Rosa Ana De Santis – Quando Dio e’ irragionevole

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La storia di Eluana ha costretto tutti a interrogarsi sulle domande più scomode. I semplici e i professori. La religione insieme alla filosofia, la legge con la scienza medica. E’ salita sugli altari delle messe e si è seduta nei cenacoli accademici. Sembra dipinta già in un affresco la vita sfortunata di una ragazza comune, destinata a diventare la metafora di un momento importante della vita del nostro paese. E’ già scolpita la sua memoria, prima ancora che la tomba sia sigillata dall’epitaffio. E’ già un paradigma. E’ lei che lascia noi in una rete sacra di ragioni aperte che non tacciono, come invece taceva lei da 17 anni. Che anzi sbattono porte e finestre. Accendono lumini e pregano sotto la stanza dove è morta, gridano per bocca dei cattolici, spengono trasmissioni, consegnano la vittoria – almeno sulla carta – ai sostenitori della laicità e della libertà. Ma disegnano i tratti di un orizzonte inquieto, dove qualcosa è in tramonto.

Grida la morte di Eluana. Perché per una volta i principi consumati da analisi e speculazioni sono diventati carne e sangue consegnati a tutti. Senza elitarismi. La coscienza aveva davanti la foto di un sorriso spalancato e accanto la cronaca di un corpo che si sbriciolava come pane dentro a un letto, inchiodato all’immobilità della morte. Una morte strana, che quasi non conoscevamo. Una morte che respira e apre le pupille, che viene alimentata, spostata di fianco, vestita e lavata. Una morte assistita. Una morte tanto strana che per alcuni era vita da difendere senza esitazione. Nelle forme di una battaglia e con le vesti di una milizia, negando ogni ostacolo, fosse anche il pilastro della libertà personale.

Questa è stata la cronaca dei comportamenti fuori controllo delle istituzioni. Reazioni isteriche, spinte oltre lo stile della mediazione e il rispetto della legge. Uno spettacolo – a tratti spietato – di divisione e scontro, e un sipario sceso su riferimenti che credevamo irrinunciabili. E’ stata guerra. Violenza verbale. Divisione di parti e ragioni. Di una verità e di tante. Questo ha dichiarato in una intervista al quotidiano La Repubblica l’ex Presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky. Primo firmatario dell’appello “Rompiamo il silenzio” – che denuncia il caso di una “democrazia in bilico”- mette in fila gli errori metodologici che hanno accompagnato questa storia. Eluana ha mostrato la regressione dell’Italia nel passato remoto. La Chiesa che mette in ombra le conquiste di dottrina del Concilio Vaticano II anteponendo la verità della fede alla compassione familiare. Il Parlamento che preferisce alla voce generale del diritto – che nulla toglie alla libera espressione della singola coscienza – il diktat del dogma. Un clamore viscerale e di principio che si scioglie all’improvviso quando il 31,7% delle sacre famiglie s’incollano su Canale 5 per il Grande Fratello. Quasi otto milioni d’italiani non erano spezzati dalle domande esistenziali, dal Parlamento in alto mare, dalla morte.

Abbiamo assistito a una storia – solo in parte annunciata – di democrazia moderna mangiata a poco a poco. Divorata dai lembi al midollo. Mentre tutto questo accadeva, e solo il Presidente della Camera manteneva un barlume di lucidità, tanti guardavano la spazzatura sceneggiata in reality dando la prova di quanto lavoro nelle comunità e nella famiglia la Chiesa non faccia più da tempo, avendo prudentemente scelto l’opzione del potere e dei troni. Loro non li rovesciano più come recitava il Magnificat della madre del Cristo. Se li riprendono, non partendo dalla conversione e dal catechismo, ma direttamente da Palazzo Chigi.

Dietro alla questione del dogma e del dibattito etico, anzi dentro quella stessa questione, si agita un mostro di ragione e potere. L’etica non si risolve passando per i dogmi della fede. L’etica, una e assoluta, nemmeno esiste. Esistono tante interpretazione dell’etica. Dettate da codici antropologici, ancorate alla tradizioni e ai ruoli, mediate sempre dalla ragionevolezza, se non dalla ragione. Ma sono tante e tutte lecite fintanto che sono governate dalla ragione e non danneggiano gli altri. Lo sforzo che fa uno stato moderno che si dà delle leggi, è quello di rintracciare un fondamento comune che, pulito da vizi di storia e tentazioni particolaristiche, costruisca un comune senso morale. Quello che diventa legge per tutti.

Questa morale ha fatto la storia della filosofia e, per la sfortuna degli assetati di verità, non è un sistema blindato e risolto per sempre. Semplicemente perché la vita umana esiste proprio quando cambia. Quando si adatta e conosce. Quando muta se stessa e sperimenta nuove condizioni dell’esistenza. Su quelle dovremo ragionare ancora. Chiunque sia blindato in confessionale al sicuro da questo, dovrà rassegnarsi. Ciò che si archivia senza possibilità di rivisitazione è morto. E non fa né conoscenza, né giurisprudenza. Fa archeologia e nemmeno più storia.

Questo è Eluana dopo la sua morte. Occorreva una prova evidente della nostra maturità democratica e laica. E se è arrivata – a prezzo di estenuante battaglia – da parte della legge e del diritto, non è arrivata dal nostro Parlamento che, in piena nemesi d’identità, ha iniziato a smascherare se stesso. La sede della politica ha dimenticato quasi con disinvoltura e spontaneità natura e processi del proprio ruolo. Ha perso casa, tradendo il Quirinale e, passando per i calcoli meschini del Presidente del Consiglio atteggiato a paladino di una fede che nemmeno conosce troppo bene, ha perso il proprio centro assimilandosi in toto a quel pietoso avanzo di democrazia cristiana sbagliata che è il nostro centro. Ha mutuato le forme della libertà e la neutralità della legge con i proclami sulla vita. Ha barattato la concezione cattolica della Vita, frutto di una fede e di una precisa religione monoteistica, con la morale universale e il diritto che deve difenderla oltre ogni personale visione della vita e della morte. Ha scelto il contenuto di una fede per abbandonare la formula della neutralità. Il primo passo necessario per un contenuto che sia valido per tutti.

Un errore di metodo che costerà una pietosa strada per tutti noi. Perchè tutti noi faticheremo ancora di più per avere una legge che non ci tratti da fedeli ma da cittadini. Ma è stata una reazione di pancia, almeno per quanti circolano attorno a Berlusconi. Un’azione che tradisce tutta l’immaturità dei nostri politici ad essere democratici nell’anima. Il regime non avanza solo sulla scacchiera del premierato ricercato dal Cavaliere, il regime sta nell’aria di una cultura e di una pericolosa predisposizione mentale.

A questo doveva servire lo Stato e la sua Ragione. A tenere in piedi la vita di tutti, quando il dio in cui credono alcuni chiede di inginocchiarsi tutti alla sua autorità. A tenere la ragione e il dialogo, quando qualcuno invoca il silenzio fatto di timore che viene dalle fede. A lasciare che siano i cittadini a decidere per se, sempre e in ogni condizione. A slegare le persone dalle autorità divine. A pulire le città dalle indulgenze. A bloccare le guerre di religione e a ripristinare l’obbedienza dei tribunali e della pubblica legge. A tenere fuori la verità assoluta che non sia esperibile secondo ragione e a condannare in sede pubblica chiunque imponga la propria agli altri. Sembra la summa di quello che dovrebbe essere accaduto secoli fa, eppure è accaduto ancora. Anzi non è accaduto.

L’epilogo è triste quando guardand
o ai fatti sappiamo bene che Eluana è morta come lei voleva perché la legge, strappando diritti e sentenze alla nostra Costituzione, lo ha permesso. In quel vuoto della politica lei ha trovato la strada. E sappiamo anche che la legge che verrà sul testamento biologico nutrita di questi errori e di queste pesanti amnesie forse non lo permetterà più a nessuno, imponendo ai tribunali di onorare la Vita così come la intendono i cattolici. Questa è l’unica verità pericolosa che si muove dietro le sofisticherie di sondini e dibattiti infiniti. Ci faranno credere di essere liberi, anche liberi da dio. Ma vivremo, faremo figli e moriremo da cattolici. La maggior parte lo farà in modo inconsapevole, incollandosi allo schermo dell’ennesimo Grande Fratello.

Le firme invocate con tanto ardore da Gasparri non saranno quelle dei presunti assassini, ma di coloro che portando dio in Parlamento negheranno a un’altra Eluana la libertà, consegnando a tutti un dio solo più irragionevole con cui non potremo fare granché se non leggi ingiuste per lo Stato e chiese deserte di misericordia. E così, dopo la libertà, avranno tolto anche la consolazione di una preghiera.

da: www.altrenotizie.org

Rosa Ana De Santis – Il paccotto sicurezza

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È una scena amara quella che si vede passando davanti all’Istituto Nazionale dei Migranti, sul Lungotevere di Roma. Cartelli, a caratteri colorati e in grassetto, che ricordano alle donne in fila per le visite che nessun medico dell’Ospedale le denuncerà. Proprio le donne sono quelle che fanno più domande, le più spaventate. Sono agitate le mediatrici culturali. Il loro lavoro, che è opera di conoscenza e integrazione, viene affievolito a poco a poco dalla paventata assimilazione progressiva dei nosocomi in questure, dei camici bianchi in doppia divisa da poliziotti. E’stato chiaro il Prof. Aldo Morrone: in quell’ospedale nessuno denuncerà. E non è il solo. Non c’é solo il giuramento d’Ippocrate, c’é la frequentazione del dolore di tutti i giorni che impedisce di accodarsi alle belve vestite da politici. Continua la lettura di “Rosa Ana De Santis – Il paccotto sicurezza”

Rosa Ana De Santis – Il viaggio di Eluana

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La tv è scatenata. Si riempie di dichiarazioni e approfondimenti. Tutti scalpitano. Tace solo LA7. Un silenzio intessuto di pudore e rispetto sconosciuto invece a chi è tutto intento a scandire minuziosamente il passaggio dell’ambulanza, i momenti del trasferimento nella clinica di Udine, lo stile e il metodo dei salotti di Porta a Porta esaltatati all’idea di rubare un’immagine in più. Eluana non si vede. Eluana è invisibile. Tenuta nascosta mentre un oceano di parole e teorie in questi ultimi mesi ha raccontato la sua storia agli italiani. Mons. Fisichella si professa rispettoso del dolore della famiglia, ma ravvisa nella scelta del padre errori e confusioni. Più spavaldo è il leader del Movimento della Vita, Carlo Casini, che s’interroga stupito come si possa preferire l’agonia – come la definisce lui – ad una vera e propria eutanasia. Contraddizioni di un’amnesia a dir poco ipocrita.

E’ solo di una domenica fa l’Angelus gridato in cui Benedetto XVI ha parlato della dolce morte come di una risposta sbagliata al dolore. Come si può pensare che un Paese tenuto sotto scacco dal Vaticano possa decidere di legiferare sulla dolce morte, non consegnandola più alla volontà del Creatore e al riscatto del Paradiso? Come si può pensare che si arrivi a questo grado di maturità politica se sul testamento biologico l’accanimento sta nel limitarne il più possibile il senso e l’efficacia, mordendo ai fianchi la libertà dei cittadini sulle proprie vite?

Nel caos di questa corrida di pareri, il Presidente della Camera ha ribadito il valore assoluto del dubbio e quindi la consegna totale della scelta a chi quella vita l’ha generata e ne ha raccolto le volontà e il testamento. Berlusconi ha detto No al decreto. Litiga con le toghe su tutto, non su questo. Ed è quello che ancora meglio dice oggi Sofri dalle pagine di La Repubblica. Ammesso che la letteratura scientifica non abbia un parere unanime, anche se questo a dire il vero significa solo dire che i medici cattolici antepongono ad alcune evidenze scientifiche un concetto della vita che è religioso prima che scientifico e persino umano, esiste un inderogabile principio che vede ciascuno assoluto proprietario di sè, del proprio corpo, del percorso esistenziale che ha vissuto sulla terra. Nulla viene tolto al cielo che ognuno vuole raccontarsi dopo la vita, nulla alla credenze e alla metafisica di una consolazione; ma quaggiù è indispensabile onorare la libertà di tutti su sé stessi e quindi l’autodeterminazione, non consentendo mai che la vita del singolo diventi materia contesa e decisa dalle Istituzioni o dalla Chiesa. Semmai blindare questa libertà con una legge chiara. Che impedisca quello che Beppino Englaro ha vissuto in questi anni. Una via crucis nella quale solo i preti riescono a non ravvisare una spietata disumanità.

Un percorso, quello del padre di Eluana, che intenerisce nel profondo e commuove per la sopportazione lucida e ostinata di una sofferenza che deve essere davvero più grande di ogni umana sopportazione. Con al fianco la mamma di Eluana, ammalata e quasi custodita da suo marito. E poi “Eluanina” – come lui la chiamava – che non c’è più. Strappata alla morte a ogni costo per rimanere attaccata alla terra a vegetare. Senza sentimenti e con un cervello spento che non è in grado di sentire sofferenza. Questo dice l’anestesista Amato del Monte. Eluana è morta 17 anni fa.

E’ la vedova Welby, più di tutti, a ricordare ogni momento il coraggio della scelta di Beppino Englaro. Il desiderio che la volontà di Eluana fosse riconosciuta dalla legge e non avesse le sembianze di una soluzione disperata da consumare in clandestinità e da decorare di compassione in qualche preghiera collettiva. E’ una scelta che parla della vita e della morte con assoluta consapevolezza e senza prigioni della mente. Fondata sulla libertà e sul rispetto. Un modo di leggere l‘esistenza con sacro rispetto, restituendola al suo profondo valore. Quello che ognuno crede giusto.

La legge sul testamento biologico, proprio grazie a questa lunga battaglia, sta andando avanti. Tutta orientata sul modo in cui non considerare alimentazione e idratazione forzata come non-cure, per arrivare al punto di non considerarle accanimento terapeutico e di poter lasciare in stato vegetativo altri morti. Al centro dei lavori sta la ricerca di un modo per ostacolare la scelta e non per regolamentarla. Una risposta, quella delle nostre istituzioni, arretrata, che umilia una storia intera di pensiero e principi. Che umilia questo paese che non è contro la scelta di Beppino Englaro. Lo ricordino i vescovi nelle loro messe deserte. Le stesse messe che condannarono Welby quando rifiutò la ventilazione artificiale e morì. Per Eluana non c’è terapia da interrompere e non c’è più consapevolezza per ribadire la sua volontà. Proprio questo è diventato, a servizio della chiesa e di tanta parte del Parlamento italiano, lo strumento più efficace e più vile per costringere e per negare a una vita di vivere e morire come lei aveva deciso.

Vorremmo che questo momento non fosse aggravato dall’ostinazione quasi grottesca – non fosse così tragica – con cui il nostro Ministro del Welfare è alla ricerca di un escamotage qualsiasi per impedire la fine della morte di Eluana. Un comportamento violento e squalificante per un ministro che non sa riconoscere le competenze e la divisione dei poteri. Un atto che tradisce un radicato disprezzo per la libertà personale e un vuoto imbarazzante di umana pietà. O paura. Fa paura Eluana che ora può morire. Fa paura un padre che sopporta il dolore scevro da ogni egoismo e in totale dedizione della volontà della figlia. Fa paura chiunque parli della vita e della morte, non consegnando la sofferenza e il suo valore ad altra certezza che non sia il significato della propria vita.

Il protocollo è pronto da quasi un mese. Ragionato in ogni minimo passaggio. Eluana sedata e non alimentata e idratata a forza si spegnerà. Insegnando la fatica di una giustizia ottenuta a prezzo di lunghi anni, di accuse e di ostacoli calati dall’alto e dai centri di potere. Sappiamo purtroppo che quelli che oggi versano fiumi di lacrime, si buttano contro l’ambulanza o sostano affranti nelle piazze in protesta, questi stessi sono incapaci di piangere e di avvertire l’ingiustizia profonda di una volontà calpestata, la negazione di una vita per la Vita. A noi piace immaginare senza paradiso il viaggio di Eluana. Libero, come libera sarà lei.

da: Altrenotizie