L’aborto di una sedicenne e la “piccola storia ignobile” che vale almeno due colonne sui giornali

"…è una storia un po’ complicata
è una storia sbagliata.
Cominciò con la luna sul posto
e finì con un fiume d’inchiostro"


I fatti sono men che interssanti. E’ una storia imbarazzante, magari nemmeno da home page di un quotidiano locale. E’ una di quelle storie un po’ torbide, "una storia per parrucchieri", come l’avrebbero definita Fabrizio De André e Massimo Bubbola. Tanto che per questo post scelgo di non utilizzare nessun tipo di materiale iconografico, a parte quello che serve a documentare le affermazioni, e che metterò in nota.

Una ragazza di 16 anni è rimasta incinta di un ragazzo albanese appena maggiorenne.
Il ragazzo non dimostra di essere affidabile, in ogni caso non piace ai genitori della ragazza. Che in un primo tempo, anche contrariamente al parere dei suoi genitori,  sceglie di tenere il bambino, ma, dopo un colloquio con un magistrato, cui gli stessi genitori si erano rivolti, cambia idea. E abortisce.

Fatti nudi e crudi, questi, per i quali ci vorrebbe un po’ di pudore, un po’ di quel "rispetto" che piace tanto ai luoghi comuni di certa gente perbene che si trincera dietro la lettura del "Corriere della Sera" o di "Repubblica". Quel rispetto che non c’è più neanche fra di noi, come canta Zucchero, quel rispetto che ci fa vedere in una ragazza di 16 anni una minorenne che vive una serie incredibile di drammi, e che come tutte le minorenni che vivono dei drammi (affrontare una scelta la cui responsabilità ricade unicamente su se stessa dvanti a un magistrato, sia pure con tutte le cautele del caso è un dramma grandissimo) deve essere lasciata in pace.

Non è una notizia.

Ci sono centinaia di ragazzine minorenni che restano incinte. E i drammi familiari che ne conseguono sono tutto men che da sbattere sui giornali.

Il "Corriere della Sera" [1] fornisce la notizia in modo abbastanza sobrio. Si limita ad aggiungere che il ragazzo albanese, partner della sedicenne, l’avrebbe picchiata spesso. Non è una bella cosa. Né picchiare una sedicenne, dico, né, tanto meno, fornire questo dato "accessorio" che comincia ad aggiungere dramma al dramma.
Ma fin qui la notizia risulta equilibrata, quanto meno non trascende troppo.
"Repubblica" [2] [3], invece, comincia a sciorinare tutta una serie di dati imbarazzanti perfino per il lettore finale (che dovrebbe essere, nel crudele gioco delle parti, il destinatario a cui si danno in pasto questi resoconti poco edificanti, utente finale di una strategia di scelta delle notizie che, tra l’altro, non dipende nemmeno da lui.

Intanto, oltre al luogo in cui il fatto è avvenuto (riportato anche dal Corriere), Repubblica riporta il nome della ragazza. Che sia il nome vero o sia completamente inventato non ha importanza. Quello che importa è che alla ragazza qualcuno ha voluto procurare una identità agli occhi di chi legge. Vera o fittizia che sia. Non conta che si chiami Lilly, Milly, Fuffy, Baby, Trilly o Deborah, piuttosto che Samatha, piuttosto che Valentina, o qualche altro nome da canzone di Antonello Venditti o da romanzo di Federico Moccia. Conta che per "Repubblica" la ragazza sia uscita dal suo diritto all’anonimato (quello che interessa, sempre ammesso e non concesso che interessi, in questo caso, è la notizia, non chi sia lei).

Poi sappiamo che la ragazza "portava sul corpo i lividi" (delle percosse, immagino). Carini. Gentili a scriverlo. E’ un atto di politesse notevole da parte di un giornale a diffusione nazionale affondare il pennino non già nell’inchiostro della libertà d’informazione, ma nelle carni già abbastanza lacerate di una ragazzina minorenne, e oltretutto picchiata.

Ma quello che stupisce, se possibile, ancora di più, a parte il riportare le parole del direttore del settimanale diocesano "Vita", che non si sa bene cosa c’entrino con la scelta-non-scelta di una ragazzina di sedici anni, è che "un anno fa (…) aspettava un altro bambino e aveva fatto ricorso alla pillola abortiva."

Ma come si permettono? Una interruzione di gravidanza è un’esperienza strettamente personale, cosa importa se la ragazza, un anno fa, abbia fatto ricorso alla pillola abortiva o a un intrevento ospedaliero o ambulatoriale? E quanto dolore deve ancora sopportare una ragazzina (certamente poco avveduta, poco accorta, magari anche poco responsabile e/o responsabilizzata nelle proprie scelte) oltre al non vedersi riconosciuto il sacrosanto diritto all’oblio rispetto a un’esperienza passata, che spunta di nuovo fuori dalla melma del disagio per assurgere il ruolo di carico da undici nei fiumi di inchiostro e di b
yte che ci invadono quotidianamente?
Non voleva abortire, lei. Nel bene o nel male che fosse quella era la sua volontà. Perché io, lettore, io che non conto un cazzo, devo conoscerla? E, soprattutto, perché devo conoscere i suoi precedenti abortivi? Non sono un giudice, non ho nemmeno l’intenzione né tanto meno l’obbligo di dare dei giudizi morali su tutto questo, e la ragazza è carne viva, sì, ma nel senso che è persona presente e senziente.

E invece di lei, del suo volere, di quello che avrebbe voluto per sé, non si sa niente, tanto c’è chi si occupa di accompagnarla nelle sue decisioni e le chiosa con il proprio metro personale di valutazione, sia esso giornalista, direttore di testata diocesana, magistrato, assistente sociale o genitore.

Decenni or sono Guccini avrebbe parlato di una "piccola storia ignobile" che "non vale due colonne su un giornale".

E’ valsa, invece, sofferenza e spettacolarizzazione. Il sangue quotidiano della cronaca.
 
[1] http://www.valeriodistefano.com/public/abortocorriere.png
[2] http://www.valeriodistefano.com/public/abortorepubblica1.png
[3] http://www.valeriodistefano.com/public/abortorepubblica2.png

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Milena Gabanelli e “Reportime” sulla web TV di corriere.it



Ora, io non lo so se avete avuto la possibilità di vedere, come ho fatto io, Milena Gabanelli (ché va scritto con una sola "b", se no la gente s’arrabbia assai, poi la Gazzetta del Rancore scrive "Abbruzzo" ma non se lo fila nessuno) ospite da Fabio Fazio nel corso di  "Che tempo che fa!", trasmissione prodotta da Endemol, che fa capo al Gruppo Fininvest.

Non so se il suo intervento vi sia piaciuto. A me no.
L’ho trovato, sia dal punto di vista dei contenuti che da quello della strategia della messa in onda, decisamente lontano dallo slogan "Milena Gabanelli for President", che, pure, feci mio quando "Report" aveva vissuto tempi d’oro.
Non che oggi la trasmissione sia scaduta, anche se trovai pessima quella dedicata ai temi legati alla privacy su Facebook, quella in cui intervistarono un signore che disse che stavano per scadere i diritti d’autore sulle opere di Francis Scott Fitzgerald, (ma non ho mai capito -né la Gabanelli lo spiegò, invero- cosa avesse a che vedere quell’intervento col tema generale della trasmissione), programma criticatissimo dalla rete, critiche a cui la Gabanelli replicò: "Poi se non è piaciuto pazienza".

Va beh, la Gabanelli va da Fazio, e riferisce, tra le altre cose, che lei va in onda con gli stessi abiti con cui va in giro (e va beh…), e che l’estate scorsa si è fatta ben quattro giorni di vacanza. Informazioni senza le quali il pubblico applaudente della domenica sera, evidentemente, non può proseguire il suo percorso vitale.

Già, l’estate scorsa… l’estate scorsa cosa succede alla Gabanelli? Succede che le sue piante di melanzane si mettono a fare pomodori. Anche questa è una notizia fondamentale per il pensiero filosofico occidentale, ma curiosità vuole che la notizia fu data dal Corriere della Sera, nella sua versione bolognese on line.

Ed eccola, finalmente, la notizia. La "squadra" di Milena Gabanelli apre un canale che si chiama "Reportime"su uno spazio messo a disposizione proprio dal CorriereTV, la webTV del Corriere della Sera.
L’edizione cartacea del giornale dell’11 ottobre scorso (ieri, per me che scrivo e per voi che leggete) dedica l’intera pagina 40 a pubblicizzare l’iniziativa della Gabanelli e della sua "squadra" ( le virgolette della parola "squadra" non significano l’uso improprio del termine, ma riportano esattamente le parole usate nell’annuncio).
Una bella mossa pubblicitaria, che si conclude con il motto del Corriere della Sera.it: "La libertà delle idee".

Ma non basta, a pagina 31 della stessa edizione si trova un articolo a firma di Renato Franco (che riporta come casella di posta elettronica una improbabile "twitter@RenatoFranco70"sic!!!! provate a usarla per scrivergli…–  in cui si riportano le parole del direttore Ferruccio De Bortoli "Milena Gabanelli ha la massima libertà. La libertà di fare tutte le inchieste che vuole." [1]

Non ho nessun dubbio che la Gabanelli abbia la libertà di criticare la stessa RCS che la ospita.
Ho qualche dubbio in più che la Gabanelli possa arrivare a toccare il Sanctasanctorum dei politici e della gestione dello Stato, considerato che il gruppo stesso percepisce la più grande elargizione di denaro pubblico destinato al sostentamento delle iniziative editoriali in Italia.

Insomma, finché ci si becca fra noi va tutto bene, ma quando si becca la mano di chi ci dà da mangiare…

[1] http://www.valeriodistefano.com/public/gabanellicorriere.png
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Le melanzane di Milena Gabanelli fanno i pomodori

Da una pianta di melanzane dell’orto di Milena Gabanelli  è nato un pomodoro.

E’ una notizia? Parrebbe proprio di no, ma l’edizione di Bologna del Corriere della Sera l’ha, comunque, riportata sulla versione web (l’articolo lo trovate qui) con tanto di sottotitolo alla Agatha Christie: "l”enigma’ di casa Gabanelli", corredato da una serie di fotografie (cinque) in cui si mostra, sempre usando tra virgolette il sottotitolo di un classico del noir: "Lo ‘strano caso’ nell’orto di Milena".

Dopo l’arresto di Salvatore Parolisi si tratta sicuramente del caso più appassionante e inquietante di questa torrida estate: chi avrà messo i tumati insieme alle melanzane nell’orto della Sora Milena?

L’istruttoria comincia con la ricostruzione della stessa Gabanelli che dice: «Ho acquistato la piantina in un consorzio di Sasso Marconi. Le melanzane erano buonissime, però mi sono chiesta: come mai dalla stessa pianta crescono anche i pomodori?»
A risolvere l’annoso enigma ci pensa il Dott.  Francesco Orsini: «Si tratta di una pianta innestata (…) Chi vuole ottenere in vivaio una pianta di melanzane, di solito la innesta sulle radici del pomodoro perché queste sono più resistenti. Stavolta probabilmente non avevano tagliato bene l’apice e, assieme alle melanzane, è cresciuto anche un rametto di pomodori. È un inconveniente che può succedere, ma non ci sono rischi per la salute. Gli ortaggi possono essere tranquillamente mangiati».
Conclusa l’indagine, e visto che non c’erano prove sufficienti per incastrare il pomodoro malvivente, la Gabanelli conclude: «Vorrà dire che mangerò anche i pomodori, le melanzane erano già buonissime».

Ecco, un bell’articolo linkato in home page dal Corriere, e tutto perché il mondo sappia che la Gabanelli mangia le melanzane con la pummarola ‘n coppa.

Ora possiamo tutti dormire sonni più tranquilli.
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Il dialogo tra Grillo e Celentano sul Corriere della Sera nell’italica Puttanopoli

Qui a Puttanopoli, tra anchormen, zoccole, prove tecniche di regime, nipotine di Mubarak, igieniste dentali e palazzo della politica blindato non poteva che mancare il profeta Adriano Celentano a fare da sommo sacerdote e riportare le parole di Gesù in prima pagina sul Corriere della Sera, in un "dialogo" con Beppe Grillo che, ovviamente, a tratti non capisce cosa stia dicendo l’interlocutore.

Il "Corriere", come è altrettanto logico, trova che questo colloquio tra Celentano e Grillo sia il massimo della democrazia e della tolleranza. Scrive infatti il Direttore De Bortoli:


Adriano Celentano, ogni tanto, manda un suo scritto al Corriere. Non sempre siamo d’accordo con lui. Ma la libertà dell’artista, specie di questi tempi, è sacra ed è sempre una ventata d’aria fresca. Per fortuna. È un colloquio con Beppe Grillo su temi d’attualità. Grillo non è mai stato tenero con noi. Ma anche la sua libertà qui è rispettata. (f. de b.)


Ora, il fatto che Celentano mandi uno scritto al Corriere ogni tanto non significa che il Corriere debba per forza pubblicarlo.
C’è un sacco di gente che scrive lettere ai giornali e fa telefonate alle testate televisive e radiofoniche per dire come dovrebbe fare il Presidente della Repubblica a sbrogliare la matassa della crisi del Governo, o a dire che ci penserebbe volentieri lei, se potesse, a fare andar bene le cose. Però mica son così scemi da pubblicargliele anche, o di mandarle in onda.


Quelle di Celentano, invece, sì, si pubblicano sempre.
De Bortoli come Voltaire, "Non sono d’accordo con la tua opinione ma darei la mia vita perché tu possa esprimerla liberamente."


Le affermazioni di Celentano sono "una ventata d’aria fresca" per il maggior quotidiano italiano, e da oggi abbiamo scoperto che in Italia anche uno come Beppe Grillo può dire la sua.

Caspita che democrazia!

E così eccoci tutti ad ascoltare Celentano che auspica qualcosa di "Rock" per uscire dallo Stato Melmoso di Puttanopoli.

Ed eccole le perle di saggezza che aspettavamo tutti: "Come diceva Gesù: "Se già nel piccolo si è onesti, a maggior ragione lo si è nel grande".

Certo che a citare Gesù di Nazareth ci si sente un po’ santoni, soprattutto se Gesù quella frase non l’ha mai detta. Oh, prendete i Vangeli se non credete a me, e andate a ripassarvi quei quattro simpaticoni di Matteo, Marco, Luca e Giovanni e poi ditemi voi dove si trova una cosa del genere, perché io non la trovo. Non la trova nemmeno Grillo che infatti sente puzza di bruciato: "Io non so se Gesù l’ha detta veramente questa cosa (…)"

Celentano dice che "la gente ha bisogno di uno SCATTO. Uno scatto che gli indichi la DIREZIONE. Quella direzione ormai remota e persa tra le pieghe di un sogno purtroppo svanito."
E Grillo gli fa giustamente notare "Però non mi hai ancora detto in cosa consiste lo scatto di cui parlavi" (della serie: "vai al sodo"). i
Il Profeta, di rimbalzo: "Forse perché non ho ancora ben chiaro a quale scombussolamento esso ci porterebbe". Giusto cielo! In Italia c’è ancora chi usa "esso" come pronome personale!

Neanche i Profeti, quelli veri, quelli dell’Antico Testamento tradotti da Giovanni Diodati nel ‘700 usavano un linguaggio così ampolloso e desueto.

E quelli del "Corriere" che nel riportare il battibecco fra Grillo e Celentano, chiamano il cantante "Adrian" (non "Adriano") perché evidentemente fa più figo.

Del resto, un santone fa sempre comodo, e lo si ricicla sempre volentieri, in un’Italia di puttane e puttanieri figuriamoci se uno che ha cannato un’operazione commerciale di bassa lega come "John Lui" non si ricicla condannando i secondi e dicendo alle prime "andate e non peccate più". Ci manca solo che qualcuno raccomandi alle donne di conservare l’unguento per la propria sepoltura e poi siamo a posto.
Per poi concludere che "È incredibile come l’Italia sia ridotta a un vero e proprio groviglio di conflitti di interesse."

Ecco, se n’è accorto anche Celentano.
Ora aspettiamo con gioia la sua iscrizione al Partito Democratico.
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La follia degli (ultimi) SMS per Sarah Scazzi


E adesso, per favore, la si faccia finita davvero.

E che il funerale di una giovanissima ragazza porti quel silenzio autenticamente tombale che il distacco dal dolore introduce nell’oblio.

Che non è oblio di quello che le è stato perpetrato in vita, ma di ciò che le è stato vigliaccamente gettato addosso post-mortem.

Le ragazze normali non le considera nessuno, ma quando diventano "angeli biondi" l’odore di retorica comincia a farsi nauseabondo e fuori luogo.

Tra gli adolescenti continua a circolare un SMS, la versione che ho potuto raccogliere recita così:

Facciamo una preghiera x la povera ragazza sarah scazzi ke e st ammazzata e gettata in un pozzo… ti prego falla girare…se nn lo farai significa ke 6 una xsona kruda e snz cuore…ciao sarah! Tvb noi tt!

Capite? La gente manda questa roba ai ragazzini.

Come a dire che chi NON fa una preghiera, o interrompe la Catena di Sant’Antonio vagamente minacciosa, sgrammaticata e con errori di ortografia deve sentirsi in colpa. Una colpa grave, gravissima, quella di non volersi unire all’amalgama della massa e del pensiero pervertito.

In colpa di cosa? Di essere ateo? Di non pregare? Di non avere i 15 centesimi di rito per inviare un SMS? O il non volerli spendere per non voler aderire a una solenne e ridondante stupidaggine?

Che uno dice "Ma una preghiera non si nega nemmeno a un condannato a morte!"  (salvo, poi, condannare a morte l’assassino, quello no che non merita preghiera!) Ricordate la canzone di Enrico Ruggeri e Andrea Mirò "Nessuno tocchi Caino"? Brutta e scritta male, d’accordo
Ma "una croce e un gesto di pietà" sono il kit di sopravvivenza per chiunque muoia, illa razione K del cattolicesimo non si nega a nessuno, anzi, lo si impone, pena l’essere senza cuore.


Ora, tra gli ultimi sgocciolamenti di morbosità, nel liquefarsi del torbidume residuo che questa vicenda può ancora esprimere, il Corriere della Sera ha rivelato che:

a) la madre della vittima non parteciperà alla funzione religiosa;

b) Sarah Scazzi non è stata battezzata perché la madre è Testimone di Geova.

Chissà se qualcuno, grazie a queste inutili rivelazioni, avrà anche il coraggio di dire che va bene, c’è libertà di religione in Italia, sì, ma che è stato meglio che a Sarah fosse riservato il rito che tutti, meno la madre, volevano per lei.
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Livorno: il Sindaco Cosimi sui fischi al minuto di silenzio per Alessandro Romani



Livorno è una città meravigliosa, straordinaria, unica per il senso profondo della dissacrazione che la caratterizza e per saper cogliere e stigmatizzare le contraddizioni del potere.

Livorno è la città in cui, più di ogni altro luogo al mondo, si riesce a dare il nome alle cose.

A Livorno la merda è merda perché è merda (non "escremento" o "deiezione"), il disabile è disabile perché disabile (cioè perché NON ha alcune abilità che vengono richieste), non un "diversamente abile".

Prima dell’inizio dell’incontro di calcio Livorno-Portogruaro, il minuto di silenzio per la morte del Tenente Alessandro Romani in Afghanistan è stato interrotto dai fischi di alcune decine di tifosi labronici.

E il Sindaco di Livorno, Alessandro Cosimi, parlando col comandante Giuseppe Faraglia, ha dichiarato che, secondo lui,  coloro che non hanno condiviso il minuto di silenzio sono «persone che non hanno il senso del rispetto della vita umana».

Io, che sono stato coccolato tra le braccia di mamma Livorno, anche se un ero ‘r su’ figliòlo (tanto, che volete, Livorno di figli ne ha tanti, legittimi o illegittimi che siano, i livornesi non badano al fatto che la loro città madre sia una zoccola, anzi, ne vanno orgogliosi, o, tutt’al più, non gliene importa proprio nulla) so bene che quelle persone che hanno fischiato, in quanto livornesi, il rispetto per la vita umana ce l’hanno e come.

Quelle per cui non hanno rispetto (e fanno bene!) sono le persone che le prendono per il culo facendo loro credere, e facendo credere a tutti noi, che quella in Afghanistan è una missione di pace e non di guerra.

Fischi, dunque, sì, certo, perché la guerra va fischiata, sempre. E deve essere profondamente disprezzato chi ce la gabella come una colomba di Picasso.

Le parole del Sindaco Alessandro Cosimi, riportate oggi dal Corriere della Sera, hanno dell’incredibile:

"Si può anche non condividere la scelta politica delle missioni di pace ma non si può non rispettare una vita umana."

Ma va’? Davvero? Davvero si può ANCHE non condividere la scelta politica delle "missioni di pace"? Il Sindaco ce lo concede? Grazie per la democrazia, ma questo dovrebbe essere un valore fondante di default, e non dovrebbe meravigliare nessuno.
Non si condivide la scelta politica perché non di missioni di pace si tratta, ma di missioni di guerra, fatte pagare ai cittadini un bel po’ di soldi sottratti alla collettività (non è meglio finanziare scuole e ospedali invece di mandare soldati a morire in Afghanistan? No, eh??), e non è che non si rispetta una vita umana, perché il Tenente Alessandro Romani la vita non ce l’ha più. E’ morto. E la morte è totale assenza di vita.


"Io provengo da un’associazione di pace e so perfettamente come si opera e ci si comporta in queste occasioni."

Già, come ci si comporta in queste occasioni? Si continua a mandare la gente a morire in guerra, ecco cosa si fa. Romani è il trentesimo morto di queste "missioni umanitarie," e se sono missioni umanitarie queste allora come le chiamiamo Emergency, Medici senza Frontiere, l’Unicef, la Caritas e chi più ne ha più ne metta?

"La verità è che queste persone devono smettere di fischiare", conclude Cosimi.

E la lezione del Presidente della Repubblica Sandro Pertini sul "libero fischio in libero stato" Cosimi se l’è già dimenticata. Ah, già, che Pertini è morto anche lui… non ha più vita. Quindi non ha più memoria. Né rispetto.

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Corriere della Sera: “L’e-book cambieranno la conoscenza!”

– Ti chiami "Corriere della Sera"??
– Vuoi occuparti anche tu di cultura???

Ma figùrati, non c’è problema, di CULTURA® te ne diamo a ballini, sempre e comunque.

E poi vanno dimolto di moda gli ibùc, non lo sapevi??

E allora quale migliore occasione per fare un bell’

ERRORE GRAMMATICALE(Tm)???

Di’ pure a tutto il mondo che ti legge ollàin

"L’ebook cambieranno la conoscenza"

e ti trasformerai come per incanto nel quotidiano più stampato, comprato, letto e finanziato pubblicamente d’Italia.

Un bell’investimento (e i consigli te li diamo gràtisse, poi dinne male…)

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Corriere della Sera: la pedofilia femminile e’ un “disturbo mentale”

I giornali ormai scrivono robe da neurodelirio. E il bello è che prendono anche sovvenzioni pubbliche per scriverle.

Il “Corriere della Sera”, in versione on line, ha dato l’allarme sulla pedofilia femminile.

La fa passare come una sorta di fenomeno di nicchia, sconosciuto, di cui si parla con pudore, o, preferibilmente, non si parla tanto volentieri.

E lo tratta come un “disturbo mentale”. Sconvolgente finché si vuole ma sempre un disturbo mentale.

Dunque, c’è da chiedersi, se la pedofilia delle donne è un disturbo mentale (come la depressione, l’ansia, l’Alzheimer), cioè una patologia psichiatrica, perché quella degli uomini è un reato?

E com’è che se un pedofilo molesta un ragazzino lo incarceriamo (giustamente) per mesi e se lo fa una donna è malata?

Messaggi nevrotici. Cortocircuito dell’informazione.

Finché non crolleremo tutti per aver espiato la pena di sopportare queste falsità.

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3 ottobre 2009: la protesta della vergogna dei blogger

Le iniziative strampalate ed estemporanee in rete pullulano di idee vecchie come il cucco e sempre più ripetitive.

Il 3 ottobre qualcuno si è inventato la protesta dei blogger. Vorrebbero che ciascuno si unisse alla protesta della stampa italiana di regime per il bavaglio alla libertà di informazione. Pretenderebbero o auspicherebbero, in altre parole, poveri illusi, che i blogger scendessero vitualmente in piazza per protestare contro le leggi che stanno per chiudere loro la bocca in Internet, appoggiandosi al baillàme dei vari “Repubblica”, “Corriere”, “L’Unità” e compagnia cantante.

Avranno pensato che se il baraccone mediatico trascina i grandi, qualche pesce piccolo si può sempre unire alla fanfara e fasri suonare il suo pezzetto di musica dal tamburo principal della banda d’Affori dell’editoria, che comanda da solo centocinquanta pìfferi.

I blogger scendono in piazza assieme agli organi di stampa che godono delle sovvenzioni e dei contributi pubblici che lo Stato elargisce a piene mani da Giuliano Ferrara a Concita Di Gregorio, passando anche per “Liberazione”. Un blog non riceve sovvenzioni da nessuno. E c’è una differenza sostanziale.

Dicono che il 3 ottobre tutti dovremo uscire con un post contro la repressione della libertà di opinione e di divulgazione del pensiero. Ma è quello che sto facendo da sempre. Perché mai questa attenzione al 3 ottobre? Il 4 forse le cose miglioreranno? Cambieranno? No di certo.

E che dire del fatto che il tre ottobre prossimo la manifestazione dei precari della scuola sarà oscurata dal tam tam dei blogger e dei giornalisti di regime che si sono accorti solo ora che c’è qualcuno che li sta trattando con il bastone. Ma è lo stesso padrone dalla cui mano hanno mangiato volentieri le carote.

Vergogna blogger!!

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Mara Carfagna scrive una lettera al Corriere e difende Berlusconi. Cioe’ se stessa.

Il "Corriere della Sera" arriva a scuola ogni giorno.

Ce ne mandano tonnellate di copie con la stampigliatura "Copia scuola" perché nelle scuole superiori italiane c’è sempre qualche collega (donna!) che ti calpesta i testicoli con i tacchetti a spillo all’inizio di ogni benedetto anno scolastico e ti dice "Vuoi partecipare all’iniziativa ‘Il quotidiano in classe’"?.

Ecco, detta così sembrerebbe anche una cosa interessante, ma il punto è che gli unici giornali che arrivano solo "Il Sole 24 Ore", lasciato intonso perché chi se ne frega dell’economia, e il "Corriere della Sera", sfogliato svogliatamente dai ragazzi solo nelle pagine dello sport e solo quando gioca il Milan.

Questi quotidiani non ci fanno un regalo a inviarci tutte quelle copie. Sono già pagati coi finanziamenti pubblici (tutti dindini che scuciamo noi!) che lo stato elargisce a palate alle testate giornalistiche. E quando è suonata l’ultima ora vanno a finire direttamente nella raccolta della carta.

Ogni tanto capita che qualche classe vada in gita, oppure che smetta di venire a scuola perché gli esami di stato si avvicinano e non c’è trippa per gatti.

Allora lo sfogli il giornale. Lo apri e ti ritrovi la Carfagna che ha preso carta, penna e calamaio per scrivere nentemeno che al direttore.

Una lettera-delirio di cui vale riportare e commentare ampi stralci che fanno rimanere basiti sia per l’italiano con cui sono scritti, sia per la faccia tosta e la miopia intellettuale, morale e istituzionale che li permea.

La Carfagna ci prende bellamente per i fondelli, e sono convinto che da qualche parte d’Italia, qualche collega (sempre donna!) abbia letto in classe con gli alunni questo testo che trasuda opportunismo e pretende anche di essere preso sul serio.

"Gentile Direttore, trascorso un anno da un attacco mediatico di inaudita volgarità a cui sono stata sottoposta, sono qui a fare alcune considerazioni su vicende che in questi giorni ci sono state date in pasto con una morbosità e un’ossessività che ricordano molto quelle che hanno riguardato la sottoscritta."

La Carfagna parte subito, lancia in resta, a dire che lei è stata vittima di un attacco di "inaudita volgarità", quando sappiamo benissmo che la prima ad aver fatto uso della volgarità nella sua vita pubblica, anzi, esposta al pubblico, è stata proprio lei, icona del velinismo strisciarolo, ex bonazza da balletti col Gabibbo e oggetto dell’immaginario erotico del becerismo italiano per sua stessa volontà. Non vuole difendere il Premier (che tanto si sa che è lì che va a parare!), vuole, attraverso la giustificazione dei comportamenti del Premier, giustificare se stessa e togliersi di dosso un marchio che solo lei ha contribuito ad avere addosso. Usa parole come "volgarità", "morbosità" e alla fine parla di se stessa come se stesse scrivendo un atto pubblico: "la sottoscritta". Ma cosa sottoscrive? Non si sa, andiamo avanti…

"Sono qui a dire la mia, se mi è consentito."

Ha paura la Carfagna, e usa indirettamente il "mi consenta" che il suo datore di poltrona le ha insegnato, con una captatio benevolentiae stucchevole, come l’alunna che sta sempre zitta e poi, dal fondo, alza il dito per chedere il permesso di parlare, e finisce quasi sempre per dire cazzate.

"Qualcuno è ancora convinto che io, giovane donna che dalla tv è passata alla politica con Berlusconi, non abbia il diritto di parlare, non abbia nulla di sensato ed intelligente da dire."

E qui, non c’è che dire, ci ha preso in pieno.

"Ed invece vorrei osare così tanto. Mi sia consentito."

Lo ripete. Vuole osare. Vuole far vedere che anche in lei alberga la possibilità di realizzare un pensiero, senza abbandonarsi a quelle espressioni di stupore a cui ci ha abituati.

"Lo faccio perché ho testa. E cuore."

E tette e culo, certo.

"Certo, mi riconosco una buona dose di coraggio se sono qui…"

La Carfagna ricorda tanto la scena della dettatura della lettera in "Totò, Peppino e la Malafemmina" in cui Peppino De Filippo, che trascrive la dettatura di Totò, si deterge il sudore quasi stesse facendo una fatica erculea, peggio che andare a zappare i campi. Certo, anche qui dobbiamo dare ragione alla Carfagna, scrivere è certamente un atto di coraggio, per lei.

"Suvvia, siamo realisti. Il Parlamento vede tra i suoi banchi alcuni uomini dalle assai dubbie capacità politiche. Ma nessuno si sorprende."

No, certo, se in Parlamento siede lei, che di capacità politiche ne ha da vendere, perché stupirsene??

"Ma nessuno mai si è indignato. Onorevoli che candidamente hanno ammesso di prostituirsi prima di approdare alla Camera, altri che, durante il loro incarico, sono stati sorpresi a contrattare per strada prestazioni con transessuali."

E anche Onorevoli che si sono fatti appiccicare negli abitacoli dei camion per sollevare il morale ai poveri camionisti costretti a viaggiare per giorni con ogni condizione atmosferica.

"Ed è sorprendente che le dichiarazioni e la persona dell’ex fidanzato di Noemi Letizia, condannato per rapina, secondo qualcuno meritino più rispetto dell’impegno e della persona di una donna che ha l’unica colpa di aver lavorato in tv. Cosa è più grave, mi domando, aver lavorato in tv o essere stato un rapinatore?"

Poi, con la calma e la cautela del caso, qualcuno dovrebbe spiegare alla Carfagna che c’è chi ha lavorato e lavora in TV come la Gabanelli, oltretutto da precaria, e che non si è mai spogliata per nessun servizio fotografico. O forse si vuol far credere che il soubrettismo e il giornalismo d’inchiesta sono sullo stesso piano? No, ce lo spieghi la Carfagna, visto che parlando di Berlusconi, che è stato dichiarato corrotto da Mills in una sentenza di primo grado, lo ha definito:

"Un leader mai prepotente o arrogante, consapevole di una innata capacità seduttiva che ha usato a fini di ricerca del consenso e non per scopi morbosi. Un uomo leale, perbene e rispettoso. Una persona di garbo e gentilezza, doti che qualcuno vorrebbe declassare a mera finzione e che invece sono autentiche."

E ci dica, alla fine di questa estenuante ma necessaria disamina, cosa ci sarebbe di innatamente seduttivo nello sputare sui giudici che hanno avuto il solo demerito di appurare una verità che, se confermata da una sentenza definitiva passata in giudicato, a cui Berlusconi non arriverà mai, lo porterebbe dritto in galera. Anche in quegli ambienti qualche foto della Carfagna sarà stata appesa, giusto per ingannare un po’ il tempo.

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Il Corriere della Sera mi cita. Ma sbaglia il link

Mi sono arrivate in dieci minuti almeno due mail e un SMS in cui mi si comunica che su una pagina dell’edizione fiorentina del Corriere della Sera, si cita il mio blog.

La prima mail giunge dall’ormai onnipresente Pallesi Danilo (o Papanti Astarotte), che non mi scrive nè mi telefona mai, a meno che non muoia qualcuno di mia conoscenza (per cui quando vedo il suo nome sul display mi gratto adeguatamente le gònadi), che la su’ figliòla, l’infanta Marusca, non abbia dubbi grammaticali instillati da maestre da prendere a schiaffi, che non voglia indietro quelle cinquecento lire che mi prestò quindici anni fa.
La seconda segnalazione, sotto forma di commento, mi giunge da Eleno, Elebor, Alabar, Abracad… ma la gente non si decide mai a chiamarsi con nome e cognome?

Poi un SMS da un amico.

Troppa grazia. E tutto perché un articolo di valeriodistefano puntocò è stato citato dal Corriere della Sera, sia pure in una delle sue edizioni locali. L’articolo del Corriere in cui mi si cita riguarda la pubblicità della Coca Cola che ha come protagonista Giulia di Pisa, personaggio odioso, spocchiosetto, falsamente modesto, infido e antipatico come solo i pisani sanno esserlo, soprattutto agli occhi dei livornesi.

L’articolo è a firma di Alessandra Bravi e lo trovate qui:

http://tinyurl.com/qohh3d

Non ci vedo tutto qusto gran merito, anzi, la trovo una soverchia rottura di coglioni.

Prima di tutto perché quelli del Corriere sono dei pirla e citano i blogger solo per nome di battesimo ("Valerio scrive:", ma vaffanculo, siete voi che scrivete, e male, Valerio chi?? E’ come se io scrivessi "Alessandra mi ha citato", "Gianantonio su Corriere scrive…" trattano i blogger da scolaretti dell’asilo infantile, loro, giornalisti ignoranti), in seconda battuta perché nel voler mettere il link al mio blog hanno messo quello del blog di un altro. La citazione, però, corrisponde. Insomma, un "banale errore di digitazione", come direbbero quelli che l’hanno fatta grossa ma non vogliono che si veda.

Comunque la citazione è questa:

IL MONDO DELLA BLOGOSFERA – Ma è anche il mondo dei blog a scatenarsi. Valerio scrive: «Stasera quella pubblicità l’ho vista in versione televisiva. E’ oscena. Oscena soprattutto perché la protagonista parla di sé e asserisce di chiamarsi Giulia e di venire da Pisa. Che, voglio dire, per un livornese di adozione, ma anche per un non livornese, non è un bel viatico. Giulia da Pisa dice di essere amante delle cose semplici, dice di andare in bicicletta preferendola all’automobile, che così non inquina, che va volentieri a piedi, che preferisce stare a casa piuttosto che viaggiare così risparmia, Giulia, insomma, passa la domenica a casa a gustare il ragù della mamma bevendoci dietro una bella Coca Cola. De’, perché se ci beveva un bel bicchiere di vino un era pisana!».

E non c’è da andarne fieri.

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E’ morto Candido Cannavo’

Candido Cannavò era veramente un brav’uomo.

Un giornalista un po’ all’antica, di quei giornalisti sportivi a tutto tondo che c’erano una volta, e che si chiamavano Maurizio Barendson o Paolo Valenti, che parlavano di calcio con gusto, ironia, istrionismo e che, soprattutto, ne scrivevano sapendo di ortografia, grammatica, sintassi e bello scrivere.

Parlava di etica, di lealtà, sognava uno sport forse più vicino ai valori che alle logiche di mercato. Scriveva di calcio come di un’espressione nobile, e stava lontano da processi e velinismo spicciolo.

Ora lo sport non si potrà più neanche leggere, figuriamoci guardarlo

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