E’ morto Remo Ceserani

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ceserani

La morte di Remo Ceserani costituisce un grande dispiacere per tutti coloro che abbiano avuto il privilegio di incrociarlo alla Facoltà di Lettere di Pisa, con gli occhiali spessi e le borse piene di libri sotto il braccio.

Ma, soprattutto, è una pena sapere che se n’è andato, con la modestia che lo contraddistingueva, l’autore de “Il materiale e l’immaginario”, immenso laboratorio di lettura di testi e di analisi critica, che dalla fine degli anni ’70 costituì uno schiaffo morale all’editoria scolastica più spicciola per il rigore, la serietà e la scientificità con cui analizzava il testo letterario e proponeva i materiali di studio a corredo. L’idea era ciclopica, 10 volumi e una dimensione culturale del tutto diversa dai manuali di letteratura per la scuola superiore tradizionalmente intesi. I testi fatti a pezzi, frantumati, per vedere cosa c’è dentro e come funzionano, gli apparati critici sempre rigorosi, una attenzione per la letteratura straniera (spesso i testi poetici venivano proposti anche in versione originale in nota) che è raro trovare in altre antologie.

Io sono stato uno dei fortunati che hanno studiato Dante sul famoso terzo volume del “Materiale e l’immaginario”, l’edizione grigia, che dovrei avere da qualche parte e che ho trovato, a prezzi da vero strozzinaggio, su Amazon per 215,74 Euro.

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Era un testo faticoso (era faticoso anche trasportarlo, in senso fisico, voglio dire), ma si capiva, e si sentiva che quel libro su cui si studiava aveva una marcia in più, che alla fine quello che restava non erano solo nozioni, ma metodo, puro metodo. Non erano solo contenuti, non spiegava solo chi era Dante e cosa avesse scritto, ma insegnava ad approcciarsi al Poeta così che tutto quello che ne veniva fuori era una sudata scoperta che restava impressa nella mente in modo permanente.

Per questo la morte di Ceserani è più di una perdita, perché viene a mancare chi ha saputo guidarci lungo i sentieri della conoscenza.Se volete saperne di più leggetevi l’articolo “Ceserani e la scuola” di Romano Luperini. L’ho trovato con licenza Creative Commons, quindi ve lo posso redistribuire. Servirà a farci sentire Ceserani ancora più vicino. Finché il dolore non lascerà spazio alla consapevolezza dell’insegnamento.

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Il senso di Eidos per Wikipedia

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PREMESSA:

Questo è un articolo che NON vuole disprezzare “Eidos” né esaltare Wikipedia (che continuo a ritenere ridondante, inutile, ingestibile e inaffidabile).
E’, tutt’al più, un articolo sul come-si-fanno-le-cose-quando-si-scrive, tutto lì. Chiunque metta in dubbio questa premessa o è in malafede o, come diceva il mi’ nonno Armando, cià ‘r culo sudicio.

SVOLGIMENTO:

L’occasione me la dà un articolo pubblicato sul n. 229/2015 di “Eidos” a pagina 29. Vi è ospitata, nella rubrica “Curiosizie” una digressione sul “Perché via Galilei a Campo a Mare si chiama così”. Di questa digressione, lunga 29 righe, almeno 26 sono dedicate a parlare di Galileo Galilei. Ebbene, senza voler essere cattivi, ma fotografando solo il mero dato, TUTTE queste righe sono state tratte dalla voce di Wikipedia su Galileo. Si tratta di un dato inconfutabile e innegabile. Ecco qui la scansione della pagina:

eidos

ed ecco qui, invece, quanto riportato da Wikipedia:

galileo

Non c’è che dire, a parte l’omissione dei numeri delle note, il testo è identico.

La domanda successiva è quasi scontata: perché copiare pedissequamente senza nemmeno citare la fonte? A voler ben vedere un riferimento c’è, è quell'”Infoweb” tra parentesi alla fine del testo di “Eidos”, ma non soddisfa affatto. Non ha alcun senso dire “l’ho preso dal Web”, è come se si citasse come fonte la Biblioteca Comunale nel caso di un testo ripreso dalla Treccani lì costodita. Oh, intendiamoci, non che non sia lecito (e per molti versi è incoraggiato) copiare da Wikipedia. Ma ci sono delle condizioni. La pagina dedicata a Galileo Galilei è distribuita secondo la licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0). Chissà cosa ci sarà scritto?? Andiamo un pochino a vedere: ciascuno è libero di “Condividere — riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare questo materiale con qualsiasi mezzo e formato” con la seguente condizione “Devi riconoscere una menzione di paternità adeguata, fornire un link alla licenza e indicare se sono state effettuate delle modifiche. Puoi fare ciò in qualsiasi maniera ragionevole possibile, ma non con modalità tali da suggerire che il licenziante avalli te o il tuo utilizzo del materiale.”
Ora, la “menzione di paternità adeguata” non c’è e mancherebbe anche il link alla licenza (d’accordo, si tratta di una pubblicazione cartacea, quindi il link non avrebbe senso -o magari anche sì, chissà-). In breve, io devo mettere qualcosa che indichi al lettore, il quale deve capirlo in maniera sufficientemente inequivoca, che quello scritto è tratto da Wikipedia. Punto.

Oggi con un copia-incolla si possono riempire decine e decine di pagine, si tratta di uno sport piuttosto diffuso e molto triste perché, come nel caso di Eidos, non vince mai nessuno perché tutti si fanno autogol da soli.

A me basta ricordare quello che mi diceva la mia maestra, la Laura del Quaglierini, la quale nell’insegnarci (teste dure che eravamo!) come si fa una ricerca ci diceva che occorrevano almeno due fonti, che non serviva a nulla copiare parola per parola e che i concetti era meglio rielaborarli e dirli con parole nostre, che una ricerca è una delle cose in assoluto più difficile perché difficile è, appunto, essere originali.

Ma la Laura del Quaglierini è morta da tempo e le quadernate di analisi grammaticale che mi faceva fare mi sono ancora impresse.

#ioleggoperché non mi va di partecipare a #ioleggoperché

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Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l'ha ripresa a sua volta da chissà dove
Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l’avrà ripresa a sua volta da chissà dove, so assai io…

Oggi è la giornata mondiale del libro. Sì, ogni tanto ne istituiscono una. E’ un po’ come il mio onomastico: ho scoperto che esistono sette o otto San Valerio sul calendario, siccché ogni tanto me lo ritrovo tra i coglioni.

Pensare al libro e a quanto faccia bene leggere è cosa da considerarsi sol che positiva. Il problema è che non è soltanto la giornata del libro, è anche quella del diritto d’autore e della proprietà intellettuale. Che, poi, sono la stessa cosa.

In Italia abbiamo una delle leggi sul diritto d’autore più liberticide d’Europa. L’impianto è del 1941: pensate che in piena guerra il regime di Mussolini trovò il tempo per mettere in piedi una normativa che proteggesse l’opera dell’ingegno e i diritti ad essa connessi.

Oggi, secondo una delle tante toppe e secondo i tanti aggiornamenti che sono stati fatti di quel testo, rischia una condanna fino a tre anni anche lo studente che, per esempio, si installa un software commerciale per farci la tesi di laurea, perché in Italia non è vietata solo la riproduzione a scopo di lucro (che avrebbe tenuto lo studente fuori dal penale) ma anche quella a scopo di profitto (e profitto è, ad esempio, quando lo studente di cui sopra risparmia il prezzo dell’acquisto del software in questione). Con un gioco di sostituzione di una sola parola hanno creato una legione straniera di possibili delinquenti.

Come se non bastasse, recentemente le prime incisioni di un brano che cadevano in pubblico dominio dopo 50 anni, sono state portate, dietro la spinta dell’Unione Europea, a cadere in pubblico dominio dopo 70 anni.

Non vedo proprio cosa ci sia da festeggiare! E’ un’ecatombe liberticida. Oggi, specialmente sulla rete, si va sempre di più verso il modello aperto (come i contenuti pubblicati sotto licenza Creative Commons, come le condizioni della GPL che ha permesso di diffondere un miracolo come Linux e molti dei suoi software) e i testi di legge vigenti nelle nazioni dell’UE ormai non bastano più, stanno diventando come la coperta corta che lascia scoperta la testa o i piedi. Per non parlare del concetto del “fair use” statunitense, che qui da noi è pura utopia.

Così ci accontentiamo di un hashtag come #ioleggoperché, sponsorizzato dalla TIM. Ecco, non appena c’è qualcosa di mondialmente rilevante la gente rilancia con degli hashatag e va beh, così sia, il giorno dopo non se ne ricorderà più nessuno.

Il Fatto Quotidiano on line abbandona la licenza Creative Commons

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C’è sempre qualcosa di gratificante nel mettere una licenza Creative Commons a un sito.

Ci si sente ganzetti, si ha la consapevolezza di far parte di un movimento culturale, ci se la tira da profeti del copyright quando va bene o, quando va peggio, da guru dell’open-source.

Pensiamo sempre di averci guadagnato qualcosa a permettere agli altri di poter fare qualcosa con i nostri contenuti (siano essi testo, musiche, foto o video). Finché poi la gente lo fa. Perché, voglio dire, glielo abbiamo permesso noi.

Dal 2005 la versione on line de “Il Fatto Quotidiano” aveva sposato anche lei una licenza Creative Commons. Poi, d’improvviso, senza dir niente a nessuno (trovatemi una sola notizia che riporti quanto vi sto raccontando) è cambiato tutto.

Ora alla pagina “Termini e condizioni d’utilizzo” (http://www.ilfattoquotidiano.it/termini-e-condizioni-dutilizzo/) si leggono frasi come:

Tutti i materiali pubblicati nel sito (inclusi, a titolo esemplificativo, articoli di informazione, fotografie, immagini, illustrazioni, registrazioni audio e/o video, qui di seguito indicati anche come i “contenuti”) sono protetti dalle leggi sul diritto d’autore e sono di proprietà dell’editore o di chi legittimamente disponga dei diritti relativi.

Inquietante, e non esattamente compatibile con la licenza Creative Commons usata fino a pochi giorni fa. Ma andiamo avanti:

Il lettore, solo per uso personale, è autorizzato a scaricare o copiare i contenuti e ogni altro materiale scaricabile reperibile attraverso i servizi del sito a condizione che riporti fedelmente tutte le indicazioni di copyright e le altre indicazioni riportate nel sito. La riproduzione e la raccolta di qualsiasi contenuto per motivi diversi dall’uso personale è espressamente vietata in assenza di preventiva autorizzazione espressa rilasciata in forma scritta dall’editore o dal titolare del diritto d’autore come indicato nel sito.

Insomma, nessuno può (più) in nessun modo, riprodurre in un suo sito personale, contenuti pubblicati da “Il Fatto Quotidiano”, come era possibile fare prima, quando era sufficiente citare l’autore, la fonte e la licenza a cui era sottoposta l’opera.

Con ogni probabilità, leggendo quanto riportato, l’applicazione che ho scaricato gratis e mediante la quale leggo il giornale sull’Android sfruttando il feed RSS del sito web, è illegale. E illegali sono (o, meglio, “diventano”) i bannerini pubblicitari che i programmatori che lo hanno realizzato hanno posizionato in fondo alla schermata per tirar su due lire. Per tirarle su, si badi bene, sull’applicazione, non sui contenuti. Potrei essere diventato un delinquente solo per questo?

Wikipedia non ha ancora registrato la variazione. Lasciamogliela ancora per qualche tempo giusto per ricordarci di quando eravamo più liberi. E di quando lo erano anche Padellaro & C.

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I grandi racconti dell’ottocento sul “Fatto Quotidiano”: per molti, ma non per tutti

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Su “Il Fatto Quotidiano” (oggi vi parlerò due volte di questo giornale) è iniziata ieri la pubblicazione giornaliera di una serie di classici (“stranieri”? Finora par di sì…) del racconto dell’800. Si è iniziato con Cechov e si prosegue con Maupassant.

Per carità, nulla da dire. O, meglio, sì.

E’ certamente bello e perfino un po’ romantico pubblicare un racconto dell’800 al giorno. In fondo in Europa ce ne sono a centinaia, l’arte della narrazione breve si è perfezionata via via e in maniera sempre nuova e uniforme, dai racconti di Balzac a quelli di Verga, dal favolistico al verismo, naturalismo e realismo più spinti. C’è di tutto, insomma.

La collana “I grandi racconti”, curata da Silvia Truzzi si è avvalsa, fino ad oggi (non so se sia una semplice coincidenza) delle traduzioni tratte da alcuni volumi pubblicati dalla Garzanti.

Ora, probabilmente, quindi, ci sarà un accordo con la Garzanti che non credo permetta a chiunque di accedere ai propri diritti d’autore (o, come in questo caso, di traduzione) solo per gli occhi belli color del mare e perché a qualcuno piace far filtrare un po’ di cultura sotto gli ombrelloni dei bagnanti che leggono il “Fatto”, voglio dire, un minimo di soldini questi signori li vorranno, per poter consentire la ripubblicazione e la diffusione di ciò che è di loro proprietà.

Fosse anche solo con la pubblicizzazione della pubblicità al volume (che si trova in fondo ad ogni racconto pubblicato) da cui è tratta la short story in questione, il ritorno d’immagine per la Garzanti è evidente.

Ora, quale sia l’effettivo valore dell’accordo tra Garzanti e “Fatto Quotidiano” non lo sappiamo.

Sappiamo, però, che con il corrispettivo di quel valore, il “Fatto” avrebbe potuto commissionare a traduttori professionisti una nuova traduzione di quegli scritti (oltretutto brevi, non ci vuole molto tempo a tradurre una novella di Maupassant, a meno che non presenti delle peculiarità specifiche, e se dovesse presentare delle peculiarità specifiche, molto semplicemente, non la si pubblica e si passa ad altro), acquisendo per sé i diritti di traduzione. A quel punto avrebbe potuto:

a) pubblicarli liberamente;
b) metterli sotto una licenza Creative Commons e permetterne la circolazione e la riproducibilità sul web, purché non a scopo di lucro; così anche chi non legge “il Fatto” avrebbe avuto modo di leggerli o di averli e di passarli a qualcuno;
c) trarne degli e-book da vendere anche a prezzo simbolico (voglio dire, qualcuno a un euro l’uno se li compra);
d) (ri)pubblicarli in una antologia cartacea da vendere assieme al giornale (come si fa per altri tipi di opere, DVD, libri d’inchiesta, enciclopedie);
e) riempire secondo sensibilità, credo filosofico, religioso o politico.

Che dire? Una bella occasione mancata per fare della cultura libera qualcosa di più e di più durevole rispetto al semplice usare il giornale del giorno prima per incartare il pesce o vedersi spedire Cechov e Maupassant nel bidone della carta.

Tanto poi si ricicla tutto.

Francesco Gerrardo – Toccata per cetra – Doc Rossi

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Ho testé ascoltato una deliziosetta Toccata per Cetra di tale Francesco Gerrardo (o Francesco Gerardo, secondo una notazione più moderna). Dura meno di due minutini, ma è una gioja.

Ven’ vo’ far dono, chè ne è d’uopo.

Naturalmente avrei anche voluto dirvi un gocciolino chi fosse codesto Francesco Gerrardo o Gerardo ma, naturalmente, non lo so nemmen io, e Wikipedia non lo contempla in nessuna delle sue edizioni linguistiche. Certo, c’era da aspettarselo, non si trova il purtuttavia sublime Francesco Gerrardo ma vi si trova con cronometrica puntualità la notizia delle evoluzioni sentimentali della vita di Federica Pellegrini.

Oh, ma non dovete farvene iscandalo, chè lo sanno loro cosa è enciclopedico o no.

Noi che non sappiamo una bella verza di nulla, invece, siam lieti e gàrruli nell’ascoltar codesta Toccata (o Tastata, ora non mi rammento) nell’esecuzione di Doc Rossi, un bravo ricercatore e musicista che dà lustro al talento del Gerrardo e al proprio.

Siate felici del piacer che n’avreta ("avreta" è op. cit.)

Il brano è tratto dal disco "La Cetra Galante" dello stesso Doc Rossi ed è pubblicato su magnatune.com da cui è tratto.
La licenza nel dettaglio è pubblicata qui: http://www.classicistranieri.com/licenza.html

Jean-Baptiste Lully – Chaconne da “Le Bourgeois Gentilhomme” – The Bach Players

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E già che ci siamo, ricominicamo un po’ ad ascoltar della musica che è d’uopo.

Vi vo’ mostrar codesta Ciaccona, tratta da “Le Bourgeois Gentilhomme” di quella vecchia e inestimabile zoccola che fu Jean-Baptiste Lully nell’interpretazione dell’Ensemble “The Bach Players”.

Il brano è tratto dall’immenso e provvidenziale catalogo di magnatune.com.

La licenza è un po’ bastarda, in estrema sintesi io ci posso fare il cavolo che mi pare perché son socio vitalizio di Magnatune, ma voi, a parte ascoltarlo e scaricarlo, non ci potete fare proprio un bel paio di ciùfoli, nemmeno ridarlo a un amico. O allora? E’ così…
Comunque i termini della licenza sono più dettagliatamente specificati su http://www.classicistranieri.com/licenza.html.

Ascoltate e gaudete!!

Svevo e De Amicis in audiolettura

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Mi son dimenticato, jersera, di rendervi edotti di altre due audioletture di cui non vo’ particolarmente orgoglioso, e che ho realizzato or non è molto. Siccome fanno schifo, non ho pensato opportuno farvene partecipi, ma poiché vi sarà tra voi qualcuno che abbia a cuore la propria autoflagellazione "in corpore", sappiate che ho letto "La Madre" di Svevo e "Il piccolo patriotta padovano", il primo dei racconti mensili di De Amicis.
Siccome ho in preparazione la lettura di almeno quattro libri, e tutti contemporaneamente, ci vorrà un bel po’ prima di riavere qualcosa di consistente, ma mi auguro che arrivi prestino.

Nel frattempo intermezzo con queste baloccaggini sulle quali imploro la vostra pietà.

Il mio Pinocchio fragile…

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Rileggere ad alta voce "Pinocchio" per la gente del Web non è stata una riscoperta particolramente entusiasmante (anche se, paradosso della vita, ci sono degli ascoltatori entuasiasti dell’audiolibro che ho terminato e messo in linea appena ieri).

Intanto c’è da dire che di versioni gratuite di "Pinocchio" in audiolibro ne esistono almeno due. Una, quella distribuita dal Gutenberg Project e da Librivox mi sembra molto "americana", l’altra, per la voce di Silvia Cecchini mi è sempre sembrata un po’ troppo melliflua e poco adatta (anche se di gran lunga migliore della precedente) a rendere tutte le sfumature dell’animo del personaggio del Collodi e del mondo che gli gira intorno.

Così ho deciso di mettere a disposizione una versione mia.

Se piacerà o non piacerà non è affar mio e non me ne curo. Il lavoro è lì per chi lo vuole, e chi non lo vuole può tranquillamente andare a prenderselo dove crede meglio. Il lavoro, s’intende.

Mi curo, invece, di quello che ho provato nel rileggere a voce alta e nel dare un qualsivoglia senso (foss’anche quello del mio personale modo di recepire il testo) l’opera ingiustamente considerata "maestra" nella letteratura mondiale.

Penso che quello che mi ha sempre colpito di Pinocchio sia stato il registro linguistico di un toscano d’antan che ho sempre amato frequentare. Ma poi basta.

Sgomberiamo il campo da possibili equivoci: Pinocchio non fa ridere. Al contrario, a leggerlo c’è proprio di che sfracassarsi i coglioni, non è un libro per l’educazione dei bambini e dovrebbe essere somministrato sotto la stretta sorveglianza e supervisione di un adulto.
Pinocchio è tutto meno che educativo, ha personaggi improbabili e strampalati e, soprattutto, quello che sapevamo sulla fiaba non è vero.
Quella dai capelli turchini, ad esempio, non appare subito nell’opera come "Fata", ma come Bambina.
Una bambina che propone a Pinocchio di farle da sorellina. E che muore di crepacuore all’ennesima marachella del burattino. Una stronza, la Bambina dai capelli turchini che fa incidere sulla lapide della sua tomba perfino il nome del colpevole della sua morte (così si sentirà in colpa di più!).
E come tutte le donne stronze nella vita di un uomo torna. Non si sa come faccia, metempsicosi, gusto per l’orrido, Gerovital.Ma ormai non è più bambina, è donna, ed è disposta a fargli da mamma e da fata insieme. Anche qui resterà con un palmo di naso, perché Pinocchio va nel Paese dei Balocchi e tanti saluti e sono.
La donna, per Pinocchio è sorella/madre/fata. Quindi solo ruoli asessuati. E non perché un burattino (che si muove, pensa e agisce in tutto e per tutto come un bambino vero)  non potesse provare delle pulsioni erotiche (coltiva altri sentimenti come quelli della lealtà e dell’amicizia), ma perché la società gliele nega in guisa di controllo materno e di intoccabilità.

Alcuni capitoli sono addirittura  raccapriccianti. Pinocchio capisce fin troppo presto cosa sono la giustizia e i magistrati: il giudice delegato a ricevere la sua denuncia di furto per tutta risposta lo sbatte in galera.
Lui non ne capisce il perché, deve solo accettare ciò che la società esterna gli impone e conformarvisi per il suo bene e per il bene della società stessa. Non capisce ma deve adeguarsi. E come tutte le persone che assaggiano la galera, non può fare altro che sprofondare sempre di più.
Viene impiccato dagli "assassini" che lo vogliono derubare promettendogli guadagni facili in poco tempo (in fondo il Gatto e la Volpe non erano altro che una delle moderne finanziarie), lo costringono legato a una catena a fare il cane da guardia, rischia di essere fritto in padella a guisa di pesce e, trasformatosi in ciuchino, viene costretto a una umiliante performance nel circo, si azzoppa e lo rivendono a un delinquente matricolato che lo affoga con una pietra al collo per farne pelle da tamburo.
Non c’è rieducazione, non c’è redenzione per Pinocchio nell’essere se stesso, ma solo nell’essere il prodotto delle aspettative degli altri. Quanto più Pinocchio corrisponde a quello che la Fata, Geppetto e il Grillo-Parlante vogliono da lui, tanto più è come loro, dunque buono.

Pinocchio è il prototipo di quelli che ce la fanno, che diventano bambini in carne ed ossa, che non muoiono ciuchi come il suo amico Lucignolo, che ciuco era e ciuco è destinato a rimanere per sempre, fino alla sua pietosa morte da ciuco, perché lui non ha una fata a cui sacrificarsi per essere salvato, lui non ha nessuno, e allora tanto peggio.

Quelli che hanno spostato il senso del romanzo di Collodi nella ricezione della gente sono stati:
Walt Disney (che l’ha epurato di quella parte che era tragica sì, ma che fungeva da campanello di allarme per il senso critico del lettore e lo ha trasformato in una farsa statunitense che nulla ha a che vedere con i toscanismi dello scritto);
Luigi Comencini, che nel trasporlo sul piccolo schermo ha fatto un’opera davvero meravigliosa, ma completamente diversa dal libro a cui è ispirato;
Edoardo Bennato che ha cannato la comprensione del personaggio della Fata e ci ha fatto un inno post-femminista all’acqua di rose.

Comunque, se volete ascoltare la mia lettura, la trovate qui:

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Lettura di Valerio Di Stefano

Licenza: Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5

La notte delle copyleft lable

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Ricevo e volentieri pubblico:

IMAGO SOUND vs SUBTERRA

in collaborazione con FPML

9 aprile 2011 ore 22.00
SINISTER NOISE
via dei magazzini generali, 4b Roma
ingresso 5 euro

Due band e due label italiane entrambe legate da una scelta, quella di distribuire la propria musica liberamente
seguendo la politica del copyleft.

SANS PAPIER – www.sanspapierband.it

“Non appartiene a scuole ben precise, non scimmiotta quasi nessuno e difficilmente è incasellabile. […] nove botte di adrenalina che dimostrano che quando l’attitudine c’è si può fare a meno delle istruzioni per l’uso.” – Rumore

Dopo l’EP SettevolteZeta (novembre 2007) ed una intensa attività live che li vede condividere il palco con nomi importanti del panorama indipendente italiano (The Zen Circus, Mariposa, Sud Sound System, Dente, Tre Allegri Ragazzi Morti, Il Pan Del Diavolo), nel 2011 pubblicano il primo LP, Manuale d’uso per giovani inesperti, su etichetta Imago Sound, rilasciato con licenze Creative Commons ed in free download su Jamendo dal 1° aprile 2011.

TEDESKO & THE MONOMAGICAL BAND – www.myspace.com/tedesko

L’uomo conosciuto come il Tedesko è il calzolaio di Vetralla, antico paese della Tuscia Viterbese. È cresciuto con Carlo Sanetti, studioso di letteratura antica e musicista conosciuto come The MonomagicalBand e La Guerra delle Formiche. Suonano ruvidamente insieme da sempre, in una mistura grunge’n’roll/punk dall’italiano sghembo. Nel 2008 hanno realizzato un LP omonimo, Tedesko & The MonomagicalBand, per l’etichetta copyleft SubTerra, ma amano più che altro l’estemporaneità impermanente delle performances e delle creazioni e la noncuranaza assoluta al compromesso con qualsivoglia sistema. Una vena punk-autoriale.

Durante la serata sarà possibile scaricare sulla propria pen-drive i dischi delle band e l’intero catalogo SubTerra ed Imago Sound.

Segreteria Telefonica – 02 – La minestra di fagioli ner frigorifero

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Eccovi un’altra delirante segreteria telefonica, sempre dedicata alle Gentili Signore e benevole lettrici di questo blog, che potrete ascoltare in MP3 dal nostro lettore virtuale, oppure scaricare comodamente da qui.

Applausi!

Segreteria Telefonica – 01 – Fallo ora il guappetto!

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Nel caso le mie affezionate lettrici fossero interessate a sostituire il messaggio della loro segreteria telefonica con uno più adeguato al loro drudo che non se le fila manco di pezza, ecco il primo MP3 di quella che sarà, certamente, una fortunatissima serie.


Questa è la mia segreteria telefonica.

Non ho nessuna voglia di risponderti. E quindi? Ci sono problemi? No, e allora cosa vuoi da me?

Ringrazia che ti lascio il bip dopo il quale potrai registrare quello che ti pare, tanto non lo ascolto.

O fallo ora il guappetto se ti riesce!


E’ possibile scaricare l’MP3 dall’indirizzo web:

      https://www.valeriodistefano.com/public/Segreteria Telefonica - 01 - Fallo ora il guappetto.mp3


Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/

Oppure ascoltarlo prima dal nostro lettore di MP3:

La Bibbia di Giovanni Luzzi, il Canto dell’Odio, i Postuma, Olindo Guerrini, Lorenzo Stecchetti e altri modi per deliziarsi la vita

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Qualcuno m’avrà dato per disperso, considerando la stitichezza con cui vi ho ammannito i miei ultimi commenti su questo o su quell’altro, ma sono stato assai impegnato con le letture ad alta voce, che poi vorrei sapere io stesso perché le faccio, a parte il fatto che sono infinitamente e inguaribilmente vanitoso.

C’è stata una (bella) novità. Di ritorno dal mio viaggio in Toscana ho portato con me una vecchia Bibbia protestante che avevo ancora a casa dei miei, dono di quel brav’uomo che fu il Pastore Giovanni Scuderi della Chiesa Evangelica Valdese di Livorno. Ho sempre avuto per i Valdesi una simpatia istintiva, sono brava gente, ed è per quello che ogni anno sono felice di destinar loro l’otto per mille della mia scalcinata ed esangue dichiarazione dei redditi.

Pensavo che se è facil cosa leggere la "Commedia" di Dante e diffonderne il risultato, per malconcio che sia, è difficilissimo che un testo di oltre duemila anni fa possa essere di pubblico dominio. Insomma, passi Dante, passino Ariosto, il Tasso, passi lo stesso D’Annunzio, passi la Deledda, ma la Bibbia, dico, la Bibbia (che è o dovrebbe essere l’opera capitale della cultura occidentale) è inchiodata e imprigionata da mille cavilli di copyright, perché, per le edizioni cattoliche la CEI e le Edizioni Paoline mantengono i diritti sulle traduzioni, per quelle protestanti ci sono revisioni di rivedute, nuove rivedute, la riveduta della riveduta, non ci si capisce un accidente, e ad ogni revisione i tempi di pubblico dominio si allungano.

Così ne ho fatta un po’ una sfida, e, per farvela breve, il Dott. Valdo Bertelot della Società Biblica Italiana mi ha concesso (gentile!) il diritto di diffondere letture a voce alta di alcuni libri della Bibbia preventivamente concordati.

La versione è quella di Giovanni Luzzi (che aveva, a sua volta, rivisto la storica Diodati sui testi originali, o allora? Non ve l’ho forse detto che non ci si capisce niente??), che cadrebbe, comunque, in pubblico dominio il 1 gennaio 2019.

Così mi sono cimentato con questa versione, a tratti ampollosa, devo dirlo, come con una sfida, soprattutto considerando il fatto che si tratta di un testo che mi appare assai lontano, ormai.

Per cui, per ora sono in linea il libro di Habacuc e il Cantico dei Cantici letti dalla mia vanitosa voce. Andate e pigliatene tutti (tra un po’ saranno disponibili anche nello spazio "ufficiale" dedicato alle mie audioletture, abbiate pazienza…)

Nel frattempo, però, poiché il sacro va preso a piccole dosi, mi sono dilettato anche con la lettura di un libro (profanissimo!) di poesia, e dunque ecco in linea i "Postuma" di Lorenzo Stecchetti, eteronimo del poeta Olindo Guerrini, mai abbastanza lodato, che ha dato dei buoni frutti, messi in linea giusto pochi minuti fa.

Poi dite che sono un ingrato, nèh??

Le nuove audioletture di Dante, Gongora, Unamuno, Machado, Marino, Pascoli, Carducci e chissa’ chi altri

Reading Time: 2 minutes

Orbene, avrete tremato e trepidato per la mia esistenza in vita, visto che v’ho lasciati con alcuni post piuttosto noiosetti anziché no, ma poi vi spiegherò che senso hanno, ammesso che abbia un senso quello che stanno combinando intorno alla rete in nome dell’immancabile copyright, but that’s another story.

Stamane ero intento a divertirmi un tantinellino e a riordinare e rinforzare la sezione delle mie audioletture.

Mi faceva piacere riunirle, anche se alla meglio, in un luogo unico, ovviamente quelle sparse un po’ per ogni dove continueranno a starci, ma insomma, ne valeva la pena, perché ne ho aggiunte svariate.

Le trovate tutte (più o meno, ma manca qualcosa, e me ne dispiace) qui:

http://audioletture.controversi.org

mentre tra le aggiunte c’è qualcosa in provenzale di Jaufre Rudel (la leggendaria "Vida", che non è sua, va da sé, e il famoso "Quan lo rius de la fontana") e non chiedetemi cosa mi abbia preso di mettermi a leggere nella lingua dei trovatori, a me piace e a qualcuno piacerà. Poi c’è Giacomino Leopardi, e non avete idea di quanto mia sia piaciuto "La sera del dì di festa", c’è quasi di che mettersi a piangere, e dire che al liceo l’odiavo il gobbetto di Recanati, "La pioggia nel pineto" di Rapagnetta, un sonetto del Marino (tanto per far vedere che esiste anche lui), e tragli spagnoli i soliti Unamuno, Machado e quella trombetta spelacchiata di  Góngora.

Pezzo forte, ma non mi è riuscito un gran che, il canto di Ulisse di Dante, che poi è un frammento del XXVI dell’Inferno, nonché l’imprescindibile "Tanto gentile e tanto onesta pare".

Ora basta perché odio i post che sono pieni di link, e poi mi sono già sbrodolato abbastanza.

Maledetti toscani: “Sorelle Materassi” di Aldo Palazzeschi – Lezione-conferenza di Valerio Di Stefano

Reading Time: < 1 minute


Toh, e oggi ho parlato anche delle sorelle Materassi, o metteteci un toppino…


Valerio Di Stefano
"Maledetti Toscani: "Sorelle Materassi" di Aldo Palazzeschi"
Lezione-Conferenza
1° Circolo Didattico – via G. Milli – Roseto degli Abruzzi
12 novembre 2011 – ore 16.00

Licenza: Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5
http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/

Scarica la conferenza dall’indirizzo:

Filename  Size  Date 
      materassi.mp3
 
21,031,277  11/12/10  5:07 pm
      materassi.ogg
 
27,185,843  11/12/10  5:13 pm

Oppure ascoltala attraverso il nostro lettore virtuale di MP3:

Robin Stine – Daydreams

Reading Time: < 1 minute

Allora, visto che ogni tanto vale la pena fermarsi per ascoltare un po’ di musica (buona!) vale la pena che vi scarichiate e che mettiate tra le vostre gioje musicali codesto gran pezzo di PHY… talento che è Robin Stine, abile assai a destreggiarsi tra melodie jazzate in stile anni ’40 e suggestioni folk da valzeroni di un tempo.

Credo si tratti di uno dei migliori dischi che io abbia mai (re)distribuito, per cui, sia che decidiate di scaricare il tutto in formato .ogg o in formato .mp3 (ma lo so che preferirete l’MP3, che è proprietario, tanto siete pio duri…) abbiate la compiacenza di non ascoltarlo da soli, e se proprio dovete fare gli onanisti musicali, abbiate almeno il buon gusto di ascoltare il tutto con un buon whisky a fianco.

Lei, Robin Stine, canta davvero bene, vocina limpida, pulita, flessibile e trombereccia.

A voi.

Filename

Come nasce un libro Open Source?

Reading Time: 8 minutes
Grosseto – Siamo abituati, quando parliamo di OpenSource, a pensare al software, così come quando parliamo di CC pensiamo alla licenza libera con la quale si condividono legalmente e si preservano le opere intellettuali che di solito troviamo su Internet. Non penseremmo mai di associare entrambe le cose a un libro e per di più, oltre che in formato elettronico, anche in quello cartaceo. Invece è successo, esiste un libro di testo di matematica open source e rilasciato con licenza CC.

L’idea di realizzare tutto ciò è venuta al professor Antonio Bernardo, docente di matematica presso il Liceo Scientifico "Banzi" di Lecce, autore di numerose pubblicazioni nonché fondatore nel 2000 del sito matematicamente.it nato per "cercare strategie per coinvolgere i ragazzi, per avere un feedback dagli studenti, con giochi e curiosità ma anche fornendo una visione ampia della materia", come lo stesso fondatore dichiara in un’intervista. Il sito ha avuto subito molto successo, ma il successo riscosso non era completo per il docente e matematico: da qui il volersi cimentare in una nuova impresa, innovativa e senza dubbio unica nel panorama italiano (analoghe iniziative sono in corso negli USA).

È così venuto alla luce un libro di testo, dal titolo "Matematica C3" dove una C rappresenta Collaborative, una Creative e l’altra Commons, pensato per gli studenti della scuola secondaria di secondo grado. Sfongliandolo lo si trova semplice, chiaro, ben strutturato: probabilmente risulterà gradito persino agli studenti che si troveranno da usarlo, tanto più che è dotato di una caratteristica molto differente rispetto agli altri libri che possiedono. Il testo è integrabile da chiunque ne abbia le conoscenze, un testo da rendere sempre migliore e che di conseguenza non ha prezzo (in tutti i sensi).

l professor Bernardo ha accetto di rispondere ad alcune domande sul progetto e sul libro.

Punto Informatico: So che lei ha alle spalle diverse esperienze editoriali: come è nata l’idea di questo testo così diverso da quanto siamo abituati a vedere?
Antonio Bernardo: Quando si scrive un libro di testo, specie se a più mani, e si fa pubblicare da una casa editrice i costi sono elevati e i guadagni per gli autori sono irrisori. Diventa poi anche più complesso aggiornare l’opera in quanto il libro "appartiene" all’editore. Guardando il libro di testo sia con gli occhi dell’insegnante che lo usa, sia dell’autore che lo scrive, mi son reso conto di un fatto banale ed elementare: chi scrive i manuali scolastici sono gli insegnanti, chi li usa sono sempre gli insegnanti e gli studenti, chi sfrutta economicamente questo meccanismo sono invece operatori esterni alla scuola. Rappresentanti, librerie, editori.

PI: È possibile cambiare questo percorso?
AB: Oggi ci sono gli strumenti, sia quelli elettronici, sia il sistema della stampa on demand, che permettono di "circuitare" direttamente gli insegnanti/autori con gli insegnanti/studenti fruitori, lasciando all’esterno il mondo dello sfruttamento economico dell’opera e per questo motivo mi sono deciso a intraprendere questa strada e diventare editore io stesso.

PI: Quanto tempo ha richiesto la sua realizzazione?
AB: Da un po’ di tempo avevo questa idea ma avevo paura a partire, più per gli aspetti legali che per quelli organizzativi, immaginavo che sarei andato allo scontro con interessi economici piuttosto forti, e sarei andato a scontrarmi anche con aspetti burocratici per niente banali. Poi, una volta preso il coraggio di partire ho potuto constatare che molti docenti hanno apprezzato l’idea e si sono dimostrati entusiasti di collaborare: una volta messa in moto la "macchina organizzativa" poi non si torna più indietro. Dalla fase iniziale di progettazione, di definizione di una linea comune, alla prima stesura del primo volume sono passati un paio d’anni.

PI: Due anni sono bastati a completare tutto il percorso?
AB: Il progetto è ancora all’inizio perché speriamo di completare i volumi per tutti e cinque gli anni della scuola superiore, tuttavia essere riusciti a portare a completamente il primo volume è stato un grande risultato. Essere riusciti a chiudere il ciclo di produzione del primo volume significa che il progetto è realizzabile.

PI: La scelta della CC è stata sua? Se sì, perché?
AB: Ho scelto la CC più aperta per dare la possibilità a tutti di personalizzare il testo e condividerlo. L’insegnante che adotta e utilizza questo libro ha modo di modificare o suggerire modifiche in base alla scuola in cui insegna, al proprio modo di lavorare e alle esigenze dei suoi studenti. Il libro quindi può essere non solo liberamente condiviso ma anche personalizzato.

PI: Quanto tempo ha richiesto la sua realizzazione?
AB: Da un po’ di tempo avevo questa idea ma avevo paura a partire, più per gli aspetti legali che per quelli organizzativi, immaginavo che sarei andato allo scontro con interessi economici piuttosto forti, e sarei andato a scontrarmi anche con aspetti burocratici per niente banali. Poi, una volta preso il coraggio di partire ho potuto constatare che molti docenti hanno apprezzato l’idea e si sono dimostrati entusiasti di collaborare: una volta messa in moto la "macchina organizzativa" poi non si torna più indietro. Dalla fase iniziale di progettazione, di definizione di una linea comune, alla prima stesura del primo volume sono passati un paio d’anni.

PI: Due anni sono bastati a completare tutto il percorso?
AB: Il progetto è ancora all’inizio perché speriamo di completare i volumi per tutti e cinque gli anni della scuola superiore, tuttavia essere riusciti a portare a completamente il primo volume è stato un grande risultato. Essere riusciti a chiudere il ciclo di produzione del primo volume significa che il progetto è realizzabile.

PI: La scelta della CC è stata sua? Se sì, perché?
AB: Ho scelto la CC più aperta per dare la possibilità a tutti di personalizzare il testo e condividerlo. L’insegnante che adotta e utilizza questo libro ha modo di modificare o suggerire modifiche in base alla scuola in cui insegna, al proprio modo di lavorare e alle esigenze dei suoi studenti. Il libro quindi può essere non solo liberamente condiviso ma anche personalizzato.
PI: Ho notato che sul testo stampato non c’è il bollino SIAE…
AB: Prevedendo complicazioni burocratiche mi sono proposto come editore del libro e gli ho assegnato un codice ISBN in modo che potesse essere inserito con facilità tra i libri di testo adottati, anche per questo ha una sua versione cartacea. Per i libri il bollino SIAE serve a garantire l’autore e a certificare il numero di copie vendute, in modo che l’editore gli corrisponda il dovuto secondo contratto. Per questo libro non ci sono diritti da pagare né agli autori né all’editore, pertanto non ha senso tenere un conteggio esatto delle copie vendute né ha senso certificare l’originalità del libro, poiché come accade con la licenza Creative Commons non ci sono copie originali e copie contraffatte: tutte le copie, anche quelle stampate in casa o fotocopiate, sono legittime.

PI: Cosa si aspetta da questo libro sempre in continua evoluzione e modificabile da chiunque ne abbia le competenze?
AB: Che diventi uno standard di riferimento per gli insegnanti di matematica e viva di vita propria indipendentemente dalle persone che in questo momento sono gli autori, un po’ come per i software Open Source. Quello che vorrei si realizzasse è che questo manuale non appartiene a nessuno in particolare ma allo stesso tempo è di tutti.

PI: Ha avuto molte ad
esioni da persone che volevano farne parte?
AB: Adesioni tantissime e tuttora ce ne sono, ma a questo punto del lavoro ho notato che chi vuole interagire fa fatica a mettersi al passo e la cosa più complicata, sono certo, sarà soppiantare chi andrà via. Per la mia esperienza sulla gestione di community bisogna creare le condizioni affinché le persone entrino ed escano dal progetto secondo le loro spontanee esigenze e desideri, ma facendo in modo che il progetto continui a vivere, a migliorarsi, ad ampliarsi o più semplicemente ad evolvere con le esigenze, in questo caso, della scuola.

PI: Da quello che ho visto, guardando il libro devo dire che è molto ben fatto. Come hanno fatto, persone che vivono in città diverse, hanno esperienze e modi di lavorare diversi, a raccordare il loro lavoro?
AB: In effetti, le persone del gruppo promotore, coloro che hanno fatto proprio il progetto condividendo aspettative e risultati, non si si sono mai incontrate fisicamente, ma devo dire che non è stato un handicap: Internet, e gli strumenti che offre, fa sì che ci si possa confrontare anche in tempo reale. Periodicamente infatti teniamo delle chat di redazione per raccordare il lavoro, ma ognuno lavora per conto proprio e condivide il lavoro prodotto.

PI: Cosa le fa ritenere che un libro scritto da un gruppo che possiamo definire di appassionati, non scrittori professionisti, possa essere ugualmente efficace?
AB: So per esperienza che un libro di testo scritto da professionisti che non siano docenti o anche studenti (perché no?) risulta poco efficace perché bisogna avere esperienza nel settore specifico del quale si vogliono affrontare le tematiche, e anche il giusto linguaggio perché un libro di testo possa davvero definirsi tale. Tengo a precisare che sarebbe più corretto definirlo manuale, poiché è pensato non tanto per la teoria, quella è materia per il docente, quanto per fornire un’ampia scelta di esercizi che sono più complessi da preparare. Una delle indicazioni principali per chi scrive il testo è quello di raccontare la matematica allo stesso modo in cui la racconta in classe di fronte agli studenti. Il libro quindi non è rivolto a un pubblico di studenti immaginari, ma agli studenti che siamo abituati ad avere in classe.

PI: Se altri volessero darle una mano, come dovrebbero fare? Di quali strumenti avrebbero bisogno per farlo? In pratica che tipo di aiuto più vi serve?
AB: Ci sono diversi livelli di collaborazione. Un piccolo gruppo di autori che scrivono una prima stesura della teoria con qualche esempio e qualche esercizio. C’è poi chi rivede ed integra il testo. Ma soprattutto ci occorre chi poi scrive gli esercizi, chi è in grado di svolgerli e verificarne il risultato preferibilmente usando i software di calcolo simbolico. In realtà quindi serve molto lavoro di chi legge e corregge il testo, di chi lo integra con esercizi meglio se originali, con qualche idea nuova, di chi trova gli errori nel testo degli esercizi o nel risultato. Per questo tipo di lavoro gli studenti sono più adatti degli insegnanti.

PI: Cos’altro?
AB: Poi ovviamente serve qualcuno con competenze specifiche per spostare i contenuti e le immagini da un software a un altro, qualcuno che migliori le figure e qualcuno che dia un aiuto sotto l’aspetto "estetico", si sa che noi matematici non siamo molto bravi in questo.

PI:La sua è sicuramente una pietra miliare nel campo dell’editoria e nella scuola: pensa che aprirà la strada a un nuovo modo di fare cultura?
AB: Ovviamente saranno i risultati dati dalla verifica in aula a dire quale sia veramente il valore di questo progetto. Le idee di partenza sono buone, ma la vera sfida è poi combattere sul campo per risolvere man mano tutte le problematiche che si presentano. Sarebbe una sfida "culturale" più ampia se si riuscisse a diffondere l’idea di una scuola più democratica, più libera, dove ognuno può attingere almeno alle risorse di base, in questo caso un manuale di matematica, in modo gratuito, senza segreti per nessuno: un libro che si sa in partenza che è condiviso da un buon numero di docenti di tutta Italia che insegnano in differenti tipi di scuola, cosa quest’ultima non facile da realizzare nemmeno per una grande casa editrice.

PI: Pensa che altri, di altre discipline, seguiranno la sua strada?
AB: Io spero di sì, e poi lo stesso Ministero dell’Istruzione sembra orientato a privilegiare i libri elettronici, quelli scaricabili da Internet, spero che si vada sempre di più in questa direzione. Tuttavia ritengo sia molto più facile realizzare a più mani, quindi collaborativamente, un testo scientifico che non ad esempio uno di letteratura o storia, dove l’impronta dell’autore è più importante. Probabilmente, invece, per testi antologici di brani di classici come se ne vedono tanti su Internet, la cosa dovrebbe essere molto più semplice. Si potrebbero ad esempio raccogliere un po’ di questi brani e farne un manuale scolastico. Speriamo che quando si diffonderà il nostro manuale anche altri colleghi di altre discipline si rendano conto che è un progetto fattibile.

PI: Sa se ci sono state scuole che hanno adottato il testo?
AB: Al momento sono sei ma ricevo richieste ancora oggi, qualche scuola si è lasciata la possibilità di adottare il nuovo libro a settembre. In ogni caso bisognerà aspettare almeno un paio d’anni affinché il libro si diffonda.

PI: Se una casa editrice le proponesse la pubblicazione (con tutto ciò che questo comporta) accetterebbe?
AB: Ho scelto di essere editore proprio per evitare di rivolgermi ad una casa editrice, e quindi direi proprio di no. In ogni caso il libro non è solo mio ma di tutti quelli che vi partecipano, e ciascuno mi ha rilasciato una liberatoria sulle condizioni di utilizzo dei materiali prodotti. Il libro è nato con licenza Creative Commons e tale resterà.

PI: Non crede che in parallelo al suo libro dovrebbe essere portata avanti la conoscenza e la diffusione del software libero?
AB: Lavorando con persone che in molti casi non hanno una preparazione informatica ho preferito lasciare libera scelta agli autori sugli strumenti da usare, in quanto ritengo che le persone non possono essere obbligate a studiare un software che useranno occasionalmente. Il prodotto finale è rilasciato in due versioni, quella PDF pronta per la stampa, e quella in OpenOffice che è stato scelto dopo aver valutato diversi software liberi perché ha un buon editor per le formule matematiche. La versione in Openoffice può essere modificata a piacimento da chi il libro lo deve usare.

PI: Non sarebbe più corretto realizzare lo stesso libro con strumenti liberi?
AB: In generale io vedo il software come una cosa di cui uno non si deve accorgere: noi lavoriamo sui contenuti, il software deve essere trasparente, invisibile. In ogni caso, scinderei il problema della diffusione del software libero dalla creazione di manuali scolastici come il nostro.

Tutti coloro fossero interessati o curiosi possono avere informazioni sul manuale o scaricarlo da qui. Il testo sarà presentato alla Convention delle associazione italiane per il software libero che si terrà a Puntone Scarlino (GR), Baia dei Gabbiani, i giorni 10, 11 e 12 settembre prossimi.

a cura di Patrizia Bisaccia
da: www.punto-informatico.it
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Massimo Mantellini – Contrappunti/Vota Internet

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Roma – Non ci sono troppe ragioni per stupirsi riguardo alle vicende dei giorni scorsi in Commissione Giustizia, dove gli emendamenti di alcuni parlamentari di entrambi gli schieramenti che chiedevano fosse rivisto l’obbligo di rettifica per i blogger, tema già molte molte dibattuto sia in Rete che fuori e che Punto Informatico segue con attenzione da sempre. Ignoro le ragioni per cui Giulia Bongiorno, presidente della Commissione, abbia deciso di ritenere inammissibili le richieste, apparentemente di assoluto buonsenso, di Roberto Cassinelli (PDL) e di Roberto Zaccaria (PD): quello che però mi pare abbastanza evidente è che i toni di commento della vicenda siano piuttosto fuori dalla righe.

Detesto fare l’avvocato del diavolo, ma a margine di un articolo di legge scemo e un po’ intimidatorio, per altro scemo e intimidatorio meno di altri che abbiamo dovuto registrare in questi anni, Michele Meta (capogruppo in Commissione Telecomunicazioni per il PD) ha dichiarato che tale articolo "rischia di determinare un freno insopportabile alla libertà di espressione e alla creatività di migliaia di blogger. Vista l’immediata e gratuita fruibilità di internet, i blog fanno del web una piazza virtuale aperta, di confronto e arricchimento collettivo, sfidando spesso i grandi media pieni di risorse, sulla qualità e obiettività dell’informazione".

Una dichiarazione un po’ sopra le righe, specie se a proporcela è il rappresentante di un partito che in questi anni è stato lui, per primo, "freno insopportabile" allo sviluppo delle reti in Italia in numerose note occasioni. Fu per esempio una legge del centro-sinistra nel 2001 a generare la prima dolosa confusione fra pagine web e siti editoriali, piccola bomba semantica capace, come si vede, di creare concreti disastri anche a distanza di un decennio.

Ad occhio e croce il 90 per cento della discesa in campo di questi giorni da parte della politica contro l’obbligo di rettifica per i blog è del tipo ben interpretato dalla dichiarazione del PD: propaganda antigovernativa con il vestitino della festa su un tema di cui, tranne in rari casi, non interessa niente a nessuno. Del resto raccontare se stessi come gli indomiti cavalieri della libertà è sempre uno sport discretamente apprezzato a tutte le latitudini.

Anche il punto di vista di Antonio di Pietro in quanto a toni non scherza: "La Rete è uno degli ultimi rifugi delle voci libere e della libera informazione. Consapevoli dell’importanza rappresentata dal web continueremo la nostra battaglia contro il ddl bavaglio e, in particolare, contro l’obbligo per i blogger a pubblicare la rettifica entro 48 ore. È una battaglia in difesa della democrazia e della giustizia che porteremo avanti senza se e senza ma". La differenza concreta fra questi due differenti sprechi di aggettivi e frasi fatte è che il leader dell’IDV, blogger egli stesso, ha almeno avuto in questi anni comportamenti conseguenti su simili temi, pur partendo lui stesso da posizioni semplificate e populiste, figlie di quella interpretazione ideologica della rete che va da Beppe Grillo a Casaleggio (o viceversa).

Fra il disinteresse dei più e la strumentalizzazione di qualcuno,la terza via per incidere sulla solita tendenza italiana a legiferare "contro" Internet è ancora una volta quella della mobilitazione dal basso. Guido Scorza ha preparato una lettera aperta a Giulia Bongiorno, che molti utenti della Rete stanno sottoscrivendo in queste ore. Sono quindici anni che firmiamo petizioni in Rete, spesso su temi molto importanti: l’unica sensibile differenza fra le petizioni di oggi e quelle di qualche anno fa è che oggi i primi firmatari sono talvolta persone che hanno più facile accesso ai mezzi di informazione di massa. Così le stesse campagne che un decennio fa generavano migliaia di firme in Rete e un silenzio assoluto fuori, oggi hanno la capacità di uscire occasionalmente da Internet per raggiungere le pagine dei quotidiani e magari provocare qualche flebile reazione politica o una innocua interrogazione parlamentare.

La grande debolezza di simili strumenti di opposizione, come è noto, è che si tratta di presidi a costo zero, il cui valore in termini di "mobilitazione politica" è estremamente basso. I numeri stessi sono poi facilmente adulterabili, e la somma di queste due caratteristiche trasforma la Rete in una sorta di suk della politica dove chiunque può teoricamente costruire facile consenso su qualsiasi tema.

E allora come se ne esce? La risposta è contemporaneamente semplice e complicatissima: le grandi masse di utenti della Rete, offese dall’orribile legiferare contro la Rete, dovrebbero semplicemente mandare in Parlamento propri rappresentanti che conoscano ed apprezzino Internet. Ce ne sono moltissimi in ogni schieramento e potrei perfino iniziare qui di seguito un folto elenco nome per nome. Solo mandando a casa Giulia Bongiorno e la schiera di illetterati digitali che abitano il nostro Parlamento si incide su una questione che in Italia è ormai da anni declinata nell’unica sterile contrapposizione fra una politica che ignora Internet ed una massa sempre più ampia di utenti di Internet che si indignano a colpi di click.

Massimo Mantellini
da: www.punto-informatico.it
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/