Il “principe libero” fa aumentare gli accessi di valeriodistefano.com

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principelibero

Negli ultimi due giorni, in concomitanza con la messa in onda della fiction sul cosiddetto “principe libero” dedicata a Fabrizio De André (fiction che mi sono ben guardato dal vedere in TV), il blog ha registrato un’impennata di accessi, concentrati soprattutto sul post dedicato alla “Canzone dell’amore perduto”, che mi ha apportato tante antipatie di cui vado orgoglioso.

Siete stati veramente un putiferio, e con questo apporto massiccio, quel post sta per diventare il più cliccato in assoluto (mancano, allo stato attuale, un paio di centinaia di accessi).

Troppo onore, non me lo merito. Ma guardate che ci sono più di altri 4000 post che parlano d’altro, quindi volendo si possono anche leggere. Mi raccomando.

Cosa sarà che ti porta a cercare il giusto dove giustizia non c’è

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Il fatto di avere un blog, di essere presente a vario titolo sui social network e di scrivere ora qui e ora là su internet mi espone, come è comprensibile che sia, alle opinioni degli altri.

Questo è normale.

A volte succede che le opinioni si trasformino in insulti (alla gente non devi dire che De André ha (ri)preso la musica di Telemann, è sensibile e s’incazza assai se le tocchi la canzone più copia-incolla del repertorio cantautorale italiano) e questo no che non va bene.

Allora un giorno telefonai al mio avvocato. Le dissi (sì, il mio avvocato è donna ed è anche vicesindaco e assessore, sicché occhio che se mi fate girare i gigi vi faccio fare un mazzo tanto) “Senti un po’, io continuo a ricevere insulti per quello che scrivo in internet, cosa posso fare per difendermi??” E lei, con salomonica saggezza sentenziò: “I casi sono due: o te ne freghi e lasci perdere o li porti tutti in procura. Spetta a te scegliere.” Io ci pensai anche quarantacinque secondi e decisi di portarli in procura. Tutti.

Da allora sono nate dodici querele. La prima risale al 2009. Ai risultati pensavo stamattina: un rinvio a giudizio per diffamazione (ma ho accettato la richiesta di transazione della controparte) e due archiviazioni (una delle quali mi insegna che dare del “buffone” a qualcuno in rete, una volta sola, si può). Poi più nulla. Zero. Della querela del 2009 contro uno che mi aveva dato per morto mi arriva solo il silenzio di un cassetto della Procura di Milano. Del resto neanche quello.
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15 anni dalla morte di Fabrizio De André

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Questa è una fotografia scattata in Italia (o in territorio italiano) ed è ora nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.

15 anni fa moriva Fabrizio De André e noi ci ostiniamo a non volerlo lasciare in pace, a non volerlo considerare come “passato”, a non volerlo vedere come un tempo composto e compiuto. Come qualcosa che “ha fatto parte di noi”, come gli zoccoli delle femministe, gli eskimi, il Rosso Antico e la Magnesia Bisurata Aromatic. In mero senso iconografico, certo, perché De André è stato indubbiamente molto di più.

Abbiamo bisogno di questa sua eterna e fastidiosa santificazione, di questa sua trasformazione dallo status di persona a quello di “Poeta” con la P maiuscola a quello di oggetto di culto, feticcio.

Era solo un cantante, come lui stesso si autodefiniva.

Fabrizio De André è stato trasformato in un oggetto per tutte le stagioni. Lo piangono i cattolici che hanno inserito nei loro innari l'”Ave Maria” da “La buona novella” (“femmine un giorno e poi madri per sempre”, dimenticando che le fanciulle come Maria femmine lo erano ben poco, passavano direttamente dalla condizione di bambine a quella di madre), lo piangono le maestre d’asilo che se verrà la guerra marcondirondera, quelli della RAI che vanno giù di fisarmonica negli stacchetti di “Che tempo che fa”, gli omosessuali di “Amico fragile”, le puttane di “Bocca di rosa”, i carcerati di “Nella mia ora di libertà”, i camorristi co’ Ciccirinella precisa a mammà’, giudici con notti insonni, matti che imparano la Treccani, con abbondante condimento di retorica crocefissa di “pietà che non cede al rancore”.
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Per cui la quale, citare, citare, citare…

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- Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported”]It’s still the same old story. Stavolta a essere pescato con le dita nella marmellata è  stato Massimo Gramellini. Oh, non da me, per carità, tutto quello che vi offro è roba  “precotta” (se volete “mangiare” meglio cucinatevi da soli!).

I fatti (molto semplici, in verità). Una ragazza (de)scrive una esperienza vissuta sul suo  account Facebook. Alcuni giorni dopo invia lo scritto a “Lo Specchio” de La Stampa.

Gramellini lo legge, gli piace, e riscrive la storia a modo suo, traendone un “Buongiorno”  (il nome della rubrica quotidiana che tiene sul giornale torinese).

Sembrerebbe non esserci niente di strano, e apparentemente è proprio così.

(Cliccare sull'immagine per ottenerne l'ingrandimento)

Siamo abituati a “prendere ispirazione”, a “integrare”, a “trarre spunto”, a “manipolare”, a  “riassumere”, a “citare” le cose altri che ci siamo dimenticati come si fa.

La maestra Laura Quaglierini, della Scuola Elementare “Angiolo Silvio Novaro” di Vada che ho  frequentato, ci diceva sempre che le citazioni vanno messe fra virgolette, e che bisognava  indicare tra parentesi l’autore e il titolo dell’opera da cui si citava.
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Il Ministro Mauro, Dante Alighieri e Fabrizio De André

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Il ministro Mauro ha tentato di citare Dante. O forse De André.

Non sono la stessa cosa, d’accordo. Quindi facciamo un po’ d’ordine.

La frase riportata dal ministro è: “più che l’onor poté il digiuno” e l’ha attribuita a Dante correggendosi poco dopo (“o forse era De André”).
Sì, era De André-Villaggio. La citazione è tratta da “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” (“ma più dell’onor poté il digiuno/fremente l’elmo bruno/il Sire si levò“).

Il verso di Dante è contenuto nel 33° canto dell’Inferno (quello del Conte Ugolino, per intenderci) in corrispondenza della morte di Gaddo della Gherardesca.

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’ io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno».

Prego, signor Ministro!

Il “pregiudizio positivo” e altri incidenti di Jovanotti

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Jovanotti nel 2008 (da www.wikipedia.org)

Io il mare dentro una conchiglia non l’ho mai sentito.
Quand’ero piccino il mi’ zio Piero e la mi’ zia Iolanda mi portavano al mare, pigliavano le conchiglie a riva e mi dicevano di metterle all’orecchio, ché “si sente il mare”. Io lo facevo, ma non sentivo niente. Ci guardavo dentro per vedere se ci fosse qualche onda che faceva ciaff ciaff. Macché! Poi mi sono reso conto che il rumore che si sente è l’effetto fisico delle conchiglie che si chiudono all’orecchio. Nulla di prodigioso.

Da quando faccio fisioterapia per curare i miei gravi acciacchi ho capito che la frase per cui “la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare” non è vera. Se hai problemi di deambulazione la paura di cadere ti viene e come! Con o senza stampelle.

Per questo non mi piace Jovanotti. Ed è per questo che mi preoccupa la gente che lo va a sentire e che considera il suo verbo come oro colato.

Jovanotti ha rilasciato delle dichiarazioni a dir poco criticabili a Massimo Gramellini de “La Stampa” in una fortunata intervista pubblicata ieri.

“A me piacciono cose che non stanno insieme nella stessa compilation, Elton John e De André, il pop e Miles Davis. Ricordi quel film dove Nanni Moretti diceva ironicamente: “Ve lo meritate Alberto Sordi”? Il guaio è che a me piacciono sia Moretti sia Sordi.”
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“Ottocento” di Fabrizio De André e “Donna de Paradiso” di Iacopone da Todi

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Iacopone da Todi in un dipinto di Paolo Uccello

Mi è capitato di scrivere qualcosa sulle “fonti” da cui De André ha attinto per alcune delle sue canzoni più celebri e osannate.

Premessa necessaria a scanso di equivoci: io adoro De André. O, meglio, lo adoravo. Ora mi piacicchia. Un po’ perché lui non c’è più e io ho qualche anno, un po’ perché Marinella e Bocca di Rosa dopo un po’ stufano. O, meglio, sono fuori tempo, fuori contesto. Sono certo che qualcuno scenderà alla stazione di Sant’Ilario senza pensare al “cuore tenero” che “non è una dote di cui sian colmi i carabinieri” o all'”ira funesta delle cagnette”.

Tempus fugit.

Avevo scritto, dunque, altrove, come la musica della Canzone dell’Amore perduto fosse tratta in maniera piuttosto pedissequa da un concerto per tromba e orchestra di Telemann.
Le reazioni sono state molteplici: “De André non si tocca!” (e va beh, perché?), “Se la musica non è sua sono suoi almeno i versi che sono pura poesia” (sì, ma allora si compone una poesia, non si fa una canzone!), “Vaffanculo, stronzo!” (prevedibile!) o anche “Non è vero, te lo sei inventato” (mi sono inventato Telemann che è vissuto 250 anni fa, sì, sì…).
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Quello che non ho digerito di Fazio e Saviano

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Che magari la gente si chiede anche “Chissà come mai il Di Stefano non ha ancora commentato la nuova trasmissione del duo Fazio-Saviano”…

Vi dirò, non l’ho neanche vista, ne ho ascoltati e visionati qua e là alcuni estratti da YouTube dove non paiono essere particolarmente seguiti. Ma questa è solo una mia impressione (per qualcun altro i clic sui singoli video, moltiplicatisi all’infinito e presenti su YouTube possono essere un numero esorbitante).

E potrei dire molte, molte cose.

Per esempio potrei parlare del nuovo look di Fazio, che si è tolto la cravattina della sera della domenica della Cresima e si mostra in TV un po’ più sbrindellato, al limite dell’easy-going, con un paio di occhialini uguali uguali a quelli di Benigni, segnale, oltre che della presbiopia che prima o poi tutti ci colpisce per via dell’età (non ditelo a me, che sto sempre ad avvicinare e allontanare gli occhiali alla punta del naso!), del fatto che c’è un modo di fare TV che si omologa anche nell’aspetto, ma allora mi chiedo proprio perché la montatura alla Benigni e mi rispondo che è perché fa buonismo, poi me ne pento, perché mi sembra di essere cattivo, e quindi alla fine smetto di pentirmene.

Potrei parlare del titolo della trasmissione. Ancora una volta una canzone, e ancora una volta De André. Certamente non una delle sue migliori, bisogna riconoscerlo. Preferivo “Vieni via con me”, almeno era la canzone di una persona viva.
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“La canzone di Marinella” e “Il Testamento” di Fabrizio De Andre’ sono anche di Olindo Guerrini

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Qualche tempo fa ho parlato della "Canzone dell’amore perduto" di Fabrizio De André, dimostrando come la musica non fosse affatto sua (ma di un musicista barocco che si chiamava Telemann, si veda il caso, a volte si dice, eh??).

Pensavo si trattasse di un caso di "ispirazione" isolato, anche se va detto che non gli sarebbe costato nulla indicare Telemann tra gli autori della musica, visto che ormai era morto da quasi duecento anni e lui i diritti d’autore li avrebbe presi lo stesso.

Ebbene, non lo è.

Proprio ieri, mentre stavo registrando malamente le mie letture ad alta voce dei "Postuma" di Lorenzo Stecchetti  mi sono imbattuto in due sonetti consecutivi, rispettivamente il LXX e il LXXI.

Nel primo, che reca il titolo "A Raffaele Belluzzi", si legge nella seconda quartina:

"Amico mio, se il fato in me ripose
Qualche forza d’ingegno or m’è fuggita:
La giovinezza mia giace sfiorita,
Giace e visse un mattin come le rose."

Curioso quel verso: "Giace e visse un mattin come le rose" ricorda in maniera impressionante il "Vivesti solo un giorno, come le rose" della "Canzone di Marinella"

Mah, uno dice sarà un caso, a volte la letteratura è un continuo rimando e poi le rose durano proprio poco.

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“La canzone dell’amore perduto” non e’ (tutta) di De Andre’ (ecco, ora come la mettiamo??)

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Quando è che ci si accorge di essere vecchi?

Ve lo dico io, quando vi crollano i miti. Quando quel poco che uno dava per scontato come stabile e perdurevole nella propria vita gli si sgretola come l’intonaco lasciato a marcire della palestra frequentata tanti anni fa (quasi mai frequentate palestre in vita mia, per fortuna).

De André, per esempio. Faber, l’amico fragile, quello che andava sempre in direzione ostinata e contraria, il bombarolo, il papà di Marinella, quello di Bocca di Rosa (due gran bei pezzi di gnocche, non c’è che dire…), quello che ha messo definitivamente a testo che “un nano è una carogna di sicuro”.

Ecco, De André ha scritto, indubbiamente canzoni brutte, o che ti lasciano completamente indifferente. O, come in questo caso, che fanno incazzare tua moglie ogni volta che l’ascolta e tu non sai cosa le sia preso.

“La canzone dell’amore perduto” è la peggiore canzone di De André. Credo che sia per questo semplice motivo che viene anche considerata la migliore dal pubblico.

La prima che incontri per strada coperta d’oro per un bacio mai dato, per un amore nuovo, giù di tromba strappalacrime, e vai di queste musiche che nella registrazione di De André sembravano quasi clownesche e, per questo, tristi.

Come siamo bischeri quando ce le beviamo tutte così.

La musica de “La canzone dell’amore perduto” non è di De André, nonostante tutti credano il contrario. Si tratta di brani tratti dall’Adagio (il primo movimento) dal Concerto in Re Maggiore per tromba, archi e continuo di G. P. Telemann. Non è solo una ispirazione è quello, preciso, identico, ‘ntìfico, scriverebbe Camilleri.

Che uno dice, ma come, non lo sapevi? Quelli che amano De André lo sapevano tutti da una vita e mezzo. No, non lo sapevo. Lo sapeva Wikipedia (“De André depositò alla SIAE sia il testo che la musica a suo nome, nonostante quest’ultima fosse di Georg Philipp Telemann”), ma io no.

Vedi cosa vuol dire non aderire alla logica dell’ignoranza collettiva?

Dormono, dormono sulla collina… In morte di Fernanda Pivano

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"E’ in gamba, sai,
legge Edgar Lee Masters"

(Francesco Guccini, Canzone per Piero)


Fernanda Pivano conservava ancora, a 92 anni, l’ingenua freschezza di una studentessa che si ritrova in mano lo "Spoon River" di Edgar Lee Masters, lo traduce e diveta l’edizione di riferimento per un paese intero.

Più brava di lei a cimentarsi nell’Antologia di Spoon River fu solo Fabrizio De André (che non lo tradusse, lo riscrisse in "Non al denaro, non all’amore né al cielo", e lo fece meglio di Masters stesso).

Forse aveva appena smesso di credere nella nonviolenza che aveva tanto predicato e su cui aveva tanto scritto. Si era disillusa e si dichiarava sconfitta. Come la nave che anela al mare eppur lo teme, con cui George Gray conclude la lettura del proprio epitaffio.

Io son d’un’altra razza

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