E’ morto Remo Ceserani

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La morte di Remo Ceserani costituisce un grande dispiacere per tutti coloro che abbiano avuto il privilegio di incrociarlo alla Facoltà di Lettere di Pisa, con gli occhiali spessi e le borse piene di libri sotto il braccio.

Ma, soprattutto, è una pena sapere che se n’è andato, con la modestia che lo contraddistingueva, l’autore de “Il materiale e l’immaginario”, immenso laboratorio di lettura di testi e di analisi critica, che dalla fine degli anni ’70 costituì uno schiaffo morale all’editoria scolastica più spicciola per il rigore, la serietà e la scientificità con cui analizzava il testo letterario e proponeva i materiali di studio a corredo. L’idea era ciclopica, 10 volumi e una dimensione culturale del tutto diversa dai manuali di letteratura per la scuola superiore tradizionalmente intesi. I testi fatti a pezzi, frantumati, per vedere cosa c’è dentro e come funzionano, gli apparati critici sempre rigorosi, una attenzione per la letteratura straniera (spesso i testi poetici venivano proposti anche in versione originale in nota) che è raro trovare in altre antologie.

Io sono stato uno dei fortunati che hanno studiato Dante sul famoso terzo volume del “Materiale e l’immaginario”, l’edizione grigia, che dovrei avere da qualche parte e che ho trovato, a prezzi da vero strozzinaggio, su Amazon per 215,74 Euro.

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Era un testo faticoso (era faticoso anche trasportarlo, in senso fisico, voglio dire), ma si capiva, e si sentiva che quel libro su cui si studiava aveva una marcia in più, che alla fine quello che restava non erano solo nozioni, ma metodo, puro metodo. Non erano solo contenuti, non spiegava solo chi era Dante e cosa avesse scritto, ma insegnava ad approcciarsi al Poeta così che tutto quello che ne veniva fuori era una sudata scoperta che restava impressa nella mente in modo permanente.

Per questo la morte di Ceserani è più di una perdita, perché viene a mancare chi ha saputo guidarci lungo i sentieri della conoscenza.Se volete saperne di più leggetevi l’articolo “Ceserani e la scuola” di Romano Luperini. L’ho trovato con licenza Creative Commons, quindi ve lo posso redistribuire. Servirà a farci sentire Ceserani ancora più vicino. Finché il dolore non lascerà spazio alla consapevolezza dell’insegnamento.

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Biblioterapia

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Ora va tanto di moda la “biblioterapia”.

E’, appunto, un afflato modaiolo e trendy, l’ultima soluzione prête-à-porter dell’atelier della psicologia da quattro soldi.

Non ho mai visto nessuno guarire con la lettura (e intendo da una vera e propria patologia, non dalla tristezza per essere state abbandonate dal fidanzato, per quella più che “Cime tempestose” basta una passeggiata lungo il mare). Tutt’al più si tratta di una inversione di terapia. Vi ricordate il fulminante incipit de “La Coscienza di Zeno”, quando il dottor S. raccomanda al suo paziente “Scriva, scriva… vedrà come arriverà a vedersi intero!”

Ecco, non si scrive più. E’ in arrivo un assalto di strizzacervelli pronti a sostenere che leggere fa bene. Ma non avevo bisogno che arrivassero loro a dirmelo. La mia maestra delle elementari, la Laura del Quaglierini, non faceva altro che ripeterlo: bisognava leggere, e libri seri, non i giornalini. Ampliava la mente ed educava al bello scrivere. Ecco, non sarebbe abbastanza ancora adesso?

I libri, va detto subito, NON curano. In quanto oggetto fisico (di carta stampata), non hanno alcun effetto terapeutico, men che meno per le parole che vi sono scritte dentro. Siamo noi che li carichiamo di simboli e di aspettative. Nient’altro.

Conosco un tale che in uno dei momenti più oscuri della sua vita si è letto svariati titoli di Erich Fromm. Io probabilmente non riuscirei a fare altrettanto neanche nei momenti in cui sprizzo gioia da tutti i pori. Fromm probabilmente lo ha aiutato a uscire dal pantano in cui si trovava, ma chi l’ha detto che aiuterebbe anche me se mi trovassi in una situazione analoga? Eppure i volumi sono gli stessi, e i contenuti perfettamente identici.

Da giovane non mi piacevano gran che i romanzi di Agatha Christie. Ne lessi un paio senza particolari entusiasmi (eccezion fatt per “Assassinio sull’Orient Express”, che è il giallo dei gialli). Adesso, a 50 anni, ne sono entusiasta. Ma gli scritti della Christie sono sempre stati quelli, non è che siano entusiasmanti adesso o che fossero noiosi allora, no, sono io che, caso mai, ho sviluppato un gusto che mi ha permesso di apprezzarli. Leggere “Poirot sul Nilo” a 50 anni? E sia.

Una volta, quando vivevo da solo, passai tre giorni a casa con una piccola influenza. Antibiotici, Tachipirina, sudare come un finlandese nella sauna e, dulcis in fundo, una notte di tuoni, lampi e pioggia. Compagnia insostituibile un romanzo di Camilleri con Montalbano e relativa ghenga. Dopo tre giorni la febbre era sparita. Ma è stato certamente per merito degli antibiotici, non del pur pregevole libro di Camilleri, anche se febbre, nottata persa (e figlia femmina!), temporale notturno e giallo alla mano fanno molto atmosfera.

Tra i libri di culto della biblioterapia, figura il classico volume di Robin Norwood, “Donne che amano troppo”, autentico manuale del do-it-yourself dedicato alle donne che hanno sviluppato una dipendenza da relazione. Non c’è dubbio che si tratti di un libro molto completo, ma non abbastanza da voler spiegare, tra le sue parti, anche come si possano evitare le donne che amano troppo e perché siano un male.

Insomma, c’è sempre questa deriva buonista a farla da padrona, ma nessuno dice che se è vero (ammesso e non concesso) che i libri curano, la scuola è la prima clinica riabilitativa della società. Con questo suo ostinarsi a far leggere e studiare Dante Alighieri e “i Promessi Sposi”. Con questa testardaggine ossessiva con cui ci propina il Verga. Con queste professoresse antiquate e annoiate che da giovani hanno sognato dietro i romanzi di Carlo Cassola e che spiegano con metodo e costanza (“nello stesso, sullo stesso libro, con le stesse parole”) qualche novella di Pirandello e le poesie di Leopardi.

A meno che, tra i cultori della biblioterapia, non venga fuori qualche omeòpata della materia con la mania che il simile cura il simile, e pretenda di curare il disturbo bipolare con manie suicide a colpi di “Madame Bovary” di Flaubert. Sarebbe troppo.

Non Focaccia; non questi che m’ingombra

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C’è qualcosa che ancora non torna nell’intricata vicenda Cancellieri, e che mi spinge a tornarci sopra (del resto sono sul MIO blog e parlo un po’ di quello che mi pare, va bene??).

La Procura di Torino ha deciso di non contestare al Ministro della Giustizia alcun reato. Bene.
Gli atti saranno trasmessi, per un approfondimento, alla Procura di Roma. Bene.

Letta difende la Guardasigilli fino a che non ci saranno novità e la Guardasigilli non si dimette perché non ha commesso nessun reato. Male. Male assai.

Perché in Italia abbiamo l’assurda pretesa di far dimettere un politico -o un tecnico prestato alla politica, come nel caso della Cancellieri- SOLO se ha commesso un reato. E a volte nemmeno in quel caso.

Il fatto che il “penalmente rilevante” faccia la differenza è, di per sé, aberrante. Perché anche se non costituisce reato, il fatto che un ministro della giustizia abbia detto alla famiglia di una detenuta, sua conoscente ed amica, di disporre pure di lei per qualunque cosa, è e rimane un fatto grave che dovrebbe giustificare le dimissioni.

Il Ministro della Giustizia svolge le sue funzioni nei confronti di chiunque, non solo di quelli che gli chiedono di svolgerle in un certo modo.

Il Ministro della Giustizia è uguale per tutti. Se non sa garantire questa uguaglianza alla popolazione detenuta se ne deve andare. Non importa se abbia commesso un reato o meno.

Ci sono tante cose che non costituiscono reato ma che possono essere riprovevoli per chi le compie. Per esempio, se un insegnante va a scuola a fare lezione in abiti sporchi e trasandati, se non si lava da giorni, se puzza di sudore e di alcool, se ha il fiato come una fogna di Calcutta, se rutta in classe e all’intervallo si accende un mozzicone ciucciato di sigaro toscano genitori e dirigenti sarebbero preoccupati sulla sua effettiva capacità di portare avanti la sua funzione.

Eppure non è un reato non lavarsi, avere l’alito pesante e indossare abiti sporchi. Non lo è nemmeno fumare il toscano.

Nel caso Cancellieri è il senso dell’etica che è andato perduto. Quello stesso senso che fece dimettere la Idem per molto meno e che ora tutti hanno miracolosamente smarrito.

 

PS: Spiegazione del titolo: “Farina” è Vanni de’ Cancellieri. Il verso è il 63 del XXXII dell’Inferno.

Lectura Dantis

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Ho iniziato una Lectura Dantis tutta mia.

Era un (bel) po’ che avevo in mente di farlo, e così sono partito.

Il progetto è quello di leggere tutta la Commedia e la Vita Nuova, oltre che caricare i file relativi su un server e metterli a disposizione dell’universo mondo, in modo ch’egli ne faccia ciò che gli aggrada, foss’anche cestinarlo.

Data la mia proverbiale vanità, è mia intenzione dare a questo progetto la diffusione più ampia possibile. Vedrò come. Il tempo non mi aiuta, chè non ne ho, ma che importa?

Intanto è pronta la lettura del primo canto. Che è un po’ come dire di avere interpretato “Eine kleine Nachtmusik” di Mozart, è conosciutissimo ma fondamentale. Il resto verrà “tenedogli retro”, come disse il Poeta.

Qui avete il link per il download dei file audio:

http://www.classicistranieri.it/dblog/articolo.asp?articolo=6

ma già che ci sono vi faccio ascoltare la mia lettura anche da qui. Non sono ammesse critiche perché sono molto permaloso e vigliacco. Tuttavia la licenza di (re)distribuzione è la Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5.

Il XXXVI Canto dell’Inferno di Dante Alighieri (che non esiste!)

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E c’è gente che fa ricerche on line che sono di un surrealismo ridicolo.

Mi sono sempre chiesto che cosa ci sia nella testa di una persona che si accinge a fare una ricerca su Google, ma questa chiave che ha reindirizzato sul blog del mio www.classicistranieri.com le batte proprio tutte: c’è un signore (o una signora, o un ragazzetto, o una signorina…) che da Milano su Google ha digitato una ricerca attinente nientemeno che al trentaseiesimo canto dell’Inferno di Danto, canto che, notoriamente, non esiste, giacché l’Inferno dantesco ne conta "solo" trentaquattro.

Ci dev’essere un gusto insieme perverso e autocompiaciuto nel sentirsi assolutamente ridicoli, o a voler mettere alla prova Google che è uno strumento imperfetto e che, poverino, fa quello che può.

Non so come sarebbe iniziato il XXXVI dell’Inferno, ma so come sarebbe finito:

E lìberami, ognor da tutte queste balle
che cercano i cretini in Internètto.
E quindi uscimmo a riveder le stalle

giocandoci in un clicco l’intelletto.

Ed ecco arrivato Benigni in Tivvù (-ù, -ù, -ù…)

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Ed è arrivato anche il gran giorno di Roberto Benigni in TV.Che, a quanto pare, udite udite, parlerà del quinto canto dell’Inferno.
Cioè di quello che fa da anni senza minimamente pensare di essere venuto a noia e con il suo approccio un po’ pinocchiesco e caciarone delle fanfare all’inizio dello spettacolo. Anzi, no, pare che condirà il tutto con qualche altra citazione colta, tra cui niente meno che la Genesi, come ha dichiarato nello screenshot di www.repubblica.it, di cui citerà il primo libro.Ora, forse bisognerebbe andare a spiegare a Benigni che il primo libro della Genesi non esiste, non c’è, caso mai il primo capitolo, visto che è la Genesi stessa ad essere il primo libro di un coso che si chiama Bibbia.

E non è uno svarione del giornale, perché Benigni ha proprio detto così, il virgolettato parla chiaro.

Del resto è uno a cui le lauree honoris causa non mancano.

Benigni ha presto capito che monologhi come “Cioni Mario di Gaspare fu Giulia” e film come “Berlinguer ti voglio bene”, o esperienze televisive come “TeleVacca” tutt’al più fanno ridere, ma se dici come è bello amarsi, che tutto il mondo si deve volere bene, che l’amore è quello che mòve il sole e le altre stelle, poi la gente ti segue.

Il vuoto è materiale molto importante. E a questo punto attendiamo con ansia che Benigni reciti Susanna Tamaro, Paulo Coelho e Alessandro Baricco. Applausi preventivi! (su musiche di Nicola Piovani)

Scendo in campo. Con la voce.

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Ho deciso di scendere in campo con la voce.

Detto così sembra una stronzata finta. Invece è una stronzata vera.

Mi sono messo a leggere testi poetici e a metterli a disposizione (qui) di quei poveri disgraziati che, bontà loro, vogliono scaricarli e ascoltarli.

Non è una cosa di cui andare fieri o da sventolare in giro come una bandiera, ma è sempre meglio che promulgare indulti o avocare De Magistris.

Maturità 2007: le imperdonabili imprecisioni dantesche del Ministero e tutte le prove scritte

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Il pasticcio è servito.
Il Ministero della Pubblica Istruzione, nel redigere l’analisi del testo della prima prova dell’Esame di Stato 2007 (la tradizionale prova scritta di italiano, valida per tutti gli indirizzi di studio) ha attribuito a San Tommaso d’Aquino la narrazione a Dante della vita di San Francesco d’Assisi.
E invece l’autore della narrazione, nel Paradiso dantesco, è San Bonaventura.
A questo punto non c’è più l’ignoranza degli alunni (che esiste ed è abissale) come scusa per un sistema che scricchiola dall’alto.
Ci si aspetta sempre che chi ci chiede di dar conto della nostra cultura sappia, quanto meno, ciò di cui sta parlando. Altrimenti non diventa credibile.
C’è solo da riportare uno dei tanto commenti del forum del quotidiano “Repubblica“, pienamente condivisibile:
“Non è assolutamente vero, non è San Tommaso a descrivere a Dante la figura e l’opera di San Domenico, ma il francescano San Bonaventura. Poichè una tale bestialità mette in discussione l’intero impianto dantesco relativo alla polemica tra gli ordini religiosi, anche se l’errore dovesse essere il frutto di una superficialità, tuttavia meriterebbe, come conseguenza, almeno le dimissioni del ministro della istruzione pubblica.”

Quanto alle prove scritte dell’esame di stato, eccole elencate di seguito: