Massimiliano Colombo Labriola e Francesco Di Sano chiedono di costituirsi parte civile nel caso Cucchi: “noi vittime, costretti a eseguire gli ordini”

Non sapevamo del pestaggio. Dopo i Cucchi, le vittime siamo noi. C’è stata una strana insistenza nel chiederci di eseguire quelle modifiche che all’epoca non capivamo. Oggi sappiamo tutto e per questo abbiamo deciso di costituirci parte civile. Non siamo nella stessa linea gerarchica, l’abbiamo subita, erano ordini”.

“L’ordine fu dato da chi insistendo sulla modifica sapeva qualcosa di piu’. Labriola e Di Sano hanno subito un danno di immagine, da questo punto di vista siamo nella stessa posizione degli agenti di polizia penitenziaria”.

“Fu bloccata la partenza gia’ programmata e con biglietto gia’ acquistato di Francesco Di Sano per la Sicilia, per firmare l’annotazione di servizio gia’ modificata”

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I carabinieri alla proiezione del film su Cucchi chiedono la lista dei partecipanti

Screenshot da www.ansa.it
Screenshot da www.ansa.it

“Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri”, diceva una canzonetta di De André, ma questa volta i carabinieri hanno usato modi gentili per entrare nella libreria del centro commerciale “Le Gru” di Siderno dove si proiettava il film “Sulla mia pelle”, ispirato agli ultimi giorni di Stefano Cucchi. Con altrettanta gentilezza hanno chiesto la lista di chi partecipava all’evento. Ripeto, un gesto gentile e carino, privo di alcun interesse specifico. Però l’hanno chiesta. E la proprietaria della libreria (o chi la gestisce) ha spiegato loro che non esiste nessuna lista, che in occasioni come questa non si provvede a censire gli intervenuti, e allora i carabinierei, sempre gentilmente e cortesemente hanno ringraziato ma sono restati nei locali per tutto il tempo della proiezione, pur non chiedendo le generalità a nessuno.

L’Agenzia ANSA riporta quanto rilasciato dal colonnello Gabriele De Pascalis: “I carabinieri erano lì per attività di routine [non mi risulta che una proiezione cinematografica sia una attività che preventa di routine l’intervento delle forze dell’ordine] e hanno interloquito con gli organizzatori per sapere se c’era qualcuno delle istituzioni o autorità, in un’ottica di ordine e sicurezza pubblica [Mi risulta che anche un’autorità o una persona delle istituzioni possa, anche a titolo privato, assistere alla proiezione di un film]. A noi non interessa alcun elenco [e allora perché gli agenti lo avrebbero chiesto?], soprattutto in una manifestazione che non aveva alcun rischio di ordine pubblico. Noi siamo sempre tra la gente e non vogliamo che l’accaduto venga strumentalizzato, specie in una vicenda triste e delicata come quella di Stefano Cucchi”.

Forse dovevano pensarci prima.

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La morte di Stefano Cucchi: sentenza sbranata

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Dopo la sentenza di primo grado emessa per la morte di Stefano Cucchi c’è stato un selvaggio corricorri a dàrgli all’untore fin dalla chiusura dell’udienza.
L'”untore” in questo caso può essere sia il giudice (la povera madre di Cucchi ha detto “me l’hanno ammazzato una seconda volta”) che l’imputato di turno che esce assolto in un gioco perverso delle parti.
Se è certo che alcuni degli imputati sono entrati come gravemente indiziati di reato e usciti come persone prosciolte da ogni accusa, è altrettanto certo che Cucchi è entrato in carcere da vivo e che ci è uscito da morto.
Se la sentenza da un lato afferma che Cucchi sia morto di malasanità, dall’altro lascia aperta ogni incertezza sui segni inequivocabili dei colpi ricevuti dal giovane.
Certa sinistra emotiva ha fatto a brandelli la sentenza (le cui motivazioni saranno rese note solo tra una novantina di giorni) mentre certa destra moralista ha anticipato quelle motivazioni dicendo che sì è andata bene così e che i poveri servitori dello stato non potevano essere condannati (cielo, e perché no?)
È sicuro che alcuni imputati sono stati assolti per non aver commesso il fatto. Cioè per la formula più ampia di assoluzione prevista.
Poi ce ne sono altri che sono stati assolti perché le prove erano insufficienti o contraddittorie. E quelle prove contraddittorie tra accusa e parte civile sono proprio quelle che riguardano la morte di Cucchi come ipoteticamente derivante dalle percosse subite.
Pare impossibile ma in Italia per condannare qualcuno c’è ancora bisogno di prove.

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“Repubblica” e il palco degli imputati per il processo per il caso di Stefano Cucchi

Sono meravigliosi (quando sono meravigliosi e non sono, semplicemente, tragici) i lapsus e gli strafalcioni cui certa stampa riesce ad arrivare nella fretta di confezionare qualcosa di originale da dare in pasto a lettori sempre meno critici e sempre più assuefatti a un linguaggio che scade via via di livello senza che noi ce ne accorgiamo minimamente.

L’occasione per queste brevi riflessioni me la dà "Repubblica" che nel commentare la notizia dell’apertura del processo a carico degli imputati per il caso di Stefano Cucchi,  presenta protagonisti di accusa e difesa. Poi scrive "Sul palco degli imputati…".

No, dico, il palco? Cos’è, il Festival di Sanremo? C’è di mezzo la morte di un ragazzo. O la vita di una dozzina di persone che potrebbero uscire a pezzi da una vicenda giudiziaria come questa se solo uno di loro risultasse non colpevole. Il palco è roba da spettacolo, qui ci sono tragedie e drammi personali contrapposti.

O forse, a parte i lapsus, si comincia davvero a vedere la vita come un immenso, irresistibile show.

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