenzia delle entrate (es. eventi relativi alla verifica dei requisiti per la richiesta del bonus e alla generazione dello stesso), il programma cashback del Ministero dell’economa e finanze (es. l’elenco delle transazioni che partecipano al programma cashback e i c.d. hashpan degli strumenti di pagamento elettronico degli utenti, ), nonché l’utilizzo della Piattaforma PagoPA (es. gli eventi relativi all’aggiunta di strumenti di pagamento al portafoglio dell’utente e all’esecuzione di pagamenti a favore di pubbliche amministrazioni e gestori di pubblici servizi). Al riguardo, occorre tener presente che l’identificativo univoco utilizzato, in base alle sue caratteristiche, è qualificabile come dato personale e può essere utilizzato per creare profili degli utenti dell’App IO e identificarli, essendo generato mediante una funzione deterministica, peraltro resa pubblica (cfr. repository GitHub dell’App IO), che, a partire dal codice fiscale di un utente, produce sempre lo stesso identificativo, anche in caso di utilizzo di un diverso dispositivo mobile, consentendo così la reidentificazione degli interessati. Ciò, in quanto tale identificativo presenta un elevato grado di associabilità al codice fiscale dell’utente, tenuto anche conto che, nel caso in esame, l’identificativo è trasmesso dall’App IO ai sistemi di Mixpanel unitamente all’indirizzo IP del dispositivo dell’utente e ad altre informazioni relative al suo dispositivo e agli eventi oggetto di tracciamento;

B) l’attivazione automatica dei servizi offerti all’interno dell’App IO: risulta accertato che, contrariamente a quanto già prescritto dal Garante con il citato provvedimento del 12 giugno 2020, all’atto del primo accesso da parte dell’utente, tutti i servizi resi disponibili da ogni ente presente nell’App IO, sia a livello nazionale che locale, e quelli che progressivamente diverranno disponibili, sono già attivi, per impostazione predefinita, e spetta all’utente provvedere a disattivare, in modo puntuale, i servizi non di interesse (c.d. modalità opt-out), il cui numero, di recente aumentato esponenzialmente, è pari, a oggi, a oltre 12 mila servizi riferibili a più di 5 mila enti. Non è stata, peraltro, implementata una funzionalità per consentire all’interessato di disattivare in blocco tutti i servizi presenti nell’App, né per disattivare tutti i servizi offerti da un singolo ente;

C) l’utilizzo delle notifiche push: l’utilizzo di tali notifiche per informare gli utenti della ricezione di un messaggio all’interno dell’App IO comporta inevitabilmente il trattamento di dati personali da parte dei gestori dei sistemi operativi dei dispositivi utilizzati (Apple e Google). Inoltre, è stato accertato che, per ciascun servizio attivo, risultano abilitate, per impostazione predefinita, oltre all’inoltro dei messaggi via e-mail, anche le funzionalità relative all’invio delle predette notifiche, con la conseguenza che l’identificativo univoco attribuito da Google agli utenti con dispositivi Android (cfr. lett. A), punto 1) viene generato anche laddove l’interessato decida di non avvalersi di tale modalità di notifica;

RITENUTO, alla luce di quanto sopra esposto, che, in particolare:

l’utilizzo delle librerie di Google e Mixpanel comporti, seppur in misura differente tra loro, un tracciamento che consente di ricondurre, a soggetti determinati identificati o identificabili, specifiche azioni o schemi comportamentali ricorrenti nell’uso dei diversi servizi offerti all’interno dell’App IO, che non risulta strettamente necessario per erogare i servizi esplicitamente richiesti da un utente nell’ambito dell’App IO, né, con riferimento a Mixpanel, è necessario per il perseguimento delle finalità di “assistenza, debug e miglioramento dell’App IO” dichiarate da PagoPA (nell’informativa resa agli utenti e nella documentazione fornita al Garante). Ciò, peraltro, senza che siano chiare le finalità dei trattamenti effettuati attraverso tali strumenti e senza che l’utente sia adeguatamente informato e possa esprimere quindi con piena consapevolezza il consenso, previsto dall’art. 122 del Codice, per l’archiviazione di informazioni sul proprio dispositivo e per l’accesso a quelle già archiviate;

la sistematica raccolta e i successivi trattamenti delle sopraccitate informazioni, aventi carattere estremamente personale (es. transazioni economiche e hashpan degli strumenti di pagamento degli utenti, trattati da PagoPA nell’ambito del programma cashback in qualità di responsabile del trattamento per conto del Ministero dell’economia e delle finanze) e riferite a milioni di interessati, sui sistemi di Mixpanel, non risultino conformi, oltreché ai principi di liceità, correttezza e trasparenza e di limitazione della finalità, anche ai principi di minimizzazione e di integrità e riservatezza (quest’ultimo con particolare riguardo alla mancata adozione di misure adeguate a garantire la riservatezza degli hashpan degli strumenti di pagamento degli utenti) di cui all’art. 5, par. 1, del Regolamento;

il ricorso ai servizi offerti da Google, Mixpanel e Instabug, che a loro volta si avvalgono di numerosi fornitori stabiliti fuori dall’Unione europea, comporta inevitabilmente il trasferimento dei dati sopra descritti verso Paesi terzi (es. Stati Uniti, India, Australia), in relazione ai quali non è stata comprovata, allo stato, l’adozione di garanzie adeguate ai sensi degli artt. 44 e ss. del Regolamento. Ciò, tenuto conto anche che, indipendentemente dal luogo in cui sono ubicati i sistemi informatici su cui conservati i dati personali degli utenti dell’App IO, l’accesso remoto a tali sistemi di trattamento, da parte di soggetti stabiliti al di fuori dell’Unione europea, configura comunque un trasferimento di dati verso Paesi terzi (cfr., sul punto, le “Raccomandazioni 01/2020 relative alle misure che integrano gli strumenti di trasferimento al fine di garantire il rispetto del livello di protezione dei dati”, adottate dal Comitato europeo per la protezione dei dati il 10 novembre 2020, spec. note 22 e 27);

l’attivazione, per impostazione predefinita, di tutti i servizi disponibili all’interno dell’App IO (oltre 12 mila), con la descritta abilitazione automatica della ricezione di notifiche push e di inoltro via e-mail, non consente agli utenti la possibilità di scegliere gli enti e i servizi per i quali ricevere le predette notifiche e i messaggi in modalità opt-in, elemento che deve ritenersi necessario, nel caso di specie, anche in considerazione della mancata adozione di modalità semplificate per la disattivazione degli stessi da parte degli utenti, in contrasto, quindi, con i principi di proporzionalità e di privacy by design e by default;

CONSIDERATA, su tale base, la necessità di intervenire urgentemente su tali aspetti per tutelare i diritti e le libertà degli interessati, nelle more della conclusione degli accertamenti in corso, in ragione del fatto che, come sopra rappresentato, i trattamenti in esame coinvolgono milioni di interessati e sono riferibili a sempre più numerosi servizi offerti da pubbliche amministrazioni e gestori di pubblici servizi attraverso l’App IO, che riguardano anche dati particolarmente delicati (es. transazioni economiche e strumenti di pagamento) e sulla salute, tenuto conto che è stato recentemente prospettato anche l’utilizzo dell’App IO per la messa a disposizione degli utenti delle certificazioni verdi Covid-19;

RITENUTO, dunque, in via d’urgenza – essendo la notifica di cui all’art. 166, comma 5, del Codice incompatibile con la natura e le finalità del presente provvedimento – di dover adottare le seguenti misure:

1) imporre a PagoPA, ai sensi dell’art. 58, par. 2, lett. f), del Regolamento, la limitazione provvisoria – da rendere operativa senza ingiustificato ritardo, e comunque non oltre sette giorni dalla ricezione del presente provvedimento – dei trattamenti effettuati mediante l’App IO che prevedono l’interazione con:

a) i servizi di Google, consentendo esclusivamente i trattamenti necessari all’invio di notifiche push agli utenti dell’App IO che hanno esplicitamente e liberamente attivato tale funzionalità;

b) i servizi di Mixpanel, sospendendo l’archiviazione dei dati sui dispositivi degli utenti, l’accesso a tali dati e la raccolta degli stessi sui sistemi di Mixpanel, nonché interrompendo ogni altro ulteriore trattamento dei dati, già inviati a Mixpanel, effettuato per finalità diverse dalla mera conservazione degli stessi;

2) ingiungere a PagoPA, ai sensi dell’art. 58, par. 2, lett. d), del Regolamento, di adottare, entro trenta giorni dalla ricezione del presente provvedimento, misure tecniche e organizzative necessarie a modificare le modalità di attivazione dei servizi disponibili all’interno dell’App IO e delle relative funzionalità di notifica push e di inoltro via e-mail dei messaggi, garantendo a tutti gli interessati la possibilità di una scelta libera, esplicita e specifica in relazione a ciascun servizio o ai servizi offerti da uno determinato ente (c.d. modalità opt-in), nonché quelle necessarie ad assicurare le medesime garanzie nei confronti di coloro che risultano già utenti dell’App in relazione ai servizi attivati automaticamente;

3) ingiungere a PagoPA, ai sensi dell’art. 157 del Codice, di fornire all’Autorità:

a) entro trenta giorni dalla ricezione del presente provvedimento, un riscontro adeguatamente documentato in merito alle misure che intende adottare al fine di rendere conformi alla disciplina in materia di protezione dei dati personali i trattamenti effettuati mediante l’App IO che prevedono le interazioni di cui al precedente punto 1), lett. a) e b);

b) entro quaranta giorni dalla ricezione del presente provvedimento, un riscontro adeguatamente documentato in merito alle iniziative intraprese al fine di dare attuazione a quanto ingiunto al precedente punto 2);

RISERVATA ogni altra determinazione, anche sanzionatoria, da adottarsi nei confronti dei soggetti a vario titolo coinvolti nei trattamenti di dati personali effettuati mediante la Piattaforma IO, sulla base di successivi approfondimenti e di interlocuzioni con la Società;

TENUTO CONTO che: l’inosservanza di un ordine di limitazione provvisoria del trattamento adottato dal Garante è soggetta alla sanzione penale di cui all’art. 170 del Codice e alla sanzione amministrativa pecuniaria prevista dall’art. 83, par. 5, lett. e), del Regolamento; l’inosservanza di un ordine adottato dal Garante ai sensi dell’art. 58, par. 2, del Regolamento è soggetta alla sanzione amministrativa pecuniaria prevista dall’art. 83, par. 6, del Regolamento; il mancato riscontro a una richiesta di informazioni di cui all’art. 157 del Codice, è soggetto, ai sensi dell’art. 166, comma 2, del Codice, alla sanzione amministrativa pecuniaria prevista dall’art. 83, par. 5, del Regolamento;

RITENUTO che ricorrono i presupposti di cui all’art. 17 del regolamento n. 1/2019 del Garante concernente le procedure interne aventi rilevanza esterna, finalizzate allo svolgimento dei compiti e all’esercizio dei poteri demandati al Garante;

VISTA la documentazione in atti;

VISTE le osservazioni formulate dal segretario generale ai sensi dell’art. 15 del regolamento del Garante n. 1/2000;

RELATORE la prof.ssa Ginevra Cerrina Feroni;

TUTTO CIÒ PREMESSO, IL GARANTE

1) ai sensi dell’art. 58, par. 2, lett. f), del Regolamento, impone a PagoPA S.p.A. (CF/P.IVA 15376371009) la limitazione provvisoria – da rendere operativa senza ingiustificato ritardo, e comunque non oltre sette giorni dalla ricezione del presente provvedimento – dei trattamenti effettuati mediante l’App IO che prevedono l’interazione con:

a) i servizi di Google LLC, consentendo esclusivamente i trattamenti necessari all’invio di notifiche push agli utenti dell’App IO che hanno esplicitamente e liberamente attivato tale funzionalità per taluni servizi;

b) i servizi di Mixpanel Inc., sospendendo l’archiviazione dei dati sui dispositivi degli utenti, l’accesso a tali dati e la raccolta degli stessi sui sistemi di Mixpanel, nonché interrompendo ogni altro ulteriore trattamento dei dati già inviati a Mixpanel effettuato, anche da parte di altri soggetti, per finalità diverse dalla mera conservazione degli stessi;

2) ai sensi dell’art. 58, par. 2, lett. d), del Regolamento, ingiunge a PagoPA S.p.A. di adottare, entro trenta giorni dalla ricezione del presente provvedimento, misure tecniche e organizzative necessarie a modificare le modalità di attivazione dei servizi disponibili all’interno dell’App IO e delle relative funzionalità di notifica push e di inoltro via e-mail dei messaggi, garantendo a tutti gli interessati la possibilità di una scelta libera, esplicita e specifica in relazione a ciascun servizio o ai servizi offerti da uno determinato ente (c.d. modalità opt-in), nonché ad assicurare le medesime garanzie nei confronti di coloro per i quali, essendo già utenti dell’App IO, sono stati attivati automaticamente servizi non richiesti in modo libero, esplicito e specifico;

3) ai sensi dell’art. 157 del Codice, ingiungere a PagoPA S.p.A., di fornire all’Autorità:

a) entro trenta giorni dalla ricezione del presente provvedimento, un riscontro, adeguatamente documentato, in merito alle misure che intende adottare al fine di rendere conformi alla disciplina in materia di protezione dei dati personali i trattamenti effettuati mediante l’App IO che prevedono le interazioni di cui al precedente punto 1), lett. a) e b);

b) entro quaranta giorni dalla ricezione del presente provvedimento, un riscontro adeguatamente documentato in merito alle iniziative intraprese al fine di dare attuazione a quanto ingiunto al precedente punto 2);

4) dispone la trasmissione del presente provvedimento anche alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Ministero dell’economia e delle finanze, al Ministero della salute, all’Agenzia delle entrate e all’AgID per le valutazioni di competenza;

5) dispone l’annotazione del presente provvedimento nel registro interno dell’Autorità, previsto dall’art. 57, par. 1, lett. u), del Regolamento, delle violazioni e delle misure adottate in conformità all’art. 58, par. 2, del Regolamento.

Ai sensi dell’art. 78 del Regolamento, nonché degli artt. 152 del Codice e 10 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150, avverso il presente provvedimento può essere proposta opposizione all’autorità giudiziaria ordinaria, con ricorso depositato al tribunale ordinario del luogo individuato nel medesimo art. 10, entro il termine di trenta giorni dalla data di comunicazione del provvedimento stesso.

Roma, 9 giugno 2021

IL PRESIDENTE
Stanzione

IL RELATORE
Cerrina Feroni

IL SEGRETARIO GENERALE
Mattei

Le dichiarazioni di Donatella Banci Buonamici sono il sale della democrazia

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Abbiamo sempre più bisogno di donne e di magistrati come Donatella Banci Buonamici, il Giudice per le Indagini Preliminari di Verbania che ha scarcerato i tre indagati per la strage della funivia del Mottarone.

Questa donna, difendendo con coraggio il suo operato di donna e servitrice dello Stato, ha dichiarato, con parole che andrebbero scolpite nella pietra, che

“dovreste ringraziare che il sistema è così, dovete essere felici di vivere in uno Stato in cui il sistema fa giustizia o è una garanzia e invece sembra che non siate felici, l’Italia è un paese democratico”

So benissimo che molti non sono d’accordo con la sua decisione. Ma la decisione spettava a lei, non ai suoi detrattori. Sono i giudici che decidono, non i “leoni da tastiera” che in queste ore la stanno diffamando e offendendo sui social, che si credono padroni di chissà quale influenza sulla testa dell’opinione pubblica, e invece sono padroni di un reverendissimo NIENTE.

La Dott.ssa Buonamici ha applicato la legge. Il concetto di “Giustizia” con la maiuscola afferisce ad altre categorie del pensiero. Non doveva decidere sulla colpevolezza o sull’innocenza degli indagati. Su quella saranno altri giudici a decidere, quelli di merito, quelli del processo. Che, va detto a scanso di qualunque equivoco, CI SARA’. Cioè, non è che questi indagati non rischiano di andare in galera e con una pena severissima, semplicemente si trattava di stabilire se dovessero attendere il procedimento a loro carico da liberi o in carcere. Tutto lì.

Il sistema è garantista, non colpevolista. Sarebbe tristissimo se il cittadino dovesse sottostare alle sommarie decisioni di un Pubblico Ministero. Se non ci fosse una figura terza ed imparziale a decidere sul suo destino.

Dice, “ma allora Giovanni Brusca”? Eh, Giovanni Brusca è un essere spregevole che ha sciolto un bambino nell’acido, oltre a far saltare in aria l’auto di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e della sua scorta. Ma si dà il caso che abbia scontato la sua pena, e che il valore riabilitativo della pena detentiva valga anche per le bestie più mostruose che la società umana abbia mai generato. Se no cosa lo teniamo aperto a fare tutto questo lento e farragginoso sistema giudiziario?

E poi dicono: “guarda che è stato condannato a 3 anni e mezzo anche Nichi Vendola!” E va be’ è il primo grado, ha già annunciato il ricorso in Corte d’Assise d’Appello, peraltro pronunciando parole non proprio lusinghiere nei confronti dei Giudici Popolari, se la pena diventerà definitiva con quella entità non andrà in carcere e potrà accedere all’affidamento in prova all’affidamento sociale. Ripeto, sempre ammesso che anche il PM non interponga appello e non si vada a una “reformatio in peius” della sentenza.

Perché è così che funziona. E doverlo ribadire il giorno della Festa della Repubblica crea una lieve sensazione di disgusto.

Le più belle canzoni della nostra vita: “No potho reposare” di Andrea Parodi

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Lei mi ha detto: “Ma perché non torni a parlare delle canzoni?” “Ecco fatto”, le ho risposto io.

“No potho reposare” è una delle più belle canzoni d’amore che siano mai state scritte. Oltretutto in lingua sarda (sì, perché il sardo è una lingua, non un dialetto). Qui ve la ripropongo in una struggente e commovente interpretazione, quella dell’ultimo concerto di Andrea Parodi, tenutosi 17 giorni prima della sua morte. Parodi era magro fino all’inverosimile, ormai condannato in via definitiva dal male che lo affliggeva. Praticamente uno scheletro rivestito, che nonostante il cancro aveva una capacità vocale ancora straordinaria e inarrivabile. I capelli radi, gli occhiali su un viso scarnito, la macchinetta con la morfina all’altezza dello stomaco. Eppure cantava, e come cantava! Un concerto stupendo, “estremecedor”, come direbbero gli spagnoli, concluso con il brano più conosciuto del suo repertorio e della canzone sarda e italiana di ogni tempo.

“No potho reposare/amore e coro”. “Amore” e “cuore” fanno rima in italiano. E sono una rima banale, quotidiana, scontata. In sardo sono una melodia. Vedi giudizio human come spess’erra? Il Poeta chiama l’amata “amore” e “cuore”, e non mi pare che ci sia da aggiungere altro su questo argomento.

“No istes in tristura, brenda e oro/ne in dispiaghere o pensamentu”. La chiama “gemma” (brenda) “d’oro”, e la invita a stare tranquilla perché “t’assicuro che a tie solu bramo/ca’ t’amo forte e t’amo e t’amo e t’amo”. E poi Andrea Parodi si rivolge alla moglie e le canta la più struggente delle dichiarazioni d’amore. Con l’ultimo fiato, con le ultime note della sua carriera di autore e interprete: “unu mundu bellissimu pro tene/pro poter dispensare cada bene”. E chi non sarebbe disposto a morire anche per molto meno?

Telemarketing selvaggio: l’ordinanza-ingiunzione del Garante della privacy a Planet Group s.p.a.: 80.000 euro di sanzione amministrativa

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Finalmente veniamo a capo di uno dei filoni più importanti e resistenti del Telemarketing selvaggio, quelle aziende che ci chiamano sul telefono (cellulare!) per proporci di tutto, dal trading on line al cambio di gestore telefonico, da una nuova fornitura di gas e luce all’acquisto di generi alimentari on line (a me è successo anche questo).

Si chiama Planet Group, e ha contattato in poco meno di tre anni (dal 2016 al 2019) qualcosa come 47.981 utenze telefoniche per conto della TIM. Il Garante per la protezione dei dati personali ha aperto un’istruttoria, che si è conclusa con l’irrogazione di una sanzione pecuniaria di ben 80.000 euro. Sanzioni di minore entità sono state irrogate alla Plurima s.r.l. (5000 euro, anche in considerazione dello stato di grave crisi economica in cui versa dopo il ritiro ell’incarico di intermediario da parte di TIM) e Mediacom s.r.l. (15000 euro).

Ma leggete il testo di questa ordinanza-ingiunzione e come si è svolta l’istruttoria. E’ un testo molto lungo ma vi posso assicurare che ne vale la pena. Perché, checché ne pensiate, sia pure dopo anni, TUTTE le segnalazioni e i reclami inviati al Garante sortiscono il loro effetto. Ed è giusto tutelare la nostra privacy, perché siamo diventati merce, non persone. E allora avanti così.


Ordinanza ingiunzione nei confronti di Planet Group spa – 11 marzo 2021

Registro dei provvedimenti
n. 98 dell’11 marzo 2021

IL GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI

NELLA riunione odierna, alla quale hanno preso parte il prof. Pasquale Stanzione, presiden-te, la prof.ssa Ginevra Cerrina Feroni, vicepresidente, il dott. Agostino Ghiglia e l’avv. Guido Scorza, componenti e il cons. Fabio Mattei, segretario generale;

VISTO il Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati perso-nali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (Regolamento generale sulla protezione dei dati, di seguito “Regolamento”);

VISTO il Codice in materia di protezione dei dati personali (d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196), come modificato dal d.lgs. 10 agosto 2018, n. 101, recante disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento nazionale al citato Regolamento (di seguito “Codice”);

VISTI, fra i provvedimenti del Garante a contenuto generale più rilevanti, le Linee guida in materia di attività promozionale e contrasto allo spam, 4 luglio 2013, doc. web n. 254234 e il provv. gen. 19 gennaio 2011, Prescrizioni per il trattamento di dati personali per finalità di marketing, mediante l’impiego del telefono con operatore, a seguito dell´istituzione del registro pubblico delle opposizioni, doc. web n. 1784528;

VISTI le numerose doglianze pervenute all’Autorità, contenute in segnalazioni e reclami, riguardanti anche la ricezione di chiamate promozionali indesiderate per conto di TIM s.p.a., alcune imputate direttamente agli operatori di “Planet Group”;

VISTI gli esiti degli accertamenti effettuati presso Tim s.p.a., destinataria del provvedimento, correttivo e sanzionatorio, del 15 gennaio 2020 [doc. web n.  9256486], nonché presso le socie-tà di call center – come Planet Group spa (di seguito indicata come: “Planet Group” o “la Società”) – incaricate dello svolgimento delle campagne promozionali;

VISTI la memoria del 13 novembre 2020 nonché il verbale di audizione di Planet Group del 30 novembre 2020;

VISTA la complessiva documentazione in atti;

VISTE le osservazioni formulate dal segretario generale ai sensi dell’art. 15 del regolamento del Garante n. 1/2000;

RELATORE il prof. Pasquale Stanzione;

PREMESSO

1. Le doglianze degli interessati

Sono pervenute all’Autorità, dal 2017 ai primi mesi del 2019 (peraltro, secondo una dinamica confermatasi anche nei mesi successivi), numerosissime doglianze (nell’ordine di varie centinaia), contenute in segnalazioni e reclami, in particolare riguardanti la ricezione di chiamate promozionali, per conto di TIM s.p.a. avvenute:

a) in assenza di consenso degli interessati; oppure:

b) nonostante l’iscrizione delle utenze telefoniche nel Registro pubblico delle opposizioni; ovvero

c) anche dopo l’esercizio del diritto di opposizione.

In taluni casi (XX; XX; XX) sono state evidenziate, proprio con riguardo agli operatori di Planet Group, telefonate reiterate particolarmente insistenti e poco attente alle esigenze ed impegni pur prospettate dagli interessati al momento del contatto.

2. L’attività istruttoria dell’Ufficio e relativi esiti.

In ragione di tale situazione l’Autorità ha ritenuto opportuno effettuare un’articolata attività istruttoria, al fine di acquisire maggiori elementi di valutazione rispetto alle suindicate doglianze, procedendo con accertamenti ispettivi presso Tim e i suoi partner, fra cui Planet Group, ove le operazioni sono state avviate il 27 marzo 2019. Successivamente (il 30 settembre 2019) l’Ufficio ha inviato una prima richiesta di informazioni integrative con riguardo alle modalità del trattamento, in relazione alla quale la Società ha fornito riscontro il 13 dicembre 2019. Sono state successivamente formulate alcune ulteriori richieste di informazioni riguardo ad altre doglianze (pervenute tramite segnalazioni e reclami), rispetto alle quali la Società ha fornito riscontri, rispettivamente, il 17 dicembre 2019 e il 1° luglio 2020.

Sulla base dei suddetti riscontri nonché della documentazione complessivamente acquisita, l’Ufficio, il 12 ottobre u.s., ha provveduto ad inviare a Planet Group comunicazione di avvio del procedimento, ai sensi dell’art. 166, comma 5, del Codice, esponendo quanto segue.

Planet Group- nel periodo compreso fra il 1° gennaio 2016 e il 13 dicembre 2019 – ha contattato, per conto dei propri committenti (fra cui Tim) un numero complessivo di 47.981 utenze telefoniche “referenziate” (ossia estranee alle liste di contattabilità fornite da Tim, ma suggerite dai soggetti contattati in esse inseriti).

Con riferimento a tali contatti, Planet Group non ha circostanziato né dimostrato lo status di “referenziato” per le singole utenze contattate “fuori lista” (inclusi, fra gli elementi, l’origine e le modalità esatte, anche temporali, di acquisizione dei dati in questione), ma si è limitata a definirle, genericamente ed indistintamente, quali utenze “referenziate”, nel sen-so sopra individuato (v. riscontro 13 dicembre 2019, cit.) e ad indicare l’utenza ‘referenziante’.

La medesima Società ha dichiarato di aver effettuato tale attività in base al proprio contrattualizzato ruolo di responsabile del trattamento, evidenziando di aver comunque interrotto siffatta raccolta di dati e il successivo utilizzo per i contatti promozionali e di aver previsto sessioni formative per i propri operatori, mirate al corretto trattamento dei dati (v. riscontro 13 dicembre 2019).

Nella citata comunicazione, l’Ufficio ha evidenziato che, con specifico riguardo ad alcune doglianze (Sigg.ri XX; XX; XX; XX; XX; XX; XX; XX; XX), la Società, in linea generale (salvo alcuni specifici contatti, per i quali ha affermato la non riferibilità a sé della linea chiamante utilizzata), non ha contestato le circostanze (data, ora, modalità, ossia telefonata con operatore) relative alle comunicazioni promozionali lamentate dagli interessati né il diniego del trattamento formulato dagli stessi (v. riscontro 1° luglio 2020, cit.). Inoltre, alcune telefonate riferite ad alcuni dei summenzionati interessati (XX; XX; XX; XX) sono state espressamente confermate da Planet Group (v. verbale 28 marzo 2019).

Con riguardo alle telefonate in questione, la Società ha dichiarato di aver agito in qualità di responsabile del trattamento ai sensi dell’art. 28 del Regolamento, evidenziando – fatta salvo il caso di XX – che le numerazioni contattate appartenevano alle liste ricevute da TIM spa per lo svolgimento delle proprie campagne promozionali (v. riscontro 1° luglio 2020, cit.). In quest’ottica, Planet Group ha indicato il codice dell’utenza come risultante nelle dette liste (eccezion fatta per l’utenza intestata a XX).

Con riferimento a XX, l’Ufficio ha dunque ritenuto – sulla base del riscontro fornito dalla Società – che il contatto, non essendo stato fornito da Tim, sia stato acquisito da Planet Group in altro modo. Può dunque affermarsi che tale utenza rientri nelle c.d. utenze ‘fuori lista’, di cui sopra e che non risultino in atti elementi riguardo all’eventuale acquisizione del necessario previo specifico consenso per la finalità promozionale.

Lo stesso – si è già detto nella nota del 12 ottobre u.s. – può dirsi per l’utenza di XX (v. riscontro 17 dicembre 2019, cit.), in relazione alla quale la Società non ha smentito né le telefonate lamentate, né l’opposizione effettuata dall’interessato nell’ambito delle stesse; non ha fornito alcun elemento sull’origine dei dati né riguardo al necessario consenso o ad altro idoneo presupposto di liceità. Analogo discorso vale anche per l’utenza di XX, che risulta contattata in base ad un’iniziativa non autorizzata di un operatore di codesta Società, circostanza genericamente indicata e non chiarita (v.: riscontro 30 gennaio 2019, reso dalla Società e veicolato da Tim spa nell’ambito dell’attività istruttoria avviata: provv. 15 gennaio 2020, par. 2.3).

È stato dunque rilevato come Planet Group abbia trattato i dati dei suindicati interessati (con particolare riguardo alle utenze fuor lista) in assenza del necessario specifico preventi-vo consenso per la finalità promozionale, ma anche di altro idoneo presupposto giuridico (v. artt.: 6, par.1, Regolamento – 130, Codice), con contestuale violazione del principio di li-ceità (art. 5, par. 1, lett. a, Regolamento).

Per altre utenze (XX; XX; XX), l’Ufficio ha osservato che – pur ipotizzando le stesse validamente consensate per le finalità promozionali di Tim – risulta esser stato effettuato un trattamento successivo all’opposizione chiaramente formulata, talora in forma reiterata, dagli interessati.

Precisato che l’opposizione – rilevante ai fini della normativa vigente in materia – è già quella eventualmente effettuata dall’interessato nel corso della telefonata e che va dunque puntualmente e tempestivamente recepita dal titolare/ responsabile del trattamento, si deve ribadire come la suddetta condotta integri la violazione del diritto di opposizione al trattamento per finalità di marketing (art. 21, par. i  2 e 3, del Regolamento) nonché del principio di correttezza (art. 5, par. 1, lett. a, Reg. cit.).

Per taluni altri interessati (in particolare, XX; XX; XX; XX) non può dirsi recepita l’opposizione effettuata, dato che la relativa utenza non è presente in black list (v. verbale 28 marzo 2019, cit.). Analoga lacuna (assenza in black list) è emersa per n.  45 utenze, risultate presenti nei sistemi della Società come destinatarie di telefonate promozionali, per le quali l’Ufficio, in sede ispettiva (v. verbale 29 marzo 2019), aveva richiesto di effettuare una verifica (v. riscontro del 12 aprile 2019, all. ti “1_Check_Controllo_Utenze” e “2_Check_Controllo_Utenze”).

Peraltro, in sede di attività istruttoria relativa ai trattamenti di dati effettuati per conto di Tim, è risultato che la Società ha effettuato attività telefonica in modo insistente e concentrato (fino a 4 telefonate al giorno: v. casi di XX e XX, riscontro 1° luglio 2020; fino a 155 telefonate verso un’altra utenza, peraltro nel ristretto periodo di un mese), violando anche in tal caso il richiamato principio di correttezza e ponendo in pericolo altresì il diritto alla tranquillità individuale, connesso a quello alla protezione dei dati (v. provv. 15 gennaio 2020, cit., par. 3.2).

Complessivamente, le violazioni sopra indicate hanno rivelato anche un non adeguato disegno e governo dei trattamenti e delle misure poste a presidio della conformità dei medesimi alla normativa, in contrasto anche con il fondamentale principio di privacy by design (art. 25, par. 1, del Regolamento).

Pertanto, l’Ufficio, con la menzionata comunicazione di avvio del procedimento, il 12 ottobre u.s., ha rilevato la contestabilità a Planet Group della violazione delle seguenti disposizioni di seguito indicate:

– art. 5, par. 1, lett. a), del Regolamento;

– art. 6, par.1, del Regolamento;

– 130 del Codice;

– art. 21, parr.  2 e 3, del Regolamento;

– art. 25, par. 1, del Regolamento.

Con la memoria difensiva presentata il 13 novembre u.s. nell’ambito del procedimento instaurato, Planet Group ha rappresentato che: “Per la grande maggioranza delle utenze di cui alla comunicazione in oggetto, e precisamente per 36.039 utenze contattate delle 47.981 contestate, come si evince dall’identità dei codici fiscali, presenti nelle liste delle utenze da contattare comunicate a Planet Group, che si ritrovano anche nei contratti attivati per conto di Telecom. In altri termini, è stato contattato, in seconda istanza e su indicazione del soggetto contattato, un soggetto terzo (familiare e/o convivente dello stesso) che ha stipulato il contratto su delega del soggetto contattato. Tale circostanza si evince dalle registrazioni dei contratti stipulati che, in considerazione del loro ‘peso’ non possono essere prodotte in tale sede e che saranno spedite, su supporto informatico, all’indirizzo dell’Autorità. Pertanto, deve ritenersi del tutto errato il numero delle utenze che sarebbero state contattate illegittimamente.”.

Con specifico riguardo alla violazione degli artt. 5, par. 1, lett. a) e 6, par. 1, del Regolamento, la Società ha rappresentato che le stesse dovrebbero “trovare applicazione tenendo conto non già di 47.981 utenti, ma al più, laddove la scrivente società dovesse versare nell’impossibilità di reperire condizioni che legittimino il trattamento, esclusivamente di 11.943 utenti.”

Peraltro, Planet ha affermato di aver agito “nei confronti degli anzidetti 47.981 utenti …. in qualità di responsabile del trattamento, contattando numerazioni presenti nelle liste trasmesse da Telecom Italia e adoperando gli script assegnati dalla società titolare del trattamento”, chiedendo di tener conto “di tali aspetti … in sede di eventuale comminazione della sanzione, alla luce dell’art. 82, par. 2, lett. a) dove, tra gli elementi di cui occorre tener conto, si menziona il numero degli interessati.”, osservando, in via correlata che “in merito alla nozione di “danno”, preme rilevare che gli interessati non hanno subito alcun danno risarcibile e, quindi, deve concludersi che ‘il livello del danno da essi subito’ di cui all’ultimo inciso della disposizione in esame, sia nei fatti insussistente. …. Allo stesso tempo, in più occasioni la giurisprudenza di merito ha puntualizzato che le telefonate commerciali, salvo che non integrino gli estremi della molestia, non sono risarcibili: pertanto, nel caso di specie, gli unici casi in cui potrebbe essere astrattamente ipotizzabile un danno, potrebbero essere quelli dei segnalanti XX e XX.”.

Riguardo alla violazione dell’art. 21, parr. 2 e 3, del Regolamento, Planet Group ha evidenziato di aver “cooperato immediatamente con l’Autorità e … provveduto, sin nei giorni successivi all’ispezione, ad implementare misure informatiche e organizzative che potessero facilitare sia l’esercizio dei diritti degli interessati, sia la cancellazione delle utenze che avevano manifestato la propria volontà di non essere contattate per finalità commerciali.” . Inoltre, non contestando il fatto che  “45 utenze non risulterebbero essere state inserite in black list,” ha tuttavia evidenziato che “trattasi di un numero decisamente esiguo in proporzione alle lamentate e presunte violazioni ….” e  che “la mancata presenza in black list non dimostra in alcun modo – anche perché non risultano ulteriori doglianze – che tali soggetti interessati siano stati contattati successivamente alla loro richiesta di non ricevere ulteriori comunicazioni commerciali.”

La Società inoltre -con specifico riguardo alla contestata violazione dell’art. 25, par. 1, del Regolamento- ha eccepito la genericità della relativa motivazione nonché l’applicazione della norma in questione unicamente al titolare del trattamento e non anche al responsabile del trattamento, ruolo rivestito dalla medesima, a suo dire, nell’ambito delle campagne di TIM.

Nell’ambito dell’audizione tenutasi il 30 novembre u.s., Planet Group, riportandosi interamente a quanto già dichiarato con la nota del 13 novembre 2020, ha rappresentato che:

– “A riprova del corretto comportamento assunto, nonché per una corretta quantificazione del nume-ro degli utenti contattati”, avrebbe provveduto “a depositare memorie informatiche (nel numero totale o a campione significativo, in base a quanto tecnicamente possibile per la Società e quanto di conseguenza riterrà stabilire l’Autorità) delle registrazioni telefoniche intrattenute con gli utenti contattati”; documentazione che, tuttavia, non risulta pervenuta a questa Autorità;

– con riferimento all’applicazione dell’eventuale sanzione: “l’art. 25 GDPR sulla privacy by design … pare un riferimento giuridico carente delle necessarie motivazioni, in quanto la condotta societaria si è conformata al proprio ruolo di responsabile del trattamento – e non titolare – ed ha effettuato le telefonate sul presupposto della necessaria base giuridica.”

Inoltre, con espresso riferimento al criterio sanzionatorio del ‘danno’ di cui all’art.83, par.2, lett. a), Planet Group ha evidenziato:

– di ritenere esiguo il numero dei soggetti contattati e inconsistenti i danni, comunque difficili da accertare, eventualmente arrecati agli interessati, citando nuovamente alcune sentenze in materia di responsabilità da violazione della normativa in materia;

–  che: “ …. non risulta …. che nessun soggetto abbia rivolto nei confronti della medesima alcuna pretesa risarcitoria, nè abbia esperito azione risarcitoria…… e che non sembra emergere, nella fattispecie, alcun allarme sociale riguardo al comportamento generale della società nell’ambito della ge-stione dei dati personali.”

3. Valutazione della complessiva condotta della Società

Va evidenziato preliminarmente che, nella fattispecie concreta, Planet Group è da ritenersi di fatto titolare, insieme a Tim, dei trattamenti promozionali rivolti alle numerazioni “fuori lista” o “referenziate”, con la conseguente applicabilità di principi ed obblighi in materia di pro-tezione dei dati; in tal senso, non assume rilievo qualificare il suo ruolo come titolare autonomo o invece congiunto a Tim.

Dagli atti infatti è emerso come Planet Group abbia contribuito a stabilire sia le finalità pro-mozionali sia le modalità di contatto (v. art. 28 del Regolamento), organizzando quest’ultime in assenza di istruzioni operative formalizzate dalla committente; modalità di fatto poi accettate da Tim, che ha recepito i contratti conclusi e introitato le relative utilità. Planet Group risulta aver operato eccedendo, di fatto, rispetto al ruolo di mero responsabile “del trattamento formal-mente affidato per l’esecuzione di campagne promozionali rivolte agli interessati presenti nelle liste TIM e determinando “finalità e mezzi del trattamento”, nell’ambito di un disegno unitario e di fatto condiviso, perlomeno riguardo alla finalità di acquisizione di nuovi clienti e nei suoi effetti operativi, con TIM (v. provv. 1° febbraio 2018, doc. web n. 7810723). Ciò anche in considerazione della circo-stanza inconfutabile, che l’utilizzo di numerazioni “fuori lista” era funzionale al perseguimento di un interesse condiviso, sia di TIM, sia dei suoi partner, dal quale ognuno traeva un vantaggio di natura economica”: v. provv. 15 gennaio 2020, cit., par. 3).

Comunque, anche ove si riconoscesse a Planet Group il ruolo di responsabile (anziché titola-re o contitolare) del trattamento, la valutazione della sua condotta in termini di illiceità non muterebbe. Infatti, con specifico riguardo alle telefonate effettuate, nei confronti di utenze “fuori lista”, è risultato che sono stati contattati soggetti “referenziati”, in base a una costante prassi operativa riconducibile a una cosciente scelta aziendale della Società e non riferibile ad eccezionali iniziative dal personale.

Al contempo, è però chiaro come vada distinto il ruolo dei call center che, come Planet, han-no eseguito le campagne promozionali da quello del committente (Tim, nella fattispecie), invero preponderante e ben più incisivo, con riguardo alle dinamiche e prassi operative condivise nonché all’introitamento dei profitti derivanti dalle campagne promozionali.

Occorre poi riproporre le considerazioni già formulate da questa Autorità con il provv. 15 gennaio 2020 (par. 3.1., cit.). In particolare, “non può invocarsi quale base giuridica …. quella del ‘legittimo interesse’ alle attività di marketing, magari unitamente al presunto interesse del soggetto ‘referenziante’, che coinvolge nella promozione l’amico o il parente. Va poi evidenziato che il legittimo interesse, di cui all’art. 6, par. 1, lett. f), del Regolamento – già previsto sia dall’abrogata direttiva 95/46/CE, nonché dal Codice previgente alle modifiche apportatevi dal d.lgs. n. 101/2018 (d.lgs. n. 196/2003, art. 24, comma 1, lett. g) – non può surrogare – in via generale – il consenso dell’interessato quale base giuridica del marketing. Invero, il Regolamento stesso – come già la direttiva 95/46/CE all’art. 7, comma 1, lett. f) – lo ammette solo ‘a condizione che non prevalgano gli interessi o i diritti e le libertà fondamentali dell’interessato che richiedono la protezione dei dati personali’. … In ogni caso, l’esistenza di legittimi interessi richiede un’attenta valutazione anche in merito all’eventualità che l’interessato, al momento e nell’ambito della raccolta dei dati personali, possa ragionevolmente attendersi che abbia luogo un trattamento a tal fine.”.

Va inoltre ribadito anche nel caso di Planet Group quanto già chiarito nel citato provv. 15 gennaio 2020, ossia che: “L’applicazione della base giuridica del legittimo interesse presuppone quindi la prevalenza in concreto (in base a un bilanciamento rimesso al titolare, ma sempre valutabile dall’Autorità di controllo) di quest’ultimo sui diritti, libertà e meri interessi degli interessati (nello spe-cifico, i destinatari delle comunicazioni promozionali non assistite dal consenso). In tale confronto, è necessaria l’attenta ponderazione dell’impatto del trattamento, che si intende effettuare su tali diritti, libertà ed interessi (fra cui, nel caso del marketing, sono ravvisabili anzitutto il diritto alla protezione dei dati e il diritto alla tranquillità individuale dell’interessato”(1).

Peraltro, richiamando sempre il provv. 15 gennaio 2020: “il titolare del trattamento non può ricorrere retroattivamente alla base dell’interesse legittimo in caso di problemi di validità del consenso. Poiché ha l’obbligo di comunicare [nell’informativa rilasciata all’interessato] la base legittima al mo-mento della raccolta dei dati personali, il titolare del trattamento deve aver deciso la base legittima prima della raccolta dei dati (così v. Linee guida del Gruppo Art. 29 sul consenso ai sensi del Regolamento (UE) 2016/679, 10 aprile 2018, WP 259 rev.01)”.

Pertanto -qualora non ricorrano i sopra delineati presupposti per il legittimo interesse e ad eccezione delle ipotesi del c.d. “soft spam” (art. 130, comma 4, Codice), nonché del sistema di “opt-out” per i dati presenti negli elenchi pubblici- si deve ritenere che la regola generale da seguire per i trattamenti per finalità promozionali sia quella del previo consenso informato, libero, specifico e documentato degli interessati(2).

Si deve rilevare peraltro come Planet Group abbia rappresentato, riguardo alle utenze ‘fuori lista’, che è stato chiamato “in seconda istanza e su indicazione del soggetto contattato, un soggetto terzo (familiare e/o convivente dello stesso) che ha stipulato il contratto su delega del soggetto contattato.

Il meccanismo di delega in questione non è idoneo a surrogare l’adempimento dell’obbligo di acquisizione di un previo libero e specifico consenso al marketing da parte del soggetto contat-tato, in seconda battuta, in quanto delegato (per es. ad attivare un prodotto o servizio) dal primo soggetto contattato (presente nelle liste della committente), né può valere come altra idonea base giuridica, ed infatti non è ricompreso nell’elenco delle condizioni di liceità di cui all’art. 6 del Regolamento. In tale prospettiva, non assume alcun rilievo che Planet Group non abbia poi prodotto le memorie informatiche atte a comprovare siffatto svolgimento dei contatti telefonici. In particolare, tale meccanismo non può integrare – di regola – la condizione del ‘legittimo interesse’ (come sopra esposto nella sua corretta dimensione e limiti operativi).

Differentemente da quanto asserito ed argomentato da Planet Group, la condotta della Società – al pari delle analoghe attività promozionali effettuate da altri call center – determina alarme sociale, ed è infatti oggetto di numerosissime doglianze (ancora oggi connotandosi come la problematica più ricorrente fra quelle pervenienti a questa Autorità) e fonte di conseguenti, e talora complesse, attività istruttorie, nonostante i reiterati provvedimenti, sia a carattere gene-rale sia diretti a determinati titolari.

Inoltre, in alcuni casi concreti, è certamente ravvisabile – anche al riguardo l’argomentazione della Società non risulta condivisibile – un danno serio ed apprezzabile, la cui concreta configurabilità, quanto ai presupposti ed anche alla relativa quantificazione, anche ai fini risarcitori, evidentemente spetta alla competente valutazione dell’autorità giudi-ziaria.

Con specifico riguardo al mancato tempestivo recepimento del diritto di opposizione,  è necessario ricordare che, ai sensi dell’art. 12, comma 3, del Regolamento: “Il titolare del trattamento fornisce all’interessato le informazioni relative all’azione intrapresa riguardo a una richiesta ai sensi degli articoli 15 a 22 senza ingiustificato ritardo e, comunque, al più tardi entro un mese dal ricevimento della richiesta stessa”.  Ciò vale per tutte le istanze di esercizio dei diritti degli interessati, ma assume rilevanza ancor maggiore – nell’ottica del contrasto del marketing indesiderato – con specifico riguardo alle istanze di opposizione al trattamento per finalità di marketing, oggetto non a caso della maggior parte delle più critiche doglianze pervenute e pervenienti tuttora all’Autorità.

Va peraltro evidenziato come risultino gravi i molteplici casi di contatto reiterato e insistente con la connessa violazione del diritto di opposizione al trattamento, ma anche del menzionato fondamentale principio di correttezza, in ragione di modalità che appaiono invasive dei fondamentali diritti alla riservatezza e alla tranquillità individuale. Va inoltre evidenziato che, per quanto in atti, non risulta che la Società – a differenza di altri call center incaricati da Tim – abbia adottato misure per provare a governare – e tempestivamente comprovare – il fenomeno delle chiamate fuori lista, conducendolo nei corretti binari della normativa vigente.

In base a quanto complessivamente acquisito, l’Autorità ritiene dunque – conformemente al-le valutazioni già formulate con la citata comunicazione dell’Ufficio del 12 ottobre u.s. – che siano ravvisabili nella fattispecie le seguenti violazioni in capo a Planet Group:

– art. 5, par. 1, lett. a), del Regolamento;

– art. 6, par.1, del Regolamento;

– 130 del Codice;

–  art. 21, par. i 2 e 3, del Regolamento, il cui disvalore può ritenersi assorbente rispetto alla violazione dell’art. 12, par.3, Regolamento;

– art. 25, par. 1, del Regolamento.

Pertanto si ritiene, ai sensi dell’art. 58, par. 2, lett. d) ed f), del Regolamento, di dover adot-tare nei confronti di Planet Group la limitazione definitiva dei trattamenti sopra descritti, in-giungendo altresì di conformarli alla disciplina vigente.
4.Ordinanza-ingiunzione per l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria

Le violazioni, come sopra indicate, impongono anche l’adozione di un’ordinanza ingiunzione, ai sensi degli artt. 166, comma 7, del Codice e 18 della legge n. 689/1981, per l’applicazione nei confronti di Planet Group della sanzione amministrativa pecuniaria prevista dall’art. 83, parr. 4 e  5, del Regolamento (pagamento di una somma fino a € 20.000.000 ovvero, per le imprese, fino al 4% del fatturato mondiale annuo dell’esercizio precedente, se superiore).

Tali violazioni risultano integrate in relazione a trattamenti collegati effettuati da Planet Group, per cui si ritiene applicabile la disposizione di maggior favore prevista dall’art. 83, par. 3, del Regolamento, in base al quale, se, in relazione allo stesso trattamento o a trattamenti collegati, sono state violate, con dolo o colpa, varie disposizioni del Regolamento, la sanzione comminata per la violazione più grave (di cui all’art. 83, par. 5, lett. a e b, del Regolamento) può assorbire quella applicabile per la violazione meno grave (v. art. 83, par. 4, lett. a, del Regolamento).

Per la determinazione dell’ammontare della sanzione nella fattispecie concreta occorre tenere conto degli elementi indicati nell’art. 83, par. 2, del Regolamento, che, nella presente fattispecie, possono considerarsi nei termini seguenti:

– la limitata durata della violazione (art. 83, par. 2, lett. a), del Regolamento);

– il numero limitato di interessati coinvolti, se relazionato alla notevolissima mole di telefonate promozionali effettuate dalle società di call center, partner di TIM (art. 83, par. 2, lett. a), cit.);

– la dimensione soggettiva della condotta, che deve ritenersi non dolosa, ma colposa, con par-ticolare riferimento al carattere reiterato e insistente di alcuni contatti telefonici e alla man-cata tempestiva attuazione del diritto di opposizione al trattamento (art. 83, par. 2, lett. b), del Regolamento);

– la dichiarata interruzione delle attività di contatto dei soggetti ‘referenziati’ sin dal 9 ottobre 2019, in base al divieto comunicatole da Tim (art. 83, par. 2, lett. c), del Regolamento);

– l’assenza di precedenti violazioni e provvedimenti dell’Autorità a carico della Società (art. 83, par. 2, lett. e), del Regolamento);

– la pronta cooperazione con l’Autorità nel corso degli accertamenti ispettivi e del procedi-mento (art. 83, par. 2, lett. f), del Regolamento);

– le categorie di dati personali interessate dalla violazione, essenzialmente individuabili in meri dati di contatto (art. 83, par. 2, lett. g), del Regolamento);

–  l’attuale gravissima crisi economica e finanziaria, anche a causa dell’emergenza sanitaria in corso (art. 83, par. 2, lett. k, del Regolamento).

A tali circostanze attenuanti si contrappongono le seguenti circostanze aggravanti:

–  la mancata adozione, per quanto in atti, di misure finalizzate a disciplinare e governare le attività di contatto di utenze ‘fuori lista’ prima che, il 9 ottobre 2019, subentrasse il divieto di Tim riguardo tale attività (art. 83, par. 2, lett. c), del Regolamento);

– la difformità della condotta della Società rispetto alla consistente attività provvedimentale, con la quale sono stati forniti indicazioni e chiarimenti in materia (v. provvedimenti generali e Linee Guida citati nel presente provvedimento), e la costante interlocuzione dell’Autorità con i soggetti che operano nel settore del telemarketing – possono ragionevolmente far ritenere raggiunta da tutti gli operatori (inclusa Planet Group), una sufficiente consapevolezza delle disposizioni che devono essere indefettibilmente osservate (art. 83, par. 2, lett. k, cit.).

In base al complesso degli elementi sopra indicati, in applicazione dei principi di effettività, proporzionalità e dissuasività indicati nell’art. 83, par. 1, del Regolamento, tenuto conto del necessario bilanciamento fra diritti degli interessati e libertà di impresa ma anche della gravità delle condotte riscontrate, in via di prima applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste dal Regolamento, anche al fine di limitare l’impatto economico della sanzione sulle esigenze organizzative, funzionali ed occupazionali della Società, si ritiene debba applicarsi a Planet Group la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di euro 80.000,00 (ot-tantamila) pari allo 0,40 % della sanzione edittale massima (euro 20.000.000).

Tale percentuale tiene conto, in termini comparativi con analoghe fattispecie, dell’elevato numero di utenze referenziate trattate senza base giuridica, dell’accertamento di gravi violazioni ulteriori, in particolare del diritto di opposizione e del principio di correttezza nella ge-stione di alcune telefonate promozionali; nonché della mancata adozione di apposite tempesti-ve misure per rimediare a tali violazioni

Nel caso in argomento si ritiene che debba applicarsi poi la sanzione accessoria della pubblicazione sul sito del Garante del presente provvedimento, prevista dall’art. 166, comma 7 del Codice e art. 16 del Regolamento del Garante n. 1/2019, tenuto conto della materia oggetto degli accertamenti, vale a dire il fenomeno del marketing indesiderato per conto delle compagnie telefoniche, oggetto, come sopra osservato, di numerosissime doglianze e conseguenti istruttorie di quest’Autorità, nonostante i reiterati provvedimenti sia a carattere generale sia diretti a determinati titolari.

Ricorrono infine i presupposti di cui all’art. 17 del Regolamento n. 1/2019 concernente le procedure interne aventi rilevanza esterna, finalizzate allo svolgimento dei compiti e all’esercizio dei poteri demandati al Garante.

TUTTO CIO’ PREMESSO IL GARANTE

ai sensi dell’art. 57, par. 1, lett. f), del Regolamento, dichiara illecito il trattamento descritto nei termini di cui in motivazione e adotta le seguenti misure correttive nei confronti di Planet Group S.p.a., con sede legale in Milano, viale Monza n. 265 (p.i. 07483620964):

a) ai sensi dell’art. 58, par. 2, lett. f), del Regolamento, dispone la limitazione definitiva del trattamento dei dati personali degli interessati, per i quali non disponga di un consenso libero e specifico per la finalità promozionale o di un’altra idonea e documentata base giuridica ai sensi degli artt. 6 e 7 del Regolamento;

b) ai sensi dell’art. 58, par. 2, lett. d), del Regolamento, ingiunge l’implementazione di misure tecniche ed organizzative tali da assicurare:

1. il trattamento per la finalità promozionale solo dei dati personali per i quali disponga di un consenso libero e specifico per tale finalità o di un’altra idonea e documentata base giuridica ai sensi degli artt. 6 e 7 del Regolamento;

2. la gestione corretta, nonché documentata adeguatamente e tempestivamente, del fe-nomeno delle chiamate eventualmente rivolte ad utenze c.d. “fuori lista”;

3. l’inserimento in black list, senza ingiustificato ritardo, dei dati degli interessati che in qualunque modo si oppongano al trattamento nonché la pronta comunicazione al committente della campagna promozionale;

4. la verifica documentabile, ad intervalli regolari, dell’effettiva registrazione, senza in-giustificato ritardo, della volontà degli interessati riguardo all’attività promozionale e dell’effettivo conseguente inserimento in black list delle numerazioni raggiunte da contatti commerciali con esito di diniego al trattamento;

5.  modalità corrette e non invasive nello svolgimento delle telefonate promozionali e nell’eventuale utilizzo di altri mezzi al medesimo fine;

c)  ai sensi dell’art.58, par.1, lett. a), del Regolamento nonché dell’art. 157 del Codice, ingiunge alla medesima Società di fornire, nel termine di 30 giorni dal ricevimento del presente provvedimento, riscontro documentato con riguardo alle iniziative intraprese al fine di dare attuazione a quanto disposto ai punti 1 e 2; l’eventuale mancato adempimento a quanto disposto nel presente punto può comportare l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria prevista dall’art. 83, paragrafo 5, lett. e, del Regolamento;

ORDINA

a Planet Group spa, in persona del legale rappresentante pro-tempore, di pagare la somma di euro 80.000,00 (ottantamila), a titolo di sanzione amministrativa pecuniaria per la violazione indicata in motivazione, rappresentando che il contravventore, ai sensi dell’art. 166, comma 8, del Codice ha facoltà di definire la controversia, mediante il pagamento, entro il termine di trenta giorni, di un importo pari alla metà della sanzione irrogata;

INGIUNGE

alla predetta Società, in caso di mancata definizione della controversia ai sensi dell’art. 166, comma 8, del Codice, di pagare la somma di euro 80.000,00 (ottantamila), secondo le modalità indicate in allegato, entro 30 giorni dalla notificazione del presente provvedimento, pena l’adozione dei conseguenti atti esecutivi a norma dall’art. 27 della legge n. 689/1981;

DISPONE

quale sanzione accessoria, ai sensi dell’art. 166, comma 7 del Codice e dell’art. 16 del Regolamento del Garante n. 1/2019, la pubblicazione sul sito del Garante del presente provvedimento, e, ai sensi dell’art. 17 del Regolamento del Garante n. 1/2019, l’annotazione nel registro interno dell’Autorità, previsto dall’art. 57, par. 1, lett. u) del Regolamento, delle violazioni e delle misure adottate.

Ai sensi dell’art. 78 del Regolamento, nonché degli artt. 152 del Codice e 10 del d. lg. 1° settembre 2011, n. 150, avverso il presente provvedimento può essere proposta opposizione all’autorità giudiziaria ordinaria, con ricorso depositato, alternativamente, presso il tribunale del luogo ove risiede o ha sede il titolare del trattamento ovvero presso quello del luogo di residenza dell’interessato entro il termine di trenta giorni dalla data di comunicazione del provvedimento stesso ovvero di sessanta giorni se il ricorrente risiede all’estero.

Roma, 11 marzo 2021

IL PRESIDENTE
Stanzione

IL RELATORE
Stanzione

IL SEGRETARIO GENERALE
Mattei

 

____________

(1) V., in tal senso: Relazione annuale 2018, p. 107, il provv. 22 maggio 2018, doc. web n. 8995274, nonché il Parere del Grup-po Art. 29, n. 6/2014,– WP 217, p. 35, secondo il quale l’istituto del legittimo interesse “garantisce una maggiore protezione dell’interessato; in particolare, stabilisce che si tengano in considerazione non solo i diritti e le libertà fondamentali dell’interessato, ma anche il suo ‘interesse’ – mero e non qualificato. … tutte le categorie di interessi dell’interessato devono essere prese in considerazione e valutate comparativamente rispetto a quelle del responsabile del trattamento, nella misura in cui siano pertinenti nell’ambito del campo di applica-zione della direttiva”.
(2) In tal senso, v.: il citato provv. del 15.1.2020, nonché, in precedenza, le Linee Guida del Garante in materia promozionale, 4 luglio 2013, e ancor prima, il provv. gen. 19 gennaio 2011, “Prescrizioni per il trattamento di dati personali per finalità di marketing, mediante l´impiego del telefono con operatore, a seguito dell´istituzione del registro pubblico delle opposizioni”, doc. web n. 1784528.

Caso Grillo: per il Garante della Privacy la pubblicazione del video è un atto illecito

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Caso Grillo: Garante privacy, diffusione video è atto illecito

In relazione alla circostanza – riferita dai genitori della ragazza presunta vittima di stupro attraverso il loro legale – che frammenti del video, relativo all’oggetto del procedimento penale, vengano condivisi tra amici, il Garante per la protezione dei dati personali richiama l’attenzione sul fatto che chiunque diffonda tali immagini compie un illecito, suscettibile di integrare gli estremi di un reato oltre che di una violazione amministrativa in materia di privacy.

Roma, 28 aprile 2021

Francesco Merlo e lo “ius soli” come succo della terra

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Francesco Merlo è un bravissimo giornalista. Purtroppo ha più querele per diffamazione che capelli in capo e questo non è bello da sopportare. Ma costituisce pur sempre una colonna portante del fare notizia e del farla in modo accurato ed efficace.

Ciò non toglie che ogni tanto anche lui possa andare incontro ad imbarazzanti e singolari svarioni. Come questo che vi riporto, tratto da una recente risposta ad un suo lettore, per cui secondo lui l’espressione latina “ius soli” potrebbe tradursi come “succo della terra”.

Ora, è innegabile che il sostantivo “ius-iuris” significhi anche “succo”, o “sugo”. Anzi, questo è il primo significato che il fido Castiglioni-Mariotti riporta. Ma non è il significato adeguato in questo contesto, dove “ius” ha da essere tradotto con “diritto” (nello specifico “alla terra”, cioè alla cittadinanza per territorio). Da questo errore marchiano una serie di voli pindarici sul “fertilizzante della terra” che sarebbero anche suggestivi se solo non nascessero da una interpretazione palesemente errata.

Se avessi tradutto, ai tempi del liceo linguistico, “ius soli” con “succo della terra”, il mio professore di latino, il buon Giancarlo Bolognesi, buonanima, che Dio lo abbia in gloria, mi avrebbe stangato senza pietà. E avrebbe fatto bene.

La nota della Procura della Repubblica di Catania sulla morte di Davide Villa

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“Non constano elementi che consentano di ipotizzare che gli eventi sui quali sta indagando siano sintomatici di un pericolo nell’utilizzo del vaccino di’ AstraZeneca, e neanche di alcuni suoi lotti, da parte della generalità dei soggetti nei cui confronti tale utilizzo è consentito”.

“La fermezza di tale convinzione è dimostrata dal fatto che lo scrivente e la stragrande maggioranza dei magistrati e del personale di questo ufficio si sono recati a ricevere la somministrazione del vaccino”.

“Va altresì premesso che, per quanto concerne il decesso dell’agente di polizia Davide Villa, l’accertamento della causa mortis costituisce oggetto di un procedimento di competenza della Procura di Messina, con la quale sin dall’inizio si è stabilito un collegamento investigativo per evitare sovrapposizioni e duplicazioni di attività e per mettere, invece, a fattor comune, mediante lo scambio delle informazioni, le conoscenze progressivamente emergenti dalle indagini e così avere un più ampio quadro di riferimento”. “Fatte queste doverose premesse si rappresenta che i primi accertamenti medici effettuati, seppur parziali rispetto ai quesiti proposti, consentono tuttavia di affermare che, in base alle caratteristiche genetiche riscontrate in relazione ai quesiti proposti, non sussistono fattori genetici predisponenti ad eventi trombotici a carico del Villa, mentre invece dalla storia clinica pregressa dello stesso risulta che questi rientrava nelle categorie per le quali è raccomandata la somministrazione di un diverso vaccino”.

“Ciò tuttavia non comporta di per sé l’esistenza di un nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino di Astrazeneca e il decesso del Villa, valutazione per la quale sono necessari numerosi altri accertamenti di competenza, come si è detto, di altra Procura”. “Appare ancora importante sottolineare il ruolo fondamentale di una corretta comunicazione e informazione preventiva e propedeutica a qualsiasi forma di vaccinazione utile a far maturare nei vaccinanti la consapevolezza dell’importanza di una scrupolosa ricostruzione della propria storia clinica”. “Altri accertamenti sono in corso da parte di questo Ufficio sulle componenti del lotto del vaccino somministrato al Villa e ad altro paziente attualmente in cura per eventi trombotici al fine di verificare le modalità di conservazione e trasporto del lotto da cui sono stati prelevati i Vaccini in questione e se per determinati soggetti con caratteristiche genetiche o con storie cliniche particolari tali componenti possano rappresentare un rischio”.

(da una nota del Dott. Carmelo Zuccaro, Procuratore della Repubblica di Catania)

E’ inutile ricordare in questa sede l’importanza precipua dell’anamnesi in sede pre-vaccinale. Solo una corretta valutazione di tutti i fattori di rischio può condurre i medici a individuare il vaccino adatto ad ogni singolo caso.

“Come trarre profitto dal coronavirus” e l'”Iron Man della vita reale”

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Solitamente quando segnalo una mail di spamming, sono solito omettere i dati essenziali. Questa volta farò una dovuta eccezione perché mi pare che la gravità dei contenuti la meriti.

Dunque: ho ricevuto una mail dall’indirizzo apparente “info@timebuluo.com”. Il mittente apparente è un tale “Aretino Bressi”. Il suject è più che eloquente: “Paolo Rocca rivela come trarre profitto dal coronavirus”.

Eccone il testo:

“La settimana scorsa, durante il programma Porta a Porta, Paolo Rocca, un Iron Man della vita reale, ha svelato come sta traendo profitto dal coronavirus. Paolo Rocca afferma che la sua ultima impresa può aiutare le persone comuni a guadagnare oltre 10.000 euro al mese, grazie a piccoli investimenti durante i periodi di crisi.
Con il mondo che combatte contro il coronavirus, i mercati sono molto volatili. Il suo progetto aiuta a trarre profitto dai movimenti dei mercati, sia al rialzo che al ribasso. Oltre 57.000 persone, ad oggi, si sono registrate e hanno guadagnato oltre 15.765.000,00 euro al momento della redazione di questo articolo.
Il nuovo progetto di Paolo Rocca è rimasto segreto fino alla scorsa settimana. Durante il programma Porta a Porta, Paolo Rocca ha annunciato che questa piattaforma è “il posto migliore sulla Terra per il proprio denaro, durante la pandemia di coronavirus”.

Ora io non dubito che questo signore, già definito nel testo “un Iron Man della vita reale”, sia andato a Porta a Porta, trasmissione televisiva che, per scelta personale, non seguo. Non dubito nemmeno che le 57000 persone di cui si parla abbiano guadagnato tutti quei quattrini. Se lo dicono loro… Quello che voglio sottolineare è il messaggio sotteso del subject, secondo il quale sarebbe possibile trarre profitti dal coronavirus. E anche il fatto che c’è gente negli ospedali che si fa un mazzo tanto per curare i malati di covid nelle terapie intensive e nei reparti ordinari per poco più di 1200 euro al mese, famiglie che sono ridotte sul lastrico perché non possono riaprire la loro attività commerciale, gente che si arrabatta per combinare il pranzo con la cena, intere famiglie nelle zone rosse, persone che hanno perduto i propri cari per la malattia. Insomma, una mail, una iniziativa e una trsmissione televisiva del genere mi sono sembrate quanto meno inopportune, ecco.

Sono cose che possono accadere nella casella di posta elettronica di chiunque e che vanno denunciate. Non certo alla Magistratura (non c’è alcun tipo di reato nel rivelare un metodo per diventare ricchi, sia pure in tempi così difficili), bensì all’opinione pubblica. Perché la gente sappia e, possibilmente, si indigni.

Storica sentenza del TAR del Lazio contro il Ministero della Salute e l’AIFA

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Fabrizio Salvucci, Giuseppe Giorgio Stramezzi, Riccardo Szumsky e Luca Poretti hanno proposto ricorso innanzi al TAR contro la nota AIFA del 9 dicembre 2020 a proposito di “principi di gestione dei casi Covid-19 nel setting domiciliare“.

Si legge nella sentenza:

“Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha pronunciato la presente ordinanza per l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, della nota AIFA del 9 dicembre 2020 (…) nella parte in cui nei primi giorni di malattia da Sars-covid prevede unicamente una ‘vigilante attesa‘ e somministrazione di fans e paracetamolo, e nella parte in cui pone indicazioni di non utilizzo di tutti i farmaci generalmente utilizzati dai medici di medicina generale per i pazienti affetti da covid”.

In breve, ogni medico potrà prescrivere in scienza e coscienza (cioè nel sapere e nel sentire) i farmaci che ritiene più opportuni, di caso in caso, per ogni singolo paziente, anziché FANS e paracetamolo come previsto dai protocolli ministeriali.

Ecco le dichiarazioni del Dott. Andrea Stramezzi, Medico Chirurgo e volontario del gruppo ‘Medici Covid19’ rilasciate alla trasmissione “Un giorno speciale” dell’emittente radiofonica Radio Radio:

“La sentenza è splendida. Il giudice evidentemente ha ragionato. La sentenza è fantastica perché va oltre il problema del Covid: sancisce che non si può vietare l’utilizzo dei farmaci normalmente utilizzati in terapia ai medici. Un medico ha il diritto-dovere di utilizzare i farmaci che ritiene più adatti a quel paziente in quel momento. Questo è fondamentale.

Poi c’è la parte della vigile attesa: si sancisce che non si deve attendere. I malati si curano, non si lasciano da soli abbandonati a casa in attesa che diventino gravi. È una sentenza storica. Ovviamente è una sospensione temporanea in attesa del giudizio di merito, ma l’udienza è fissata a luglio. È ovvio che non andrà mai in udienza, perché il Prof. Palù sta già preparando delle nuove linee guida e a luglio non ci sarà più la norma. Abbiamo vinto, è per questo che è una sentenza storica”.

Trovate l’intera trasmissione di Radio Radio qui:

Mentre qui trovate il testo dell’ordinanza del TAR che dà torto a l Ministero della Salute e all’AIFA, costituitesi in giudizio, e legalmente rappresentate dall’Avvocatura Generale dello Stato.

Download (PDF, 143KB)

 

Ministero della Pubblica Istruzione: comunicato stampa sugli Esami di Stato

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COMUNICATO STAMPA

Scuola, pronte le Ordinanze sugli Esami di Stato

Saranno inviate lunedì al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione

Il Ministro Patrizio Bianchi: “Gli studenti avranno modo di esprimere

quanto maturato nel corso degli anni di studio”

Sono pronte le Ordinanze sugli Esami di Stato del primo e del secondo ciclo di Istruzione, che lunedì saranno inviate al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione per il parere previsto prima della loro emanazione.

Le Ordinanze definiscono gli Esami di giugno, tenendo conto dell’emergenza sanitaria e del suo impatto sulla vita scolastica e del Paese. Sia per il primo che per il secondo ciclo, l’Esame si baserà su una prova orale che partirà con la discussione di un elaborato.

L’Esame consentirà alle studentesse e agli studenti di esprimere quanto maturato nel corso dei loro anni di studio”. Sottolinea il Ministro dell’Istruzione, Professor Patrizio Bianchi. “Studentesse e studenti, attraverso il loro elaborato, che potrà essere un testo, ma anche una prova pratica o un prodotto multimediale, potranno dimostrare ciò che hanno appreso e compreso, la loro capacità di pensiero critico e di esprimersi. L’Esame – prosegue il Ministro – deve essere concepito come il diritto di tutte le studentesse e tutti gli studenti ad essere valutati sulla base delle attività scolastiche svolte nell’arco di tutto il loro percorso. Tenendo conto delle difficoltà vissute durante l’emergenza sanitaria”.

Studentesse e studenti saranno seguiti, passo dopo passo, dall’assegnazione dell’argomento dell’elaborato, fino alla sua discussione di fronte alla commissione.

L’Esame del primo ciclo

L’Esame prevede una prova orale a partire dalla discussione di un elaborato su una tematica che i Consigli di classe assegneranno, tenendo conto delle caratteristiche personali di ciascuna studentessa e di ciascuno studente, entro il prossimo 7 maggio. L’elaborato sarà trasmesso alla commissione entro il 7 giugno. I docenti seguiranno i singoli alunni, suggerendo la forma di elaborato più idonea e accompagnandoli durante la stesura. L’elaborato potrà essere scritto, in forma multimediale, potrà essere una produzione artistica o tecnico-pratica e coinvolgere una o più discipline. La votazione finale resta in decimi. Si potrà ottenere la lode. L’ammissione all’Esame sarà deliberata dal Consiglio di classe. La partecipazione alle prove nazionali Invalsi, che comunque si terranno, non sarà requisito di accesso. Quanto al requisito della frequenza, previsto per i tre quarti dell’orario individuale, saranno, come previsto dalla normativa, i collegi docenti a introdurre le eventuali deroghe, tenuto conto delle specifiche situazioni anche dovute all’emergenza pandemica.

L’Esame del secondo ciclo

La sessione d’Esame avrà inizio il prossimo 16 giugno. L’Esame prevede un colloquio orale, a partire dalla presentazione di un elaborato che sarà assegnato dai Consigli di classe, sulla base del percorso svolto. L’elaborato riguarderà le discipline caratterizzanti l’indirizzo di studi, che potranno essere integrate anche con apporti di altre discipline, esperienze relative ai Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento o competenze individuali presenti nel curriculum dello studente. L’ammissione all’Esame sarà deliberata dal Consiglio di classe.

Come per gli esami conclusivi del primo ciclo, la partecipazione alle prove nazionali Invalsi, che comunque si terranno, non sarà requisito di accesso, e saranno le istituzioni scolastiche a stabilire eventuali deroghe al requisito della frequenza, previsto per i tre quarti dell’orario individuale. Si deroga anche al monte orario previsto per i Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, che non rappresenta un requisito di accesso. Il credito scolastico avrà un peso fino ad un massimo di 60 punti, 40 per l’orale. La votazione finale resta in centesimi e si potrà ottenere la lode. La commissione sarà interna, con il Presidente esterno.

Il colloquio partirà dall’elaborato predisposto dai candidati. L’argomento dell’elaborato sarà assegnato a ciascuna studentessa e a ciascuno studente entro il prossimo 30 aprile dal Consiglio di classe. Ogni docente seguirà un gruppo di studenti. Ragazze e ragazzi saranno accompagnati durante la costruzione del loro elaborato, che dovrà essere consegnato all’insegnante di riferimento entro il 31 maggio. L’elaborato potrà avere la forma più varia, in modo da tenere conto della specificità dei diversi indirizzi di studio, della progettualità delle istituzioni scolastiche e delle caratteristiche della studentessa o dello studente in modo da valorizzare le peculiarità e il percorso personalizzato compiuto. Dopo la discussione dell’elaborato, la prova orale proseguirà con l’analisi di un testo già oggetto di studio nell’ambito dell’insegnamento della lingua e letteratura italiana. Saranno poi analizzati, come lo scorso anno, dei materiali (un testo, un documento, un problema, un progetto) predisposti dalla commissione. All’interno dell’elaborato o nel corso del colloquio saranno esposte le esperienze svolte nei Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento. Nella conduzione dei colloqui si terrà conto delle informazioni contenute nel curriculum dello studente, che comprende il percorso scolastico, ma anche le attività effettuate in altri ambiti, come sport, volontariato, attività culturali. 

 

Roma, 19 febbraio 2021

La giornata internazionale della radio

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Anch’io amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente.

E’ inutile, la radio mi attira, mi attizza, mi prende e mi porta via. Molto più della logorroica televisione, che guardo, sì, ma con moderazione, visti i contenuti a dir poco criticabili (ormai la TV praticamente la uso per guardare qualche film su Sky, “Un posto al sole” la sera -sì, io lo guardo! Qualcosa da ridire?- e poco, poco altro).

L’idea di qualcuno che parlava da lontano, dietro a un microfono, che io non potevo vedere, che per quello che mi riguardava poteva essere vestito/a con abiti logori e sdruciti, tanto chi se ne fregava, mi bastava la voce, bastava che qualcuno mi parlasse in continuazione, e io ero contento. Quest’idea, dicevo, ha sempre esercitato in me un fascino irresistibile. Ognuno ha le sue fisime.

Con la radio (l'”aradio”, come diceva il mi’ nonno Armando, il marito della mi’ nonna Angiolina, ma questa è un’altra storia) cominciai a smanettare da bambino. Ero un assiduo ascoltatore di Radio Montecarlo, sulla frequenza storica di 701/702 kHz, in Onde Medie. A Vada arrivava a bomba, si sentiva benissimo di giorno e all’imbrunire, quando alle 19,30 cedeva il passo alla consorella monegasca Trans World Radio, stazione religiosa di ispirazione protestante che trasmetteva sermoni e riflessioni bibliche, ma io ascoltavo anche quella, cosa me ne fregava… Anzi, siccome quelli di TWR invitavano gli ascoltatori a scrivere (c’erano carta e francobolli, allora, non esisteva l’e-mail!), io, che avrò avuto allora 8-10 anni, scrivevo perdavvero. “Sono un bambino italiano, potete mandarmi il Nuovo Testamento?” E quelli, pazienti, me lo mandavano. Chissà quanti accidenti devono avermi tirato. Ma adoravo quel mondo di corrispondenza scambiata, di attese, di postini che arrivavano con pacchetti dal contenuto misterioso.

Cominciò così la mia attività di ascoltatore attivo. Volevo esplorare quel mondo, ascoltare l’ascoltabile, programmi, voci, opinioni, lettere degli ascoltatori. Così, una sera d’inverno, mi bastò smuovere leggermente la manopola della sintonia a destra per incappare su Radio Praga in italiano. Ovviamente scrissi anche a loro, e da lì cominciai a spendere più soldi in francobolli che altro. Se avessi messo da parte tutto quello che ho dissanguato in affrancature selvatiche, oggi non sarei certo ricco, ma avrei la possibilità, questo sì, di togliermi qualche sfizio in più, questo è certo. Dopo Praga vennero presto tutte le stazioni europee principali in italiano: Berlino Est, Sofia, Varsavia, Tirana (la bestia nera dei radioamatori patentati!), Colonia, Pechino (che in italiano trasmette ancora oggi), Tokyo. E giù contatti personali, ma anche un paio di ricevitori professionali della serie Grundig Satellit. Praticamente dei cannoni. Ma erano, appunto, altri tempi.

Con l’avvento delle radio libere, ma libere veramente, in Italia, ebbi la fortuna non solo di ascoltare un numero potenzialmente infinito di stazioni in FM e con qualità audio allora stupefacente, ma mi dilettai come conduttore di una stazione locale che adesso non esiste più, ma che ricordo con infinita nostalgia e gratitudine per come mi ha formato come persona, prima ancora che come esperto della materia. Mi piaceva condurre di tutto, dal buongiorno della mattina al quiz di mezzogiorno, una volta condussi anche un programma di ballo liscio solo per un giorno, ma sì, chi se ne frega… Ma la massima soddisfazione la ottenni con la co-conduzione assieme ad Alberico Quiriconi (the great, the big old friend!) del programma “Obiettivamente ma fino a un certo punto”, un titolo lungo come la sua durata: tre ore dalle 21 alle 24. Un microfono praticamente sempre aperto su tutto quello che accadeva in studio, il prototipo dei talk show, con musica di eccellente qualità (folk anglo-scoto-irlandese, soprattutto). La domenica notte andavo a letto alle 2. Alle 7 mi alzavo sveglio come un grillo e felice di aver fatto quello che avevo fatto. Non sentivo nessuna fatica fisica e mentale, ero perfettamente rilassato e tranquillo. Come facevo, proprio non me lo so spiegare.

Ora, tutto è cambiato, non abito più là. Ho una casa bellissima e un apparecchio radio da 60 euro che si collega in digitale a Internet e prende qualsiasi stazione trasmetta sul web (quindi praticamente tutte) in qualità strabiliante. Sono pigro e non ho più voglia d alzarmi la notte o stare sveglio fino a tardi perché a quell’ora trasmette Radio Putipú dal Brasile (chissà se esiste veramente, me la sono inventata adesso.

Oggi è la giornata internazionale della radio. Passatela bene e trattate, se possibile, ancora meglio questo mezzo di comunicazione che, con la sua flessibilità, si è adattato ad ogni esigenza, e che oggi potete portare in tasca come podcast o come applicazione del telefonino. Abbiatene sempre cura, che è una cosa preziosa.

La protesta della professoressa Sara Masoero del Liceo Peano-Pellico di Cuneo: se 5625 studenti positivi le sembran pochi…

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L’edizione di Cuneo del quotidiano “La Stampa” di oggi riporta la notizia, invero inquietante, di una professoressa del Liceo Peano-Pellico, che ha avuto l’idea di fare lezione, per protesta contro la didattica a distanza, sotto i portici dell’Istituto, a partire delle ore 8.

La Professoressa, che si chiama Sara Masoero, si è armata di tablet e di un cartello in cui è scritto: LA SCUOLA, LUOGO DI POSSIBILITA’, CULTURA, PARTECIPAZIONE ATTIVA DEVE ESSERE IN PRESENZA, in caratteri maiuscoli e su sfondo arancione.

Il Dirigente Scolastico, oltretutto, ha pubblicamente espresso un plauso all’iniziativa della docente: “Giustamente la docente contesta questo tempo sospeso”, e anche la Dirigente dell’Ufficio Scolastico provinciale Maria Teresa Furci ha espresso la sua opinione terminando l’intervento con la frase: “La scuola è vita, è naturale e bello che docenti e ragazzi chiedano di poter tornare in aula.

La docente, che ha avvisato esclusivamente i suoi alunni della sua singolare protesta, conta, naturalmente, di avere un nutrito gruppo di followers al suo seguito. Consolata da un the caldo portatole da una bidella e da un collega di sostegno, ha dichiarato: “Insegnerò qui all’aperto e a oltranza finché le scuole riapriranno. La didattica a distanza va bene per periodi brevi, e in emergenza.” E definisce, addirittura, l’iniziativa governativa di chiudere le scuole e gli altri centri culturali come “criminale”.

Io sono disposto a regalare alla signora, anziché un teino caldo della macchinetta delle bevande della scuola, una buona bottiglia di grappa, perché se è vero come è vero che vuole andare avanti ad oltranza, l’inverno e il freddo si avvicinano, e un buon bicchierino di graspa, al mattino, apre le coronarie, scalda i cuori e favorisce la concentrazione.

Ma la docente si contraddice: è pur vero che la didattica a distanza va bene per periodi brevi (e questo non mi pare affatto un periodo lungo, tale da giustificare proteste così plateali), e anche in periodi di emergenza. Ma, mi scusi, professoressa, questo che cos’è se non un periodo di emergenza? Il Dirigente Scolastico, in maniera forse un po’ inopportuna, sciorina delle cifre: prima che il governo portasse, prima al 75% e poi al 100% la didattica a distanza in tutte le scuole superiori, aveva lamentato PIU’ DELLA META’ dei docenti in quarantena precauzionale. Non è un’emergenza questa? Ma c’è di più. Secondo quanto afferma il quotidiano on line “Orizzonte Scuola”, “su 27440 studenti piemontesi testati, 5625 sono risultati positivi. E nell’ultima settimana il dato si è fatto più allarmante.” 5625 studenti positivi non sono un’emergenza TALE da giustificare la didattica a distanza? Lo sono e come! Dovrebbe bastare questo numero altissimo per giustificare la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, altro che tablet e banco e sedia comprati all’Ikea (sì, perché “La Stampa” di Cuneo riferisce anche questo curioso particolare)!!

Quanti studenti seguiranno l’esempio della Professoressa Masoero? Non lo sappiamo. Ma nel caso si trattasse della totalità dei suoi alunni, si creerebbe un assembramento indicibile. La stessa Masoero ammette, in maniera un po’ disincantata, di avere un giorno alla settimana, il mercoledì, in cui è impegnata nell’insegnamento per cinque ore (ma avrà altri giorni in cui ne avrà solo due, tre o quattro, e il giorno libero non lo vogliamo contare?). Immaginiamo solo il putiferio che ne deriverebbe al cambio di ogni ora. Alunni che si siedono su banchi o sedie occupati in precedenza da altri alunni, senza una minima disinfezione o sanificazione, gruppi di una quarantina di individui pronti a darsi il cambio per la causa della didattica in presenza, con rischio contagio elevatissimo. E quando piove? No, perché pare, dice, si vocifera che a Cuneo, come in molte altre parti d’Italia, ogni tanto piova. Basteranno i paraorecchi per preservare docente e alunni dalla pioggia? No, serviranno parecchi ombrelli e diversi impermeabili.

Perché se è vero, come è vero, che la didattica in presenza è un valore, è altrettanto vero e ancor più sacrosanto che la didattica a distanza può contribuire a salvarti la vita. Non abbiamo bisogno di eroi, di proteste, di gesti plateali e di cartelloni, abbiamo bisogno di una risposta certa e adeguata da parte delle istituzioni piemontesi e nazionali, che guardi al rispetto e alla tutela di quei 5625 studenti risultati positivi, delle loro classi, delle loro famiglie e delle persone che frequentano.

Hic Rhodus, hic salta!