Il “principe libero” fa aumentare gli accessi di valeriodistefano.com

principelibero

Negli ultimi due giorni, in concomitanza con la messa in onda della fiction sul cosiddetto “principe libero” dedicata a Fabrizio De André (fiction che mi sono ben guardato dal vedere in TV), il blog ha registrato un’impennata di accessi, concentrati soprattutto sul post dedicato alla “Canzone dell’amore perduto”, che mi ha apportato tante antipatie di cui vado orgoglioso.

Siete stati veramente un putiferio, e con questo apporto massiccio, quel post sta per diventare il più cliccato in assoluto (mancano, allo stato attuale, un paio di centinaia di accessi).

Troppo onore, non me lo merito. Ma guardate che ci sono più di altri 4000 post che parlano d’altro, quindi volendo si possono anche leggere. Mi raccomando.

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Cosa sarà che ti porta a cercare il giusto dove giustizia non c’è

Il fatto di avere un blog, di essere presente a vario titolo sui social network e di scrivere ora qui e ora là su internet mi espone, come è comprensibile che sia, alle opinioni degli altri.

Questo è normale.

A volte succede che le opinioni si trasformino in insulti (alla gente non devi dire che De André ha (ri)preso la musica di Telemann, è sensibile e s’incazza assai se le tocchi la canzone più copia-incolla del repertorio cantautorale italiano) e questo no che non va bene.

Allora un giorno telefonai al mio avvocato. Le dissi (sì, il mio avvocato è donna ed è anche vicesindaco e assessore, sicché occhio che se mi fate girare i gigi vi faccio fare un mazzo tanto) “Senti un po’, io continuo a ricevere insulti per quello che scrivo in internet, cosa posso fare per difendermi??” E lei, con salomonica saggezza sentenziò: “I casi sono due: o te ne freghi e lasci perdere o li porti tutti in procura. Spetta a te scegliere.” Io ci pensai anche quarantacinque secondi e decisi di portarli in procura. Tutti.

Da allora sono nate dodici querele. La prima risale al 2009. Ai risultati pensavo stamattina: un rinvio a giudizio per diffamazione (ma ho accettato la richiesta di transazione della controparte) e due archiviazioni (una delle quali mi insegna che dare del “buffone” a qualcuno in rete, una volta sola, si può). Poi più nulla. Zero. Della querela del 2009 contro uno che mi aveva dato per morto mi arriva solo il silenzio di un cassetto della Procura di Milano. Del resto neanche quello.

Giustizia. Intesa come “sistema giudiziario”, si intende.

Si può dire che le querele per diffamazione aggravata intasano la macchina dei tribunali e i poveri pubblici ministeri hanno cose molto più importanti a cui pensare. Sì, lo so, ma l’obbligatorietà dell’azione penale non l’ho mica inventata io! Se il reato non c’è si archivi pure (ci si rivolge alla magistratura proprio perché si esprima sulla sussistenza di fattualità eventualmente criminose), se c’è si procede. Ma il nulla è nulla, è lima che riduce in fina polvere la fiducia che il cittadino ripone nelle istituzioni e nella loro capacità di preservarlo. Ho ottimi motivi per pensare che la querela contro il tizio che aveva dato la notizia del mio stecchimento finisca in un nulla di fatto, e se proprio si andrà a processo sarà alle soglie della prescrizione.

E così la mia postina continuerà a recapitarmi buste verdi provenienti dalle sezioni penali di mezza Italia il cui contenuto è destinato, quando va bene, ad accendere il fuoco, pensando che io abbia combinato chissà che cosa.

Signor Giudice le stelle sono chiare.

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15 anni dalla morte di Fabrizio De André

Questa è una fotografia scattata in Italia (o in territorio italiano) ed è ora nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.

15 anni fa moriva Fabrizio De André e noi ci ostiniamo a non volerlo lasciare in pace, a non volerlo considerare come “passato”, a non volerlo vedere come un tempo composto e compiuto. Come qualcosa che “ha fatto parte di noi”, come gli zoccoli delle femministe, gli eskimi, il Rosso Antico e la Magnesia Bisurata Aromatic. In mero senso iconografico, certo, perché De André è stato indubbiamente molto di più.

Abbiamo bisogno di questa sua eterna e fastidiosa santificazione, di questa sua trasformazione dallo status di persona a quello di “Poeta” con la P maiuscola a quello di oggetto di culto, feticcio.

Era solo un cantante, come lui stesso si autodefiniva.

Fabrizio De André è stato trasformato in un oggetto per tutte le stagioni. Lo piangono i cattolici che hanno inserito nei loro innari l'”Ave Maria” da “La buona novella” (“femmine un giorno e poi madri per sempre”, dimenticando che le fanciulle come Maria femmine lo erano ben poco, passavano direttamente dalla condizione di bambine a quella di madre), lo piangono le maestre d’asilo che se verrà la guerra marcondirondera, quelli della RAI che vanno giù di fisarmonica negli stacchetti di “Che tempo che fa”, gli omosessuali di “Amico fragile”, le puttane di “Bocca di rosa”, i carcerati di “Nella mia ora di libertà”, i camorristi co’ Ciccirinella precisa a mammà’, giudici con notti insonni, matti che imparano la Treccani, con abbondante condimento di retorica crocefissa di “pietà che non cede al rancore”.

Di bombaroli neanche più a parlarne. Non vanno più di moda, non sono più opportuni.

Quello che, invece sì, va di moda, è organizzare queste serate orrende di concerti in onore di De André in cui per bene che vada c’è qualche gruppetto che scimmiotta la PFM mentre se vi va di sfiga c’è uno sul palco con la chitarra, con la gamba accavallata, la sigaretta tra le dita (o, peggio, appoggiata al ponticello superiore della chitarra e stretta tra le corde), la voce roca da recitativo, lo sguardo compiaciuto verso il pubblico.

E’ tanto bello sentirsi, in qualche modo, “reincarnazione”. Raccattare qualche applauso, levare una mano al cielo come a dire “Questi applausi non sono per me, sono per Faber che è lassù!”.

Più brutto, ma più necessario è consegnare De André al suo tempo. Che è anche il nostro, ma per puro caso.

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Per cui la quale, citare, citare, citare…

- Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported”]It’s still the same old story. Stavolta a essere pescato con le dita nella marmellata è  stato Massimo Gramellini. Oh, non da me, per carità, tutto quello che vi offro è roba  “precotta” (se volete “mangiare” meglio cucinatevi da soli!).

I fatti (molto semplici, in verità). Una ragazza (de)scrive una esperienza vissuta sul suo  account Facebook. Alcuni giorni dopo invia lo scritto a “Lo Specchio” de La Stampa.

Gramellini lo legge, gli piace, e riscrive la storia a modo suo, traendone un “Buongiorno”  (il nome della rubrica quotidiana che tiene sul giornale torinese).

Sembrerebbe non esserci niente di strano, e apparentemente è proprio così.

(Cliccare sull'immagine per ottenerne l'ingrandimento)

Siamo abituati a “prendere ispirazione”, a “integrare”, a “trarre spunto”, a “manipolare”, a  “riassumere”, a “citare” le cose altri che ci siamo dimenticati come si fa.

La maestra Laura Quaglierini, della Scuola Elementare “Angiolo Silvio Novaro” di Vada che ho  frequentato, ci diceva sempre che le citazioni vanno messe fra virgolette, e che bisognava  indicare tra parentesi l’autore e il titolo dell’opera da cui si citava.
Erano indicazioni da scuola elementare, appunto, d’accordo, ma funzionano anche oggi.
E poi la Quaglierini ci diceva, soprattutto, che “non si copia!”

Una volta scrissi un articolo su questo blog a proposito di Fabrizio De André che aveva  composto (composto??) la musica de “La canzone dell’amore perduto” su un Concerto per Tromba  e orchestra di Telemann.
Apriti cielo! Mi arrivarono commenti e insulti (alcuni biecamente censurati) perché non si  doveva dire che quella musica era palesemente copiata. Bisognava dire che De André era un  poeta (e allora perché ha scritto una canzone? Non poteva limitarsi a scrivere i versi?), che  comunque la canzone era bella (e chi lo ha messo in dubbio?), che si fa sempre così, che va  bene Telemann ma De André è De André. Come se l’elaborazione fosse migliore dell’originale.

Ora, che cosa sarebbe costato a Gramellini dire “Questa storia me l’ha raccontata una  lettrice e io ve la racconto a mia volta con parole mie”?
Oltretutto è incorso in un involontario ma malaugurato errore, cercando di condire la  narrazione con riferimenti temporali precisi (fa svolgere i fatti il 21/10 scorso, mentre la  ragazza ne parlava già su Facebook il 3/10).

E’ così difficile avere rispetto per le nostre fonti? Forse no, ma non ci si riesce ancora.

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Il Ministro Mauro, Dante Alighieri e Fabrizio De André

Il ministro Mauro ha tentato di citare Dante. O forse De André.

Non sono la stessa cosa, d’accordo. Quindi facciamo un po’ d’ordine.

La frase riportata dal ministro è: “più che l’onor poté il digiuno” e l’ha attribuita a Dante correggendosi poco dopo (“o forse era De André”).
Sì, era De André-Villaggio. La citazione è tratta da “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” (“ma più dell’onor poté il digiuno/fremente l’elmo bruno/il Sire si levò“).

Il verso di Dante è contenuto nel 33° canto dell’Inferno (quello del Conte Ugolino, per intenderci) in corrispondenza della morte di Gaddo della Gherardesca.

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’ io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno».

Prego, signor Ministro!

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Il “pregiudizio positivo” e altri incidenti di Jovanotti

Jovanotti nel 2008 (da www.wikipedia.org)

Io il mare dentro una conchiglia non l’ho mai sentito.
Quand’ero piccino il mi’ zio Piero e la mi’ zia Iolanda mi portavano al mare, pigliavano le conchiglie a riva e mi dicevano di metterle all’orecchio, ché “si sente il mare”. Io lo facevo, ma non sentivo niente. Ci guardavo dentro per vedere se ci fosse qualche onda che faceva ciaff ciaff. Macché! Poi mi sono reso conto che il rumore che si sente è l’effetto fisico delle conchiglie che si chiudono all’orecchio. Nulla di prodigioso.

Da quando faccio fisioterapia per curare i miei gravi acciacchi ho capito che la frase per cui “la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare” non è vera. Se hai problemi di deambulazione la paura di cadere ti viene e come! Con o senza stampelle.

Per questo non mi piace Jovanotti. Ed è per questo che mi preoccupa la gente che lo va a sentire e che considera il suo verbo come oro colato.

Jovanotti ha rilasciato delle dichiarazioni a dir poco criticabili a Massimo Gramellini de “La Stampa” in una fortunata intervista pubblicata ieri.

“A me piacciono cose che non stanno insieme nella stessa compilation, Elton John e De André, il pop e Miles Davis. Ricordi quel film dove Nanni Moretti diceva ironicamente: “Ve lo meritate Alberto Sordi”? Il guaio è che a me piacciono sia Moretti sia Sordi.”

Il film di Moretti in cui è contenuta quella frase storica è “Ecce Bombo”, per la cronaca.
E il guaio non è che a Cherubini piacciano sia Sordi che Moretti, sia De André che Elton John, sia Miles Davis che il pop, ma che non dica che Miles Davis NON è Elton John, e che Alberto Sordi NON è Nanni Moretti.
Poi possono piacere tutti.
Il mondo non è una grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, non sono tutti buoni allo stesso modo.
La gente è diversa. E così i prodotti cinematografici o musicali.
Bombolo e Thomas Millian possono far ridere. Ma non sono “La Famiglia” di Scola. E nemmeno Buster Keaton o Stan Laurel e Oliver Hardy. La differenza non la fa la compilation, ma l’approccio con cui si guarda l’opera.

“Non ho sovrastrutture ideologiche. Avevo un babbo anticomunista e una zia del Pci. Sotto casa c’erano un ritrovo di fasci e uno di comunisti. A me piacevano le moto dei comunisti e le scarpe dei fascisti. Nella mia testa di bambino non esistevano pregiudizi.”

La prima sovrastruttura ideologica è il non tener conto che essere del PCI era l’espressione di un convincimento personale. E che il fascismo non ha nulla a che vedere con l’ideologia, il fascismo è un crimine.
Dice che nella sua testa di bambino non esistevano pregiudizi. Male assai, perché a me è sempre stato insegnato, fin da bambino, che il fascismo è male. Avevo dei pregiudizi, sì. Anzi, no. Perché aborrire il fascismo non è un pregiudizio. Grazie a un bisnonno socialista, un nonno (suo genero) democristiano, uno zio velatamente comunista e suo fratello che era repubblicano.
Poi, magari, anche sotto il fascismo saranno state fatte delle cose utili. Che so, Mussolini avrà fatto costruire dei ponti, delle strade, delle scuole. Ma smettiamola con la retorica del gucciniano “anche chi è di destra ha i suoi pregi ed è simpatico”, perché non fa ridere nessuno.

“Ah, se riuscissimo a cambiare le persone nei centri di potere! Il segnale sarebbe talmente forte… Gente nuova nella cultura, nella scuola, nella tv, nell’economia. Pensa: (…), un Baricco alla Cultura, solo per parlare dei settori che conosco.”

E qui si resta veramente senza parole.

(Sul Governo) “non credo che riuscirà a fare grandi cose. Anche se Letta è il primo presidente del consiglio che ha due mesi meno di me…”

E allora? L’autorevolezza si misura forse per imperativo anagrafico? Qual è il valore aggiunto che dà una informazione di questo genere? Si può essere più giovani di Jovanotti ed essere vecchi, come si può essere più vecchi ed essere più giovani. Non è un gioco di parole. Letta non riuscirà a fare grandi cose non già perché sia, come è, più vecchio di un cantante, ma perché ilgoverno di larghe intese non ha nessuna ragion d’essere, perché è esponente di un partito che si sta dando la zappa sui piedi da solo e perché ha come principale alleato un condannato in via definitiva per gravi reati di tipo fiscale.
Quanto al resto, appunto, non è questione di anagrafe. Sono convintissimo che esistano persone molto più giovani di Jovanotti, Nelson Mandela, per esempio.

“Berlusconi ha confermato il pregiudizio positivo: lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana.”

Jovanotti parla per ossimori. Il “pregiudizio positivo” non ha alcuna ragion d’essere, essendo connaturata nel termine “pregiudizio” un’accezione negativa. Che Berlusconi venga visto, all’estero, come una cosa impensabile non dovrebbe destare meraviglia. Un uomo che ha avuto il potere esecutivo per quasi 20 anni, che ha manipolato la RAI a suo piacimento, si è fatto costruire leggi secondo il suo personale uso e consumo, che ha monopolizzato l’informazione e continua a monopolizzarla certo che può essere guardato con pregiudizio. Il pregiudizio del “com’è stato possibile che gli italiani abbiano potuto eleggerlo?”. Questo sì che è un pregiudizio positivo. Invece, secondo Jovanotti, la positività del pregiudizio starebbe addirittura nel fatto che il fenomeno Berlusconi verrebbe visto come qualcosa di piacevolmente anomalo, come Elio e le Storie Tese che partecipano a Sanremo con la canzone mononota o Gigliola Cinquetti che non ha l’età. O Alberto Sordi che si è reinventato gli italiani come una macchietta. Non è una macchietta, Berlusconi non ha niente di positivo.

(Berlusconi ti è simpatico?) “Umanamente sì. Ma lo combatto perché in tutti questi anni non ha fatto nulla per l’Italia. In lui vedo il prodotto di un Paese di individui e non di cittadini.”

Un altro scivolone jovanottiano di grossa portata è proprio quello di voler separare l’aspetto umano di Berlusoni (quello simpatico) da quello politico (da combattere). E il punto che non va è proprio quello che l’aspetto personale e umano di Berlusconi si è mescolato a quello pubblico fino a contaminarlo con gli esiti che abbiamo visto. Toh, uno dice, “Sì, il caso Ruby, ti hanno condannato a quattro anni, la decadenza dalla carica di senatore, hai altri processi in corso, hai rimbambito gli italiani a suon di tette e culi alla TV, però sai, umanamente mi stai simpatico!” All’anima…

(La grazia a Berlusconi) “Se la chiedesse e gliela concedessero, non mi scandalizzerei. Perché per me è un avversario politico, non antropologico. Ma adesso ci serve Renzi. Serve cambiare il simbolo. Il racconto del nostro Paese langue. Bisogna inserire personaggi nuovi per renderlo affascinante. Dopo Berlusconi e Grillo c’è bisogno di energia nuova!”

Quindi, la grazia a Berlusconi, se non è auspicabile, quanto meno non sarebbe tale e grave da poter destare scandalo.
Indubbiamente, si tratta di un provvedimento del Presidente della Repubblica, che lo concede se e quando ricorrono determinate condizioni. Da questo punto di vista no, non c’è da scandalizzarsi. Magari noi italiani siamo più abituati a scandalizzarci se una persona che ha scontato per intero la sua pena torna (come è prevedibile) in libertà.
Ma c’è da scandalizzarsi se questa grazia dovesse rappresentare l’ennesimo salvacondotto, dopo le amnistie e le prescrizioni. Lì non ci sarebbe più nulla di antropologico da salvare.
Quanto a Renzi, Jovanotti usa due volte l’aggettivo “nuovo”. Ora, ci dovrebbe dimostrare che uno che ha cominciato nel 1999 come segretario provinciale del Partito Popolare Italiano, coordinatore e segretario provinciale de La Margherita, Presidente della Provincia di Firenze (2004-2009), poi sindaco di Firenze, uno sulla cui reggenza alla provincia la Corte dei Conti ha aperto un’indagine per le spese di rappresentanza, uno che va ad Arcore nella Villa privata di Berlusconi, tutto questo sia il nuovo che avanza.

(Grillo) “Sono un fan dell’uomo di spettacolo. Mi conferma nella mia rabbia, ma questa rabbia non si trasforma in entusiasmo. Non voglio offendere chi l’ha votato, sono sicuro che l’ha fatto in buona fede, ma quando ascolti un comizio di Grillo non ti viene mai voglia di rimetterti in gioco, di cambiare la tua vita.”

Eh sì, aspetteremo un concerto di Jovanotti per avere tutta l’energia di votare Renzi! Se poi vuole anche darci una cassa di Maalox contro il mal di stomaco gliene saremmo grati.

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“Ottocento” di Fabrizio De André e “Donna de Paradiso” di Iacopone da Todi

Iacopone da Todi in un dipinto di Paolo Uccello

Mi è capitato di scrivere qualcosa sulle “fonti” da cui De André ha attinto per alcune delle sue canzoni più celebri e osannate.

Premessa necessaria a scanso di equivoci: io adoro De André. O, meglio, lo adoravo. Ora mi piacicchia. Un po’ perché lui non c’è più e io ho qualche anno, un po’ perché Marinella e Bocca di Rosa dopo un po’ stufano. O, meglio, sono fuori tempo, fuori contesto. Sono certo che qualcuno scenderà alla stazione di Sant’Ilario senza pensare al “cuore tenero” che “non è una dote di cui sian colmi i carabinieri” o all'”ira funesta delle cagnette”.

Tempus fugit.

Avevo scritto, dunque, altrove, come la musica della Canzone dell’Amore perduto fosse tratta in maniera piuttosto pedissequa da un concerto per tromba e orchestra di Telemann.
Le reazioni sono state molteplici: “De André non si tocca!” (e va beh, perché?), “Se la musica non è sua sono suoi almeno i versi che sono pura poesia” (sì, ma allora si compone una poesia, non si fa una canzone!), “Vaffanculo, stronzo!” (prevedibile!) o anche “Non è vero, te lo sei inventato” (mi sono inventato Telemann che è vissuto 250 anni fa, sì, sì…).

Poi rinvenni in due poesie di Olindo Guerrini le tracce di “Marinella” e del “Testamento”.
Anche qui critiche su critiche: “Non è vero che De André ha copiato anche se le parole sono tali e quali” (e chi ha mai detto che ha copiato? Ho detto, casomai, che le parole, guarda caso, sono tali e quali), “Ma è solo una fonte di ispirazione!!” (questo lo dicono quelli che difendono il copia e incolla da Wikipedia per dire “ma ho preso solo uno spunto”) oppure anche “Sei decisamente spietato e cattivo” (e questi hanno ragione).

Ma nessuno ha capito il dolore. Il dolore che si prova nel vedersi sgonfiare un mito.
Un mito non è una statua di bronzo che la tiri giù con due o tre corde da tirare con le ruspe, un mito è qualcosa che hai dentro, in cui credi fermamente, incondizionatamente. E quando la ragione te lo demolisce, c’è poco da fare, non c’è più.

Tutta questa premessa per rendervi partecipe del ritrovamento di un’altra “fonte” di una canzone di De André.
Trattasi di “Ottocento”, incluso nell’osannatissimo album “Le nuvole” (che contiene, tra gli altri, “Don Raffaè'” e “La domenica delle salme“, brano, quest’ultimo, che personalmente non ho mai amato in modo particolare).

Dunque, “Ottocento” è un brano geniale, senza dubbio istrionico, ricco di un gioco linguistico e di una ricercatezza lessicale e musicale a volte strabilianti.

Una delle sue parti recita:

“Figlio, figlio,
povero figlio,
eri bello bianco e vermiglio
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio
figlio, figlio,
unico sbaglio,
annegato come un coniglio
per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio”

La fonte è “Donna de paradiso” di Iacopone da Todi, composizione a metà tra il dramma sacro e la ballata.
La rima in “-iglio” è già presente nella composizione:

“O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
Figlio, chi dà consiglio
al cor me’ angustiato?

Ma la prova provata della filiazione di “Ottocento” dal componimento di Iacopone da Todi è:

“Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, e a ccui m’apiglio?”

dove c’è una chiara corrispondenza lessicale (“bello, bianco e vermiglio”).

E il duecentesco Iacopone da Todi fa capolino. 

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Quello che non ho digerito di Fazio e Saviano

Che magari la gente si chiede anche “Chissà come mai il Di Stefano non ha ancora commentato la nuova trasmissione del duo Fazio-Saviano”…

Vi dirò, non l’ho neanche vista, ne ho ascoltati e visionati qua e là alcuni estratti da YouTube dove non paiono essere particolarmente seguiti. Ma questa è solo una mia impressione (per qualcun altro i clic sui singoli video, moltiplicatisi all’infinito e presenti su YouTube possono essere un numero esorbitante).

E potrei dire molte, molte cose.

Per esempio potrei parlare del nuovo look di Fazio, che si è tolto la cravattina della sera della domenica della Cresima e si mostra in TV un po’ più sbrindellato, al limite dell’easy-going, con un paio di occhialini uguali uguali a quelli di Benigni, segnale, oltre che della presbiopia che prima o poi tutti ci colpisce per via dell’età (non ditelo a me, che sto sempre ad avvicinare e allontanare gli occhiali alla punta del naso!), del fatto che c’è un modo di fare TV che si omologa anche nell’aspetto, ma allora mi chiedo proprio perché la montatura alla Benigni e mi rispondo che è perché fa buonismo, poi me ne pento, perché mi sembra di essere cattivo, e quindi alla fine smetto di pentirmene.

Potrei parlare del titolo della trasmissione. Ancora una volta una canzone, e ancora una volta De André. Certamente non una delle sue migliori, bisogna riconoscerlo. Preferivo “Vieni via con me”, almeno era la canzone di una persona viva.

Potrei parlare, a proposito di De André, di quando Fazio ha salutato Dori Ghezzi e ha detto: “quando io sento Fabrizio mi mette subito gioia e allegria, parole che tu mi ispiri immediatamente”, e chissà che cosa avrà voluto dire!

Potrei parlare, sempre a proposito di De André, di come Fazio abbia abbondantemente retoricheggiato sulla sua musica affermando che “ha il potere di guarire e di fare andare avanti” e di come la tentazione di santificare un cantautore e attribuirgli poteri addirittura taumaturgici sia dietro l’angolo.

Potrei dirvi di quanto sia trita e ritrita la logica dei duelli, per cui “Politica e antipolitica sono parole che in alcuni momenti, e questo è uno di quelli, si fronteggiano più aspramente.” E di come sia una desolazione dell’anima vedere che nello scontro tra politica e anti-politica figurino due giornalisti. E della delusione (l’ennesima) che Marco Travaglio si sia prestato a questi trabocchetti da giocatori di un due tre stella.

Potrei dirvi di quanto poco abbia detto lo stesso Fazio introducendo la Littizzetto quando ha affermato che “Ci sono momenti in cui una parola diventa insostituibile: va detta proprio quella li.” Erano anni che alla RAI cercava di dire una parolaccia e non c’è mai riuscito. E ieri sera, per la prima volta, ha pronunciato la parola “stronzo”. Io l’ho detta a scuola a sette anni.

Potrei parlarvi della Littizzetto che  “Ci sono cose nella vita che si risolvono solo con un vaffanculo!”, e allora uno pensa che tra queste cose ci sia anche la sua ormai consueta ripetitività.

Potrei parlarvi di un Guccini ormai troppo frequentemente in televisione e troppo più frequentemente pubblicato da Mondadori, che più che un cantautore sembra un cantastorie d’antan, e un nonno che racconta ai nipotini le favole del buon tempo che fu, solo che noi non siamo i suoi nipotini e lui non è lo Zio Paperone che cercava l’oro nel Klondike.

Potrei anche dirvi di Saviano che continua a fissare il vuoto, disorientato, come spiritato, si tocca il naso, incrocia le braccia e dondola, dondola e parla, fa pause, e racconta delle mamme di Bezlan, e non fa altro che effettuare un’operazione così frequente da essere prevedibile, raccontare di mamme e di bambini, dell’estremo sacrificio, non più come dramma individuale e collettivo di chi l’ha vissuto, ma come rappresentazione narrativa, una sorta di misto tra il racconto gotico e la cronaca nera, la stessa cosa che fanno “Chi l’ha visto?” o “Quarto Grado”, quando se a sparire è una vecchietta con disturbi mentali le si dedica una scheda, mentre se a sparire o ad essere uccisa è una mamma ci si ricama su un bel senza fine, una neverending story che neanche Michael Ende. Una donna è solo una donna. Ma una mamma fa gola di più, in un programma appiccicoso di caucciù, e il Poeta è servito.

Dicevo che potrei parlarvi di tutto questo. Ma non lo faccio.

Preferisco riporre l’attenzione sul fatto che Saviano, Fazio, Littizzetto, De André, Ghezzi, Guccini, fanno ormai parte di un minestrone che ha sempre lo stesso sapore, come quello del Manuale di Nonna Papera. E, peggio ancora, che non va minimamente messo in discussione. Sono quelle cose che vanno accettate così come sono e applaudite, belle per forza perché spirito di un radical-chic non so quanto di sinistra, belle perché perbeniste, non criticabili perché fatte con buone intenzioni, buoni sentimenti e senso della misura. E infatti nessuno le critica. Nessuno. Tutti le accettano in maniera supina, quasi devozionale.

Ecco il primo commento su YouTube dopo l’immissione del Saviano-Bezlan:

E vogliamo dimenticarci della Littizzetto?

O magari di Guccini…

Ecco come siamo fatti. Diamo il carisma a una storia. Consideriamo grande una che disquisisce sulla parola “stronzo” che va beh, fa anche ridere, mica dico di no, ma alla lunga stufa e neanche poco. Troviamo “assolutamente straordinari” personaggi che trasformano la realtà in narrazione e poi in monologo.

Dovremmo essere solo un po’ disgustati da tutto questo. Ci farebbe bene.

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